Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
PER SALA SOLO DUE TERZI DI CHI AVEVA SCELTO IL PD NEL 2013, ANCORA MENO PER GIACHETTI… A ROMA SOLO IL 40% DELL’ELETTORATO DI CENTRODESTRA HA VOTATO MELONI E IL 20% MARCHINI: IL 40% NON VOTA PIU’ PER NESSUNO
Per aiutare a leggere i risultati del primo turno delle Amministrative è utile cercare di capire quali sono stati i flussi di voto nelle due città principali del Paese, Milano e Roma. In attesa di avere i dati delle sezioni, ci siamo basati sui nostri sondaggi pre-voto.
Si tratta quindi di approssimazioni che verranno raffinate e chiarite dai successivi flussi su dati veri
Cominciamo da Milano.
Sala non ha convinto tutti gli elettori pd del 2013, che lo scelgono solo per due terzi. Un quarto ha invece ritenuto di astenersi, mentre il restante 10% circa si distribuisce sugli altri.
Gli elettori di sinistra (Sel e Rc) scelgono in misura rilevante di astenersi.
Tra gli elettori del Movimento 5 Stelle solo una parte minoritaria converge sul candidato di riferimento, mentre la maggioranza assoluta sceglie l’astensione.
Gli elettori di centrodestra invece confermano massicciamente la propria preferenza per Parisi, che raccoglie quasi i tre quarti dei voti ottenuti da quest’area alle scorse politiche. In sintesi: Sala non ce la fa a convincere del tutto il proprio elettorato e per questo non riesce a produrre una distanza significativa da Parisi.
Al contrario Parisi compatta i propri elettori di riferimento, ma non riesce ad ottenere risultati significativi nelle altre aree elettorali.
Vittoriosa è l’astensione: la crescita rispetto al 2011 è di circa 13 punti. Gli elettori milanesi che hanno deciso di recarsi alle urne polarizzano i propri voti sui due candidati principali dedicando scarsa attenzione agli altri.
È quindi probabile che la capacità espansiva dei due al ballottaggio sarà scarsa: vincerà chi saprà meglio mobilitare i propri elettori, eventualmente, come nel caso di Sala, rimotivando coloro che al primo turno hanno scelto l’astensione.
A Roma la situazione è decisamente diversa. Intanto, Roma è l’unica, tra le cinque grandi città , in cui cresce la partecipazione al voto.
Inoltre il successo di Virginia Raggi deriva da una evidente trasversalità .
Da un lato la candidata pentastellata riesce a tenere gran parte degli elettori 5stelle alle politiche del 2013, dall’altro lato è in grado di attirare elettori dal centro, dal Pd e dalla sinistra.
Giachetti non riesce a convincere davvero il proprio elettorato di riferimento che lo sceglie solo per poco più della metà . Pur ridotti, questi consensi e altri scarsi flussi derivanti da altre aree, gli sono sufficienti ad arrivare al ballottaggio.
Anche grazie, naturalmente, alla divisione nell’area di centrodestra.
Giorgia Meloni infatti, convince solo poco meno del 40% degli elettori di centrodestra.
Il competitor, Alfio Marchini, ottiene un risultato deludente poichè non riesce a mobilitare gli elettori di area, ottenendo dal centrodestra solo il 20% e mobilitando poco le forze centriste.
Infine la sinistra.
I risultati non sono assolutamente confortanti. La proposta di sinistra non convince l’area di riferimento (che gli consegna il sostegno di poco più del 20%, non molto più di quanti scelgono la Raggi): deluso dalle proposte in campo l’elettorato di sinistra sceglie massicciamente l’astensione.
La battaglia del ballottaggio sarà nella Capitale più complessa di quella milanese.
Posto che anche in questo caso il primo obiettivo è la mobilitazione dei propri, a Roma entrambi i candidati hanno bisogno di allargare la propria area di riferimento.
La Raggi gode già di un endorsement esplicito da parte di Salvini. Ed è probabile che gli elettori di Meloni, se decideranno di votare al ballottaggio, si esprimeranno in misura massiccia per la candidata pentastellata.
Più difficile la partita di Giachetti: per vincere deve riportare al voto i propri (anche parte di quelli che al primo turno hanno preferito astenersi), ma nello stesso tempo convincere al voto la porzione dell’elettorato moderato che vede come un rischio consegnare la città nelle mani di una persona nuova e con qualche sospetto di eterodirezione.
Battaglia complessa, di esito incerto. Ancora più complessa la partita sul fronte della sinistra. Qui le resistenze verso il Pd, Renzi e il sospetto partito della nazione sono davvero difficili da recuperare, tanto più che l’avversario non è un candidato di destra che potrebbe provocare una reazione unitaria di quest’area.
Luca Comodo -Ipsos
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
MIGLIORA RISPETTO ALLE COMUNALI MA PERDE 4 PUNTI SULLE POLITICHE 2013… MENTRE IL CENTRODESTRA E’ AVANZATO DI 4 PUNTI E IL PD DI 1
Due giorni dopo il voto delle comunali, dall’analisi del voto si passa a soppesare quanto sia reale l’exploit che
il Movimento 5 Stelle rivendica, sventolando in particolare il grande impatto di Virginia Raggi, premiata dal voto dei romani e attesa tra due settimane dal ballottaggio con il candidato dem Roberto Giachetti.
Ma estendendo a ritroso la riflessione sul M5s oltre l’angusto orizzonte dell’urna di domenica scorsa, non è tutto oro quel che luccica.
E’ la fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo a mettere a confronto il voto delle comunali con quello delle elezioni politiche del febbraio 2013.
Scoprendo così che il vero exploit appartiene al centrodestra, in recupero di ben quattro punti percentuali. A seguire, il centrosinistra che ne recupera circa uno.
E i pentastellati? Sono loro a fare le spese della rimonta del centrodestra, perchè è il M5s a perdere quasi quattro punti.
Anche considerando che in tre capoluoghi, quest’anno il M5s non si è presentato, per l’Istituto Cattaneo “una simulazione ci ha mostrato che questo fatto non altera significativamente il risultato finale”.
Si può dunque parlare di successo del M5s solo confrontando il risultato di domenica con quello delle precedenti comunali, ma se paragonato alle politiche del 2013 l’ultima consultazione “segna per i 5 stelle un momento di stasi se non di arretramento”, laddove per centrosinistra e soprattutto centrodestra segnalano una ripresa.
Con l’aggravante di un altro dato evidenziato dall’Istituto Cattaneo: il centrodestra è in recupero, eppure è proprio il suo elettorato di riferimento a rifugiarsi maggiormente nell’astensione alle elezioni amministrative, mentre quello del Movimento 5 Stelle è più fedele e radicato, con qualche eccezione come Bologna, dove risulta non pervenuto il 39% degli elettori del movimento delle politiche.
Ed è proprio alle percentuali dell’Istituto Cattaneo che si rifà il presidente del Pd Matteo Orfini per rintuzzare i toni di Grillo via Facebook: “I numeri – scrive Orfini – hanno una loro testardaggine. E allora se vogliamo analizzare davvero il voto è bene tenerne conto. Al voto andavano 24 comuni capoluogo. Il Pd ne ha vinti al primo turno 3 e arriva al ballottaggio in 17. Sono 4 quelli in cui siamo rimasti fuori. Il Movimento 5 Stelle in 6 non è nemmeno riuscito a presentarsi, in 15 rimane fuori dal ballottaggio. Su 24 comuni capoluogo va al ballottaggio solo in 3: a Roma, Torino e Carbonia”.
E ancora: “Fare il calcolo dei voti non è semplicissimo per la presenza di tante liste civiche, ma quello che è certo è che rispetto al 2013 il M5s perde mentre il centrosinistra cresce (fonte: Istituto Cattaneo). La Lega scompare, Sinistra Italiana ha un risultato deludente (parole di Fassina, non mie). Questo è il quadro oggettivo, il resto è (legittima) propaganda”.
“Siamo contenti? No. Perchè rimanere ancora una volta fuori dal ballottaggio a Napoli brucia. E perchè in alcuni casi ci aspettavamo di più (Latina ad esempio). Ma leggere questo risultato come un successo grillino è onestamente ridicolo”, scrive Orfini assicurando che anche a Roma, nella sfida coi 5 Stelle, “ce la giochiamo”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
GIORGIA NON LA SOPPORTA, SALVINI LA FA VOTARE, COSI’ PER UNA VOLTA IN VITA SUA POTRA’ DIRE DI AVER VINTO… VIRGINIA PROFUMA DI OPPORTUNISMO: UN PASSATO DA PREVITI, QUASI ASSESSORA CON MARINO, DONNA DI FIDUCIA DI CASALEGGIO E AMBIGUA COME LUI, CAMBIA VERSIONE A SECONDA DI CON CHI PARLA
In fondo già lo slogan, un maiuscolo RomaAiRomani, depurato da ogni riferimento a braccia tese, non dovrebbe dispiacere agli elettori della Meloni – con tutto che Giorgia, raccontano, non ha affatto in simpatia Virginia, anzi (dato di cui tenere conto).
Ma che la Raggi adesso cercherà di parlare ancora di più agli elettori della destra romana è ovvio: la cosa interessante è il come.
«Non è finita», dice lei ora. «Il 19 giugno bisognerà completare ciò che abbiamo iniziato, per riscrivere insieme il futuro della nostra città ».
Virginia è un animale politico interessante da tempo: come sempre, da molto prima che si accendessero i riflettori su di lei, da prima che dicesse, come oggi, cose tipo «ci tacciavano come antipolitica, la nostra invece è un’altra politica».
O che annunciasse (a Porta a Porta) «ci saranno anche degli esterni in giunta».
È una difficile da etichettare. Mescola mondi.
Avvocato di 37 anni, un figlio di sette, fa la pratica da Previti e lavora nello studio dei fratelli Sammarco, mondo previtiano purissimo. Ma poi allaccia un dialogo con ambienti della sinistra romana, le occupazioni, la ex Lavanderia, i mercatini equo-solidali, le biciclettate.
È cresciuta nella classe media (San Giovanni), poi però da grande è andata in periferia nord (Ottavia). Tifa Roma o Lazio? «Non mi pronuncio»; in realtà è stata in tribuna all’OIimpico, quello di Cragnotti, non di Totti, con la scusa che il tifoso era il marito, Andrea Severini, regista radiofonico e braccio destro di Anna Pettinelli a Rds (cioè mondo Montefusco, Balduina, romanord. anche se lievemente spuria).
È piaciuta a Silvio Berlusconi, «gente a me amica me ne ha parlato molto bene»; ma non tutti ricordano che Virginia fu a un passo dal diventare assessore alla sicurezza della giunta di Ignazio Marino (che tanto ingenuo evidentemente non era, così l’avrebbe inglobata e depotenziata; solo dopo, litigarono).
Avvenne nel giugno 2013, il marziano a Roma doveva puntellarsi, conobbe i grillini romani, «per l’ottanta per cento avevano il mio stesso programma» e prese «la più brava e la più severa» proponendole di fare l’assessore.
Lei si dichiarò disponibile, se ci fosse stato il voto della rete. La rete votò. Disse sì. Intervenne poi Gianroberto Casaleggio (non Grillo, che di queste cose non sapeva un’acca): «Non esiste che uno dei nostri vada in giunta con uno del Pd».
Da quel giorno Virginia è cambiata. Era una severa e anche con durezze caratteriali, ma rispettosissima dell’assemblea dei cinque stelle: diventò invece in un amen una preferita della Casaleggio, molto molto ligia alle disposizioni di Milano.
Però Virginia è inetichettabile. Piccolo inedito: quando La Stampa rivelò il “contratto” (chiamiamolo così) firmato da Raggi che la obbligava a sottoporre le decisioni strategiche al vaglio dello staff (era lo staff della Casaleggio, in quel testo), molti la attaccarono ma lei – discreto avvocato – era la prima a sapere che quel contratto giuridicamente non vale niente.
Così – siccome Roberta Lombardi, la ex faraona, sua arcinemica, voleva commissariarla o condizionarla, preparandosi a dire che Virginia non aveva rispettato il contratto che le impone lo staff – è stata lei, la Raggi, a giocare d’anticipo: «Volete lo staff? Okay, lo scelgo io».
E ci ha messo dentro, oltre la Lombardi, gente a lei non ostile. Insomma, sa fare politica.
Certo, nascose la cosa di Previti; ma ne ha assorbito i contraccolpi minimizzandoli con sorriso impassibile, tipica dote politica.
Quando parla sembra un po’ in una telenovela: come nell’appello finale nel confronto in televisione a Sky. Ha flirtato a sinistra («azzeriamo il debito di Roma con le banche, e rinegoziamolo»), ma ha pronte in queste due settimane due armi per l’elettorato di destra.
Sugli immigrati, su cui – come Tariq Ramadan sull’Islam – modifica versione in base a chi ha davanti: da oggi, vedrete, dirà cose come «non devono diventare una minaccia». Sui campi rom (andò in radio e disse: «Semplificando si può dire ai rom “annate a lavorà ?” Sì»).
Forse parlerà meno di funivie, e più di discese ardite e risalite (alla Lucio Battisti).
Di sicuro cercherà di introdurre il baratto: ma quello politico, coi voti della Meloni che Salvini vorrebbe darle, ma Giorgia paradossalmente no.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
NELLE ROCCAFORTI DEL PD, HA INTERCETTATO IL DISAGIO DEI QUARTIERI DEGRADATI… MA STRIZZA L’OCCHIO ANCHE ALLA BORGHESIA TORINESE
In questi sette mesi di campagna Appendino ha dato voce ai tanti «che si sono sentiti esclusi» puntando il
dito «sulla frattura della città ».
E lei, la figlia della borghesia di Torino che ha studiato alla Bocconi e fa l’imprenditrice insieme al marito, ha guidato il M5S alla conquista delle periferie Nord della città tradizionalmente «roccaforti rosse».
Ci sono due dati che meglio di altri raccontano l’avanzata grillina e la dèbacle dei democratici.
Il Pd è il primo partito nella circoscrizione Centro-Crocetta, dove vive la maggior parte della classe media torinese con 13 punti di vantaggio sui grillini.
Il M5S è primo con 6 punti di vantaggio in Barriera di Milano e con 9 punti alle Vallette.
Che cosa è successo?
«Noi – racconta Appendino – andiamo ogni settimana nei mercati a parlare ed ascoltare le persone. Ascoltando i cittadini abbiamo capito che una parte di Torino non si è sentita rappresentata da una narrazione scorretta o quanto meno imprecisa della città . Chi va al mercato solo alla vigilia delle elezioni non può capire il disagio e il malessere».
Appendino ha dato voce alla rabbia degli esclusi parlando della necessità di «combattere povertà e disoccupazione giovanile».
Ed è stato un successo non solo nelle periferie Nord della città ma, anche se in modo meno marcato, a San Donato, Aurora e Mirafiori.
E adesso? «Torniamo nei mercati, in mezzo alla gente. Dopo 5 anni di opposizione adesso il M5S è una forza di governo e a Torino ha una sfida da vincere, ricucire la città ».
A dire il vero in questi mesi Appendino e la sua squadra hanno lavorato per intercettare altri mondi.
Quello delle professioni, ad esempio, con la scelta di Sergio Rolando come assessore in pectore al Bilancio, commercialista e uomo dei conti prima di Bresso e poi di Cota in Regione e che vanta una lunga e solida amicizia con Angelo Burzi, ex assessore al Bilancio di Forza Italia all’epoca della presidenza Ghigo.
E’ probabile che pezzi di centro-destra abbiano già votato Appendino al primo turno. La Lega Nord lo farà al ballottaggio.
Da sinistra al primo turno è arrivato il sostegno di uno dei due consiglieri uscenti di Sel e un ex consigliere regionale di Rifondazione si è schierato con lei per il secondo turno.
Appendino, però, esclude ogni forma di apparentamento al secondo turno – «non siamo quelli che danno poltrone in cambio di voti» – anche se chiunque «ci vorrà votare perchè condivide il nostro programma è ben accetto».
Maurizio Tropeano
(da “La Stampa”)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
DE MAGISTRIS AVANZA E CONSERVA I SUOI ELETTORI, FASSINO PERDE VOTI VERSO M5S , MA PESCA NEL BACINO DEL CENTRODESTRA
Quattro grandi città , quattro risultati elettorali consegnati al giudizio del ballottaggio: le elezioni amministrative del 2016 hanno sorpreso sotto molti punti di vista, con il boom del Movimento Cinque Stelle a Roma e a Torino, il pareggio tra centrosinista e centrodestra a Milano e la conferma del battagliero De Magistris a Napoli.
Ma come è cambiato l’elettorato in questi anni e, soprattutto, rispetto alla tornata elettorale precedente?
La risposta arriva da un’analisi del Cise, il centro italiano per gli studi elettorali che opera tra l’Università di Firenze e la Luiss di Roma, che ha messo a confronto le due elezioni in cerca delle “migrazioni” di voti tra un candidato e l’altro a distanza di qualche anno.
TORINO
Nel 2016 il candidato del Pd e sindaco uscente Piero Fassino ha raccolto il 41,8% dei voti, contro il 56,6% del 2011.
Che fine hanno fatto quei circa 95mila voti? Per gli analisti del Cise si tratta di una «mutazione genetica», visto che «sotto il semplice calo si cela un complesso e sorprendente complesso di flussi incrociati».
I dati raccontano infatti che su 100 elettori di Fassino nel 2011, quest’anno soltanto 42 hanno votato nuovamente per lui, mentre ben 32 avrebbero optato per la Appendino, candidata del Movimento Cinque Stelle, e 14 per l’astensione.
In poche parole un elettore su tre del centrosinistra ha cambiato idea e votato per il M5S.
Situazione analoga nel centrodestra, con 34 elettori su 100 passati verso Fassino, 27 astenuti e gli altri distribuiti tra le varie forze di coalizione.
NAPOLI
Nel capoluogo campano invece non si registrano stravolgimenti, quanto piuttosto conferme di quanto avvenuto in passato.
Il 2011 fu l’anno della debacle per il Partito Democratico, con il candidato sindaco Morcone che non riuscì nemmeno a raggiungere il ballottaggio, scavalcato dall’allora “nuovo” De Magistris che al ballottaggio sconfisse il candidato del centrodestra Lettieri.
Nel 2016 si è ripetuto lo stesso copione: la candidata Valeria Valente del Pd rimane fuori dal ballottaggio, dominato ancora una volta da De Magistris e Lettieri, in forte calo rispetto a cinque anni prima.
Le analisi dei flussi realizzate dal Cise mostrano che l’ex magistrato è ha mantenuto la quota più alta dei suoi vecchi elettori (67 su 100), perdendone però uno su tre.
De Magistris però è anche stato quello che più ha “pescato” nei bacini altrui, raccogliendo voti da centrosinistra, centrodestra e astenuti.
E mentre il Movimento Cinque Stelle riesce ad appropriarsi di appena un elettore ogni 10 da De Magistris, Lettieri mantiene solo il 30% dei voti del 2011, perdendo il 44% in favore dell’astensione, una percentuale davvero da non sottovalutare e alla quale si avvicinano anche il Pd e il centro, con il 31% dei vecchi elettori finiti nel bacino del non voto.
(da “La Stampa”)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
DA NORD A SUD, CHI VINCE LA SFIDA: OTTIMI RISULTATI PER BERNARDINI, MAJORINO, BEDORI, QADER, LO RUSSO, MAGLIANO, PALUMBO, DE BIASE… MA C’E’ CHI NON E’ STATO VOTATO NEPPURE DAI PARENTI
Non siamo più ai tempi di Alfredo Vito, il Dc napoletano che alle elezioni politiche del 1987 arrivò alla
Camera forte delle sue 100mila preferenze.
Quell’elezione entrò negli annali della storia politica, facendo giurisprudenza in fatto di capacità clientelare di raccolta del consenso.
Oggi si viaggia su percentuali molto più basse e ci si accontenta di poco.
Il re, anzi la regina delle preferenze in questa tornata amministrativa è Mariastella Gelmini, capolista di Forza Italia a Milano, che con quasi 12 mila voti ha contribuito in maniera determinante al recupero di Stefano Parisi.
Restando a Milano, va molto bene anche l’ex assessore e capolista del Pd Pierfrancesco Majorino, con 7.582 preferenze.
Delude parecchio, invece, a Varese Roberto Maroni, che da governatore lombardo, nella sua città da sempre feudo leghista, raggiunge la misera quota di 328 voti. Tornando nel capoluogo lombardo, nella lista di Beppe Sala il più votato è stato l’ex assessore alla Cultura Filippo del Corno (1.900 voti), mentre fra i Cinque Stelle si registra l’exploit dell’ex candidata poi ritirata, Patrizia Bedori (1100).
Altra miss preferenze è Mara Carfagna che a Napoli, dove era capolista di Forza Italia, è la più votata con 5.528 voti.
A Milano ottimo risultato anche per Sumaya Abdel Qader (1.000), candidata musulmana nella lista del Pd spesso attaccata dai leghisti in campagne elettorale.
Strane elezioni, queste.
Solitamente, infatti, è al Sud che si registrano i grandi exploit elettorali, magari di personaggi sconosciuti, forti del voto clientelare.
Domenica, invece, ci sono state buone performance a macchia di leopardo.
A Torino, per esempio, se i più votati sono stati due ex assessori della giunta Fassino, Stefano Lo Russo (2.541) ed Enzo Lavolta (1.893), buoni risultati hanno raggiunto Domenico Carretta e Maria Grazia Grippo, sui 1.600 voti, entrambi molto legati al presidente del consiglio regionale Mauro Laus, vero signore delle tessere del Pd sabauda.
Mentre tra i Moderati di Giacomo Portas, sempre pro Fassino, il più votato è Silvio Magliano (2.139), ex Ncd e uomo forte di Cl considerato vicino a Michele Vietti, passato dall’opposizione al sostegno al sindaco uscente in un battito di ciglia.
A Roma, invece, il più votato nel Pd è Marco Palumbo (2.029), tallonato dall’ex consigliera Michela De Biase (1.952), moglie di Dario Franceschini.
Buon risultato anche quello di Giovanni Zannola (1.271), da sempre considerato vicino Andrea Tassone, l’ex presidente del municipio di Ostia, finito agli arresti domiciliari per l’inchiesta Mafia Capitale.
Ma il più votato è il grillino Marcello De Vito, con 2.761 voti.
Risalendo lo stivale, a Bologna il titolo di re delle preferenze va a Matteo Lepore (1.974), assessore uscente al “Marketing territoriale”, carica che deve aver interpretato molto bene visto il successo alle urne.
Lepore è tallonato da un altro ex assessore, Andrea Colombo, a quota 1.795, e dalla capolista Pd Giulia Di Girolamo, ferma a 1.449.
Ma il vero exploit è quello dell’ex leghista Manes Bernardini, con 18.000 preferenze.
A Napoli la più votata, dopo la Carfagna, è l’ex assessore di Luigi De Magistris Alessandra Clemente (4.555), seguita dal pidino Salvatore Madonna (3594).
A Salerno c’è l’assessore uscente Nino Savastano con 2.371 voti, mentre a Benevento il preferito della lista per Clemente Mastella è il consigliere uscente Luigi Ambrosone, con 756 preferenze.
Per quanto riguarda i risultati negativi, due su tutti: l’ex concorrente del Grande Fratello Roberta Beta (2 voti) e il nipote di Aldo Biscardi, Aldo Maria detto “Dodi” (1). Non li hanno votati nemmeno i parenti stretti.
Gianluca Roselli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
NESSUNA INDICAZIONE TRA RAGGI E GIACHETTI: “NOSTRI VOTI A CHI DIMOSTRERA’ DI AMARE ROMA”
Il risultato del primo turno delle elezioni a Roma “va analizzato con serenità e realismo: la prima considerazione è che l’esplosione dei Cinque stelle denota un consenso solido e espansivo, che ha una sua base molto forte nelle periferie, dove c’è più forte il disagio sociale e ha intercettato meglio di chiunque altro il disagio giovanile”.
A dirlo è Alfio Marchini, in una conferenza stampa in cui ha fatto il bilancio del voto di domenica 5 giugno.
“Sono profondamente convinto che i vecchi vascelli oggi non servano più – continua Marchini, che era il candidato sostenuto dal Silvio Berlusconi nella Capitale – e che bisogna bruciarli per ricostruirne dei nuovi. Precondizione per ricostruire è che servono i cantieri, che non sono luoghi astratti. Io – afferma – mi occuperò nei prossimi mesi di creare le condizioni affinchè ci siano questi cantieri che possano costruire nuovi vascelli che guardino al futuro. Oggi – spiega – vedo la grande emergenza del lavoro e della disoccupazione giovanile, che possono generare potenziali conflitti sociali che vanno assolutamente evitati”.
Sul ballottaggio e il suo eventuale appoggio alla candidata M5s Virginia Raggi o a quello del Pd Roberto Giachetti, Marchini dice: “Se io avessi creduto che Giachetti, cui mi legano amicizia e stima, o la Raggi che ho conosciuto in consiglio comunale, fossero le risposte adeguate per risolvere i problemi di Roma, avrei votato per loro e mi sarei ritirato per appoggiare uno di loro. Ma non lo credo”.
“Ora però – conclude – dobbiamo dare una indicazione precisa: noi saremo dalla parte di chi dimostrerà concretamente in questi 15 giorni di amare Roma, ossia di aderire ad alcuni punti fondamentali della nostra agenda”.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
I POTENTI DELLA TERRA SI RIUNISCONO A DRESDA DAL 9 AL 12 GIUGNO: TRA GLI ITALIANI JOHN ELKANN E LILLI GRUBER…. OBIETTIVI DI QUEST’ANNO LA CHIUSURA DELL’ACCORDO DI LIBERO SCAMBIO TRA UE E USA E SCONGIURARE L’USCITA DELLA GRAN BRETAGNA DALLA UE
Dall’Austria alla Germania, il Club Bilderberg, il circolo più esclusivo del mondo, torna a riunirsi dal 9 al 12
giugno a Dresda.
Nella Germania dell’Est i potenti della terra si troveranno al Kempinski-Hotel Taschenbergpalais, a pochi metri dalla Semper-Oper, dove da mesi non c’è una stanza libera: l’hotel è interamente prenotato dall’organizzazione che ha predisposto il classico cordone di sicurezza per tenere a distanza giornalisti e curiosi.
La segretezza degli incontri, nonostante la lista dei partecipanti sia ormai pubblica, resta il mantra del circolo dove a porte chiuse rappresentanti dell’economia e del mondo accademico discuteranno di globalizzazione, Russia ed elezioni americane con l’obiettivo – come recita lo statuto del Club – di “promuovere il dialogo tra Europa e America del Nord”.
Anche per questo tra i piatti principali del menù del vertice ci sarà ancora una volta il Ttip: il trattato transatlantico di libero scambio.
Lo stesso contro il quale montano le proteste a ogni angolo del globo, proprio mentre i governi chiedono di accelerare per arrivare al via libera entro la fine dell’anno.
Altro tema forte all’ordine del giorno il rischio Brexit: il 23 giugno si terrà il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna all’interno dell’Unione europea.
Negli ultimi sondaggi i no sono in vantaggio, ma i potenti della terra sono schierati in prima linea per scongiurare l’eventualità .
Non per nulla tra i membri del comitato centrale del Bilderberg spicca Micheal O’Leary, il fondatore della compagnia low cost Ryanair che offre viaggi scontati a tutti gli inglesi all’estero per votare contro Brexit.
I misteri.
Da sempre al centro delle critiche per i misteri che avvolgono il club e i suoi incontri a porte chiuse, che alimentano le teorie del complotto, il Bilderberg dal 2013 si è dotato di un ufficio stampa che pubblica l’elenco completo dei partecipanti agli incontri e rende noti i macro temi di discussione.
Nonostante tutto, resta difficile capire chi davvero entra ed esce dall’albergo: ogni anno la polizia predispone un cordone di sicurezza intorno all’hotel, che viene interamente riservato per l’occasione per tenere lontani curiosi e giornalisti.
Se le spese organizzative sono a carico dei membri del direttivo del Paese ospitante, quelle per la sicurezza sono garantite dai contribuenti: lo scorso anno l’Austria – come la Danimarca l’anno prima – non ha rivelato quanto fu speso per il meeting, ma nel 2013 il governo inglese ammise di aver speso 1,8 milioni di sterline, facendo infuriare l’opinione pubblica.
Di certo vi hanno preso parte tutti i membri dell’elite internazionale.
In passato si è scoperto che i convenuti comprendevano Henry Kissinger, il principe Carlo, Peter Mandelson, lord Carrington, David Cameron, la regina Beatrice d’Olanda, per fare qualche nome.
Negli ultimi anni i nobili sono sempre meno a favore dei grandi della finanza: da Bill Gates e Henry Kravis di Kkr, da Eric Schmidt di Google al Generale Petraeus.
E gli italiani non mancano mai: quest’anno ci saranno sicuramente il presidente di Fca John Elkann, new entry nel 2014 e oggi membro del direttivo così come Lilli Gruber.
Lo scorso anno parteciparono anche Mario Monti e Franco Bernabè con Gianfelice Rocca. Storicamente la galassia Fiat è stata sempre vicina al Bilderberg, ma tra gli ospiti non sono mancati Enrico Letta, Giulio Tremonti e Romano Prodi.
Argomenti.
Sapere di cosa si discuterà nello specifico è praticamente impossibile dal momento che le riunioni si tengono senza un ordine del giorno, ma di fatto gli argomenti si ripetono: la Russia e il potere crescente di Putin sono sempre in cima alle preoccupazioni del mondo occidentale. Probabilmente quest’anno si parlerà meno della Grecia dopo l’intesa raggiunta tra Atene e i suoi creditori, ma in cima al menù dei potenti ci sono sempre Europa e Stati Uniti.
Di certo i grandi lobbysti del pianeta discuteranno anche del Ttip, il trattato di libero scambio tra l’Unione europea e gli Usa: le critiche crescono, ma la volontà dei potenti della terra è di chiudere entro fine anno, sotto la presidenza Obama.
Sarà un caso, ma due settimane dopo il meeting di Dresda il 28 e il 29 giugno si riunirà il Consiglio europeo durante il quale il presidente della Commissione Ue chiederà il rinnovo del mandato a chiudere i negoziato con gli Usa. Appena cinque giorni prima, il 23 giugno, invece, si terrà il referendum su Brexit: un terremoto che banche e Borse vogliono scongiurare ad ogni costo.
Insomma, abbastanza per alimentare le teorie del complotto: “Cosa ci fanno 140 persone chiuse in un albergo per un fine settimana?”. Decidono i destini del mondo, sostengono i detrattori. “Mettono attorno a un tavolo gli uomini più potenti della Terra per discutere off the records dello stato del mondo e per promuovere il dialogo tra Europa e Stati Uniti”, recita il sito del gruppo.
Giuliano Balestreri
(da “La Repubblica”)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
AL BALLOTTAGGIO A BENEVENTO: “IO NON HO CLIENTELE, HO FATTO LA STORIA DI QUESTA TERRA, GLI ELETTORI MI HANNO PERCEPITO COME LA VERA ALTERNATIVA”
«Ricorda la storia dei pifferai della montagna che andarono per suonare e tornarono suonati?». Eccola, la rottamazione secondo Clemente Mastella: supponenza che finisce per essere presa a bastonate. Insomma, «una stronzata» tanto per sintetizzare. Deputato democristiano, ministro col centrodestra e il centrosinistra, alleato ondivago, uomo-partito, europarlamentare, sindaco di Ceppaloni.
E fra due settimane, se i cittadini lo vorranno, anche di Benevento.
«La vera alternativa» e al tempo stesso la conclusione naturale per chi ritiene di aver «fatto la storia di questa terra».
Domenica lo ha scelto un elettore su tre e in attesa del ballottaggio l’ex Guardasigilli si gode il risultato del primo turno, che lo consegna davanti di 150 voti allo sfidante del Pd Raffaele Del Vecchio.
A 69 anni è davanti a un avversario che ne aveva appena cinque quando lei entrò in Parlamento. La rottamazione non vale a Benevento?
«La rottamazione è una stronzata che serve per eliminare la concorrenza e non avere davanti intelligenze politiche vere. Meglio l’usato sicuro, senza il minimo dubbio. Nel tentativo di fottermi quando mi sono candidato hanno iniziato ad affermare che sono anziano. Io ho detto: “Ma scusate, la Clinton ha la mia età , Trump un anno più di me, Sanders sei e io non mi posso candidare a sindaco di Benevento?”».
E adesso è lei il vero rottamatore…
«Certo, alla fine ho rottamato quelli che pensavano di essere i rottamatori. Ricorda la storia dei pifferi di montagna, che andarono per suonare e tornarono suonati? Quelli del Pd, questi teologi della moralità dei miei stivali, fanno i rottamatori con gli altri ma non con Verdini, lo trovo un po’ singolare. Bassolino non va bene e la Valente sì? E poi si vedono i risultati… La verità è che sono stato percepito dagli elettori come l’alternativa al blocco di potere laico-massonico che governa Benevento da anni. Il vero voto di protesta sono io».
In pratica un grillino…
«Adesso non esageriamo, io sono Mastella. Anche perchè Grillo è venuto dopo di me sul piano politico. E anziano e da rottamare proprio non lo sono. Il sottosegretario Umberto Del basso De Caro, beneventano e mio principale avversario, ha iniziato nel ’75 al Consiglio comunale e dice “Mastella è vecchio”. Ma sì viecchio tu…»
Gli elettori Cinque stelle saranno decisivi: faccia un appello…
«Non lo faccio per rispetto nei loro riguardi. Poi se preferiscono il Pd a me, problemi loro».
Magari non apprezzano che lei abbia ricevuto l’endorsement di Ciriaco De Mita, non proprio il nuovo che avanza?
«Meglio 100 mila De Mita di tanti cafoncelli della politica come Salvini, che adesso viene qua a tentare di fare il garibaldino. Per fortuna che è confinato là al Nord. Diceva: “Io non lo faccio votare Mastella”. Se fossi stato candidato a Varese capirei, ma chi tieni tu a Benevento che vota per te?».
Dicono che il suo successo è la prova che le vecchie clientele nelle piccole realtà ancora possono pesare molto…
«Questa è una sciocchezza, io non ho clientele: alla Regione non ho nessuno, non ho parlamentari di riferimento, sono da 10 anni ai bordi del potere… La verità è che il potere sono io, sono io il riferimento di questa realtà . Io ho fatto la storia di questa terra e la gente mi ha riconosciuto la capacità di saper rappresentare gli interessi di questa comunità ».
In città ironizzano sul fatto che intende rinunciare allo stipendio da sindaco perchè tanto ha già il vitalizio…
«E quelli che non rinunciano allora? Se rinunci dicono che non va bene, se non rinunci non va bene lo stesso. Sono stato parlamentare e piglio la pensione, che debbo fare?».
Sarà che ancora non le perdonano il suo passato ondivago da uno schieramento all’altro?
«Dicevano Mastella va di qua e di là … Ma perchè questi di adesso che stanno facendo? Alfano a Milano sta con la destra, a Roma col centro, qui a Benevento era con la sinistra anche se sto con Forza Italia, con cui invece è alleato a Napoli… È così che si fa politica?».
Paolo Fantauzzi
(da “L’Espresso”)
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