Maggio 10th, 2016 Riccardo Fucile
IL CINQUESTELLE AVEVA ACCOSTATO RENZI ALLA MAFIA: QUANDO FINIRA’ LA POLITICA DEGLI INSULTI E SI TORNERA’ A CONFRONTARSI SUI PROBLEMI CONCRETI SARA’ SEMPRE TROPPO TARDI
“Voi vi dovreste levare l’immunità , così queste caz…te non le dite più. Così quando uno dice una caz..ta del genere l’altro lo querela e paga, come paghiamo noi giornalisti quando diciamo le fre…cce”.
A Piazza Pulita Corrado Formigli ha replicato a Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, che aveva definito “inaccettabili” le parole del 5 Stelle Alessandro Di Battista.
“Renzi che parla di democrazia è credibile come i mafiosi che a Roma sostengono il Pd”, aveva affermato l’esponente pentastellato.
Taddei ha attaccato: “È una questione di norme comuni, se noi permettiamo che un parlamentare della Repubblica in una trasmissione di questa credibilità dica che il presidente del Consiglio è credibile come i mafiosi, questo è un linguaggio inaccettabile”.
Formigli ha prima replicato spiegando che “non possiamo tagliare la comunicazione quando uno parla”. E poi è contrattaccato: “È il linguaggio di questa politica che da tutte le parti sta usando toni troppo accesi. Condanniamo questi toni ed evitiamo di usarli su questi schermi. Io prendo le distanze ovviamente”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 10th, 2016 Riccardo Fucile
“HA SOLO PRETESO CHE LE SENTENZE FOSSERO ESEGUITE DOPO DECENNI CHE ERANO STATE IGNORATE”… POCHI GIORNI FA UNA FOLLA AVEVA BLOCCATO LE RUSPE… ALFANO ORA SI SVEGLIA: “AVRA’ UNA SCORTA”
Fuoco e ruspe, muri umani che si oppongono alle demolizioni degli immobili abusivi e attentati
incendiari contro il sindaco demolitore.
Succede a Licata, quarantamila abitanti in provincia di Agrigento, dove ieri notte è stata data alle fiamme la casa del padre di Angelo Cambiano, eletto da meno di un anno sindaco della città .
“Mi additano come il sindaco demolitore e dopo questo episodio ho paura per la mia incolumità e per quella della mia famiglia, ma non mollerò la battaglia per un solo istante”, dice il primo cittadino, che domenica scorsa era comparso sugli schermi di Rai Uno come ospite dell’Arena di Massimo Giletti, per raccontare la lotta della sua amministrazione all’abusivismo edilizio.
Un problema che a Licata coinvolge centinaia di strutture: è per questo motivo che pochi giorni fa una folla di cittadini imbufaliti ha bloccato le ruspe pronte ad entrare in azione nella zona di Torre di Gaffe, a pochi passi dal mare.
La notte scorsa, ecco quindi che la casa del padre di Cambiano è stata data alle fiamme: dall’apparizione televisiva del primo cittadino erano trascorse 48 ore esatte.
“Tra qualche mese nascerà mio figlio: cosa gli racconterò? Che suo padre è fuggito? Posso dire che aldilà dello Stato, che mi è stato vicino in questi mesi, nessuno è stato al mio fianco. La politica mi ha abbandonato, ma non voglio essere un eroe, se servire i propri territori significa rischiare la vita giornalmente, non ci sto”, dice Cambiano, che ha ricevuto la visita di 40 sindaci della provincia di Agrigento, come attestato di solidarietà .ù
In mattinata, poi, è arrivato a Licata anche il ministro dell’Interno, Angelino Alfano. “Siamo qui a ribadire che se non avvengono queste demolizioni, ci saranno altre case abusive: è finito il tempo della politica che coccolava gli abusivi per avere qualche migliaio di voti”, spiega il responsabile del Viminale, annunciando l’intenzione di proporre una scorta per proteggere il sindaco di Licata.
“Non c’è dubbio che situazioni come questa, con i cittadini che compongono un vero e proprio muro umano per bloccare le demolizioni, rappresentino la miccia di un vero e proprio allarme sociale”, dice invece a IlFattoQuotidiano.it Renato Di Natale, procuratore capo di Agrigento.
Gli inquirenti agrigentini hanno aperto due indagini: una sull’intimidazione a Cambiano e un’altra sulle omissioni delle precedenti amministrazioni sul fronte dell’abusivismo.
“Qui per decenni sentenze passate in giudicato sono state ignorate — continua il magistrato — noi stiamo cercando di fare luce su possibili omissioni legate a tutta una serie di vicende passate. Stiamo verificando, per esempio, il caso di immobili abusivi che qualche amministratore voleva rivendere ai precedenti proprietari, dopo averle acquisite al patrimonio comunale”. Ma non solo.
Perchè il caso Licata accende i riflettori anche su uno dei tanti nodi irrisolti che blocca la lotta all’abusivismo edilizio: è cioè quello dei costi di demolizione dei manufatti abusivi, che oggi sono praticamente di pertinenza dei comuni, già colpiti da una profonda crisi economica a causa dei continui tagli agli enti locali.
“Non è concepibile che i neo amministratori debbano fronteggiare problemi irrisolti da decenni, addossandosi responsabilità enormi a fronte dell’inerzia delle istituzioni e senza che nessuno si preoccupi di tutelare la loro incolumità ”, dice Leoluca Orlando, presidente di Anci Sicilia.
Secondo un recentissimo report dell’associazione comuni italiani, infatti, i costi dell’abbattimento dell’intero patrimonio edilizio abusivo nazionale sono stimabili in almeno 5 miliardi di euro.
Nel dettaglio ci vogliono circa 50mila euro per abbattere un singolo immobile, e quindi smaltire i rifiuti speciali dopo della demolizione: un’enormità se si pensa che solo nel piccolo comune di Misilmeri, in provincia di Palermo, le sentenze di abusivismo edilizio passate in giudicato sono più di 1.500.
“È stato dimostrato — scrive sempre l’Anci — che è poco percorribile l’opera di rivalsa nei confronti dei proprietari”.
Tradotto: visto che è molto difficile farsi rimborsare i costi di demolizione dagli ex titolari degli immobili, alla fine sono i comuni a dovere onorare quasi completamente i costi di abbattimento delle opere abusive.
È per questo motivo che alcune settimane fa le demolizioni si sono bloccate nella Valle dei Templi di Agrigento: non c’era alcuna protesta cittadina, ma semplicemente mancavano i fondi per le ruspe.
“Il governo nazionale ha attribuito ai comuni il compito di procedere con le demolizioni degli immobili abusivi, senza però trasferire risorse finanziarie adeguate per farlo: assistiamo quindi all’ennesimo proclama dell’esecutivo, che scarica sulle amministrazioni locali oneri pesanti senza adeguata copertura, politica e finanziaria”, attacca quindi Erasmo Palazzotto di Sinistra Italiana, autore di un’interrogazione parlamentare sull’argomento.
Nel frattempo all’Assemblea regionale siciliana è approdato un disegno di legge per condonare le case abusive costruite nei 150 metri dalla battigia, sottoposti dalla legge regionale 78 del 1976 a vincolo di inedificabilità assoluta: in pratica l’ennesimo tentativo per una maxi sanatoria.
Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 10th, 2016 Riccardo Fucile
NEL CENTRODESTRA FORZA ITALIA SALE AL 12,6% E ORMAI E’ A UN SOFFIO DALLA LEGA, FERMA AL 13%
Un mese fa tra M5s e Pd ci sarebbe stato il ballottaggio, oggi invece le elezioni sarebbero vinte dal Movimento 5 Stelle.
Arriva dal sondaggio Index research la tendenza che vede un vantaggio di quasi un punto del movimento di Beppe Grillo.
Il M5s si attesta al 28,4% con un aumento dello 0,8% rispetto al 25 aprile (27,6%), mentre il Partito democratico scende al 28% perdendo lo 0,7% rispetto al periodo precedente (28,7%).
Il sondaggio, mandato in onda durante la puntata di Piazzapulita su La7, registra quindi il “sorpasso” del pentastellati sui dem.
È la prima volta che accade che nelle tendenze di voto i pentastellati superino il partito del presidente del Consiglio, Matteo Renzi.
Un confronto in cui sembrano pesare la bufera giudiziaria che ha investito alcuni esponenti dem.
Nel programma condotto da Corrado Formigli sono stati resi noti i risultati delle tendenze in corso a livello nazionale che vedono ferma la Lega Nord di Matteo Salvini al 13% e un recupero di Forza Italia dello 0,6%: a oggi il partito di Silvio Berlusconi agguanterebbe il 12,6%, due settimane fa invece la percentuale era ferma al 12%
Un mese fa, nel sondaggio Demos per l’Atlante Politico pubblicato su Repubblica fa, si parlò di pareggio per un possibile effetto per gli scandali giudiziari (Federica Guidi e Panama Papers), ma intanto all’indagine di Potenza e all’inchiesta giornalistica sugli evasori a molti zeri si sono aggiunti l’iscrizione nel registro degli indagati di Napoli del consigliere regionale Stefano Graziano, presidente del partito in Campania, per concorso esterno in associazione mafiosa e l’arresto del sindaco di Lodi Simone Uggetti
Nuove inchieste e molte frizioni tra il governo e i magistrati in queste due settimane: prima il botta e risposta tra Renzi e il neo presidente della Anm, Piercamillo Davigo, poi la sfuriata del premier al Senato e infine l’ammissione dell’esistenza di una questione morale all’interno del partito da parte di Renzi: “In tanti la negano ma esiste è un dato di fatto: abbiamo 50mila amministratori e in troppi casi le cose non girano“. Non sembra aver inciso per ora invece sul M5s la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati del sindaco di Livorno, Filippo Nogarin.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 10th, 2016 Riccardo Fucile
IL PINO E L’AURELIO, AUTISTI DI PESO, TRA GARE DI VELOCITA’ E RISSE NEL PARTITO
L’ultima uscita pubblica di Babbini è stata all’Expo, aspettava il presidente russo con un gran
cartello: «Putin save the world».
«Lo amo – confessa senza pudore – soltanto lui può davvero salvare il mondo». Con lo stesso slancio, dichiara il suo disprezzo: «Odio gli autovelox, messi lì a far cassa sulle spalle di noialtri».
La storia inizia lontano, negli anni Sessanta. Diversamente da altri leghisti, Babbini ha un passato politico: era socialista. Craxiano quando Craxi era ancora soltanto consigliere comunale a Milano. Lui, però, oggi rivendica: «La Prima Repubblica l’abbiam fatta cadere noi, altro che Di Pietro».
Soprattutto, Babbini guida. Negli anni Sessanta, si è fatto 130 gare di Formula 3, cinque gran premi a Montecarlo. Nel ’65 corre la Targa Florio: «Sono arrivato 19esimo, ma non me ne dimenticherò mai».
Abbandonati i bolidi, diventa tassista. E vede la luce: Umberto Bossi.
«Non avevo mai sentito un politico parlare così. Dire quelle cose. Mi sono messo a disposizione». Diventa l’autista ufficiale del «Capo» alla vigilia del natale 1990.
L’11 dicembre, Bossi aveva avuto il suo primo infarto e all’uscita dall’ospedale, ad aspettarlo, c’era il Babbini.
Da quel momento, saranno giorni e saranno notti: lui è lì, sempre al fianco del Capo. Rimette a posto con un’occhiataccia gli entusiasti troppo bollenti e, se non basta l’occhiataccia, avanza di un passo: di solito è sufficiente. Nel 1992, Piergianni Prosperini esce dalla Lega. Memorabile il loro pacato confronto in piazza San Babila: volano sganassoni.
Nel 1994 Umberto Bossi vuole candidarlo al Senato, ma lui rifiuta: «Avrebbero detto che era come Caligola che candidava il suo cavallo».
Ma il 16 settembre 1996, lo storico addio. Le strade tra lui e il senatur si dividono, la scorta al Capo non lascia spazio a un’altra vita e forse c’è anche qualche questione economica.
Si ritroveranno 14 anni dopo: «Ci siamo abbracciati».
L’Aurelio è la quintessenza del leghista dell’era classica. La sua passione politica nasce con Bossi, prima di lui nessuno aveva dato rappresentanza a quel sentimento neppure pronunciabile: la Nord-nazione. La Padania.
L’Aurelio è lì, bergamasco come la val Seriana, prelevato dal Capo nel vivaio orobico da cui ha sempre scelto la sua guardia pretoria. Per anni troneggia gigantesco, sempre un passo dietro a Bossi, sempre muto: «Sono un soldato».
Se gli chiedi l’ora, non te la dice. Se la dice, aggiunge il solito: «Guai se lo scrivi».
Il destino, si sa, è beffardo. Dopo la malattia di Bossi, l’Aurelio viene accusato dal cerchio magico di intelligenza con il nemico: avrebbe parlato con i giornalisti.
È il mondo alla rovescia. Ma lui, come un soldato, accetta la fatwa e si fa da parte.
Ma Salvini sa: e infatti, appena eletto segretario lombardo, lo prende come suo autista. Con il «Capitano» non sono soltanto folle festanti.
Quasi ogni giorno, sono contestazioni dure. Imprevedibilmente, lui si dimostra capace di reprimersi.
In politica, inaugura un filone: il candidato che non vuole si parli di lui.
Marco Cremonesi
(da “il Corriere della Sera”)
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Maggio 10th, 2016 Riccardo Fucile
LA STOCCATA: “SE LEI LA SMETTE DI DIRE BUGIE SU DI ME, IO SMETTERO’ DI DIRE LA VERITA’ SU DI LEI”
Il gusto per la battuta Francesco Storace non l’ha perso. Nemmeno ora che, lasciata la corsa al
Campidoglio per appoggiare Alfio Marchini, è al centro di schermaglie quotidiane con i «cugini» di Fdi, fermi sulla candidatura di Giorgia Meloni, con buona pace dell’unità del centrodestra.
«Se permettete – esordisce il leader de La Destra – stavolta il voto utile lo rivendico io. Anche perchè Roma corre davvero dei rischi».
Chiunque vinca?
«Mi riferisco a Giachetti e alla Raggi. Se vince la sinistra, visto l’autogol di Fassina, c’è il pericolo che si ricrei l’asse Pd-Sel, che si rivelerebbe catastrofico per la città . Se la spuntano i grillini sarà l’inizio di un’avventura che nessuno può immaginare come finirà . Io dico che è meglio una soluzione che ha il crisma del civismo e dell’amministrazione locale, per puntare le carte con convinzione su chi può vincere».
Ma l’unità del centrodestra, a Roma, è rimasta un miraggio.
«Ci sono partiti – come noi e come Fi con Bertolaso – che hanno rinunciato al proprio candidato per convergere sullo stesso nome. Fuori c’è rimasta solo Giorgia Meloni che, stando a quanto dichiarano Matteoli e Gasparri, ha scelto di correre per il Campidoglio come conseguenza della mia discesa in campo».
E ha scelto di continuare nonostante il suo «passo indietro».
«È stata lei a non volere l’appoggio della nostra lista, arrivando a cacciare dal partito quanti chiedevano di ragionare su un sostegno alla mia candidatura. Quanto a Marchini, a differenza del sottoscritto il suo nome era tra i sette sulla scheda del referendum interno di Fdi per la scelta del candidato sindaco».
Ma l’ha appoggiato lei.
«Per tre mesi ho perso la voce per lanciare appelli all’unità del centrodestra. Una volta che ci si è aggregati sul nome di Marchini, che mi ha chiamato per chiedere di appoggiarlo con la nostra lista, e che ha sottoscritto il nostro decalogo di proposte per Roma, come potevo non convergere pure io? Tornando a Fdi, mi chiedo quanto gli convenga questa continua vis polemica contro di noi. Ricordo che c’era pluralità nel Msi, che aveva 3 milioni di elettori, e c’erano correnti in An, che prendeva 6 milioni di voti: Fdi non rappresenta l’intero mondo della destra. Ma se mi lasciano in pace e non dicono bugie su di me, prometto di smetterla di dire la verità su di loro».
Un bel segnale di pace…
«Mi limito a rispondere. E invito al rispetto per una storia comune. Semmai attacchino Giachetti, o la Raggi. Tanto al ballottaggio ci dovremo ritrovare, no? Spero che quando la Meloni ha detto che avrebbe votato Raggi al secondo turno sia stato solo un infortunio».
Massimo Malpica
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Maggio 10th, 2016 Riccardo Fucile
“LA MELONI RAPPRESENTA I DISASTRI DELLA GIUNTA ALEMANNO, GIACHETTI SI VERGOGNA DEL PD: CASO STRANO NON SI ATTACCANO MAI TRA LORO”… “LA RAGGI SFUGGE AI CONFRONTI, E’ ETEREDIRETTA, DA SOLA NON SA CHE DIRE”
Ah, Giorgia, Giorgia. Niente di personale, per carità : «Ma la Meloni, con tutto il rispetto, rappresenta uno dei partiti fondamentali nella gestione di Alemanno», una delle peggiori della storia del Campidoglio.
«Lei si è presa i suoi assessori, io voglio i suoi elettori».
Quanto alla Raggi «mi sta pure simpatica», però è eterodiretta. «Si faccia coraggio e accetti i confronti, anche se capisco perchè scappa: ogni volta che parla recita un copione scritto a Milano e dice delle fesserie tipo la funivia a Roma».
E Giachetti? «È il candidato del Pd ma si vergogna tanto da nascondere il simbolo. Non credo che trarrà vantaggio dall’esclusione delle liste di Fassina».
Alfio Marchini sembra in palla. Saranno i sondaggi in ascesa, saranno le difficoltà registrate dai suoi avversari, ma da qualche giorno nel quartier generale dell’ingegnere si respira ottimismo e il ballottaggio appare a portata di mano.
«Le rilevazioni mi danno secondo o terzo. Il fatto vero è che c’è un allineamento attorno al 20% di tutti. I romani devono capire che chi ha tradito una volta tradisce sempre. E a sinistra e destra hanno stratradito. Mi accusano di inciucio con Renzi, però non ho sentito una polemica tra Giachetti e Meloni. Negli ultimi 20 anni c’è stato il consociativismo, sinistra e destra di giorno facevano finta di litigare e di notte si spartivano tutto».
La svolta alla corsa l’ha data l’appoggio di Silvio Berlusconi. Disagio? No, Marchini non si sente ingabbiato dal Cav, che oggi presenterà la lista di Forza Italia. «Io predico da tempo il fatto che la politica deve farsi ossigenare dalla società civile. Nel momento in cui qualcuno raccoglie la sfida, dando un riconoscimento forte ad un movimento giovane, io non posso non accettare un atto coraggioso».
E non è vero, insiste, che la scelta di Fi condizioni il suo movimento. «Hanno aderito in pieno al nostro programma. Tutti gli altri usano Roma come un taxi, noi siamo nati per amore di questa città . In tre anni abbiamo condotto battaglie fondamentali come Affittopoli e Svendopoli e abbiamo sconfitto il Pd, obbligando Marino ad una resa davanti al notaio. Mai come ora siamo stati liberi dai partiti».
Persino con il suo amicone Giovanni Malagò non è tenero. «Siamo d’accordo, le Olimpiadi sono una grande opportunità per la città . Però il Coni deve coinvolgere il consiglio comunale»
Massimiliano Scafi
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Maggio 10th, 2016 Riccardo Fucile
UN CONSIGLIERE E’ PROSSIMO A TRASFERIRSI IN SPAGNA, MA SE LASCIA SUBENTRA UNA “FUORIUSCITA” DAL MOVIMENTO CHE FAREBBE CADERE LA GIUNTA
“Sono sereno”, ripete il sindaco 5 Stelle Filippo Nogarin. Non altrettanto possono dire però i fan
del Movimento che ancora gli sono rimasti fedeli.
Con 4 consiglieri comunali espulsi, la maggioranza che sorregge Nogarin, appena raggiunto da un avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta a seguito dell’inchiesta sull’azienda dei rifiuti, può contare oggi su 17 voti. Contro i 16 di tutte le forze d’opposizione. Ovvero, un solo voto di scarto.
E se nelle ultime sedute, i 17 eletti 5 Stelle si sono presentati compatti come una falange macedone, parchi negli interventi e generosi di sì alle delibere della giunta, l’aritmetica pentastellata rischia di trasformarsi comunque in un incubo.
Sotto la superficie c’è il caso Agen che monta. E che rischia di esplodere la prossima estate:
Federico Agen è un insegnante dell’istituto Galilei di Livorno, sposato ad una signora spagnola, che si è già trasferita per motivi di lavoro in Spagna con la figlia. E anche Agen progetta di trasferirsi presto, appena troverà un lavoro che la moglie gli sta cercando.
Ma ha un problema: non si può dimettere da consigliere comunale dei 5 Stelle.
Primo dei non eletti, nella lista pentastellata comunale è la moglie di Marco Valiani, espulso dal Movimento ancora prima di entrare in consiglio comunale, per aver criticato il sindaco Nogarin nella scelta degli assessori.
Lo stesso che ha organizzato domenica scorsa davanti al Comune il presidio pro-dimissioni di Nogarin. E proprio sua moglie, per il Movimento livornese, è oggi la candidata da lasciare fuori della porta di Palazzo Civico ad ogni costo.
Se lei subentrasse allo ‘spagnolo’ Agen, per Nogarin e soci sarebbe la fine.
Al di là di ogni scontro sull’avviso di garanzia: i numeri sarebbero ancora 17 a 16, ma sarebbero in questo caso le opposizioni ad essere in vantaggio di un voto. Ovvero, addio giunta Nogarin.
Che fare dunque? Semplice: Agen non deve dimettersi dal consiglio. Ma come fare se il malcapitato insegnante ritiene di dover seguire la propria famiglia? Si accettano suggerimenti.
Perchè fino a questo momento l’unica soluzione del rebus immaginata dai pentastellati è stata quella di frugarsi in tasca per pagare il biglietto dell’aereo ad Agen ogni qualvolta si profila un voto decisivo in consiglio comunale a Livorno.
In occasione del voto sul bilancio, per esempio. O magari delle delibere urbanistiche.
I conti della spesa che deriverebbe però, quelli no, non li ha fatti ancora nessuno.
Massimo Vanni
(da “la Repubblica”)
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Maggio 10th, 2016 Riccardo Fucile
FRATELLI D’ITALIA ESCLUSA ALLA GARBATELLA PER UN MODULO MANCANTE
Non solo Fassina. Il pasticcio delle liste a Roma coinvolge anche Fratelli d’Italia, seppur in maniera minore.
Il partito di Giorgia Meloni, infatti, si è visto ricusare la lista di aspiranti consiglieri nell’VIII Municipio.
Ironia della sorte, quello della Garbatella, luogo di nascita proprio della leader.
In un modulo, infatti, non sarebbe stato indicato il collegamento con il candidato presidente Alessio Scimè.
«C’è stato un disguido – ha spiegato Marco Marsilio, portavoce di Fdi del Lazio – perchè il nome del presidente è stato comunque indicato in tutti gli altri documenti, dai quali era perciò desumibile la volontà dei sottoscrittori».
Fratelli d’Italia ha per adesso presentato una richiesta di accesso agli atti ed entro un paio di giorni dovrebbe produrre il ricorso per far riammettere la lista.
La corsa di Scimè alla presidenza dell’VIII Municipio potrebbe essere in ogni caso penalizzata.
A essere ricusata, infatti, è stata anche la lista della Federazione Popolare per la Libertà , che ha espresso il candidato.
Stesso destino, per il medesimo partito, anche nel III e nell’XI Municipio.
In questo caso, però, gli errori sarebbero più gravi e si starebbe valutando di non presentare neanche il ricorso.
Nella peggiore delle ipotesi, Scimè avrà a suo sostegno solo le liste di Noi con Salvini e la civica Con Giorgia.
Intanto a Milano la Commissione elettorale ha rigettato il ricorso presentato da Fratelli d’Italia che quindi non comparirà tra le liste a sostegno della candidatura di Stefano Parisi.
(da “il Tempo”)
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Maggio 10th, 2016 Riccardo Fucile
COINVOLTI AVVOCATI, COMMERCIALISTI, IMPRENDITORI E POLITICI LOCALI…LA MENTE ERA PAOLO ROMEO, GIA’ CONDANNATO PER RAPPORTI CON LA ‘NDRANGHETA
Per i più, erano noti avvocati, commercialisti, imprenditori. Ma per la Dda di Reggio Calabria sono
la mente e l’anima criminale di una rete impastata di ‘ndrangheta e massoneria che ha condizionato l’economia reggina, costruendo una fitta rete di professionisti e amministratori che per anni hanno gestito in esclusiva affari e finanziamenti. E tra gli indagati c’è anche il presidente della provincia di Reggio Calabria
Per questo motivo, sette persone sono state fermate per ordine dei pm Giuseppe Lombardo, Stefano Musolino, Rosario Ferracane e Luca Miceli della Dda di Reggio Calabria con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, intestazione fittizia di beni, tutti aggravati dalle modalità mafiose.
Fra loro ci sono l’ex deputato del Psdi Paolo Romeo, l’avvocato Antonio Marra, gli imprenditori Emilio Frascati, Giuseppe Chirico, Natale Saraceno, Domenico Marcianò e Antonio Idone.
Tutti quanti, grazie al ruolo rivestito all’interno della ‘ndrangheta reggina, avevano creato una rete di rete di professionisti, capace di indirizzare le sorti di rilevanti settori dell’economia di Reggio Calabria.
Mente e anima della rete per gli inquirenti sarebbe l’avvocato Paolo Romeo, ex deputato, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ma nonostante questo ancora influente sulla scena politica cittadina.
È lui l’anima del Forum 2020. In questa veste è stato ricevuto anche dalla commissione consiliare che dovrà stabilire a quali opere destinare il tesoretto da 132 milioni contenuto nel “patto per la città metropolitana” firmato poco più di una settimana fa dal premier Renzi. Allo stesso scopo serviva l’associazione “Cittadinanza Attiva”, presieduta da quello che gli inquirenti considerano un suo storico sodale, Domenico Pietropaolo.
Ma l’inchiesta rischia di allargarsi anche oltre i sette soggetti colpiti da misura. Sul registro degli indagati, sebbene non colpiti da misura cautelare, figurano infatti anche diversi politici e dipendenti pubblici fra cui il presidente della provincia Giuseppe Raffa, il consigliere provinciale Demetrio Cara, il cancelliere capo della Corte d’Appello, Aldo Inuso, l’ex magistrato Giuseppe Tuccio, l’avvocato Rocco Zoccali, l’ex presidente della Reggina, Pino Benedetto ma anche Amedeo Canale, Andrea Scordo, Antonino Idone, Domenico Pietropaolo, Gaetano Tortorella, Saverio Genovese Zerbi. Michele Serra, Giuseppe Strangio, Domenico Arcò e Giovanni Pontari.
Le indagini, coordinate dalla Dda della locale Procura hanno portato a rilevare l’esistenza di un vero e proprio cartello criminale, presente ed operante nel territorio di Reggio Calabria, in grado di condizionare il regolare svolgimento delle attività economico/imprenditoriali, con particolare riferimento alla grande distribuzione alimentare, sfruttando anche la compiacenza di pubblici amministratori, al fine di ottenere, tra l’altro, l’illecita percezione di profitti. Per questo motivo sono state sequestrate 12 società , per un valore approssimativo di 34 milioni di euro.
La ragnatela massonica di Romeo.
L’ex deputato Romeo, nonostante le interdizioni proprie della condanna definitiva per mafia che lo ha colpito, ha continuato a condizionare l’economia e la politica cittadina “attraverso la rete di solidarietà massonica, occultata dallo schermo di associazioni massoniche riconosciute, per il tramite di personaggi istituzionali (sia di carica elettiva, sia dirigenziale) pronti ad assicurare i suoi desiderata influenzando così – subdolamente – le attività degli enti locali”.
Nascosto sotto le insegne del “Circolo pescatori Poseidonia” Romeo per anni ha continuato a governare le dinamiche cittadine, esercitando la sua “influenza decisoria sulle determinazioni delle pubbliche amministrazioni, di altri poteri dello Stato e sulle locali dinamiche imprenditoriali, come su associazioni non riconosciute e gruppi di occasionale coesione politica”.
Forte del vincolo di loggia e di comune appartenenza massonica, come della straordinaria capacità di spostare enormi pacchetti di voti, Romeo, insieme al suo storico braccio destro, l’avvocato Antonio Marra, aveva campo libero in Provincia, grazie allo straordinario potere di condizionamento esercitato sul presidente Giuseppe Raffa e il consigliere Demetrio Cara.
Dalle indagini è infatti emerso che alcuni dei loro scritti sono frutto esclusivo delle elaborazioni di Romeo e di altri sodali, nonostante i politici le abbiano nel tempo presentate come proprie.
Ma l’Ente, all’ex deputato condannato per mafia è servito anche per elargire favori ad amici e soci, come l’ex magistrato Giuseppe Tuccio, il cui libro è stato interamente finanziato dalla provincia, “a un costo clamorosamente più alto di quello stimato dallo stesso autore, con benefici per l’editore selezionato e spreco di risorse pubbliche”.
In Regione invece, Romeo poteva contare sulla rete di relazioni del suo antico sodale Giovanni Pontari, che – intercettato – ha confessato candidamente le sue interferenze all’interno dell’Ente, grazie alle quali ha agevolato soggetti notoriamente legati alla ‘ndrangheta.
Grazie all’avvocato Marra invece, Romeo si è dimostrato in grado di interferire in alcuni dei più grandi affari gestiti negli ultimi anni sulla riva calabrese dello Stretto come la gestione del centro commerciale Perla dello Stretto, come dell’ex colosso della grande distribuzione Gdm.
Alessia Candito
(da “La Repubblica”)
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