Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
DA UN LATO I POTERI DELLA CAPITALE, DALL’ALTRO LE LOTTIZZAZIONI DEI SUOI RIVALI NEL MOVIMENTO
Virginia arriva con la pioggia, si potrebbe dire parafrasando un grande romanzo di Alvaro Mutis. 
Nel senso che per vedere il cambiamento promesso in modo tanto roboante dal Movimento a Roma, se va bene, bisognerà attendere l’autunno.
Se cambiamento arriverà . Il primo mese della Raggi sindaco è stato un tormento in primis per lei; è quasi come se lei – che ieri festeggiava anche il compleanno (a casa: mazzi di rose e niente feste su barconi sul Lungotevere) – non fosse ancora davvero partita.
Zero delibere all’attivo.
La prima riunione vera di giunta che arriverà solo oggi (dedicata all’assestamento del bilancio; seguirà incontro con Tronca). Il reddito di cittadinanza, mega promessa elettorale, che ovviamente non si potrà fare a breve (prima bisogna, appunto, vedere bene il bilancio comunale).
Raggi sta cercando di muoversi per incontrare Renzi e Padoan, e ottenere la collaborazione del governo sulla ristrutturazione del debito di Roma: una partita poco appariscente ma su cui si gioca tantissimo, e lei non è stata male.
La giunta è nata però con estrema fatica.
Raggi ha subìto pressioni forti; interne, dal M5S,ed esterne: tutti, da Davide Casaleggio a Di Maio alla Taverna a Di Battista, le hanno piazzato uomini. Il suo capo di gabinetto designato, Daniele Frongia, è stato impallinato dalla Lombardi (Raggi ha resistito e l’ha messo vicesindaco).
E allora la sindaca s’è impegnata a revocare la scelta di Daniela Morgante, che percepiva amica della Lombardi. Vittoria politica parallela al siluramento della Faraona dal direttorio romano; senonchè proprio ieri la Lombardi è stata, con un elemento di farsa, rimpiazzata da Stefano Vignaroli; il compagno della Taverna.
Lombardi i suoi uomini nelle commissioni li aveva già piazzati, con un manuale Cencelli che La Stampa rivelò.
E avrebbe almeno cinque consiglieri comunali suoi (oltre a tutta la capigruppo, il presidente De Vito, il capogruppo Paolo Ferrara, la segretaria Bernabei).
Insomma, sul piano politico hanno sfibrato la Raggi, l’hanno accerchiata, esposta alla mercè delle pressioni. Lei stessa ha poi le sue, di relazioni: ha fatto nomine discutibili (il panzironiano Marra, vicecapo di gabinetto, che poi non è stato revocato), ma politicamente s’è anche difesa in maniera non scontata, ha cercato di rendersi autonoma in un brutto contesto.
Questa è Roma, e il Movimento romano.
È inevitabile che le cose da fare siano passate in secondo piano.
Al Colosseo sono riapparsi i camion bar (proficuo asset dei Tredicine che era scomparso con Marino; c’è stata anche un’infelice frase del neo assessore Meloni, uomo-Casaleggio, in favore di questi discussi ambulanti, poi parzialmente corretta). Gli odiosi centurioni paiono rinati.
Raggi ha invece tenuto bene il punto contro lo sgombero di via Cupa, dove sono accampati i migranti del Baobab.
In pessime condizioni, sì, ma il prefetto voleva mandarli via con la forza pubblica, alla destrorsa; Raggi s’è opposta, e ha fatto bene.
Ma la soluzione non ce l’ha, e ha chiesto un tavolo al ministro dell’Interno. Sapete chi sia.
Sul piano mediatico ha avuto i successi maggiori, le tre mosse di comunicazione sono state intelligenti: andare a Tor Bella Monaca sull’onda di un video virale in cui dei bimbi giocavano in mezzo ai topi.
Affacciarsi sul Lungotevere a far ripulire i cassonetti. Andare a Rocca Cencia. L’immagine è di una sindaca che non sta chiusa nella torre d’avorio, sta in mezzo alla gente, nelle periferie. Ottimo.
Ma a Rocca Cencia c’è poi il problema di un impianto di smaltimento dei rifiuti che l’Ama non ha messo in condizione di funzionare bene, e tantissimi sono i malumori sulla neo assessora all’ambiente, Paola Muraro, che per dodici anni ha ricevuto ottime consulenze proprio all’Ama: è il nuovo che avanza o il conflitto d’interessi eterno all’italiana?
Su Acea l’idea del M5S era l’acqua pubblica.
E Raggi questo voleva, compreso silurare il potente ad Alberto Irace, uomo stimato da Caltagirone.
Sta vincendo invece la linea dell’assessore al Bilancio, Marcello Minenna, e di Di Maio, un appeasement con questa azienda, vera camera di compensazione del sistema-Roma. E a settembre dovrà iniziare una partita di nomine appetitose in tutte queste partecipate.
C’è da sperare che Virginia arrivi con la pioggia.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
COMMISSIONI D’INCHIESTA, ECONOMIA, POCHI DIRTTI CIVILI: DOVE VA IL M5S
Il Movimento Cinquestelle è una «non-associazione», ha un «non-statuto», per sede legale si è scelto un sito web.
Pensato per travolgere nella forma quel che resta dei partiti novecenteschi, nella sostanza dovrebbe avere una «non-ideologia». Il Movimento non vanta un catalogo di idee e proposte, quanto piuttosto un metodo.
La sua priorità è riconoscere «alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi». La democrazia diretta dovrebbe superare, dunque, categorie usurate come destra e sinistra.
All’atto pratico, questo si traduce in una sorta di elegante camaleontismo: il Movimento propone il reddito di cittadinanza e l’abolizione di Equitalia, eccita l’elettore «antagonista», vezzeggia la piccola borghesia produttiva.
Di per sè è un fenomeno non nuovo, nel nostro Paese.
Il liberismo di Berlusconi era sempre «sociale», col crollo del Muro la sinistra postcomunista ha specificato che il suo era un socialismo «democratico», talvolta perfino «liberale».
La vecchia politica era un po’ anche questo: partire dai lati e convergere al centro, per conquistarlo mostrando un pragmatismo pacato e riflessivo.
Il Movimento al contrario non gioca a cucire assieme sensibilità sociale e critica allo Stato massimo, cultura di mercato e attenzione ai ceti più deboli, sentimento di giustizia e aspirazione all’efficienza.
Si propone piuttosto come una collezione di realtà non necessariamente comunicanti, tante piccole isole accomunate dall’insofferenza per lo status quo.
In un’importante ricerca del 2013, «Il partito di Grillo» (Il Mulino), Elisabetta Gualmini e Piergiorgio Corbetta cercavano di risolverne l’enigma guardando ai flussi elettorali.
Ne veniva fuori che quello di Grillo era un partito giovane, col suo zoccolo duro nella fascia d’età 35-44, e trasversale, capace di pescare a sinistra quanto nell’area del non-voto e, al Nord, fra chi aveva dato fiducia alla Lega.
Già da quel lavoro emergeva come una quota consistente di pentastellati si autodefinisse di sinistra.
Che cosa dice, invece, della collocazione del Movimento la sua produzione legislativa?
Abbiamo provato a catalogare le proposte depositate da deputati e senatori Cinquestelle.
Dovrebbe essere il modo migliore, per comprendere quali sono effettivamente attitudini e preoccupazioni di un ceto politico. I criteri seguiti sono inevitabilmente arbitrari: dipendono in tutto e per tutto dalla lettura che, delle proposte di legge in questione, ha dato chi scrive.
Più welfare che diritti
Prima di concentrarci su quelle di tema economico, abbiamo diviso le proposte di legge, 360 depositate alla Camera e 154 al Senato, per macro-settori.
Alla Camera, il 38% riguarda questioni economiche, il 15% il funzionamento del welfare state, il 6% temi di trasparenza e, per così dire, di «moralità pubblica», il 17% la riforma della politica, il 6% i diritti civili, il 6% politica estera e di difesa, il 7% ambientalismo e diritti degli animali, il 3% la cultura, e il restante 2% non rientra in nessuna di queste categorie.
Le proporzioni sono simili, se si guarda all’attività dei senatori: economia 23%, stato sociale 21%, trasparenza e «moralità pubblica» il 19%, riforma della politica 9%, diritti civili 9%, politica estera e di difesa 7%, ambientalismo 2%, cultura 6%, il resto non rientra in nessuna di queste categorie.
L’attenzione ai temi dell’ecologia segnala la vicinanza alla sinistra tradizionale. La componente di proposte di stampo «giustizialista» è corposa, e non poteva essere altrimenti: dal «Vaffa» Day in poi, è il tasto sul quale Grillo e i Cinquestelle hanno più costantemente battuto, proprio per fare valere la propria alterità rispetto alla vecchia politica.
Stupisce forse la relativa esiguità di interventi sui temi dei diritti civili: ambito nel quale abbiamo inserito questioni pure eterogenee come l’attribuzione del cognome ai figli, l’introduzione del reato di tortura nel codice penale, fecondazione assistita, matrimoni fra persone dello stesso sesso.
Commissioni e complotti
Un dato forse particolarmente significativo è la passione di onorevoli e senatori pentastellati per le commissioni d’inchiesta.
Le commissioni d’inchiesta vengono istituite per via legislativa e sono associate, nella memoria dei più, a eventi particolarmente drammatici nella storia della Repubblica: pensiamo al caso Sindona, alla loggia P2, al terrorismo, alla mafia, fino al dossier Mitrokhin e all’uranio impoverito.
L’aspirazione di istituire una commissione d’inchiesta sembra tradire l’idea di aver a che fare non semplicemente con un «fatto», semmai con un evento preordinato e organizzato.
Ne «La società aperta e i suoi nemici», Karl Popper definisce «teoria cospirativa della società » quella convinzione per cui «la spiegazione di un fenomeno sociale consiste nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che dev’essere prima rivelato) e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo».
Si tratta di un tentativo di leggere la realtà che deriva «dall’erronea teoria che, qualunque cosa avvenga nella società – specialmente avvenimenti come la guerra, la disoccupazione, la povertà , le carestie, che la gente di solito detesta – è il risultato di diretti interventi di alcuni individui e gruppi potenti».
Oltre che su fatti concreti (per esempio le vicende di Alma Shalabayeva e di Mps), il Movimento promuove l’istituzione di commissioni sull’alta velocità Torino-Lione, sulle «agevolazioni fiscali di cui ha goduto il gruppo Fiat» nel secondo Dopoguerra, «sull’affidamento di consulenze a soggetti esterni agli organici delle pubbliche amministrazioni», sul funzionamento delle scuole paritarie, e perfino sulla «deindustrializzazione».
I Cinquestelle vorrebbero una commissione d’inchiesta anche sulla «privatizzazione di Telecom» e hanno chiesto a Renzi di sostenerla, dopo che il primo ministro ha stuzzicato di nuovo Massimo D’Alema sulla vicenda dell’Opa e dei «capitani coraggiosi». Renzi attaccava un esponente del fronte del «no»: per i pentastellati in tutta evidenza conta di più fare chiarezza su una «cospirazione», che serrare i ranghi per il referendum.
Un’economia da regolare
Se guardiamo alle proposte di carattere economico, il 48% prevede maggiori adempimenti di un tipo o di un altro.
La categoria è volutamente ampia: comprende sia forme di regolamentazione tutto sommato innocue (tipo l’istituzione di una nuova figura professionale, l’operatore shiatsu), che norme stringenti che avrebbero presumibilmente un impatto rilevante su interi settori (per esempio in materia di attività assicurativa o di utilizzo dei suoli).
In generale, emerge l’idea che attività ritenute poco commendevoli (per esempio, il gioco d’azzardo) debbano essere rigidamente regolamentate.
Il 13% delle proposte di legge presentate riguarda invece tentativi di incentivare o sussidiare iniziative che sono ritenute encomiabili. Il 12% possono essere invece considerate semplificazioni e il 4% interventi di sostegno fiscale a particolari attività .
È una lista molto eterogenea, ma di per sè questa non è una novità . Gli americani usano l’espressione «pork barrel» per riferirsi a provvedimenti di spesa che vanno a beneficiare una particolare categoria, che in cambio dà il proprio supporto a un certo politico. Che si tratti, dunque, di agricoltori o di estetiste, poco importa.
Emerge però una chiara impronta ideologica.
Qualche esempio. Una proposta che mira a dare «sostegno della ripresa demografica ed economica dei comuni con popolazione inferiore a 5000 abitanti» ne indica le cause del depopolamento in una «economia di rapina che privilegia la speculazione rispetto alla vita delle persone» (al quale la classe politica soggiace solo per la sua «incultura neoliberista»).
Un’altra prevede il «diritto del consumatore a conoscere la durata dei prodotti e dei servizi» in risposta a una «obsolescenza programmata» che sarebbe costruita ad arte dai produttori di certi prodotti, per assicurarsi un costante flusso di entrate.
Quando i grillini propongono di semplificare e abolire, lo fanno in larga misura strizzando l’occhio al piccolo commercio.
Dall’abolizione di Equitalia a un tentativo di costituzionalizzazione dei principi dello statuto del contribuente, non manca l’idea che quest’ultimo sia una figura negletta quando non vilipesa, dalla vecchia politica.
Addio al rigore
C’è da chiedersi, però, quanto sincere possano essere certe dichiarazioni d’intenti, se al contempo i Cinquestelle esprimono la volontà dichiarata di rimuovere gli argini, peraltro assai deboli, all’aumento della spesa.
Difficile ridurre le vessazioni per il contribuente, se cresce il bisogno di risorse dello Stato. Forse questo allentare le briglie è un passaggio obbligato, per l’introduzione di un provvedimento costoso oggi ma che essi ritengono possa produrre grandi benefici in futuro, ovvero il reddito di cittadinanza: sulle cui coperture è buio pesto.
Fra le proposte economiche dei deputati pentastellati, sei prendono la forma delle modifiche costituzionali, e di queste due riguardano lo smantellamento del nuovo articolo 81, che prescriverebbe l’equilibrio di bilancio.
Norma non proprio efficacissima, se è vero che il Parlamento rimanda il pareggio da che il nuovo articolo 81 è entrato in vigore.
Per i grillini esso andrebbe superato del tutto, in omaggio, di nuovo, a una visione cospiratoria della società : quella per cui l’attuale crisi economica «non ha nulla di naturale o di accidentale» (proposta di abolizione del pareggio di bilancio presentata dai deputati deputati Ciprini, Cominardi, Tripiedi, Alberti).
Nel luglio 2015, essi si sono espressi anche per una modifica all’articolo 47 della Costituzione, quello sulla tutela del risparmio, affinchè esso tuteli «il risparmiatore dal rischio di crisi bancarie».
Splendida idea, se non fosse che è un po’ come fare una legge che abolisca i terremoti.
Alberto Mingardi
(da “La Stampa“)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
QUANDO SULLA BARA DELL’AMICO FALCONE DISSE AI COLLEGHI: “CHI VUOLE ANDARSENE, PUO’ FARLO, IL NOSTRO FUTURO E’ QUESTO”… MA PAOLO RIMASE FINO AL SACRIFICIO FINALE
Ripubblichiamo l’articolo di Francesco La Licata del 20 luglio 1992: così La Stampa raccontò
l’attentato di via D’Amelio.
Hanno fatto terra bruciata. C’era Paolo Borsellino, era l’eredità lasciata da Giovanni Falcone. Naturalmente non esiste nessun testamento scritto, ma non v’è palermitano saggio che disconosca questa verità : era Borsellino, da poco procuratore aggiunto di Palermo, l’unico in grado di raccogliere il pesante fardello lasciato da Falcone sull’asfalto di Capaci. Non c’è più neppure lui, adesso. E’ morto come il suo amico. L’hanno disintegrato con una bomba simile a quella di maggio.
Morti i ragazzi che lo scortavano, come quegli altri che proteggevano Falcone e la moglie. Un’altra strage. Uguale alla prima: sembrano pensate in serie, eseguite da automi che rispondono ad input inviati da un solo cervello.
Anche Borsellino. Le agenzie raccontano di corpi straziati, arti letteralmente strappati dal busto. Palermo come Beirut.
Lo avevamo già sentito, questo slogan, quando era toccato al giudice Rocco Chinnici, «padre» di questa schiera di giudici sacrificati, falcidiati, a volte anche vilipesi dopo morti. Anche Borsellino se n’è andato.
Per liberarsene non hanno esitato a minare un intero quartiere. Adesso si sentiranno più al sicuro, i signori di Cosa nostra. Centomila in piazza, dopo Falcone? Ed allora spariamo di più, e coinvolgendo sempre più la gente comune. Perchè se ne stia tranquilla, perchè non alzi la testa.
Paolo e Giovanni
Non c’è più nessuno a Palermo che possa guidare la riscossa. Lui era davvero l’ultimo. Come sono uguali, la sua storia e quella del suo amico e «fratello» Giovanni. Il destino aveva voluto che fosse proprio Borsellino a raccogliere «l’ultimo respiro» di Falcone. Era uscito distrutto da quel pomeriggio. Pianse come un bambino.
Rimase di pietra quando il cuore del suo amico si fermò. Per interminabili attimi aveva sperato che Giovanni ce la facesse. «Non era cosciente raccontò qualche giorno dopo la strage di Capaci – ma soffriva. Non è riusicto a dirmi nulla. Francesca, invece, ebbe il tempo di chiedermi: “Giovanni…come sta? Dov’è Giovanni?”».
Dal campetto alla toga
Paolo Borsellino era palermitano. Forse ha pagato pure per questo: Cosa nostra odia in modo particolare i concittadini che si schierano dall’altra parte della barricata. La sua origine, inoltre, gli consentiva di capire molto di più degli altri. Anche Falcone era palermitano, e, per sua ammissione, da ciò si sentiva avvantaggiato.
Era nato a piazza Magione, Paolo Borsellino. Nel cuore della città vecchia, all’ombra delle vestigia normanne, splendido fondale messo a paravento di una delle più antiche e rassegnate povertà .
Da bambino, era il dopo guerra, tirava calci alla palla nel Campetto dell’oratorio. Conosceva già Falcone, giocavano insieme, in un quartiere popolare dove poteva accadere, così raccontava Falcone, di dover disputare incontri di ping-pong con altri ragazzi, come Tommaso Spadaro, che sarebbero divenuti capi di Cosa nostra.
Eppure, malgrado la pericolosa «palestra», l’ideale della giustizia doveva avere la meglio.
La politica
Divenne giudice quasi contemporaneamente con Falcone. Concorsi diversi, ma stessi «maestri». Quali? Uno fu certamente il consigliere Morvillo, del tribunale di Palermo. Aveva due figli, il magistrato: Alfredo e Francesca.
Borsellino e Falcone, giudici di primo pelo, li conobbero che erano poco più che ragazzini. Se li sarebbero ritrovati, dopo, giovani colleghi: Alfredo sostituto procuratore, Francesca alla Procura dei minorenni e, successivamente, moglie di Giovanni Falcone.
Borsellino, invece, avrebbe sposato la figlia di Angelo Piraino Leto, presidente del Tribunale di Palermo. Era sanguigno, Paolo Borsellino. Ed era di destra. Non ha mai nascosto la sua ideologia: sin da quando, studente universitario, militò nel Fuan e strinse amicizia con quelli che sarebbero divenuti i leader missini della Sicilia occidentale.
Ma non ha mai fatto politica con le sentenze. Il suo impegno lo ha sempre riversato nell’attività associazionistica della «corporazione», come ogni tanto amava ironizzare. Tutto alla luce del sole: i suoi colleghi sapevano esattamente come la pensava, ma erano anche certi che l’ideologia o la militanza in nessun modo avrebbe mai insidiato la sua autonomia di giudizio. Era, insomma, autorevole.
E per questo piaceva a Falcone. «Di Borsellino ci si può fidare – assicurava l’amico – ed è anche un lavoratore instancabile.
Il maxiprocesso
Già , instancabile. Il maxiprocesso ne fu la prova più evidente. Il pool aveva il «capo», Falcone, e il «numero due», Paolo Borsellino.
Poi c’erano i preziosissimi Guarnotta e Di Lello, poi si aggiunse Giacomo Conte, il più giovane. Lavoravano tutti a ritmo continuo. Non erano colleghi, erano prima di tutto amici.
In particolare Paolo e Giovanni: avevano la stessa visione di Cosa nostra e delle strategia da opporre alla «Piovra». A loro bastava uno scambio di occhiate per dirsi tutto, erano in perfetta sintonia.
Una macchina perfetta, il pool, messa in pista da quella figura eccezionale che è Antonino Caponnetto, l’uomo che più di tutti ha lavorato nell’ombra per facilitare il lavoro dei giudici di Palermo. Che esperienza, quella del maxiprocesso.
I magistrati chiusi a scrivere pagine su pagine, la villa di Mondello di Giuseppe Ayala, che sarebbe stato poi uno dei due pubblici ministeri, utilizzata come «covo» del pool antimafia. E i mandati di cattura scritti sul tavolo da ping-pong del giardino, mentre dall’esterno un autoblindo scoraggiava i malintenzionati.
Quello fu un momento in cui tutti, ma tutti davvero, gli uomini del pool antimafia dimenticarono persino di avere una famiglia.
La famiglia, l’Asinara il futuro
Già , la famiglia, i figli. Borsellino ne aveva tre, un maschio e due ragazze: Manfredi, Lucia e Fiammetta. Quanta apprensione per Lucia. Accadde quando lui e Falcone furono costretti a rifugiarsi con le famiglie all’Asinara. Sì, proprio nel carcere dell’isola.
I servizi di sicurezza avevano avuto una soffiata che la mafia preparava qualcosa contro i due. Restarono più di un mese «al confino».
Fu in quell’occasione che Lucia si ammalò: divenne anoressica. Una malattia della quale non si è mai liberata completamente e che si riacutizzava ogni volta che Lucia sentiva il padre in pericolo.
Era a Lucia che Borsellino pensava ogni volta che gli veniva offerto un incarico nuovo. Era la salute della figlia l’insopportabile contrappeso alle sue scelte. Opponeva resistenze all’ipotesi di diventare Superprocuratore al posto del suo amico morto a Capaci.
Lo spiegò, una mattina, qual era il tarlo che gli arrovellava il cervello.
«Sono combattuto. Da una parte so che quel posto è il solo che possa assicurarmi di poter svolgere indagini sull’assassinio di Giovanni e Francesca. Dall’altra parte sono sicuro che mia figlia ne morirebbe».
E si macerava, interpretando i suoi tentennamenti come una sorta di diserzione ad un dovere che sentiva impellente.
L’amicizia
Sì, perchè Paolo Borsellino era un uomo onesto fino in fondo. E leale.
Tanto franco da riuscire ad esprimere tutte le sue perplessità senza incrinare i rapporti di amicizia.
Così avvenne con Giovanni Falcone. Borsellino non era d’accordo con l’idea di istituire la Procura nazionale. Come tanti altri giudici, temeva che un simile organismo potesse servire ad imbrigliare politicamente le iniziative della magistratura. Spiegò a Falcone tutte le sue perplessità . L’amico non riuscì a convincerlo completamente, ma quando la legge passò e la Dna fu istituita, Borsellino non ebbe dubbi ad indicare Falcone come l’unico che potesse far funzionare un simile organismo.
Non c’era divergenza di vedute che potesse far venire meno il rispetto e la stima.
Il pool
Difficile pensare a Borsellino e Falcone come a possibili «nemici». Fu Paolo, per primo, a dimostrare all’altro tutta la sua amicizia.
Era il 1988, cominciava il sistematico smantellamento del pool antimafia di Palermo e Borsellino, anche per rassicurare la figlia convalescente, si era già trasferito alla procura della Repubblica di Marsala.
La lontananza da Palermo non gli impedì, tuttavia, di intervenire in aiuto dei vecchi amici del pool. Sanguigno come sempre, lanciò la sfida: si fece intervistare per dire che lo Stato stava abbassando la guardia.
Fu «processato» dal Consiglio superiore: uno scontro durissimo nel quale anche Falcone gettò tutto il suo prestigio, arrivando a minacciare le dimissioni se il Csm avesse punito Paolo Borsellino.
I pentiti
Anche dopo la morte di Falcone non si tirò indietro. Fu implacabile con quanti tentavano di offuscarne la memoria, vigile con gli amici dell’ultima ora.
Confermò l’esistenza degli appunti che il suo amico aveva annotato all’epoca della difficile convivenza col palazzo di giustizia e, in particolare, col procuratore capo Piero Giammanco.
Però non si lasciò prendere dalla smania presenzialistica. Era cosciente che il polverone non serve. Si era convinto che l’unico modo per «onorare» la memoria di Giovanni Falcone era quello di scovare gli assassini. Senza clamori, in silenzio. Passo dopo passo.
Si era mosso parecchio, era andato all’estero. Domani sarebbe andato in Germania, dove, sembra, c’è parecchio da indagare su Cosa nostra.
Continuava a tenere i contatti coi «suoi» pentiti. Uno di questi, Rosario Spatola, alla notizia di quest’altra strage ha dichiarato di essere «rimasto orfano».
Un’altra, Giacoma Filippello, ricorda di averlo visto di recente e rimpiange di non poter più consegnargli, come avevano convenuto, una poesia da lei composta in ricordo di Giovanni Falcone.
No, non aveva mollato. Aveva superato lo smarrimento di maggio, quando, tenendo la mano appoggiata sulla bara del suo amico Giovanni aveva detto ai colleghi: «Chi vuole andarsene se ne vada. Questo è il nostro futuro».
Ma lui era rimasto.
Francesco La Licata
(da “La Stampa“)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
IL PROCESSO STA FACENDO EMERGERE MOLTI PUNTI OSCURI TRA UOMINI DELLE ISTITUZIONI CHE NON AVREBBERO FATTO IL PROPRIO DOVERE E MOLTI “NON RICORDO”
Siamo arrivati a 24 anni dalla strage di via D’Amelio alla celebrazione del quarto processo per esecutori e depistatori, dopo aver avuto quello per i mandanti ed organizzatori di questo attentato avvenuto il 19 luglio 1992, in cui sono stati uccisi il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino e gli agenti di polizia Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli. Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.
La verità però ancora non emerge su molti aspetti di questa strage.
Non emergono i motivi dei depistaggi, i motivi che hanno spinto piccoli pregiudicati a diventare falsi collaboratori di giustizia, perchè ci sarebbero stati “suggerimenti” investigativi che hanno spostato l’asse delle indagini lontano da quelle reali.
Sono interrogativi a cui si deve dare ancora una risposta, ma che hanno portato nei giorni scorsi Lucia Borsellino, figlia del magistrato ucciso, a sostenere davanti alla Commissione antimafia presieduta da Rosi Bindi che “quello che sta emergendo in questa fase processuale (è in corso a Caltanissetta il quarto procedimento sulla strage, ndr) ci si deve interrogare sul fatto se veramente ci si possa fidare in toto delle istituzioni”.
Parole pesanti, che sembrano essere scivolate nel silenzio mediatico e politico. Il processo sta facendo emergere molti punti oscuri che riguardano investigatori e uomini delle istituzioni che non avrebbero fatto bene il proprio dovere e molti di loro, chiamati a testimoniare, hanno ripetuto ai giudici di non ricordare.
“Il semplice sospetto che uomini dello Stato abbiamo potuto tradire un altro uomo dello Stato e lo dico da figlia, mi fa vergognare”, ha detto Lucia Borsellino ai commissari antimafia, ai quali ha precisato: «Nel caso della strage che ha tolto la vita a mio padre e agli uomini della scorta non è stato fatto ciò che era giusto si facesse, se siamo arrivati a questo punto vuol dire che qualcosa non è andata. Ci sono vicende che gridano vendetta anche se il termine non mi piace».
Per poi concludere: «Mi auguro questa fase processuale tenti di fare chiarezza sull’accaduto, pensare ci si possa affidare ancora a ricordi di un figlio o una figlia che lottavano per ottenere un diploma di laurea è un po’ crudele, anche perchè papà non riferiva a due giovani quello che stava vivendo. Non sapevo determinati fatti, è una dolenza che vivo anche da figlia e una difficoltà all’elaborazione del lutto».
Oggi le indagini della procura di Caltanissetta hanno svelato che a premere il pulsante che ha fatto esplodere l’auto carica di esplosivo è stato Giuseppe Graviano, ma non si conosce il motivo che ha portato ad accelerare la strage.
Si è scoperto che nei 57 giorni che separano gli attentati di Capaci e via d’Amelio uomini delle istituzioni hanno parlato con i mafiosi, ma non si sa a cosa abbia portato questo “dialogo”.
Si è scoperto che le indagini dopo l’attentato del 19 luglio 1992 sono state depistate, ma non è stato individuato il movente.
Nemmeno quello che ha portato tre pregiudicati a raccontare bugie ai giudici, ad autoaccusarsi della strage e rischiare il carcere a vita, a diventare falsi collaboratori di giustizia.
I magistrati, grazie alla collaborazione di Gaspare Spatuzza (senza le cui dichiarazioni, riscontrate in tutti i punti, non sarebbe stato possibile avviare la nuova inchiesta dopo le sentenze definitive sulla strage) e Fabio Tranchina, un fedelissimo di Graviano, sono riusciti a trovare alcune tessere del mosaico che dal ’92 avevano impedito di ricostruire la trama dell’attentato.
Un attentato che a 24 anni di distanza ci continua a far star male, come dice Lucia Borsellino, “per il semplice sospetto che uomini dello Stato abbiamo potuto tradire un altro uomo dello Stato” e questo ci fa vergognare.
Lirio Abbate
(da “L’Espresso”)
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Luglio 19th, 2016 Riccardo Fucile
COLPITE LE FAMIGLIE RASO-GULLACE-ALBANESE E PARRELLO-GAGLIOSTRO
Quaranta persone, tutte affiliate o vicine ai clan della Piana di Gioia Tauro, ma radicate anche in
Liguria, sono finite in manette per ordine della Dda di Reggio Calabria.
Ad agevolare le attività dei clan ci sarebbero stati anche rappresentanti politici locali, regionali e nazionali originari di Reggio Calabria, fra cui il senatore di Gal, Antonio Caridi, raggiunto da nuove accuse.
Per lui, i magistrati reggini hanno già chiesto l’arresto qualche giorno fa alla Camera di appartenenza, perchè coinvolto nell’operazione che ha svelato la cupola massonico-mafiosa che governa la ‘ndrangheta.
Una misura è stata chiesta dalla Dda anche per il parlamentare del gruppo misto Giuseppe Galati.
La richiesta è stata però bocciata dal gip, che non ha ritenuto sufficiente il quadro indiziario a carico del parlamentare.
“Siamo di fronte a una nuova operazione – dichiara il procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho – che dimostra come la ‘ndrangheta abbia ormai ramificazioni stabili sul territorio nazionale. Non è solo criminalità spiccia. Dall’indagine sono emersi gli interessi dei clan in decine di imprese, attive non solo nel classico settore del movimento terra, ma anche in quelli ad alta tecnologia e specializzazione, come quello della produzione delle lampade a Led”.
Sotto la lente degli investigatori dello Sco e della Squadra Mobile della polizia e dei reparti della Dia sono finiti affari e attività dei clan di ndrangheta Raso-Gullace-Albanese e Parrello-Gagliostro, che dalla provincia di Reggio Calabria sono riusciti ad infettare anche l’economia del Ponente ligure, mettendo le mani anche sugli appalti del Terzo Valico.
Su questo fronte – spiega il procuratore Cafiero de Raho – abbiamo importanti riscontri riguardo gli appalti che dimostra come i clan fossero attivi sul fronte del Sì Tav”. Ma i clan sono rimasti attivi anche in Calabria, dove avrebbero goduto dell’appoggio anche di funzionari dell’Agenzia delle Entrate e della Commissione Tributaria della medesima provincia.
Le indagini, dirette dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, con il coordinamento del Servizio Centrale Operativo, sono state condotte dalla Squadra Mobile di Genova e Reggio Calabria nonchè di Savona. Altro segmento di indagine è stato svolto dal Centro Operativo Dia di Genova, collaborato dai Centri Dia di Reggio Calabria e Roma. Sotto sequestro sono finiti beni mobili, immobili, depositi bancari di numerose società riconducibili alle consorterie mafiose per un valore complessivo stimabile in circa 40 milioni di euro.
(da “La Repubblica”)
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