Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
ATMOSFERA CORDIALE MA SENZA PASSI AVANTI SUI DOSSIER PROFUGHI E FLESSIBILITA’
Toni cortesi e atteggiamento costruttivo, ma sui grandi nodi – migranti e flessibilità – Roma e Berlino restano divise.
Entrambe puntano il dito contro la Commissione europea, addossando al presidente Jean Claude Juncker la responsabilità dell’impasse.
Sull’emergenza migranti Matteo Renzi delude Angela Merkel ma dà la colpa a Juncker: i fondi per la Turchia non saranno sbloccati fino a quando Bruxelles non si degnerà di rispondere ad alcuni quesiti.
“In Commissione europea sono molto impegnati ma trovano sempre le occasioni di fare conferenze stampa con i giornalisti, quindi troveranno il tempo anche per questo…”, commenta velenoso il premier.
L’altra frecciata è sulla flessibilità . L’Italia – argomenta Renzi – non chiede nuove regole di flessibilità , ma solo che vengano applicate quelle già esistenti e che si dia seguito all’accordo politico che ha portato all’elezione di Jean Claude Juncker a presidente della Commissione Ue.
“La Commissione europea – ricorda Renzi – ha adottato il 13 gennaio del 2015 una comunicazione sulla flessibilità . Noi stiamo chiedendo di cambiare delle regole, ma che le regole siano applicate e senza equivoci sul fatto che la flessibilità per noi è una condizione necessaria dell’accordo che ha portato all’elezione di Juncker, non come Paese membro ma come partiti politici. Io non ho cambiato idea sulla flessibilità , spero non l’abbia cambiata nemmeno Juncker”.
Il premier italiano non nasconde le divergenze con Berlino per quanto riguarda i conti. “Abbiamo sulla politica economica non sempre la stessa posizione. Su alcune dinamiche di gestione dello Stato e delle politiche economiche non la pensiamo allo stesso modo. Non è una novità . Ma deve essere chiaro che in questi due anni l’Italia ha messo mano a riforme attese da vent’anni. Non è stato facile fare la riforma del mercato del lavoro in un anno, senza violare i parametri di Maastricht. Non è stato facile fare la riforma della legge elettorale, della giustizia civile, della Costituzione”.
L’Italia – prosegue Renzi – è convinta che il debito debba scendere, ma la flessibilità è una condizione necessaria: “nessuno ha dubbi sul fatto che il debito in Italia debba scendere. Per molti aspetti è sostenibile, i risparmi privati sono il doppio del debito pubblico, ma siamo i primi a dire che dobbiamo far scendere il debito. Non lo dico per fare un piacere ad Angela, ma per fare un piacere ai nostri figli, ai nostri nipoti”. Al tempo stesso, per il premier “non c’è alcun dubbio, la flessibilità è una condizione dell’elezione di Jean Claude Juncker, non credo abbia cambiato idea. L’Italia non crede si possa tornare a politiche allegre di bilancio, ma le politiche di austerity da sole non funzionano”.
Su questo la padrona di casa è tutt’altro che bellicosa.
“Non mi immischio, spetta alla Commissione decidere”.
Sugli accordi circa la flessibilità , “accettiamo il fatto che l’interpretazione spetti alla Commissione, non a noi. Non mi immischio in queste cose. In Consiglio poi ne prendiamo atto”.
Merkel riconosce a Renzi di aver varato una riforma del lavoro che “si muove nella direzione giusta”. “Il famoso Jobs Act si muove secondo me nella direzione giusta”, spiega la cancelliera tedesca, “ma anche tutte le strutture dell’intero sistema in Italia. Vorrei augurare una ‘mano felice’ a Matteo Renzi per quanto riguarda il successo di queste riforme, sarà un contributo importante all’avvenire dell’Europa e dell’Italia innanzi tutto”.
Più delicato il nodo immigrazione, con Berlino che spinge per l’attuazione immediata dell’accordo con la Turchia – lo stanziamento “iniziale” di tre miliardi di euro per la gestione dei profughi. L’Italia non ha ancora sbloccato la sua parte di contributo, e non lo farà fino a quando da Bruxelles non arriveranno risposte chiare: “Siamo disponibili e volenterosi di fare la nostra parte. Non abbiamo nessun problema con la Turchia o la Germania sui finanziamenti” per affrontare l’emergenza migranti. Ma “stiamo aspettando che le istituzioni europee ci diano risposte su alcuni quesiti su come intendere questo contributo e altri contributi sull’immigrazione” dal punto di vista della flessibilità nel patto di bilancio: “speriamo che le risposte che abbiamo chiesto a Bruxelles sulla computazione di questi denari possano arrivare il prima possibile”.
Il finanziamento italiano all’accordo Ue con la Turchia, dunque, resta congelato in attesa di avere chiarimenti su come “intendere e concepire questo contributo”.
Da questo punto di vista, il bilaterale è tutt’altro che risolutivo: Angela Merkel insiste sull’urgenza di attuare l’accordo con Ankara; Renzi risponde che l’Italia ha già detto sì, ma che prima di dare il via libera occorrono parole chiare da Bruxelles.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
SONO 15.300 SU 98.957, MA PIU’ SI SALE IN GRADO E MAGGIORE E’ LA LORO PRESENZA
Le donne in divisa, specialmente nei ranghi della Polizia di Stato, stanno aumentando e ricoprono
ruoli sempre più importanti.
Una crescita, racconta Repubblica, che si può analizzare osservando le cronache degli ultimi due anni.
Una donna è entrata nel reparto speciale dei Nocs, un’altra è diventata dirigente generale, poi ancora una donna è stata scelta per far parte delle nuove Unità di primo intervento antiterrorismo.
Ultimo caso quello di Genova, in cui una donna, Maria Teresa Canessa- vice questore aggiunto – si è sfilata il casco e ha dato la mano a un operaio durante il corteo di protesta per l’Ilva: “Perchè siamo tutti lavoratori”, ha commentato.
Si legge su Repubblica, in un articolo di Fabio Tonacci
Da quando nel 1981 la Polizia da corpo militare è stata convertita in amministrazione civile, la presenza femminile si è fatta sempre meno timida e sporadica. Il punto è che adesso quelle carriere iniziate allora sono arrivate “a maturazione”.
A cavallo tra il 2013 e il 2014 l’amalfitana Maria Rosaria Maiorino è stata promossa dirigente generale, primo e finora unico caso: “Ho 36 anni di servizio alle spalle – racconta – quando iniziai a Cagliari le donne erano come le mosche bianche. I colleghi non erano abituati e vedevo sguardi perplessi. Poi però ho conquistato la fiducia di tutti con il mio carattere: conta soprattutto quello, nel nostro ambiente. Non mi sono mai messa sul piedistallo, man mano che acquisivo ruoli di comando: con i colleghi ho sempre condiviso i momenti belli e quelli difficili, prendendomi le mie responsabilità . Mai mi è capitato che un ordine venisse disatteso perchè sono una donna”.
Secondo i dati del Dipartimento di pubblica sicurezza, le poliziotte sono 15.300, su un totale di 98.957.
Un dato che aumenta quando si sale di qualifica.
Se tra gli agenti e gli assistenti ci sono 10.858 donne contro 60.330 uomini, nel ruolo di direttori ci sono 942 donne e 1.728 uomini.
Un gradino sopra, tra i primi dirigenti, le donne (250) sono la metà dei colleghi maschi (552).
Una spiegazione logica c’è, spiega La Repubblica: nei concorsi per diventare commissario e iniziare la carriera da funzionario le donne mediamente hanno risultati migliori e si presentano con titoli di studio più alti.
Certo, finora nell’organico appare una sola dirigente generale, la Maiorino. E non ci sono mai stati capi della polizia che non fossero uomini. Anche le prime linee sono ormai terra di conquista delle poliziotte, che si tratti di reparti scelti o dei commissariati “di frontiera”.
Al comando del San Carlo Arena di Napoli, che ha competenza anche sul difficile Rione Sanità , c’è da due anni e mezzo Francesca Fava.
“Sono in polizia da 25 anni, e mi ricordo bene l’ironia e la diffidenza che avvertivo nei colleghi quando parlavo alla radio. Ora le cose sono cambiate, c’è più rispetto”.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
NEL REGNO DEL CARDINAL BAGNASCO: 45% DI PERSONE SOLE, 27,3% DI COPPIE SENZA FIGLI… LA REALTA’ E’ BEN LONTANA DAL CONCETTO DI FAMIGLIA DA SPOT DELLE MERENDINE… IN UN ANNO 1.335 MATRIMONI E 745 DIVORZI
Il single giovane, piacente e dedito alla bella vita è (probabilmente) un’illusione.
Di certo, a Genova è più corretto parlare di persone sole: 134.074 persone svegliandosi al mattino trovano la casa vuota.
E le famiglie composte da una sola persona rappresentano ormai il 45% del totale, quasi una ogni due.
Seguono le famiglie composte da due persone, prevalentemente da coppie senza figli (27,3%).
È questa la quotidianità complessa di nuclei familiari che hanno ben poco a che fare con la famiglia ideale, da spot delle merendine.
Ma per rivendicare quello che il cardinale Bagnasco ha definito «un fatto antropologico, non ideologico», nel giorno del Family Day partiranno da Genova almeno sei pullman. Sono i difensori della famiglia formata da marito e moglie, possibilmente con prole.
I dati del Comune
Ma la quotidianità è più complessa, più avanti di chi cerca di codificarla. Più della politica che si divide sulle modalità per normare le adozioni di fronte alle rivendicazioni del mondo omosessuale. E più delle prese di posizione di quella parte del mondo cattolico che rifiuta la definizione “famiglie” e rivendica il valore della “famiglia”, al singolare,
Per capire la realtà è più utile usare, come una mappa, i dati del notiziario statistico del Comune, elaborati e integrati partendo dalla situazione attuale a Genova: 593.232 residenti (in calo del 2,7% rispetto a cinque anni prima).
E confrontarli con quelli della Curia, i numeri piccolissimi del Tribunale ecclesiastico che aprirà il suo anno giudiziario alla vigilia di San Valentino, il primo appuntamento dopo il Sinodo della famiglia di papa Francesco.
Matrimoni e convivenze
Il dato medio degli anni Novanta è di 2.551 matrimoni, quello degli anni Duemila è di 1.928. Nell’ultimo quinquennio si scende a 1.461.
Il crollo del sì, in Comune e più ancora davanti al prete, è consolidato: dieci anni fa a fronte di 2.035 matrimoni ce n’erano 877 religiosi e 1.158 civili (428 dei quali con un coniuge già divorziato).
Oggi si scende a 1.335 matrimoni di cui 894 civili (392 dei quali con un coniuge già divorziato) e soli 441 religiosi, meno della metà .
Dal 2011 in poi sono diminuiti anche i divorzi, anche se l’andamento è discontinuo e sfugge ogni logica: l’anno record della fine dell’amore è stato il 2011 con 1.036 scioglimenti di matrimonio, l’anno dopo sono stati 549, poi 660 nel 2013 e 745 nel 2014.
La Chiesa e il mondo gay
Regolare davanti a Dio la fine di un legame, o formalizzare davanti a un ufficiale distato civile un legame ommosessuale: sembrano due questioni distantissime, ma le unisce un dato di fatto: entrambe riguardano una sparuta minoranza.
Quanti si rivolgono al Tribunale ecclesiastico? Nel 2014 sono state 66 le coppie genovesi che hanno avuto dalla Curia il placet per un nuovo matrimonio in chiesa, e appena 52 quelle che hanno iniziato una causa per ottenere l’annullamento.
In parallelo, anche il registro delle unioni civili, istituito a Genova nel 2013 ha ancora numeri minimi: 70 coppie dall’inizi dell’attività (con una partenza a razzo nel 2013, 43 coppie in pochi mesi, e un rapido rallentamento) non istituisce un nuovo status ma intende equiparare «le coppie unite civilmente a quelle sposate nel godimento di benefici e nell’erogazione di servizi della civica amministrazione».
L’iscrizione, recita il regolamento, « può essere richiesta da due persone maggiorenni, di sesso diverso o dello stesso sesso, residenti e coabitanti nel Comune di Genova, non legate da vincoli di matrimonio ma da un vincolo affettivo che si traduce in impegno reciproco all’assistenza morale e materiale».
Poco più della metà dei matrimoni riguarda coppie omosessuali (23 coppie, 12 maschili e 11 femminili) e 43 di sesso diverso, compresi transessuali.
C’è già stata anche la trascrizione di un matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto all’estero.
(da “il Secolo XIX”)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
RICCHE SOCIETA’ CON INVESTIMENTI IN TUTTI I SETTORI, COMPRESO I COMPRO-ORO. BANDITI DALLA CHIESA, E GESTIONI SPESSO OPACHE
Il presidente dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, nel benedire il Family day contro la legge per le
unioni civili è stato lapidario: «Mi sembra una grande distrazione del Parlamento rispetto ai veri problemi dell’Italia».
Problemi poco etici e molto venali però si riscontrano anche nelle 227 diocesi italiane dove si nasconde un patrimonio di società private, quote azionarie, partecipazioni bancarie e imperi sanitari.
Un mosaico di ricchezza così vasto solo parzialmente censito e gestito in maniera totalmente opaca, come racconta l’inchiesta de “l’Espresso”.
Monsignori a capo di società per azioni, holding a controllo ecclesiastico che continuano a crescere: la diocesi di Bologna ha conquistato il controllo totale del pacchetto azionario del colosso dell’automazione Faac (un miliardo e settecento milioni l’intero valore) ed è sponsor della squadra di serie A della città .
A Trento la «finanziaria del vescovo» ha 44 partecipazioni azionarie per 116 milioni di euro di valore, incluse quote di fondi internazionali che — nonostante l’opposizione della diocesi — hanno acquisito una catena di compro-oro, attività che la chiesa stessa ritiene sfrutti la disperazione dei ceti più deboli.
Gli scandali sono una via crucis quotidiana: a Padova il dominus assoluto di tutte le attività della Curia è il commercialista coinvolto nella retata del Mose.
A Milano la Guardia di Finanza indaga sulla presunta truffa dei fondi Expo per il Duomo spariti senza lasciare traccia.
In Sicilia, dietro i buchi nei conti diocesani di Mazara del Vallo e Trapani, si nascondono ville e fortune sottratte al patrimonio vescovile e una storiaccia di sesso, bugie e soldi.
Molti fedeli cominciano a dire basta. E il sinodo diocesano di Bolzano ha chiesto la liquidazione di tutti i patrimoni.
Michele Sasso
(da “L’Espresso”)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA DEL PREMIER ITALIANO: “APPROCCIO CONFLITTUALE PER SPEZZARE L’ASSE FRANCO-TEDESCO”
“Il premier Renzi punta ad avere un ruolo al tavolo del potere europeo”. Così il New York Times titola un lungo articolo in cui si descrive la nuova strategia adottata dal presidente del Consiglio italiano in Europa.
L’articolo si apre con una mesta consideraizone. “L’Italia ha dato molto all’Europa, ma tra queste raramemente c’è stata la leadership”.
E proprio un ruolo di leadership il nostro Paese vorrebbe ora ottenere, spezzando l’asse franco-tedesco che ha storicamente guidato le decisioni del continente.
“Tra tutti gli stati membri dell’Unione europea, l’Italia è importante ma non sempre influente”, si legge.
“Francia e Germania hanno tradizionalmente dettato l’agenda europea, mentre l’Italia è sempre stata un patrner minore”:
Ora però, rileva il Nyt, il premier italiano vorrebbe rompere questa tradizione. Con l’Unione europea sempre più divisa politicamente e colpita dalla crisi, il primo ministro sostiene ora che la voce dell’Italia debba essere ascoltata e presa sul serio”. Un “approccio conflittuale” che, si spiega, non ha mancato di “creare nuove tensioni nel blocco”.
Un’offensiva che può innescare anche conseguenze politiche..
“Prendere una posizione più dura con Bruxelles lo aiuta a respingere le sfide politiche populiste”, scrive il Nyt, sottolineando come “gli altri leader europei seguiranno la direzione di Mr Renzi, in special modo gli Stati del sud dove i governi di centrosinistra stanno guadagnando terreno”.
L’articolo riprende anche i malumori sulla questione migranti espressi dal premier nella sua intervista alla Faz.
“Se si cerca una strategia complessiva per la soluzione dei profughi, non può bastare se Angela prima chiama Hollande e poi chiama il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, e io apprendo del risultato sulla stampa”.
(da “Huffingtonpost”)
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