Marzo 15th, 2016 Riccardo Fucile
LA PARTITA CHE SI GIOCA A ROMA VA AL DI LA’ DEI CONFINI DELLA CITTA’
Come le streghe sul Monte Calvo, tre destre si sono date convegno attorno al colle romano del Campidoglio.
Secondo le regole di ogni sabba che si rispetti urlano insulti e parole senza senso, ma nè le oche della leggenda nè le campane del mattino sembrano in grado di dissolvere il rumore del loro litigio.
Sotto il colle, Roma assiste stremata e incolpevole, soprattutto impotente.
Già ha vissuto la prova delle primarie anonime del Pd, con manciate di schede bianche gettate nei seggi per far crescere meccanicamente il numero di elettori che languiva politicamente.
Poi l’ossimoro vivente delle primarie di destra con un solo nome sulla lista, quello di Bertolaso, imposto da Berlusconi ma immediatamente contestato dai due partner del Cavaliere, Salvini e Meloni: come se a destra l’unica forma di consultazione possibile fosse il plebiscito, sanzione demagogica di un fatto compiuto, ma ormai senza più la forza nè l’autorità per realizzarsi fino in fondo.
Uno strumento napoleonico, ma per uno schieramento politico che ha smarrito ormai ogni ombra di bonapartismo.
Il risultato è surreale. Incapace di discutere di politica, la destra parla della gravidanza della Meloni, con Bertolaso che la invita a “fare la mamma”, la Lega che la difende scoprendosi improvvisamente femminista per un giorno, e intanto cova ormai apertamente la contro-candidatura della leader di Fratelli d’Italia, mettendo nell’angolo Berlusconi che promette di “ridere in faccia” ai politici di professione: perchè “vengono i brividi” a pensare che gente “incapace di amministrare un’edicola” possa credere di poter fare il sindaco di una città come Roma.
Sotto gli stracci che volano a destra, bisogna però cercare di capire la sostanza del problema, nuovissimo.
Non si tratta infatti di un litigio tra “i tre leader” come titolano comprensivi e nostalgici i giornali di destra, e nemmeno di un “tradimento”, termine che nel vocabolario berlusconiano ricorre ogni volta che la strategia dell’ex premier entra in difficoltà .
Il punto è un altro: Roma, com’è giusto che sia trattandosi della capitale del Paese, sta dilatando sul suo palcoscenico millenario la crisi definitiva dell’idea di una destra di governo, che Berlusconi aveva suscitato nel 1994, ventidue anni fa.
La partita che si gioca attorno all’aula Giulio Cesare del Campidoglio, infatti, va molto al di là dei confini di una città non governata da anni.
È prima di tutto una contesa di eredità , senza nemmeno che Berlusconi abbia firmato il suo testamento politico.
Il capo di Forza Italia è ancora in sella, rinchiuso nell’ultimo ruolo politico che gli è rimasto: non più candidato premier, non più con il suo nome sulla lista, non più padrone di mezza Italia elettorale ma piuttosto unico federatore possibile delle diverse anime di destra che si inseguono nel Paese.
È proprio questo ruolo che gli viene contestato nel momento in cui Salvini e Meloni decidono di mettersi in proprio nella Capitale.
Gli istinti populistici vengono prima e valgono di più del talento federativo dell’ex premier, pessimo uomo di governo sempre, ma più volte capace di costruire una coalizione vincente intorno a sè.
Quanto all’esperienza e all’autorità di un ex uomo di Stato, che ha guidato tre volte il Paese, la neodestra non sa che farsene, protesa com’è ad attaccare le istituzioni.
Così l’ex Cavaliere è solo in un Palazzo sempre più disabitato, costretto a fare il lungo inventario dei suoi errori e a difendere l’ultima trincea politica residua, quella di Forza Italia, dalla sfida oltraggiosa di Salvini e Meloni che lo attaccano da fuori, come se non valesse nemmeno la pena di lanciare un’opa su un guscio vuoto.
Quella a cui stiamo assistendo, in effetti, è una vera e propria “scalata esterna” al potere berlusconiano, che chiude un’epoca.
La partita interna – chi è il reggente, chi compone il direttorio nei misteri di Arcore, chi sarà il delfino – è diventata improvvisamente irrilevante, come un impero che si disfa da solo, in quell’autunno del potere tipico di brutti romanzi sudamericani. Il punto vero è la fine dell’egemonia berlusconiana sul “campo” che lui stesso ha prima evocato, poi recintato e quindi guidato per più di vent’anni.
Senza una vocazione istituzionale, ma con una fortissima inclinazione per il potere, la costruzione mezza meccanica e mezza ideologica del miracolo berlusconiano nel ’94 (un partito nuovo baricentro di un’alleanza a due teste inconciliabili, la Lega a Nord e An a Sud) proiettava comunque e fin da subito la destra resuscitata in una dimensione di governo che non aveva mai conosciuto, anche se per Berlusconi la conquista del Palazzo era per comandarlo più che per governarlo.
La scelta travagliata e incerta di aderire infine alla famiglia europea del Partito Popolare dava al berlusconismo una cornice d’obbligo moderata e governativa, utile a tenere a bada gli istinti cesaristi e una pratica drammatica di dismisura e abuso di potere, dalla legislazione ad personam al conflitto di interessi.
La cornice stessa oggi salta, perchè viene al pettine il nodo fondamentale dei vent’anni berlusconiani: non aver creato una moderna cultura conservatrice in un Paese che non l’ha mai conosciuta, essendo stato a destra prima fascista, poi doroteo, infine berlusconiano, mai conservatore nel senso europeo e moderno del termine. È una esatta e inevitabile conseguenza della prassi del cesarismo autocratico che contempla se stesso al potere in un eterno presente, convinto di essere immortale e comunque non sostituibile, se non per via dinastica.
Il risultato è la mancata creazione dello spazio culturale di una destra di governo: c’è un “campo” a destra, ci sono i voti e c’è la storia di un’esperienza titanica e tragica. Manca una cultura che lo rappresenti e lo renda vivo, lo racconti e lo riproduca, selezionando una classe dirigente con criteri diversi dall’ossequio e dalla fedeltà , che peraltro a destra ha sempre una data di scadenza.
In questo vuoto si liberano e dilagano due sottoculture, oggi rappresentate sulla maestosa scena romana dagli inconsapevoli Meloni e Salvini.
Da un lato un post-fascismo quirite che rinuncia ad ogni dimensione nazionale proprio mentre agita un’idea di nazione non come ideale ma come rifugio; dall’altro un etno-centrismo radicale e spaventato che predica l’egoismo come criterio della nuova politica.
Uniti nella povertà di una nuova ideologia che si nutre di paure e chiusure, dipinge un Paese perennemente sotto attacco, minacciato, depredato dalle èlite, ingannato dalle istituzioni, infiltrato dagli stranieri e dagli “zingari”, in una politica che non si accorge di aver sostituito del tutto i sentimenti con i risentimenti.
Un Paese in continua minorità psicologica, che proietta l’idea di una destra di ruspa e di piazza ma non di governo, dunque anch’essa di minoranza quasi per definizione.
Ai due sfidanti della neodestra italiana manca una cultura nazionale, persino l’ambizione di parlare all’intero Paese rappresentandolo, e non solo a una sua parte, impaurendola.
Finisce qui, dunque, l’avventura della destra italiana di governo, soppiantata da due surrogati minori benchè radicali, che messi insieme non riescono nemmeno a proiettare l’immagine d’importazione di un lepenismo all’italiana.
Il troppo lungo tramonto dell’ex Cavaliere oltre a non lasciare rimpianti non lascia nemmeno principi ereditari all’orizzonte, come forse voleva il suo inconfessato disegno.
Arrivano soltanto i barbari, e in Campidoglio non ci sono più oche.
Ezio Mauro
(da “La Repubblica”)
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Marzo 15th, 2016 Riccardo Fucile
SALA 42% – PARISI 35%…. RAGGI 33% – GIACHETTI 30%… DE MAGISTRIS 34 – LETTIERI 28%- M5S 28%… AI BALLOTTAGGI VINCEREBBERO SALA, RAGGI E DE MAGISTRIS
Giuseppe Sala, Virginia Raggi e Luigi De Magistris partono in pole position per le elezioni amministrative
a Milano, Roma e Napoli.
È quanto emerge dal sondaggio Index Research condotto per PiazzaPulita, trasmissione di La7.
Capitolo Milano.
Dopo la vittoria facile alle primarie del centrosinistra, per Giuseppe Sala vincere le elezioni amministrative non sarà una passeggiata.
Approfittando del marasma di M5S, che ha ritirato la candidatura di Patrizia Bedori e cerca ancora un candidato, al primo turno il candidato del Pd si attesta al 42% contro il 35% di Stefano Parisi, candidato del centrodestra.
Al ballottaggio la distanza fra i due si riduce a 4 punti (52% contro 48% a favore di Sala).
Capitolo Roma.
Qui il marasma riguarda il centrodestra, ancora diviso sulla candidatura, mentre il Pd prova a riunire il centrosinistra attorno al nome di Roberto Giachetti, anche se Ignazio Marino minaccia di sottrarre parte dell’elettorato.
Ne beneficia il Movimento 5 Stelle. Al primo turno, infatti, Virginia Raggi è data al 33%, in vantaggio sia rispetto a Roberto Giachetti (30%), sia rispetto a Guido Bertolaso (15%)
Al ballottaggio il vantaggio della candidata M5S è netto su Giachetti (55% contro 45%).
Le incognite da valutare sono tuttavia diverse, nel momento che Giorgia Meloni si candidasse, ma il centrodestra diviso non arriverebbe certo a insidiare la seconda posizione e anche unito non arriva al 30%, considerando le molte altre candidature (da Marchini a Storace)
Capitolo Napoli.
I sondaggi danno credito alle speranze di Luigi De Magistris di essere rieletto.
Le macerie qui sono del Pd, alle prese con i litigi post-primarie fra Antonio Bassolino e la candidata sindaco Valeria Valente.
Al primo turno De Magistris è accreditato di un 34% che supera tanto Gianni Lettieri (28%), quanto il 5 Stelle, ancora privi di candidato (28%).
Al ballottaggio l’attuale sindaco di Napoli vince su Lettieri (54% contro 46%), mentre pareggia con M5S (50% contro 50%).
(da “Huffingtinpost”)
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Marzo 15th, 2016 Riccardo Fucile
FINE DI OGNI COMPROMESSO
È difficile per un leader mantenere la leadership di una coalizione se un alleato la reclama dicendo «io ho più voti».
Berlusconi resta un personaggio carismatico, mentre Salvini cerca di trasformare quello che un tempo fu il centrodestra in un blocco lepenista, con risultati finora modesti
Roma è il paradigma della nuova sfida, a Roma si ripete un copione vecchio di ventidue anni, perchè nel ’94 – alla vigilia del voto che cambiò l’Italia – Bossi applicò la stessa tattica: mandò Maroni a trattare con Segni e poi siglò l’accordo con il Cavaliere.
Nulla di nuovo insomma, se non fosse che stavolta il capo di Forza Italia non è il beneficiario ma la vittima del gioco leghista, e prova a resistere al «voltafaccia» di Salvini, verso il quale concentra i suoi strali: «Non ha nessuna esperienza di governo, non ha nemmeno avuto mai un mestiere vero. L’unico lavoro che ha fatto è la comparsa a Mediaset».
E non molla certo su Bertolaso, che poi è sempre stato il baluardo degli azzurri romani, timorosi fin dal principio che una concessione alla candidatura della Meloni potesse provocare l’estinzione del partito nella Capitale.
Se ora Berlusconi difende l’ex capo della Protezione civile è per difendere se stesso dall’oltraggio del complotto.
Il punto è che i protagonisti del braccio di ferro sono consapevoli di non avere più margini per un compromesso: chi cederà avrà perso, senza possibilità di rivincita.
A dire il vero Berlusconi vorrebbe ancora trovare una mediazione, ma ha capito di essersi ritrovato nel bel mezzo di un conflitto tra «colonnelli», impegnati in una riedizione dei congressi di An.
È come se il tempo non fosse mai passato: Gasparri contro Meloni, Rampelli contro Augello, con Storace – nei panni di Terminator – a far da guastatore e con La Russa – epigono di Tatarella – alla ricerca dell’elisir perduto, quello dell’armonia.
Tre settimane fa, quando ancora nulla lasciava presagire dello scontro, Verdini teorizzava quanto poi è accaduto, mentre parlava in un ristorante dell’«occasione persa dal Cavaliere con il Nazareno»: «E vedrete come Salvini maltratterà Berlusconi. A quel punto non so cosa ci resterà a fare lì».
È una domanda che da giorni si pongono molti autorevoli esponenti di Forza Italia, anche se per ora l’unico ad aver avuto il coraggio di dirlo al capo è stato Matteoli: «A queste condizioni non si può fare la lista unica» con il Carroccio.
E il problema non è soltanto legato al numero delle candidature da strappare nel listone.
Il nodo è anzitutto politico. Se è vero che Salvini mira a costituire nel Paese un blocco lepenista, sulla scia dei risultati che movimenti populisti hanno ottenuto anche in Germania, resta da capire quale potrebbe essere il «positioning» di Forza Italia alle future elezioni politiche.
E siccome il partito di Berlusconi – nonostante le divergenze con la Merkel – fa parte a pieno titolo del Ppe, è a quell’area di riferimento che un pezzo importante della dirigenza azzurra inizia a guardare.
Tempo addietro Berlusconi aveva respinto ogni prospettiva in tal senso. Anche a chi gli proponeva di agganciare l’Udc per un accordo politico, aveva risposto di no: «Non valgono più dell’uno per cento. Tutt’al più me li prendo uno a uno».
Oggi le condizioni potrebbero mutare: se il centrodestra dovesse saltare, se dovessero dividersi le strade con la Lega e Fratelli d’Italia, Forza Italia potrebbe mai correre da sola?
L’interrogativo è stato posto a Berlusconi come una pratica che – nel caso – lui e solo lui potrà evadere. Con una avvertenza, che un ex ministro azzurro invita a tenere a mente: «Silvio è un pragmatico, ne sono stato testimone…».
E così dicendo, ecco la rivelazione: nel 2011, a pochi giorni dalla crisi del governo di centrodestra, il «pragmatico Silvio» spedì un suo fidato messaggero dall’«odiato Fini» per tentare di ricomporre lo strappo ed evitare le dimissioni da presidente del Consiglio.
Il futuro riposa sulle gambe di Giove, il presente vede l’ex premier arroccato dietro Bertolaso, quasi fosse l’ultimo cavallo di frisia.
Ora si capisce che l’interpretazione della foto di Bologna – quella che ritrae insieme Berlusconi, Salvini e la Meloni – era il frutto di un fraintendimento: tra chi pensava di affermare la propria leadership e chi invece lavorava per sottrargliela.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 15th, 2016 Riccardo Fucile
“CI SONO PERSONE CHE PER EGOISMO DI PARTITO LA SPINGONO A FARSI DEL MALE”
Silvio Berlusconi stoppa la candidatura di Giorgia Meloni a sindaco di Roma, perchè la leader di Fratelli
d’Italia è incinta e, da mamma, non potrà occuparsi di Roma a tempo pieno.
Matteo Renzi invece la incoraggia, anche se auspica la vittoria del centrosinistra al Campidoglio: “Certo che che una mamma può fare il sindaco! – afferma il premier – Io, poi, mi auguro che il sindaco di Roma lo faccia Giachetti”.
Silvio Berlusconi fa notare che “le donne hanno cinque mesi di lavoro non obbligatorio” quando diventano mamme, “è chiaro a tutti che una mamma non può dedicarsi a un lavoro terribile” come amministrare Roma che “è in una situazione terribile, ci sono persone che per egoismo di partito cercano di spingerla a questo e a fare il suo male”.
Il leader di Forza Italia in diretta a Radio anch’io commenta gli ultimi sviluppi polemici nel centrodestra tra Guido Bertolaso e Giorgia Meloni, dicendo che “fare il sindaco significa stare in ufficio 14 ore al giorno, non credo sia una scelta giusta nell’interesse di Giorgia” ha detto Berlusconi.
“Bertolaso ha chiarito che è stata una battuta fatta per difendere la Meloni da chi la tira per i capelli. È noto quanto io la stimi e apprezzi il suo impegno; sono io che, non a caso, ne ho fatto uno dei ministri più giovani. È una cosa chiara a tutti che una mamma non si può dedicare ad un lavoro terribile, Roma è in un situazione terribile e poi la stessa Giorgia lo aveva escluso, ci sono persone che la stanno spingendo a candidarsi” dice ancora Berlusconi.
“In politica come nella vita la parola va rispettata, confermeremo le nostre scelte nelle città più importanti dove le primarie della sinistra hanno portato i peggiori politici della storia. Se la casa è allagata serve un idraulico non uno che sa fare bene i comizi.
Da una parte c’è la concretezza di Bertolaso, dall’altra le chiacchiere della politica” ha concluso.
Guido Bertolaso aveva chiarito sul Corriere della Sera le sue dichiarazioni nei confronti della Meloni. “Ho parlato a Giorgia come se fosse mia moglie. La campagna elettorale è un impegno gravoso, dalle sei del mattino a mezzanotte, bisogna andare in giro tra buche, topi, sporcizia, campi rom” spiega Bertolaso in un’intervista al Corriere della Sera.
“Mia moglie cercherei di tutelarla, proteggerla, coccolarla, anzichè mandarla in tutti i Municipi romani. Ho parlato in sua difesa,niente altro”, precisa Bertolaso, sottolineando che Meloni “è una donna a cui voglio molto bene e che stimo”.
“Le manderò un mazzo di rose”, conclude l’ex capo della Protezione civile.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 15th, 2016 Riccardo Fucile
LA LETTERA DI BERTOLASO ALLA MELONI SU “IL TEMPO”: “MIE PAROLE STRUMENTALIZZATE”
Cara Giorgia,
dopo aver letto la tua nota di questo pomeriggio vorrei chiarire, con la schiettezza che mi contraddistingue, che nella mia intervista a «FuoriOnda» di ieri, volutamente strumentalizzata, non ritengo ci fosse nulla di offensivo nei tuoi confronti, nè in quello delle donne che vivono la straordinaria esperienza di «dare la vita».
Non ho mai detto che una donna in gravidanza non può fare la campagna elettorale e non può fare il Sindaco. E un tale pensiero nemmeno mi sfiora.
Oltre a essere da sempre impegnato a combattere pregiudizi e discriminazioni, sono un medico e so bene che la gravidanza è tutt’altro che una malattia, e che non preclude alcun obiettivo a chi si trova nella più dolce delle attese.
D’altronde, gli esempi sono tantissimi e in ogni campo. Anche quando annunciasti la tua gravidanza si discuteva della tua candidatura a Sindaco di Roma e, se non ricordo male, fosti proprio tu a voler riflettere bene sulla possibilità di volerti e poterti impegnare in tale sfida.
Oggi la mia premura, accompagnata da sincere parole di affetto, si rivolgeva a quanti, in queste ore (come allora), ti stanno tirando in ballo strumentalmente, con l’unico scopo di alimentare polemiche che non hanno alcuna ragione di essere, spesso facendo leva proprio sulla tua gravidanza.
È quest’atteggiamento che trovo inqualificabile e degno di speculatori.
Ciò che intendevo dire e che ribadisco oggi è: «lasciate Giorgia in pace e non usatela nel bieco tentativo di metterci uno contro l’altro».
Questo è il mio pensiero e null’altro. In tutte le occasioni ho precisato che riconosco il diritto alla maternità quale priorità da rispettare e tutelare in tutte le sue forme, compresa la libertà di scegliere quali sono gli obiettivi e i limiti che ciascuna donna vuole darsi.
Più volte nelle nostre conversazioni private abbiamo affrontato e convenuto proprio su questo tema.
Colgo quest’occasione per chiederti un impegno comune: battiamoci per dare alle donne la libertà di scegliere il loro presente e il loro futuro; impegniamoci concretamente per costruire una rete di servizi dedicata alle mamme e all’infanzia, degna della Capitale di un Paese civile; promuoviamo norme e regolamenti stringenti che permettano alle donne una reale conciliazione tra gli impegni familiari e quelli di lavoro.
Con questo chiarimento mi auguro si possa mettere la parola fine a questa polemica del tutto fuori luogo e che non giova a nessuno, tanto meno ai cittadini che attendono risposte concrete.
Con affetto e stima, Guido Bertolaso.
(da “il Tempo“)
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Marzo 15th, 2016 Riccardo Fucile
INTRECCI TRA POLITICA E CLAN DEI CASALESI
Beni per sei milioni di euro – quote societarie, 10 immobili, due vetture e 19 rapporti finanziari – sono
stati confiscati dalla Direzione investigativa antimafia (Dia) di Napoli a Luigi Corvino, 49 anni, ex consigliere comunale di Casal di Principe (Caserta), accusato di avere agevolato il clan dei Casalesi.
A Corvino è stato anche notificato un obbligo di soggiorno nel comune di residenza della durata di due anni e sei mesi.
In particolare, il personale della Dia ha confiscato le quote societarie dell’azienda di forniture mediche Medical Campus di San Cipriano d’Aversa (Caserta); il capitale sociale, beni e patrimonio della società edile Cas.Rib. di Caserta; una quota della Building Immobiliare di Aversa (Caserta); due terreni e due fabbricati a Casal di Principe, cinque terreni e un fabbricato rurale a Minturno (Latina); due autovetture e 19 rapporti finanziari.
L’ex consigliere comunale di Casale – eletto nelle fila di Forza Italia nel 2007 con 531 preferenze – venne arrestato nel dicembre del 2011 insieme ad altre 57 persone, a cui sono stati contestati a vario titolo i reati di associazione per delinquere di tipo camorristico, estorsione, turbativa delle operazioni di voto mediante corruzioni e/o concussioni elettorali, truffa ai danni dello stato, abuso d’ufficio, falso in atto pubblico, riciclaggio e reimpiego di capitali di illecita provenienza.
In quell’indagine vennero alla luce gli intrecci tra la politica di Casal di Principe e l’ala militare e imprenditoriale delle fazioni Bidognetti e Schiavone del clan dei Casalesi.
Corvino, secondo gli inquirenti, agevolava la mafia casalese con l’affidamento di appalti, con assunzioni e recuperando voti per politici graditi ai boss. In sostanza, il clan, attraverso Corvino e altri, teneva sotto controllo le istituzioni locali e anche le popolazioni di Casal di Principe e di molti comuni limitrofi.
L’ex consigliere, in cambio dell’appoggio politico, promise assunzioni nel centro commerciale “Il Principe” (mai realizzato e per il quale si prodigò agevolando l’illecito iter amministrativo) in occasione del rinnovo del Consiglio Comunale di Casal di Principe del 27 e 28 maggio 2007 e del successivo ballottaggio del 10 ed 11 giugno 2007.
Anche i terreni su cui doveva sorgere il centro commerciale, sostegno gli inquirenti, vennero ottenuti attraverso minacce ai proprietari.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 14th, 2016 Riccardo Fucile
HANNO PERSO TUTTI LA FACCIA: PER UNA VOLTA BERLUSCONI MENO DEGLI ALTRI
Gli elettori romani di centrodestra ne hanno le scatole piene del teatrino che da settimane stanno inscenando i leader di riferimento.
In politica, come nella vita, quando si firma un’intesa e si dà la propria parola occorre avere la dignità di mantenerla: questo distingue gli uomini (e le donne) dai quaquaraqua.
Vi sono pochi ma precisi elementi certi in questa sceneggiata.
Berlusconi aveva proposto Marchini, ricevendo il veto della Meloni. Poi aveva chiesto alla Meloni di candidarsi lei e aveva ricevuto un no.
Alla fine sul nome di Bertolaso avevano raggiunto l’intesa: firmato da Berlusconi, Salvini e Meloni.
Nessuno li aveva obbligati, potevano dire no, ma hanno detto sì.
Se uno non è Giuda mantiene la parola, anche se si accorgesse nel frattempo di aver fatto un errore. Non sta ogni giorno a minare il proprio campo per nascondere la scarsa consistenza delle sue truppe o perchè non ha ancora deciso cosa fare da grande.
Non partecipa alle gazebarie per destabilizzarle il giorno prima e criticarle il giorno dopo.
Non hanno capito che l’unico che non ha nulla da perdere è Berlusconi: Forza Italia a Roma è al 7-8%, con il traino della polemica su Bertolaso non può che aumentare (infatti è già al 9%)
E che farebbe adesso la Meloni?
Ha detto che è pronta a immolarsi se tutti glielo chiedono.
Qundi se fosse in buona fede (e Forza Italia non glielo chiede), non dovrebbe rimangiarsi l’ennesima parola data e correre solo con Salvini per coprire le magagne del leader leghista che a Roma non prende neanche il voto di sua madre.
In conclusione, chi resta col cerino in mano non è Berlusconi che in ogni caso farà una figura meno brutta del previsto, ma i tenores scoppiati della destra capitolina che da trent’anni sanno solo parlare di rom e farsi poi beccare con le mani in pasta con Mafia capitale.
Perchè prima di parlare di “chiudere i campi rom”, bisognerebbe conoscere le norme internazionali che li tutelano: giusto chiuderli, ma poi devi dargli alloggi attrezzati, basta col raccontare balle agli italiani.
Oggi la Meloni annuncerà che corre per il Campidoglio con l’appoggio di Salvini e Berlusconi andrà avanti con Bertolaso.
Comunque è un bene che ciascuno si scelga i compagni di merende più simili: quando si renderanno conto di non contare una mazza, magari ritorneranno sulla Terra.
A cominciare dalla certa destra asociale che pensa di fare la campagna elettorale sui cambi di pannolini nei rotocalchi rosa.
Perchè ormai anche una gravidanza fa spettacolo.
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Marzo 14th, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGIO EMG PER LA7: PD 31,7 (+0,1) M5S 26,4% (-0,2%) LEGA 14.6% (-0,3%), FORZA ITALIA 12,6% (+0,1%), FDI 4,4% (-0,4%) SI 4%, NCD 3,2%
Il tradizionale sondaggio a cura Emg per La7 questa settimana, al di là delle percentuali assolute,
rivestiva particolare interesse per le linee di tendenza in seguito sia alla vicenda Bassolino per il Pd che al caos e alle divisioni nel centrodestra per il caso Roma.
Ebbene il Pd, nonostante le polemiche sui presunti brogli a Napoli, cresce di un decimale, aumentando il distacco dal M5S che invece ne perdono due.
Più chiaro ancora il giudizio a destra dove chi paga di più l’atteggiamento ambiguo è il partito della Meloni che perde lo 0,4%, quasi un decimo del suo elettorato.
Non va meglio alla Lega che perde lo 0,3%, mentre un piccolo giovamento ne trae Forza Italia che sale dello 0,1%, ma non riesce certo a compensare le perdite degli altri due. Ora Berlusconi è ad appena un paio di lunghezze dalla Lega.
Il sondaggio non tiene ancora conto degli ultimi sviluppi della vicenda, ma pare chiaro che l’elettorato abbia già espresso un giudizio sui protagonisti dello sfascio del centrodestra romano, mettendo sul banco d’accusa Salvini e la Meloni.
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2016 Riccardo Fucile
GLI AZZECCAGARBUGLI DEM BOCCIANO IL RICORSO DI BASSOLINO CHE ORA HA LE MANI LIBERE
“Il rispetto verso migliaia di votanti impone a questo comitato di affermare che nessun broglio è rilevabile nelle primarie di Napoli”.
Così la commissione di garanzia delle primarie Pd di Napoli chiude la partita e rigetta il secondo ricorso di Antonio Bassolino, confermando la vittoria di Valeria Valente. L’ex sindaco ha reagito al momento solo su facebook: “Non se ne possono uscire così, è una presa in giro”.
“Ora lista civica”, “Basta con questo Pd”, “#Andiamoavanti” commentano alcuni suoi sostenitori.
Secondo i garanti “i limitati episodi evidenziati, probabilmente dopo ore di registrazioni, non segnalati da nessun componente dei seggi o dai rappresentanti di lista che, numerosi, presidiavano i seggi, non sono suscettibili di inficiare il voto nei seggi segnalati dove hanno votato centinaia di persone”.
Si tratta dei cinque seggi periferici immortalati dai video di Fanpage sui quali si è concentrato il ricorso di Bassolino che puntava all’annullamento del voto.
Il ricorso è stato rigettato con 7 voti contrari all’accoglimento, tra i quali quello del presidente della commissione Giovanni Iacone, e 4 favorevoli all’accoglimento: quelli di Enzo Giordano e Salvatore Barbato, vicini all’ex sindaco, Alfredo Affatato, vicino al Giovane Democratico Marco Sarracino, e Fabio Benincasa, del Centro Democratico.
Il comitato dei garanti ha ricordato che il Tar non ha mai annullato i risultati delle elezioni “vere” anche dove si siano riscontrate delle violazioni alle leggi sul divieto di propaganda elettorale entro i 200 metri dal seggio.
Ed ha poi affrontato anche la questione dello scambio di euro avvenuto fuori ai seggi, in particolare a quello di San Giovanni. Per Bassolino questo era un elemento essenziale “per capire la volontà dell’elettore”, di qui l’equazione che “è stata violata la libertà di voto costituzionalmente garantita”.
La commissione respinge pure questa osservazione: “Il regolamento inquadra detto versamento (l’euro per votare, ndr) nella categoria dei ‘contributi’ evidentemente per coprire le spese organizzative delle primarie e non certo, anche per l’estrema modestia della cifra, per individuare l’elemento psicologico della volontà di partecipazione al voto. Se così non fosse ci troveremmo in una mercificazione della partecipazione al voto nel quale l’elemento di partecipazione popolare — secondo le motivazioni della commissione Iacone — non sarebbe costituito dal recarsi volontariamente al voto per concorrere a scegliere il candidato sindaco di Napoli ma il versamento di una monetina di un euro”.
Conclusioni: “Il comitato ritiene che, pur in presenza di comportamenti individuali da censurare in altri organismi per gli iscritti ai partiti, non vi siano elementi, in punto di fatto e di diritto, tali da consentire l’annullamento del voto nei seggi indicati”.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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