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FIRENZE, MORTE MAGHERINI: CONDANNATI TRE CARABINIERI PER OMICIDIO COLPOSO

Luglio 13th, 2016 Riccardo Fucile

IL QUARANTENNE, EX CALCIATORE E PADRE DI UN BAMBINO, MORI’ DURANTE UN DRAMMATICO ARRESTO IN BORGO SAN FEDRIANO

Tre condanne per omicidio colposo e tre assoluzioni.
È arrivata la sentenza di primo grado per il processo Magherini, il quarantenne morto durante un drammatico arresto la notte del 3 marzo 2014. Il giudice Barbara Bilosi ha condannato per omicidio colposo tre dei quattro carabinieri intervenuti in Borgo San Frediano la notte del 3 marzo, quando l’ex calciatore delle giovanili della Fiorentina morì per un arresto cardiaco.
Un quarto, Davide Ascenzi, è stato invece assolto per non aver commesso il fatto, così come le due volontarie del 118 che avevano prestato i primi soccorsi. Per Vincenzo Corni sono otto i mesi di reclusione, per Stefano Castellano e Agostino Della Porta sette, tutti con sospensione della pena.
I quattro carabinieri, la notte del 3 marzo, bloccarono Magherini mentre, sotto l’effetto della cocaina e in preda alle allucinazioni, convinto di essere inseguito da qualcuno che voleva ucciderlo, invocava aiuto in Borgo San Frediano, nel cuore del suo quartiere.
Appena pronunciata la sentenza, la madre di Magherini è scoppiata in lacrime. In aula c’erano anche il padre e il fratello dell’ex calciatore. Presente anche Ilaria Cucchi.
I tre carabinieri condannati, per il giudice, sono i responsabili, “in cooperazione colposa tra loro”, della morte del quarantenne.
In pratica i tre militari hanno concorso a determinare la morte di Magherini “per arresto cardiocircolatorio per intossicazione acuta da cocaina associata ad un meccanismo asfittico”.
Il giudice, nel dispositivo, spiega infatti che i tre carabinieri una volta giunti sul posto, “dopo averlo non senza difficoltà  immobilizzato e ammanettato” hanno causato la morte di Magherini tenendolo “prono a terra”, in “situazione idonea a ridurre la dinamica respiratoria” per un tempo di almeno un quarto d’ora.
Assolti invece il quarto militare Davide Ascenzi, e i due volontari, Claudia Matta e Jannetta Mitrea, “per non aver commesso il fatto”.
Per lo stesso motivo il giudice ha dichiarato ascritto il reato anche per il terzo volontario della Croce Rossa, Maurizio Perini, all’inizio del procedimento anche lui imputato, ma deceduto nel frattempo.
I tre militari sono stati condannati anche al pagamento delle spese legali sostenute dalle parti civili per il 30% (2.200 euro) per ogni difensore, e al rimborso delle spese generali.
Il restante 70% delle spese del giudizio saranno compensate tra le parti.
Il pm Luigi Bocciolini, aveva chiesto la condanna a nove mesi per omicidio colposo. Per Corni, accusato anche di percosse per uno o due calci sferrati all’arrestato mentre era a terra ammanettato, era stata chiesta una ulteriore pena di un mese. Il giudice Bilosi ha però dichiarato il non doversi procedere nei confronti di Corni per l’accusa di percosse.
Secondo Bocciolini, fino al momento in cui l’ex calciatore, padre di un bambino di due anni e non ancora quarantenne, fu bloccato, i carabinieri non violarono le regole. Ma poi averlo tenuto ammanettato a pancia in giù a lungo, per quasi mezz’ora, in una posizione che gli impediva di respirare regolarmente, fu “una condotta contraria non solo a una circolare che raccomandava di sollevare da terra i fermati in stato di agitazione, ma anche al semplice buon senso”.
Il pm ritieneva che Riccardo fosse stato colpito dalla Sindrome del delirio eccitato, per effetto della cocaina, ma che non sarebbe morto se gli fosse stato consentito di respirare.

(da “La Repubblica”)

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E’ MORTO PROVENZANO, IL BOSS DEI BOSS ERA MALATO DA TEMPO

Luglio 13th, 2016 Riccardo Fucile

LO “SCRITTORE” CHE INFILTRAVA LA MAFIA NELLO STATO

In principio era per tutti “u tratturi”, il trattore, capace di arare nemici come fossero distese a grano ai piedi della Busambra, la rocca di Corleone che inghiottiva gli scomparsi.
Poi, nel tempo, pentito dopo pentito, della sua capacità  di sparare, della sua crudeltà  in azione, nessuno sembrò più ricordare molto.
Allora divenne il “ragioniere”, lo stratega sottile che teorizzava la “sommersione” dell’organizzazione.
Il manager che disciplinava l’accesso delle imprese alle opere pubbliche, il contabile che teneva a mente le entrate per la “messa a posto”, il pizzo, del grande commercio, gli iper e i super mercati.
Per se stesso, per i suoi investimenti, per i suoi interessi, ha avuto l’occhio lungo sulla sanità .
Cominciò già  a metà  degli anni Settanta con le forniture ospedaliere. Per trovarsi in mano le chiavi, attraverso uno stuolo di teste di legno, capeggiate dal nipote, di un poker di società  che avevano sede tutte nello steso stabile della Palermo del boom edilizio.
A metà  degli anni Ottanta quel sistema di potere scandagliato da un rapporto dei carabinieri, firmato dall’allora capitano Angiolo Pellegrini, era già  molto più che una radiografia di una holding solida che aveva ben piantato i piedi nella Palermo della spesa pubblica e delle professioni.
Ma, nel mito di Riina, che lasciava in ombra i suoi gregari, nessuno volle preoccuparsi molto di quelle aziende che avrebbero portato a svelare una rete di relazioni imbarazzanti per la città  silente.
Accadde soltanto dopo più di vent’anni, quando si scoprì che la più importante struttura per la radioterapia oncologica era di un suo protetto, lui dice vessato. L’ingegnere Michele Aiello era l’imprenditore che a suon di investimenti massicci, varianti di destinazione d’uso lampo e una schiera di amici nelle forze dell’ordine aveva impiantato un sistema formidabile per decidere lui il prezzo delle prestazioni in convenzione pagate dall’Asl.
Totò Cuffaro il presidente della Regione aveva messo il timbro alla irresistibile scalata del primo contribuente di Sicilia. Dietro il quale c’era proprio il “ragioniere” Provenzano.
Per farlo operare a Marsiglia si era mobilitato il fior fiore degli uomini d’onore. In una catena di solidarietà  che, sospetta la famiglia, ha portato ad una messinscena per l’omicidio dell’urologo Attilio Manca
Di Cosa nostra, regnando formalmente il capo designato, Totò Riina, non è mai stato il numero uno. L’eterno secondo, il generale prudente, pronto alla guerra, a condividerne gli scopi coltivando in segreto l’arte della mediazione.
Per questo nel cuore di molti uomini d’onore era lui il modello al quale fare riferimento: poco sangue, molti affari. Perchè nel silenzio delle armi lo Stato si distrae e i picciotti ingrassano al sicuro.
Il più longevo latitante di Cosa nostra, un fantasma inafferrabile per 43 anni. Il manager rozzo e incolto, che infarciva la prosa dei suoi “pizzini” di immancabili citazioni bibliche e oblique benedizioni, ricomparve la mattina dell’11 aprile del 2006 a Montagna dei Cavalli, una manciata di chilometri da Corleone.
Stava vicino alla sua famiglia, la moglie Saveria Benedetta Palazzolo, la camicia di Cinisi che non ha mai veramente sposato e i figli, Angelo e Francesco Paolo , rimasti al riparo da processi e condanne.
La delusione fu grande per chi immaginava che un padrino del suo calibro vivesse in chissà  quale reggia.
Prima una manina, colta al volo da un binocolo della squadra dei cacciatori di Renato Cortese, poi a figura intera, Provenzano si mostrò per quel che era: un anziano dallo sguardo mobilissimo, di studi modesti e vita frugale, capace però di amministrare un impero.
Sibilò qualcosa tipo: non vi rendete conto, alludendo alla sua fine e a quel che ne sarebbe conseguito. Un’intercettazione aveva messo sulla pista giusta: “Iddu, ca è?”, “lui qui è?”, aveva chiesto sorpreso il fratello ai familiari. Con la certezza che si trovasse a Corleone, passo dopo passo fu ricostruita la catena dei pacchi di sussistenza che arrivavano dalla casa della moglie al rifugio del latitante.
Attento a non minare il ruolo formale di Riina, dopo averne condiviso la scelta stragista del 1992, Provenzano si è fatto interprete della linea moderata, del ritorno all’antico, di una Cosa nostra che non prova a far la guerra allo Stato ma tratta e media, incassando impunità  e dispensando pace sociale apparente. Ecco perchè c’era ancora lui alla sbarra nel processo di Palermo per la trattativa Stato-mafia.
Per due volte sfuggì alla cattura quando un confidente, Luigi Ilardo, aveva spifferato di un summit nelle campagne di Mezzojuso. Il blitz non ci fu e Provenzano rimase latitante per altri 11 anni
Quella sua abitudine di scrivere –   “lo scrittore”, disprezzando la scelta di lasciare una così gran quantità  di tracce, lo chiamava Riina – quei fogli scritti a macchina e ripiegati, il codice escogitato per camuffare i nomi dei complici, è ancora oggi un archivio straordinario per comprendere i percorsi dei suoi ordini e la rete vasta dei suoi interessi.
Il suo testamento criminale, ancora in parte da decifrare per aprire lo scrigno dei segreti che ha portato con sè.

(da “La Repubblica”)

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“SELFIE NOTTURNI COL BAMBINO IN BRACCIO DI CHI CHIAMA NOI GIORNALISTI SCIACALLI”: LO SFOGO DEL CRONISTA

Luglio 13th, 2016 Riccardo Fucile

E SU FB INSULTI ALLE VITTIME: “VENTI TERRONI DECEDUTI, NON SONO TANTI MA SEMPRE MEGLIO DI NIENTE”…. QUESTA FECCIA VA PRELEVATA A CASA DALLE FORZE DELL’ORDINE E FATTA MARCIRE IN GALERA

“No, non siamo parenti, siamo solo venuti a vedere la scena per fare qualche foto da avere sul telefonino. Un fatto così quando ricapita più”. A scrivere è Antonio Loconte, un giornalista di Qi-Il Quotidiano italiano Bari, che sta facendo il suo lavoro di cronista dal luogo dell’incidente
Scrive sul suo gironale
La storia è sempre quella: i giornalisti sono sciacalli, ma non si può fare a meno della loro faccia tosta per portare alla luce storie e fatti altrimenti sepolti, in questo caso dalle lamiere accartocciate dei due convogli pieni di pendolari: studenti, pensionati, operai. Gente comune pronta a un’altra levataccia, mentre quelli con la pancia piena un treno come quello non sanno neppure com’è fatto.
Dopo dodici ore sul luogo del disastro, al palazzetto dello sport e all’ospedale di Andria, dove altra gente comune prestava soccorso ai feriti, vedendo morire i più gravi, intorno alle 23 ho assistito a una scena altrettanto difficile da dimenticare.
Il suo racconto continua. Mentre cercavano la macchina di un collega, ecco che vedono due autovetture. Sono parenti, amici di qualche disperso?
È a quel punto che inizia il dialogo di un tempo che non appartiene neppure a noi “sciacalli”. Siete parenti? mi dispiace profondamente per quanto è successo, spero riusciate ad avere presto buone notizie. L’approccio è quello di chi non aveva visto altro che morti e feriti, lacrime e disperazione.
L’uomo, con un sorriso beffardo, risponde come se stesse andando a vedere al cinema un film su un incidente ferroviario: “No, non siamo parenti, siamo solo venuti a vedere la scena per fare qualche foto da avere sul telefonino. Un fatto così quando ricapita più”. Avrei voluto dargli un pugno in faccia, invece, non ho avuto neppure la forza di rispondere. Mi sono consolato con l’immagine della mamma trovata abbracciata alla figlia nell’ultimo tentativo di strapparla alla morte. Non ce l’hanno fatta entrambe, insieme ad un’altra trentina di persone. Sarò anche uno sciacallo, ma dopo aver fatto il mio lavoro, dopo aver cercato di raccontare il disastro in maniera rispettosa e appassionata, le foto dal mio telefonino le ho cancellate
Ma su Facebook c’è c’è anche chi insulta le vittime: “Venti terroni deceduti, 35 feriti gravi. E’ questa la grande notizia che ho appena sentito Venti non sono tanti ma sono pur sempre meglio di niente”.
E’ il post choc apparso su Facebook sotto l’account di Giorgio Cutrera e contro il quale le volontarie del Ser di Corato, le prime a prestare soccorso sul luogo del disastro ferroviario, si scagliano furibonde mentre prendono parte ai soccorsi. “Non sono morti venti terroni, sono morti venti italiani come te. Vergognati. Sei tu che non meriti di essere vivo”, si indigna Enza, commentando il messaggio arrivato via web.
Ma come sempre in Italia, questa feccia bastarda non viene prelevata a casa e fatta marcire in galera.

(da “Huffingtonpost“)

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STRAGE TRENI, LE VITTIME: FULVIO, VICEQUESTORE CON LA PASSIONE DEL ROCK E JOLANDA CHE A SETTEMBRE SI SAREBBE DOVUTA SPOSARE

Luglio 13th, 2016 Riccardo Fucile

CHI SONO LE VITTIME DELLA STRAGE… OTTO CADAVERI INDIVIDUATI DA DETTAGLI: ANELLI, FOTOGRAFIE E CARTE

Un poliziotto quasi in pensione con sogni da rockstar. Una ragazza di 25 anni che il suo, di sogno, stava per acciuffarlo, perchè il fidanzato aveva detto sì. Una nonna che teneva in braccio il nipotino di 6 anni, assopito. Un 15enne che tornava da scuola. Un contadino che lavorava la terra.
Le vite normali di persone normali, una mattina di luglio.
In Puglia. L’elenco delle vittime della strage dei treni è per adesso una cronaca imperfetta. Se ne conosce il numero, 27 finora, ma non tutti i nomi e i cognomi.
La lista ufficiale dei morti non c’è, e non ci può essere perchè il riconoscimento legale è stato rimandato a questa mattina al Policlinico di Bari.
I medici hanno avuto bisogno di tempo per ricomporre le salme. Otto famiglie, però, hanno già  scoperto la verità : da un anello, un documento, una foto, trovati addosso ai cadaveri, tenuti nelle celle frigorifere.
IL POLIZIOTTO CHITARRISTA
Il poliziotto Fulvio Schinzari, vice questore aggiunto a Bari, aveva appena concluso le ferie. Alle 14 lo aspettavano in ufficio per tornare in servizio. Cinquantanove anni, viveva ad Andria con la moglie e le due figlie. “Poliziotto atipico, che volava alto”, raccontano gli amici.
Nell’ultima foto che ha postato su Facebook ha i capelli arruffati e una sigaretta in bocca. La musica, la sua grande passione. Fan accanito di Pat Metheny, Mark Knopfler, Joni Mitchell. Ha fondato la prima radio libera andriese, Radio Antenna Adriatica.
E’ stato dirigente del commissariato di Corato, e prima ancora era avvocato. Un pendolare, quel trenino Andria-Bari lo prendeva ogni mattina. Il 24 febbraio di due anni fa, mentre era seduto nel vagone, scriveva: “Ferrovie Bari Nord news: dopo un anno cambia la playlist per allietare i viaggiatori. Da Sanremo 2013 a Sanremo 2014. Wow…”.
IL BANCARIO IN PENSIONE
Enrico Castellano, di 72 anni, era nato ad Ostuni ma aveva lasciato la Puglia da parecchio. A Torino una nuova casa, un nuovo lavoro, nuove amicizie. Aveva fatto carriera, era diventato dirigente del Banco di Napoli. Con la pensione, aveva ritrovato il tempo per tornare dal figlio ad Andria. Lunedì era atterrato a Bari con un volo diretto, perchè oggi è il compleanno del nipotino di due anni da festeggiare. “Pensavamo di fare due feste – racconta il fratello Franco – l’onomastico, perchè è sant’Enrico, e il compleanno”.
IL CONTADINO
Con Giuseppe Acquaviva, 51 anni, il destino è stato ancora più cattivo. Lui non c’era nemmeno a bordo di quei treni. Non stava viaggiando. Non correva rischi. Passeggiava lungo la ferrovia, tra gli olivi, perchè di professione fa l’agricoltore. E’ stato investito dalle lamiere esplose nella collisione. Lo hanno portato all’ospedale di Barletta, ma è morto dopo qualche ora
LO STUDENTE COL MAL DI PANCIA
Antonio Summo aveva mal di pancia ieri, e suo padre gli aveva consigliato di non andare ad Andria. Ma Antonio ha insistito, “papà  devo recuperare due debiti formativi, lo sai”. I genitori lo hanno riconosciuto dalla borsa, dai libri, dai pantaloncini e dalle scarpe da ginnastica.
Le piccole cose di Antonio, studente di 15 anni. “Un ragazzo eccezionale, suonava la tromba al Conservatorio”, ricorda la zia Pasqua Livorti. Seconda superiore all’industriale di Andria, e una lezione finita fatalmente prima. “Il professore li ha mandati a casa in anticipo”. Alla stazione del suo paese, a Ruvo di Puglia, c’era il nonno. “Mi aveva chiamato al telefono: dieci minuti e arrivo, vieni a prendermi”.
LA FUTURA SPOSA
Hanno capito che era Jolanda da un anello con la pietra nera. Lo portava sempre. Lo si vede anche dalle foto su Facebook. Jolanda Inchingolo aveva 25 anni, e il prossimo settembre si sarebbe sposata con Marco, il ragazzo che urla disperato e si contorce davanti all’ingresso dell’obitorio. “Doveva essere la madre dei miei figli”.
Jolanda stava andando a Bari proprio per incontrare lui. Amava Marco e amava Parigi. Sul suo profilo c’è la Torre Eiffel, e il giorno dopo gli attentati terroristici di un anno fa aveva messo la foto di loro due, modificata con i colori della bandiera francese. “Aveva un unico desiderio: fare la mamma. E chissà  quanto sarebbe stata bella”.
LA NONNA DI SAMUELE
Con l’ultimo abbraccio, ha regalato la vita a Samuele. Donata, sessantenne di Terlizzi, aveva suo nipote di 6 anni tra le braccia, quando c’è stato lo scontro. Era salita con il ragazzino per andare a Barletta e prendere una coincidenza per Milano.
Riportava Samuele a casa dai genitori, dopo qualche giorno di vacanza in Puglia. Il piccolo è stato salvato dai vigili del fuoco, ma della signora ancora a tarda sera nessuno aveva notizie. “Stavo dormendo sulla nonna, e poi c’è stato quello scoppio fortissimo”, è riuscito a dire Samuele agli zii. E’ ricoverato in prognosi riservata, ma non in pericolo di vita.
IL MACCHINISTA
Uno dei due macchinisti si chiamava Pasquale Abbasciano, era di Andria. A fine anno lo aspettava la pensione dopo tanti anni di servizio nelle Ferrovie Nord baresi.
“Era molto esperto, faceva questo lavoro da tanti anni”, dicono. Quella di ieri per Pasquale doveva essere una giornata lieta: lo aspettavano ad Andria al municipio, perchè sua figlia avrebbe recitato la promessa di matrimonio. Amava il suo lavoro e la campagna. Coltivava le ciliegie, e poi le regalava sempre agli amici.
IL METALMECCANICO
Gabriele, 25 anni, di Andria: stava rientrando da Bari dove era andato per fare il controllo ad un dito. Dopo il diploma all’istituto industriale, aveva trovato un posto di lavoro in un’azienda metalmeccanica di Bitonto. Qualche settimana fa si era ferito ad un dito, e il piccolo intervento di plastica ricostruttiva non lo aveva soddisfatto. L’ultima chiamata alla madre, dal treno della morte. “Mamma, non mi piace come è venuto. Forse dobbiamo fare un’altra operazione”. Sino a tarda sera la famiglia ha atteso al Palazzetto dello Sport di Andria notizie di Gabriele. Notizie che non sono arrivate.

(da “La Repubblica”)

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NELLE REGIONI DEL SUD BINARIO UNICO NEL 70% DEI CASI

Luglio 12th, 2016 Riccardo Fucile

L’ITALIA E’ UNO DEI PAESI MENO ATTREZZATI D’EUROPA CON IL SUOI 28,3 CHILOMETRI DI “FERRO” OGNI 100.000 ABITANTI

E’ la domanda che riecheggia ogni volta che si verifica una tragedia: quant’è sicuro viaggiare con i treni italiani?
Quali sono le caratteristiche della rete ferroviaria nostrana? E all’estero qual è la situazione?
Secondo Istat, l’Italia con i suoi 28,3 chilometri di rete ferroviaria ogni 100mila abitanti, è uno dei paesi dell’Ue meno attrezzati.
La media europea si attesta sui 44 chilometri di rete, sempre ogni 100mila abitanti, che diventano 50 in Germania e addirittura 109 in Finlandia e 114 in Svezia.
Le linee a doppio binario, che separano il traffico nelle due direzioni, garantiscono una sicurezza maggiore.
Il nostro Paese, con 12,5 chilometri di rete a doppio binario elettrificato, sopravanza paesi come Spagna, Regno Unito e la stessa Finlandia. Ma la media nel Vecchio continente è ancora più alta: 14 chilometri ogni 100mila abitanti.
E in Italia?
A fare la fotografia del sistema di trasporto che i tecnici chiamano “su ferro” è Rfi: Rete ferroviaria italiana, che gestisce il grosso della rete.
Una fitta rete che si estende per 16.673 chilometri lungo lo Stivale, ma che si dirada nelle regioni meridionali dove si contano 5.733 chilometri di rete: poco più del 34 per cento del totale. E anche la qualità  del servizio cala al Sud.
Perchè se le linee a doppio binario in Italia rappresentano il 45 per cento del totale, nelle regioni meridionali i treni viaggiano spesso su un unico binario: nel 70 per cento dei casi.
Per ovviare al maggiore rischio del traffico ferroviario sulle due direzioni nello stesso binario, Rfi ha compensato con sistemi di controllo automatici che, se si presenta il caso, sono in grado di ovviare anche all’errore umano.
Nelle regioni meridionali, infatti, i sistemi di telecomando della circolazione sono di gran lunga più diffusi che nelle altre regioni italiane.
In questo modo è possibile scongiurare quanti più incidenti possibile. In alcune realtà  – come in Calabria, Sicilia e Sardegna – i sistemi automatici coprono quasi la totalità  della rete, che per la maggior parte si presenta a binario singolo.
La Puglia, assieme all’Abruzzo, ha invece un terzo della rete ferroviaria scoperta da sistemi di telecomando della circolazione.
Anche se Rfi precisa che “tutte le linee della rete sono attrezzate con uno o più sistemi di protezione marcia treno”.
Sistemi che si integrano per garantire una marcia sicura. Si va dal telecomando della circolazione – nel 73 per cento della rete – al Sistema di controllo della marcia del treno, diffuso nel 71 per cento della rete.
E ancora, nel 25 per cento delle linee è anche presente un Sistema di supporto alla guida, che controlla la velocità  istante per istante.
Ma, nonostante l’elettronica e i sistemi automatici che controllano la circolazione, negli ultimi dieci anni – dal 2006 al 2015 – secondo la banca dati Eurostat, in Italia sono decedute in incidenti ferroviari 724 persone accompagnate da 506 feriti.
In Europa, il bilancio più drammatico lo detiene la Polonia, con 4.741 persone coinvolte in incidenti ferroviari: 2.858 vittime e 1.883 feriti.
Seguita dalla Germania, dove si sono verificati incidenti che hanno coinvolto in un decennio quasi tremila persone, con 1.543 morti e 1.427 feriti.

Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)

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FERMO IL RADDOPPIO DELLA LINEA TRA ANDRIA E CORATO NONOSTANTE I FINANZIAMENTI UE

Luglio 12th, 2016 Riccardo Fucile

LE FERROVIE DEL NORD BARESE SONO UN’AZIENDA PRIVATA CON 80 ANNI DI STORIA E UNA RETE DI 70 CHILOMETRI

Lo scontro fra due treni in Puglia è avvenuto su una tratta delle Ferrovie del Nord Barese che fanno capo alla Ferrotramviaria spa, azienda con capitale interamente privato costituita nel 1937 dal conte Ugo Pasquini, che nello stesso anno acquisì dalla Sociètè des Chemins de Fer Economiques di Bruxelles, la tramvia Bari-Barletta continuandone la gestione.
La tragedia nel tratto di binario unico ha scatenato polemiche sul piano finanziato dall’Unione europea il 27 aprile 2012: il Grande progetto di adeguamento ferroviario dell’area metropolitana del Nord barese includeva fra gli interventi anche il raddoppio del binario sul quale si è verificato l’incidente.
Nel 2013 erano stati effettuati gli espropri dei terreni, mentre nelle scorse settimane era stato prorogato il termine per la presentazione delle offerte relative alla gara di appalto per la progettazione e l’esecuzione dei lavori per il raddoppio della tratta Corato-Andria.
Il progetto per il raddoppio risale addirittura al 2007.
L’opera prevede interventi infrastrutturali e tecnologici per modernizzare e migliorare l’accessibilità  della tratta ferroviaria Bari-Barletta, incluso il collegamento tra il centro di Bari e l’aeroporto Karol Wojtyla di Palese: fra gli altri, la soppressione di 22 passaggi a livello, la realizzazione di 19 chilometri di ferrovia ristrutturati (di cui 15,137 di raddoppio della linea), due nuove stazioni, tre ammodernamenti di stazioni esistenti e 3,690 chilometri di linea interrata.
Era stato necessario attendere un altro anno, il 2013, perchè fosse completato l’iter dell’esproprio dei terreni.
E ancora, altri tre anni sono andati persi nei percorsi della burocrazia: si arriva al 16 giugno scorso, quando la Ferrotramviaria ha comunicato una proroga (al 19 luglio 2016) per la scadenza della presentazione delle domande di partecipazione alla gara, inizialmente prevista per il 1° luglio.
L’appalto ha come oggetto   la progettazione e l’esecuzione dei lavori per la realizzazione del raddoppio nella tratta in cui si sono scontrati frontalmente i due convogli. Tempi sempre più dilatati dalla burocrazia, dunque, che hanno portato alla tragedia.
Tornando alla storia dell’azienda, durante gli anni Cinquanta la Ferrotramviaria diede un forte incremento al progetto di ammodernamento della linea: il nuovo tracciato a singolo binario elettrificato venne inaugurato nel 1965 e contestualmente venne iniziato il servizio autobus integrativo parallelo alla ferrovia, in funzione ancora oggi. Nel 1965 l’azienda ha attivato la linea ferroviaria Bari-Barletta, che collega a Bari importanti Comuni del Nord barese: Bitonto, Terlizzi, Ruvo, Corato, Andria, Barletta e il quartiere di Bari Palese con due fermate ai margini periferici.
Si snoda su un percorso lungo 70 chilometri su linea elettrica, a binario unico sul tratto Bari-Fesca San Girolamo e Ruvo-Barletta, e doppio binario sul tratto Fesca San Girolamo-Ruvo.
Dal 2008 Ferrotramviaria spa ha avviato un progetto di sviluppo, ammodernamento e rafforzamento del proprio servizio sul territorio, a partire dal progetto per la ferrovia metropolitana San Paolo che collega il quartiere residenziale San Paolo all’area centrale della città  di Bari, garantendo il collegamento diretto con l’Ospedale San Paolo.
A questo progetto si unisce la realizzazione di nuove fermate intermedie, sulle tratte già  esistenti, come quella inaugurata in via La Pira a Bitonto, e il raddoppio della tratta ferroviaria tra Ruvo di Puglia e Corato, sulla linea Bari-Barletta.
La ferrovia, si legge sul sito di Ferrotramviaria spa, negli anni è diventata un riferimento nel panorama del trasporto pubblico locale pugliese per il numero costantemente crescente di pendolari.

Mara Chiarelli
(da “La Repubblica”)

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TRA CORATO E ANDRIA IL TRAFFICO E’ CONTROLLATO DAL SISTEMA OBSOLETO DEL “BLOCCO TELEFONICO”

Luglio 12th, 2016 Riccardo Fucile

PREVEDE CHE L’OK ALLA MESSA IN MARCIA TRA UNA STAZIONE E L’ALTRA VENGA DATA TRAMITE DISPACCI VIA TELEFONO…ASSENTE IL MODERNO SISTEMA SCMT

Un dato è certo e da lì sono partite le indagini per comprendere la dinamica che ha provocato il disastro ferroviario tra Andria e Corato, nel Barese: il tratto è a binario unico, quindi uno dei due treni non doveva essere in marcia ma fermo nella stazione di provenienza in attesa del transito dell’altro.
A monte dell’incidente, quindi, prende corpo l’errore umano, come sostenuto anche dal sindaco di Corato Massimo Mazzilli.
Quella tratta a binario unico, infatti, come riporta anche il sito ferrovie.it, è “esercitata con blocco telefonico e non dispone di Scmt”: due circostanze confermate a ilfattoquotidiano.it anche da ambienti sindacali.
In sostanza, il “blocco telefonico”, modalità  ampiamente superata in molte tratte, prevede che l’ok alla messa in marcia tra una stazione e l’altra venga data tramite una serie di dispacci via telefono tra gli operatori delle varie stazioni.
Quando il binario unico è sgombro da altre vetture, il treno ha l’autorizzazione a partire.
Un regime ormai obsoleto, il primo introdotto dopo i dispacci inviati via telegrafo, e rimpiazzato dall’utilizzo del “blocco elettrico” che controlla il traffico attraverso dei sensori — posti sui treni, lungo i binari e nelle stazioni — in grado di controllare il movimento, la velocità  e la distanza tra le vetture.
L’Andria-Corato, inoltre, non dispone anche dell’Scmt, acronimo di Sistema controllo marcia treno, in uso su tutte le tratte di Rete Ferroviaria Italiana e in parte su quella di Ferrotramviaria.
Il Sistema controllo marcia treno monitora il comportamento delle vetture tramite delle boe gialle poste a terra a lato dei binari che ‘dialogano’ con la locomotrice.
Nel caso in cui i veicoli dovessero, ad esempio, superare la velocità  di marcia consentita nel tratto che stanno percorrendo un sensore audio avvisa il macchinista e se questo non provvede a decelerare, la marcia viene arrestata automaticamente.
Un sistema utile in caso di malore del conducente.
Secondo la Relazione preliminare 2015 dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza delle Ferrovie “dal 2007 ad oggi non si sono verificate collisioni tra due o più treni” relativamente ai tratti di competenza di Rfi proprio “grazie ai sistemi tecnologici di protezione della marcia del treno che coprono il 100% della rete ferroviaria e dei treni”.
Questo tipo di sistema è utilizzato dalla Ferrotramviaria ma solo tra Bari e Ruvo, dove i lavori di ammodernamento sono già  finiti, mentre è assente da Ruvo a Barletta, dove termina il tratto gestito dalla società .
Proprio in quel pezzo, al chilometro 51, si è verificato il frontale.
Per quale motivo e per colpa di chi è stato commesso l’errore, saranno a questo punto le indagini a stabilirlo.

Andrea Tundo
(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA GRANDE CORSA A DONARE SANGUE DELLA MIGLIORE GIOVENTU’: PRESI D’ASSALTO I CENTRI DI TRASFUSIONE

Luglio 12th, 2016 Riccardo Fucile

“SERVE SANGUE PER I FERITI”: TUTTI IN CODA AD ANDRIA, BARLETTA E BARI

«Serve sangue, di tutti i gruppi, per i feriti. Andate a donare».
Pochi minuti dopo l’appello lanciato dai medici si stavano già  eseguendo i primi prelievi.
La tragedia ferroviaria avvenuta tra Corato e Andria ha subito innescato una gara di solidarietà  tra i pugliesi. Al centro trasfusionale di Barletta, ad Andria e a Bari si sono formate lunghissime code di donatori.
Molti giovani e giovanissimi, ma non solo. Nel Policlinico del capoluogo pugliese gli operatori hanno dovuto distribuire numerini per stabilire un ordine.
L’invito a donare è stato esteso anche per i prossimi giorni.
Il tam-tam per la raccolta del sangue è partito sui social network e nei circuiti radiofonici e televisivi con la richiesta della federazione pugliese donatori di sangue rivolta a tutti i gruppi sanguigni, ma il più richiesto è lo 0 positivo.
Sempre sul web sono stati pubblicati decine di scatti che mostrano le persone in attesa di donare e testimonianze di orgoglio per la risposta dei pugliesi.
Una gara di solidarietà  che ha ricordato le recenti scene viste a Parigi dopo gli attentati del Bataclan (novembre 2015) o a Orlando dopo la sparatoria nel locale gay Impulse nel giugno scorso.
La donazione del sangue si è estesa anche alla Basilicata, dove la Fidas ha chiesto ai suoi donatori di recarsi presso i centri trasfusionali» lucani, che garantiranno la raccolta e la gestione.
Intanto la Toscana ha messo a disposizione degli ospedali pugliesi una scorta di sangue. Lo ha annunciato l’assessore al diritto alla salute Stefania Saccardi: «Siamo anche pronti a collaborare con il sistema sanitario pugliese per inviare personale medico e infermieristico per l’assistenza e la cura dei feriti».

Filippo Femia
(da “La Stampa”)

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COSA HA CAUSATO LA TRAGEDIA IN PUGLIA?

Luglio 12th, 2016 Riccardo Fucile

TUTTO QUELLO CHE C’E’ DA SAPERE SUL DISASTRO FERROVIARIO

Cosa è successo?  
Alle 11.30 di questa mattina due treni pendolari, in viaggio sulla tratta a binario unico tra Ruvo e Corato, vicino Andria, si sono scontrati frontalmente. Le vittime ufficiali sono almeno 25, tra cui uno dei macchinisti, mentre ci sarebbero una cinquantina di feriti. Dalle lamiere accartocciate dei vagoni è stato estratto, ancora vivo, anche un bambino.
Di che treni si trattava?  
I due convogli, in viaggio sulla linea Bari-Nord, che collega il capoluogo pugliese alla città  di Barletta, erano gestiti da Ferrotramviaria Spa, una società  privata nata nel 1937 e titolare di un contratto stipulato con la Regione Puglia. Che prevede la gestione dell’intera infrastruttura ferroviaria per un tratto di circa 83 chilometri, di cui oltre 40 a binario unico, come nel tratto dove si è verificato l’incidente.
Cosa ha causato l’incidente?  
Le dinamiche dello scontro non sono ancora chiare: tra le ipotesi c’è sicuramente quella di un errore umano ma anche meccanico, visto che in quella tratta i treni sono gestiti, in parte, anche in maniera computerizzata. «E’ ancora presto per stabilire le cause. Abbiamo aperto un’inchiesta interna, oltre a quella della magistratura – spiega un portavoce della società  -. Gestiamo 196 treni al giorno, non era mai successo nulla di simile».
Secondo Stefania Gnesi, ricercatrice dell’Istituto di scienza e tecnologie dell’informazione del Consiglio nazionale delle ricerche (Isti-Cnr), la causa potrebbe essere stata la mancanza di sistemi automatici di supervisione della linea ferroviaria: in quella tratta viene ancora usato il cosiddetto “blocco telefonico”, cioè la comunicazione telefonica del via libera sul binario unico.
«Dalle informazioni che abbiamo estrapolato da Internet sembrerebbe non ci fosse un impianto di segnalazione automatica in quella tratta – osserva – sembra invece che lì funzioni ancora il blocco telefonico, cioè la comunicazione via telefono del via libera, tra la centrale di controllo e il macchinista». «Secondo le informazioni prese dal sito Rfi – aggiunge Stefania Gnesi – il sistema di blocco telefonico è usato in una piccola percentuale delle linee, il 98% è invece controllato da sistemi automatici più o meno raffinati, con livelli più o meno accurati a seconda della linea».
Secondo la ricercatrice i sistemi automatici sono più sicuri «perchè funzionano a blocchi». «Ci sono sensori su tutta la linea ferroviaria – spiega – che segnalano blocco per blocco se la linea è occupata. Man mano che il treno avanza si bloccano gli altri treni, c’è come una distanza di sicurezza. Se per caso un treno sfora, viene mandato il blocco automatico, che può essere il classico semaforo rosso oppure l’interruzione della linea elettrica sul treno, che quindi si ferma».
«È un sistema altamente sicuro – aggiunge Stefania Gnesi – perchè tutte queste procedure vengono validate e testate prima di essere messe in uso, controllate via software e via hardware e devono rispettare delle regole di certificazione».
Si poteva evitare il disastro?  
Pur non avendo ancora informazioni precise sulle possibili cause, è la stessa Ferrotramviaria a far notare come quello dell’incidente fosse l’ultimo tratto a binario unico, visto che sugli altri ci sono già  lavori in corso per il raddoppio della linea. E, ironia della sorte, sul sito della società  si legge proprio che in queste settimane dovrebbe essere consegnato il progetto definitivo anche per la tratta Corato-Andria, per un totale di 25 milioni di euro in fondi europei.
Chi sta indagando sul posto?  
La procura di Trani indaga per omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario. Il fascicolo è stato aperto a carico di ignoti. Oltre alla magistratura, sul luogo sono stati inviati anche gli agenti del Noif, un nucleo della Polfer esperto in disastri ferroviari. Costituito nel 2011, il nucleo aveva già  affiancato l’autorità  giudiziaria nel’indagine sul disastro di Viareggio del 2009.
Chi si occupa della sicurezza su quel tratto?  
Come spiega Il Sole 24 Ore, quel pezzo di linea è di competenza dell’Ustif, l’Ufficio speciale trasporti a impianti fissi, un organo periferico del ministero delle Infrastrutture. Non di competenza dell’Ansf quindi, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie che è un soggetto terzo e indipendente che opera affinchè siano mantenuti tutti gli standard di sicurezza.
Cosa c’entra Trenitalia?  
Praticamente nulla: il materiale rotabile e i convogli erano di proprietà  di Ferrotramviaria, ma il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Graziano Delrio ha disposto l’intervento, oltre a quello degli ispettori ministeriali, dei tecnici di Rfi, per garantire il massimo supporto alle indagini e alla società  privata che gestiva il tratto ferroviario in causa.
Cosa farà  il Governo?
C’è una «assoluta richiesta di capire i responsabili e fare totale chiarezza», ha dichiarato il premier Renzi, con il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi che ha aggiunto come il Governo «non farà  sconti a nessuno nell’accertamento delle responsabilità ». Delrio, arrivato sul posto in giornata, ha assicurato la formazione di una «commissione d’indagine per capire le cause di questa tragedia che addolora tutto il Paese».

Dario Marchetti
(da “La Stampa”)

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