Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
IL GRUPPO CHE RUOTA INTORNO AL FACCENDIERE PIZZA VOLEVA DIVENTARE FORNITORE DEL SISTEMA DI DIGITALIZZAZIONE
Nell’ufficio di via in Lucina, a pochi passi da Palazzo Chigi, Raffaele Pizza stava combinando con due
imprenditori la “mandrakata”.
Diventare fornitori esclusivi per la pubblica amministrazione della gestione del sistema Tiap, il “Trattamento informatizzato Atti Processuali”, in uso anche alla procura di Roma.
Il progetto, ambizioso, definito appunto “mandrakata” dispiega tutta la potenza relazionale del gruppo che ruota attorno al faccendiere.
Arrivano al vice presidente del Csm Giovanni Legnini, vogliono agganciare il sottosegretario Luca Lotti, incontrano parlamentari del Pd, pensano di coinvolgere Marco Carrai. Insomma, puntano al Giglio Magico.
E su questa “faccenda” i magistrati di Roma hanno aperto un filone di indagine autonomo.
I fatti.
Gli imprenditori della partita si chiamano Danilo Lucangeli, di Sky Media, e Gianni Nastri, legale rappresentante di Siline spa e di Europower Technologies, società di diritto inglese. Lucangeli, al telefono, sostiene più volte di poter fare dei controlli in procura tramite Nastri, “in quanto in grado di accedere ai fascicoli giudiziari”.
Annotano i finanzieri nell’informativa finale: “La fitta rete di contatti riguarda Roberto Rao (consigliere economico del ministro della Giustizia Orlando, e consigliere di Poste Italiane, ndr), Gianni di Pietro (ex deputato del Pd, molto vicino a Legnini, ndr), Agostino Ragosa (ex direttore Agenzia per l’Italia digitale)”. Non solo.
Interverranno anche Massimo Sarmi, ex ad di Poste, e Guglielmo Boschetti, imprenditore abruzzese “che da fonti aperte risulta implicato in varie inchieste legate alla P4”.
L’uomo che il 21 gennaio 2015 si è incontrato, stando a quello che raccontano gli indagati, con Legnini, in un meeting per il “loro progetto” dall’esito sconosciuto.
Qualche giorno prima, il 15 gennaio, Pizza, Lucangeli, Nastri e Ragosa sono nello studio di via Lucina.
Nel locale ci sono anche gli onorevoli Antonio Marotta (Ncd) e Luca Sani (Pd). E le cimici dei finanzieri.
Lucangeli esordisce così: “Dobbiamo immaginare il percorso politico commerciale per far sì che la Presidenza del Consiglio faccia questo decreto ministeriale per il riuso del software Tiap con soluzioni tecnologiche innovative, perchè di fatto questo software di proprietà del ministero della Giustizia è già in uso alle procure più importanti, è già stato validato da Ernesto Carbone (deputato pd, fa parte della segreteria del partito)”.
E ancora. “I soggetti da andare a sentire sono il ministro Orlando, eventualmente anche il Csm…”.
Si inserisce Pizza: “Con il vice presidente del Csm (Legnini), no, non c’è problema”. Il prescelto per andare a parlare con il governo è Agostino Ragosa. Poi Pizza capisce che se devono puntare in alto, il nome è un altro.
“Ma Carrai che interesse ha su ‘ste cose? Potrebbe essere funzionale? Io ti faccio una domanda di potere… no di cazzo… te lo dico io come dobbiamo fare… questa è un’opzione”.
Un’altra opzione è andare direttamente dal sottosegretario Luca Lotti, probabilmente la persona più vicina al premier Renzi. Qualcuno ci arriva prima, secondo Lucangeli. Il 27 gennaio 2015 la Engeneering (società di information technology) “si è incontrata con Lotti, è una notizia certa”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 6th, 2016 Riccardo Fucile
IN TRE ANNI CONTRATTI DA 20 MILIONI DI EURO… LE SOCIETA’ IN MANO ALLE COSCHE HANNO LAVORATO PER LA COSTRUZIONE DI ALCUNI PADIGLIONI, TRA CUI FRANCIA, QATAR E GUINEA
Associazione a delinquere finalizzata a favorire gli interessi di Cosa nostra a Milano. Con interessi e affari con la potente Fiera – quella per intenderci che organizza anche la Bit, la Borsa Italiana del Turismo – ma anche con lavori per Expo.
Venti milioni di appalti in tre anni.
Gli uomini del Gico della Guardia di finanza di Milano hanno eseguito misure cautelari nei confronti di 11 persone sospettate di aver ottenuto in tre anni 20 milioni di appalti per l’ente Fiera di Milano attraverso la Nolostand, una controllata dall’ente Fiera, ora commissariata su richiesta della Dda.
Il giudice Fabio Roja ha nominato un commissario per amministrare la società . Nell’ordinanza non risultano, al momento, indagati tra dipendenti dell’Ente Fiera.
Gli arrestati, accusati a vario titolo anche di riciclaggio e frode fiscale, sono punto di riferimento della famiglia mafiosa di Pietraperzia (Enna).
Tra le commesse ottenute, secondo le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e affidate ai pm Sara Ombra e Paolo Storari, ci sarebbero anche quattro padiglioni per Expo 2015.
Si tratta di quelli della Francia, del Qatar, della Guinea Equatoriale e dello sponsor Birra Poretti. Contestualmente all’ordinanza del gip Maria Cristina Mannocci, è scattato anche un sequestro preventivo di diversi milioni di euro.
Le figure principali dell’inchiesta.
Secondo l’ordinanza d’arresto, fatta eseguire dalla Dda al Gico della Finanza, le indagini, avviate nel 2014, hanno dimostrato “una serie di elementi relativi all’infiltrazione mafiosa in seno alla Fiera di Milano spa”.
La figura principale dell’inchiesta è quella di Giuseppe Nastasi, “un imprenditore che si occupa di allestimenti fieristici e che, insieme ad altri soggetti che fungono da prestanome, commette una serie di reati tributari per importi assai rilevanti”. Nell’ordinanza si legge che “Nastasi è apparso subito in rapporti molto stretti con Liborio Pace (con cui è socio), già imputato per appartenenza alla famiglia mafiosa di Pietraperzia e che dalle indagini appare come elemento di collegamento con detta famiglia partecipando all’attività di riciclaggio del denaro provento dei reati tributari”.
Fiumi di soldi tornavano in Sicilia in canotto.
Operazioni di riciclaggio di denaro da milioni di euro. Fiumi di soldi che ottenuti con gli appalti alla Fiera di Milano, tornavano in Sicilia in borse di plastica, valigie e perfino in un canotto.
Reati commessi — secondo la Dda milanese — da un gruppo di imprenditori legati ai clan di Cosa nostra di Enna, ma che sarebbero stati commessi “anche grazie a una serie di gravi superficialità (ma certamente anche grazie a convenienze) da parte di soggetti appartenenti al mondo dell’imprenditoria e delle libere professioni”.
Amministratori e professionisti “non hanno voluto vedere”.
Il passaggio è contenuto nell’ordinanza del gip Mannocci, che sottolinea come sia “chiaro infatti che un meccanismo quale quello emerso dalle indagini sia stato reso possibile da amministratori di aziende di non piccole dimensioni, consulenti, notai e commercialisti che, in sostanza, non hanno voluto vedere quello che accadeva intorno a loro (per alcuni si profila peraltro un atteggiamento che va oltre la connivenza, già di per sè gravissima, visto il ruolo professionale di costoro)”.
“Alla società dei clan appalti di Expo 2015”.
Quasi 20 milioni di euro in appalti con l’Ente Fiera spa dal 2013. Ma non solo. “La società consortile Dominus Scarl lavora quasi esclusivamente con Nolostand spa, società interamente controllata da Fiera Milano, e si occupa di allestimento degli stand nei siti espositivi dell’ente.
E proprio in virtù di tale rapporto imprenditoriale e commerciale — scrive ancora il gip nell’ordinanza d’arresto — ha effettuato lavori di allestimento e smontaggio per Expo 2015 o presso alcuni padiglioni dell’Esposizione mondiale, sia direttamente che attraverso alcune consorziate”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
ALESSANDRO E’ STATO ASSUNTO IN POSTECOM NEL 2013
Alessandro Alfano, fratello minore di Angelino, assunto in Postecom nel 2013, gestione Sarmi, epoca
governo Letta.
E’ lui la pietra dello scandalo politico nella nuova inchiesta su un presunto giro di corruzione nei ministeri che ha portato all’arresto di 24 persone tra cui politici anche con cariche istituzionali.
E’ lui il collegamento tra le carte dell’inchiesta e il ministro dell’Interno.
Nessuno dei due è indagato, ma il caso di Alessandro e il nome dello stesso ministro vengono citati al telefono da Raffaele Pizza, intercettato e arrestato, fratello dell’ex sottosegretario del governo Berlusconi e segretario della Dc Giuseppe Pizza, indagato nella stessa inchiesta.
Insomma, dopo il figlio dell’ex ministro Lupi e il compagno dell’ex ministro Guidi, arriva il fratello del ministro Alfano a mettere in imbarazzo il governo e gettare scompiglio nella maggioranza, pur senza avvisi di garanzia.
Ma il caso di Alessandro Alfano non è nuovo alle cronache. Per lui Postecom avrebbe anche creato un incarico dirigenziale ad hoc.
Al telefono con il collaboratore di Alfano, Davide Tedesco, il faccendiere Raffaele Pizza si pregia di aver fatto assumere Alessandro dall’ex amministratore di Poste Massimo Sarmi: “Poteva avere 170.000 euro…no…io gli ho fatto avere 160.000. Tant’eÌ€ che Sarmi stesso glie l’ha detto ad Angelino: io ho tolto 10.000 euro d’accordo con Lino (il soprannome di Pizza, ndr)”. E questa è l’inchiesta di oggi che fa sbottare Alfano ministro: “Riuso politico di scarti di inchiesta…”.
Ma partiamo dal 2013.
Già tre anni fa Alessandro Alfano è stato oggetto di diverse interrogazioni parlamentari.
L’ultima nel settembre 2013, presentata dall’allora pentastellato Ivan Catalano (ora nel Misto), proprio sul suo incarico in Postecom, la sezione digitale di Poste Italiane. Eccola:
Al Ministro dell’economia e delle finanze.
Per sapere — premesso che: nell’anno 2009, Alessandro Antonio Alfano ha conseguito la laurea in economia e finanze;
già nel 2008, però, ancora privo di titolo, è stato docente del laboratorio di «Principi e strumenti di marketing» presso la facoltà di comunicazione dell’università di Roma «La Sapienza»
nel 2010 al dottor Alfano è stata contestata la veridicità di alcuni punti del curriculum vitae presentato per partecipare al concorso — poi vinto — per un posto di segretario generale della camera di commercio di Trapani;
in quell’occasione, le forze dell’ordine sequestrarono la documentazione relativa al concorso. Il dottor Alfano lasciò il posto di segretario generale dopo circa un anno per presunte cause «di forza maggiore»;
ad agosto 2013, la vicenda è stata anche oggetto di un’interrogazione parlamentare, tuttora rimasta inevasa, presentata dal deputato del gruppo Sinistra Ecologia e Libertà , Erasmo Palazzotto
all’inizio di settembre 2013, Alessandro Alfano è stato nominato, senza concorso, dirigente di «Postecom» società di servizi internet del gruppo Poste Italiane partecipato al 100 per cento dal Ministero dell’economia e delle finanze, e avrà diritto ad uno stipendio annuo di oltre centomila euro —
se il Ministro interrogato sia a conoscenza della nomina del dottor Alessandro Alfano a dirigente di Postecom ed intenda accertare se tale nomina sia avvenuta in seguito ad una scrupolosa valutazione del curriculum vitae del candidato e/o all’esito di una comparazione tra diversi profili professionali idonei a ricoprire quell’incarico dirigenziale;
se risulti al Ministro interrogato, nell’ottica di contenimento delle spese delle società a parziale e totale partecipazione pubblica, assolutamente necessaria tale nomina e quali siano le motivazioni che hanno portato il management di Postecom a tale irrinunciabile scelta;
se sia nelle intenzioni del Ministro, in caso di illegittima nomina, inviare un dettagliato esposto alla competente Corte dei Conti e se si intendano, eventualmente, prendere provvedimenti verso i dirigenti della società Postecom. (5-01035).
Inoltre, nel gennaio 2014, secondo quanto risulta da un ordine di servizio di Postec
pubblicato sul sito della Confsal, la Confederazione sindacati autonomi, per Alessandro Alfano è stato creato ad hoc il nuovo incarico di “business development”:
…si provvede a istituire alle dirette dipendenze dell’Amministratore Delegato, la funzione Business Development con la responsabilità di supportare la funzione Marketing e la funzione Vendite nella definizione e nella proposizione al mercato dei prodotti e servizi a portafoglio, nonchè di soluzioni customizzate per i grandi clienti, attraverso l’identificazione di nuove opportunità di business
La responsabilità della neo istituita funzione è affidata a Alessandro Alfano.
L’AMMINISTRATORE DELEGATO
Vincenzo Pomp
Magari sarà un caso ma nel 2015 la Corte dei Conti puntò il dito contro la gestione Sarmi di Poste Italiane nel 2013, denunciando costi troppo alti per i dirigenti.
“Il costo del personale dirigente si attesta a complessivi 150 milioni, in crescita del 12,3% rispetto al trascorso esercizio. Esso costituisce il 2,5% del complessivo costo del lavoro”, scriveva l’Alta Corte nella stessa relazione in cui dava notizia della buonuscita milionaria dell’ex amministratore Sarmi, sostituito da Francesco Caio a maggio 2014 (governo Renzi).
A quanto si apprende, oggi la Guardia di Finanza ha condotto accertamenti sulla posizione del fratello del ministro Alfano e non ha riscontrato ipotesi di reato.
Ma la bufera mediatica infuria comunque su tutto e il governo.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
BRUTTA FIGURA PER DI MAIO: HA PRESENTATO UNA PROPOSTA DI LEGGE REGIONALE PER LA SANITA’ CHE E’ LA FOTOCOPIA DI QUELLA AVVIATA DA SCOPELLITI
La conquista elettorale di una delle regioni nelle quali il Movimento è in affanno prova ad appoggiarsi su una proposta di legge che, nelle intenzioni, dovrebbe rivoluzionare la sanità regionale, commissariata ormai da più di sei anni.
«Secondo le stime delle autorità , siamo circa 5mila. La notizia interessante è che servono 5mila firme per presentare la proposta di legge di iniziativa popolare», dice alla folla l’uomo del Direttorio.
Il guaio, però, è che le firme dei cittadini non servono. Per un semplice motivo: quel testo di legge, mai approvato, esiste già , e dal lontano 2012.
Un modello di quattro anni fa
Lo avevano presentato 4 consiglieri regionali dell’allora maggioranza di centrodestra, guidata dal governatore — ex An, Pdl e Ncd — Giuseppe Scopelliti.
La nuova proposta del Movimento, per la quale si sta battendo in prima linea la deputata calabrese Dalila Nesci, è praticamente identica.
Cambia il nome (“Riassetto istituzionale del Servizio sanitario regionale”, quello del M5S e “Istituzione delle Aziende sanitarie territoriali e delle Aziende sanitarie ospedaliere”, quello del centrodestra), ma il testo è del tutto sovrapponibile.
Quanto al merito, la riforma grillina prevede l’istituzione di tre Aziende sanitarie territoriali (Ast) e di tre Aziende sanitarie ospedaliere (Aso).
Ovvero il medesimo schema organizzativo teorizzato dall’amministrazione di centrodestra.
Sospetto copiaincolla
Coincidenze o plagio bello e buono? Già l’incipit della proposta suscita più di qualche sospetto. M5S: «Il presente disegno di legge è finalizzato ad armonizzare le disposizioni contenute nelle leggi vigenti, in particolare nella legge regionale 12 novembre 1994, n. 26, e nella legge regionale 11 maggio 2007, n. 9 e smi, con l’assetto territoriale determinato dal Dpgr n. 18/2010».
Centrodestra: «Il presente disegno di legge è finalizzato ad assicurare l’armonizzazione delle disposizioni contenute nelle leggi vigenti, e in particolare nella legge regionale 12 novembre 1994, n. 26 e nella legge regionale 11 maggio 2007, n. 9 e smi, con il nuovo assetto territoriale che si è venuto a determinare a seguito dell’approvazione del decreto del commissario ad acta per l’attuazione del Piano di rientro dai disavanzi del Servizio sanitario regionale n. 18/2010».
La versione a Cinquestelle
Certo, può anche essere un caso, ma il testo presenta altre analogie che fanno pensare a una scopiazzatura neanche troppo mascherata.
«Il presente progetto di riordino del Ssr — si legge nella proposta 5 Stelle — prevede una diversa e più funzionale configurazione degli ambiti organizzativi e territoriali delle Aziende sanitarie e ospedaliere regionali. Con tale riordino si vuole concretizzare il procedimento di scorporo ospedale/territorio, attraverso la ridefinizione territoriale delle Aziende sanitarie locali e la conseguente riaggregazione, per funzioni assistenziali, alle Aziende ospedaliere dei presidi ospedalieri precedentemente afferenti alle Aziende sanitarie provinciali».
La versione centrodestra
«Il nuovo progetto di riordino del sistema sanitario regionale — argomentavano invece i consiglieri di centrodestra — prevede una diversa configurazione degli ambiti organizzativi e territoriali delle Aziende sanitarie e ospedaliere regionali. Con esso si vuole concretizzare il procedimento di scorporo ospedale-territorio attraverso la ridefinizione territoriale delle aziende sanitarie locali e la conseguente riaggregazione per funzioni alle aziende ospedaliere dei presidi ospedalieri che erano precedentemente afferenti alle Asp».
Leggi interscambiabili
Le due proposte sono, insomma, sovrapponibili: una vale l’altra.
Le variazioni riguardano solo qualche parola e qualche data, per il resto i testi sono sostanzialmente uguali.
Perfino la denominazione delle nuove Aziende, ospedaliere e territoriali, è la stessa. Nel 2012 la mappa sanitaria veniva divisa in aree (Nord, Centro e Sud), come ipotizzato dalla proposta del Movimento.
E resta confermata, oggi come ieri, l’istituzione dell’ospedale universitario “Mater Domini” di Catanzaro. Qui il giro di frase scelto dal M5S è leggermente diverso, ma il concetto è esattamente quello.
Le dichiarazioni
«Si tratta di un testo di legge regionale costruito insieme a esperti, attivisti e cittadini di ogni parte della Calabria», puntualizzava poche settimane fa la Nesci.
Che ha trovato pure il tempo per attaccare l’attuale governatore: «Dato l’immobilismo di Oliverio e della sua maggioranza rispetto alle urgenze della sanità , pur non avendo esponenti 5 Stelle in consiglio regionale, abbiamo definito una proposta concreta e importante, che modifica l’assetto istituzionale della sanità , separando l’assistenza ospedaliera dalla medicina del territorio e dagli altri servizi».
Pure Di Maio, accolto a Lamezia con tutti gli onori, mostrava l’ottimismo del rivoluzionario pronto a sovvertire l’ordine costituito: «L’obiettivo è quello di far saltare lo schema di potere nella sanità oggi. La nostra legge calabrese sulla sanità , infatti, impedisce la gestione dei potentati».
E ancora: «Con la nostra proposta metteremo mano al sistema della sanità calabrese. Firmatela, così questa sera chiudiamo la pratica e iniziamo a metterli alla prova». La campagna per la sottoscrizione continua. Anche se non serve.
La deputata Dalila Nesci (M5S) ha in sostanza ammesso che “a scrivere la bozza della proposta di legge popolare sul riassetto della sanità calabrese sono stati i dirigenti medici Tullio Laino e Gianluigi Scaffidi; il secondo dirigente regionale dall’allora governatore Giuseppe Scopelliti”, da cui poi si staccò per divergenze.
Pietro Bellantoni
(da “La Stampa”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
L’ATTORE AUSTRIACO: “UN PERSONAGGIO SPREGEVOLE, HA MENTITO SPUDORATAMENTE AL POPOLO INVENTANDOSI INESISTENTI SVANTAGGI DELLA PERMANENZA DELLA GRAN BRETAGNA IN EUROPA, ORA LA GENTE DOVRA’ PAGARNE IL CONTO E LUI SCAPPA”
Christoph Waltz non va tanto per il sottile e critica duramente la scelta di Nigel Farage, principale
promotore del “Leave”, di dimettersi dalla leadership dell’Ukip.
L’attore austriaco, di cui tutti ricordiamo le performance nei film di Quentin Tarantino, il Colonnello Hans Landa “Bastardi senza gloria” e il cacciatore di taglie di “Django unchained”, si scaglia contro l’europarlamentare britannico in un’intervista a Sky News: “È ovvio che il capo dei topi abbandoni per primo la nave che affonda”.
I fautori del Leave, ha aggiunto Waltz, hanno fatto passare la vittoria come un’eroica uscita e invece ammettono la loro sconfitta; hanno mentito spudoratamente alla popolazione, anzichè informarla, inventandosi inesistenti svantaggi di una eventuale permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea.
“Adesso lasciano la patata bollente ad altri e questo dimostra quanto siano spregevoli queste persone che non si battono neanche per la causa che hanno promosso”, dice ancora l’attore. Waltz si schiera al 100% contro la Brexit: “Non riesco a comprenderne l’incredibile stupidità ”. E poi conclude: “Ora la gente che si è fatta sviare da questi venditori di fumo dovrà pagare il conto”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
IL MINISTRO MAY: “NIENTE GARANZIE A CHI LAVORA E VIVE IN GRAN BRETAGNA”… MA TEMONO LA RITORSIONE: I BRITANNICI IN ALTRI PAESI EUROPEI SONO 1,5 MILIONI
Tre milioni di cittadini europei che risiedono e lavorano in Gran Bretagna, tra cui più di mezzo milione di italiani, potrebbero essere teoricamente “deportati”, ovvero espulsi, come conseguenza dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.
à‰ la posizione assunta da Theresa May, ministro degli Interni britannico e attualmente il candidato favorito per diventare leader del partito conservatore nelle primarie e primo ministro al posto del dimissionario David Cameron
Intervistata in tivù, Theresa May dichiara: «Ci sarà un negoziato con la Ue su come risolvere la questione dei cittadini europei che si sono già stabiliti nel Regno Unito e dei cittadini britannici che vivono negli altri paesi della Ue. Al momento non ci sono cambiamenti nel loro status e nei loro diritti, ma naturalmente è un elemento che dovrà fare parte della trattativa sui nostri futuri rapporti con la Ue».
Spiega al quotidiano Independent una fonte a lei vicina: «Quello che la ministra intende è che non sarebbe saggio promettere fin d’ora a tutti i cittadini europei residenti in Gran Bretagna che potranno restare qui a tempo indeterminato. Se lo facessimo, gli stessi diritti si applicherebbero a qualunque cittadino della Ue che si trasferisse qui durante il negoziato con la Ue e fino alla nostra uscita dalla Ue. E se prendessimo un simile impegno, potrebbe esserci un enorme influsso di cittadini europei che vorrebbero venire qui fino a quando avrebbero questa opportunità ».
Precisa la stessa fonte: «Sarebbe una cattiva posizione negoziale. Non avrebbe senso garantire i diritti dei cittadini della Ue in Gran Bretagna senza avere le stesse garanzie per i cittadini britannici (circa 1 milione e mezzo, ndr) che vivono nei paesi della Ue»
Si tratta dunque soltanto di una posizione tattica, non di principio.
Ma è sufficiente a spingere l’Independent ad aprire il proprio sito con il titolo: «Theresa May rifiuta di escludere la deportazione dei cittadini della Ue residenti in Gran Bretagna per evitare un afflusso di immigrati».
E basta a provocare l’immediata reazione di Tim Farron, leader del partito liberal democratico, finora l’unico partito britannico che ha messo nel programma per le prossime elezioni la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea: «È scandaloso che Theresa May non dia agli europei che vivono, lavorano e pagano le tasse in Gran Bretagna la certezza che avranno il diritto di restare qui. Chiediamo alla ministra degli Interni di garantire che il futuro di tutti gli europei che risiedono qui potrà essere nel Regno Unito ».
Sull’argomento interviene pure un’altra candidata alla leadership dei Tories, la ministra dell’Energia Andrea Leadsom, sostenendo che i diritti degli europei giù presenti in Gran Bretagna vanno protetti e che essi non possono essere usati come “gettone negoziale” sul tavolo della trattativa.
Una cosa è certa: per i 3 milioni di europei del Regno Unito, così come per 1 milione e mezzo di britannici negli altri 27 paesi della Ue, cresce l’incertezza, come rivela la corsa degli uni e degli altri a procurarsi un secondo passaporto, britannico o europeo, per non perdere lo status e i diritti a cui si sono abituati.
Sempre che la Gran Bretagna, alla fine, esca davvero dall’Europa.
Autorevoli esperti legali avvertono il governo che il referendum è consultivo e solo il parlamento ha il potere di approvare la secessione dalla Ue.
Più che una decisione, Brexit somiglia sempre di più a un enigma che nessuno sa risolvere.
“Anarchia in Gran Bretagna”, come titola l’Economist.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
BREXIT E REGNO UNITO: CADONO I COCCI, NESSUNO SA COSA FARE E TUTTI SI SFILANO
C’è un senso del ridicolo, e purtroppo del tragico, nella grande fuga di Londra. 
I cocci di Brexit cadono a pioggia su Gran Bretagna ed Europa. Intanto i protagonisti della storica svolta inglese sull’ignoto, si sfilano.
Accompagnati alla porta per manifesta inadeguatezza, denunciata dal suo stesso luogotenente, come nel caso di Boris Johnson, oppure esuli per scelta «personale», come nel caso di Nigel Farage, attentissimo, però, a non abbandonare salari e prebende garantiti dalla riaffermata volontà di restare nel parlamento europeo.
L’unico dove può sedere non essendo mai riuscito a conquistare un seggio a Westminster
Miserie di una congiuntura, quella del dopo Brexit che non cessa di lasciarci senza parole per l’improvvisazione di un Paese che non sa nemmeno quale debba essere la procedura da seguire per sancire la frattura con Bruxelles voluta dal suo popolo.
Il dito sul pulsante dell’articolo 50 ce l’ha il premier o il parlamento come vorrebbe una democrazia parlamentare?
E se spetta al parlamento, tocca ad entrambe le camere oppure solo ai Comuni ?
E se spetta ad entrambe nel caso di un “sì” alla Brexit da parte dei Comuni e un “no” dei Lords, l’upper chamber avrebbe titolo simile alla lower chamber oppure — come per la legislazione ordinaria — il pronunciamento dei Pari del Regno sarebbe sostanzialmente ininfluente?
Non c’è nulla di amletico nel “multiplo” dilemma, se così si può dire, ma solo una procedura che si sperava fosse nota agli organizzatori della consultazione assai prima di annunciarla, o almeno nel durante, o di sicuro nell’immediatezza dell’esito.
E invece dieci giorni più tardi è un coro di sorprese che si sgrana ora al ritmo di un mercato immobiliare in allarme rosso come suggerisce lo stop imposto alle contrattazioni, e conseguentemente alle richieste di riscatto, del fondo commercial property di Standard Life.
L’ultima volta che accadde una cosa del genere era il 2007, nel 2008 ricordiamo bene che cosa accadde.
Tutti stanno con la bocca aperta a guardare il cielo, aspettando una parola risolutiva che, qualunque essa sia, è destinata a scaldare gli animi di un Paese diviso in due, minacciato ora anche dall’angoscia sul destino dell’immobiliare sulle cui spalle si regge, da sempre, la struttura economica del Regno Unito.
Spaccato nei numeri, nelle nazioni che lo compongono, nella geografia socio-economica.
Ci sono gli elementi di un quadro che, se eccessivamente esasperato, porterà la gente in piazza come si è visto, in una breve sequenza di quanto potrebbe accadere su vasta scala, sabato scorso nelle vie di Londra quando decine di migliaia di eurofili hanno chiesto di restare nell’Ue.
Che cosa faranno gli elettori della Brexit se scoprissero — non gliel’ha mai detto nessuno — che il Parlamento di Westminster può ignorare la loro volontà perchè il voto è “solo” consultivo?
Possiamo solo immaginarlo, così come possiamo immaginare la reazione degli eurofili se scoprissero di non appartenere più a una democrazia parlamentare.
La più antica, la più gloriosa come ci sentiamo ripetere da sempre.
E al primo lezzo di cordite i generali si danno alla fuga, come ha denunciato con lucida freddezza Lord Heseltine che di complotti se ne intende da cospiratore quale fu contro Margaret Thatcher. Altri tempi, altri uomini.
Oggi il premier si dimette smentendo tutto quanto aveva detto, promesso, giurato fino a un istante prima.
Il volto più popolare fra Tory brexiter, il biondo e loquace Boris Johnson, accetta, vivamente incoraggiato, di farsi da parte e lo fa, crediamo, ben contento di non doversi misurare con il caos da lui stesso creato con tanta, irresponsabile leggiadria. L’ideologo del Grande Strappo, Nigel Farage, infine, abbandona il campo, dicendosi soddisfatto del traguardo raggiunto prima tappa dello sfondamento dell’Unione obbiettivo da lui stesso dichiarato. Missione compiuta, dice.
Sarà davvero “accomplished” quando su Londra sarà sbocciata l’alba di una nuova civiltà , ma sulla Gran Bretagna pesa solo il caos.
Nigel sa bene che la missione deve ancora cominciare, solo per questo se ne è andato.
Leonardo Maisano
(da “il Sole24ore”)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
IL PREMIER LASCIA INTENDERE CHE NON SOLO LUI MA ANCHE DEPUTATI E SENATORI DOVREBBERO ANDARE A CASA QUALORA AL REFERENDUM VINCESSERO I NO… MA MATTARELLA LA PENSA IN ALTRO MODO
Non ci vuole molto a capire come mai Renzi, anzichè spegnere l’incendio che si è acceso sul referendum, getti altra benzina sul fuoco.
Lasciando intendere che non solo lui, ma l’intero Parlamento dovrebbe andarsene a casa qualora vincessero i «no».
Renzi lo dice perchè sente aria di congiure ai suoi danni. Sa che una parte del suo stesso partito spera, sotto sotto, in una sconfitta per detronizzarlo e piazzare al suo posto qualche altro esponente Pd (circolano parecchi nomi, perfino quello della Mogherini che attualmente ricopre l’incarico prestigioso di ministro degli Esteri Ue). Per cui Renzi sfida gli avversari interni: attenti – è come se dicesse loro col suo solito tono spavaldo – che dopo di me ci saranno soltanto le elezioni.
In caso di sconfitta del «si» dovrò dimettermi; ma pure voi, carissimi nemici, farete la mia stessa brutta fine.
Come tutte le pistole, pure quella del premier può mettere paura soltanto a patto che non sia caricata a salve. Cioè a condizione che Renzi sia davvero in grado di riportare il paese alle urne. Del che è lecito dubitare.
Anzitutto perchè il presidente della Repubblica, cui spetta il potere di scioglimento, non sembra disposto a bruciare le tappe.
L’orizzonte temporale di Mattarella è il 2018, quando la legislatura sarà arrivata alla sua naturale conclusione. Non prima.
Per piegare la resistenza del Colle, e imporre elezioni subito, Renzi dovrebbe far leva sulla cieca e totale obbedienza del suo partito, con l’obiettivo di tagliare la via a qualunque soluzione alternativa e rendere inevitabile un ricorso alle urne.
Ma riuscirà davvero il premier, nel caso dovesse perdere il referendum, a conservare sul suo partito una presa così forte da mettere tutti quanti in riga? Qualche dubbio è legittimo.
Perfino nel caso in cui Renzi ci riuscisse, non si capisce quale sarebbe il suo tornaconto.
Perchè dopo una batosta nel referendum, figurarsi che altra legnata il premier prenderebbe nelle elezioni politiche.
Avrebbe più chance di vincere al lotto piuttosto che nella lotteria elettorale. Per cui la minaccia di Renzi è chiara; che poi funzioni, è tutto da dimostrare.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Luglio 5th, 2016 Riccardo Fucile
AD ACCOGLIERE LE SALME IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA… LO STRAZIO DI PARENTI E AMICI
È atterrato poco dopo le 19 a Ciampino l’aereo di Stato con a bordo le salme dei nove italiani rimasti
uccisi nell’attacco terroristico in un ristorante di Dacca, in Bangladesh. Le hanno accolte i parenti, il presidente della Repubblica Mattarella e il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni.
Scene strazianti tra lacrime, lunghi abbracci e momenti di desolazione davanti ai nove feretri, ognuno ricoperto da un tricolore.
Qualcuno sfiora le bare, tutti sfilano mestamente davanti ai feretri. Dopo una preghiera collettiva, tre religiosi hanno benedetto le bare una ad una.
Uno dei tre sacerdoti, don Luca Monti, è fratello di Simona Monti, una delle vittime da poco incinta. Ha voluto essere lui a dare la benedizione al feretro.
Poi l’omaggio composto e commosso del Capo dello Stato e il ministro Gentiloni che ha voluto annunciare: “Ho preso con il presidente Mattarella l’impegno a nome del governo ad assicurare che i benefici previsti dalla legge per le vittime del terrorismo si applichino ai nostri caduti all’estero. È un impegno doveroso di fronte a episodi come quello della strage di Dacca”.
Così è stato l’ultimo saluto a Adele Puglisi, Marco Tondat, Claudia Maria D’Antona, Nadia Benedetti, Vincenzo D’Allestro, Maria Rivoli, Cristian Rossi, Claudio Cappelli e Simona Monti, trucidati per la follia terroristica.
A bordo del Boeing 767 dell’Aeronautica Militare era salito anche Gianni Boschetti, sopravvissuto alla strage e marito di una delle vittime, Claudia Maria D’Antona.
Le salme in serata vengono portate all’Istituto di medicina legale del Policlinico Gemelli dove, dopo il riconoscimento ufficiale da parte dei parenti, saranno sottoposte ad accertamenti da parte di una èquipe di medici legali.
(da agenzie)
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