Luglio 4th, 2016 Riccardo Fucile
CONTESTATA L’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA ALLA FRODE FISCALE, CORRUZIONE E RICICLAGGIO, TRUFFA E APPROPRIAZIONE INDEBITA… IL POLITICO E’ RAFFAELE PIZZA
Il fratello di un ex sottosegretario del governo Berlusconi e un parlamentare del Nuovo Centrodestra in carica.
Sono questi i volti più importanti coinvolti nell’ultima operazione anticorruzione della procura di Roma.
Stamattina, infatti, i militari della Guardia di Finanza hanno eseguito 24 ordinanze di custodia cautelale (dodici in carcere e dodici ai domiciliari), cinque misure interdittive (obbligo di dimora e divieto di attività professionale) e sequestrato più di 1,2 milioni di euro tra immobili, conti correnti e quote societarie a carico di altrettanti indagati, oltre a condurre sul territorio nazionale decine di perquisizioni disposte dalla procura guidata da Giuseppe Pignatone: i reati ipotizzati vanno dall’associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale alla corruzione, dal riciclaggio alla truffa ai danni dello Stato e all’appropriazione indebita.
L’operazione, ribattezzata Labirinto, ha portato allo scoperto un sistema criminale costruito attorno a un faccendiere che faceva da perno nei rapporti tra politica e imprenditoria: si tratta di Raffaele Pizza, il fratello di Giuseppe Pizza, l’ex sottosegretario all’Istruzione del governo Berlusconi tra il 2008 e il 2011, che rivendica la titolarità del simbolo originale della Democrazia Cristiana, partito di cui è segretario.
Nell’inchiesta è indagato anche un parlamentare del Nuovo Centrodestra, il partito guidato dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, mentre sono stati arrestati due dipendenti dell’Agenzia delle Entrate.
Il parlamentare in questione — di professione avvocato e attualmente in carica, anche se non è stato al momento diffuso il nome — è accusato di aver attivamente aiutato nelle attività di illecita intermediazione lo stesso Pizza: il faccendiere, originario della Calabria, annoverava tra le sue relazioni, rapporti con personalità di vertice della politica e di enti e società pubbliche.
In pratica costituiva lo snodo tra il mondo imprenditoriale e quello degli enti pubblici e dei ministeri, svolgendo un’incessante e prezzolata opera di intermediazione nell’interesse personale e di imprenditori interessati ad aggiudicarsi gare pubbliche.
Il fratello dell’ex sottosegretario del governo Berlusconi, sfruttando i legami stabili con la politica e il mondo del potere romano, si adoperava anche per favorire la nomina, ai vertici di enti e di società pubbliche, di persone a lui vicine, in modo di acquisire ragioni di credito nei confronti di queste che, riconoscenti, risultavano permeabili alle sue richieste.
Pizza utilizzava uno studio sito accanto al Parlamento, in una nota via del centro, per ricevere denaro di illecita provenienza, occultarlo e smistarlo, avvalendosi anche della collaborazione del parlamentare di Ncd
Le indagini, coordinate dal pm capitolino Paolo Ielo, hanno ricostruito l’operatività di una struttura imprenditoriale illecita che ha movimentato oltre dieci milioni di euro giustificati da fatture false a scopo di evasione e per costituire riserve occulte da destinare a finalità illecite, attraverso una galassia di società cartiere (costituite e gestite con il concorso di numerosi indagati).
Per “ammorbidire” eventuali controlli fiscali e agevolare le pratiche di rimborso delle imposte, il consulente si avvaleva anche di due dipendenti infedeli dell’Agenzia delle Entrate di Roma, arrestati nel corso dell’operazione.
Le perquisizioni stanno interessando oltre cento obiettivi tra Roma, il Lazio, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Toscana, le Marche, l’Umbria e la Campania.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 4th, 2016 Riccardo Fucile
ALLE EMITTENTI ITALIANE PIACE PALAZZO CHIGI, MENO L’EUROPA
«Una violazione intollerabile alla par condicio e al pluralismo televisivo”. Le prime scintille arrivano
già a ridosso delle elezioni comunali.
Dopo la mancata partecipazione di esponenti del Pd a una puntata pre-elettorale di Ballarò, Barbara Serracchiani e Lorenzo Guerini del PD hanno annunciato un esposto all’Agcom, l’agenzia garante delle comunicazioni. Denunciano una «esclusione intollerabile».
A distanza di sue settimane, a giochi ampiamente conclusi, c’è sempre chi rilancia e incolpa i media per i risultati ottenuti.
Ma come stanno le cose? Chi è più presente e chi meno in tv?
Per capirlo — almeno per quanto riguarda i telegiornali — possiamo ricorrere ai dati dell’Agcom stessa, che misura quanto spazio i tg lasciano ai politici per parlare direttamente in video: il cosiddetto “tempo di parola”.
Quanta esposizione ha dedicato il servizio pubblico a Renzi, rispetto ai presidenti del consiglio che l’hanno preceduto?
Il record del Professore
Nei primi otto mesi di governo Matteo Renzi ha ottenuto un tempo di parola medio del 18%. Enrico Letta, che l’aveva preceduto a Palazzo Chigi nel 2013, in un periodo di tempo equivalente è arrivato al 15,3%.
I valori più elevati da qualche anno a questa parte spettano però a Monti, cui è stato dedicato il 20% del tempo di parola, mentre nei primi mesi del governo Berlusconi del 2008 il leader azzurro risultava all’11,8%.
Questo significa che per ogni ora riservata a soggetti politici o istituzionali che parlano in video nei tg Rai, Monti è comparso per dodici minuti, Renzi poco meno di undici, Letta appena più di nove, Berlusconi per sette minuti.
Le rilevazioni fanno riferimento a periodi diversi.
Monti è stato nominato premier in un periodo particolarmente turbolento per il paese, all’apice della crisi dello spread del 2011, e questo può averne spinto il profilo verso l’alto.
Viceversa, parte dei primi otto mesi del governo Renzi è stata influenzata — da un punto di vista mediatico — dalla campagna elettorale per le elezioni europee di primavera 2015, periodo in cui per legge è necessario osservare la par condicio.
In rispetto delle leggi vigenti, radio e tv devono concedere spazio a tutte le forze politiche in competizione, il che appiattisce un po’ il risultato dei grandi partiti — e con essi delle forze di governo.
Il servizio pubblico
L’approccio dei Tg Rai emerge ancora più chiaramente se prendiamo in considerazione soltanto i primi due anni del governo Renzi, da marzo 2014 a marzo 2016.
In periodi non elettorali, lo spazio dedicato a governo (e suoi esponenti), presidente del consiglio e PD supera spesso il 50% del totale, con picchi anche intorno al 65-70%.
Fanno eccezione, appunto, le settimane vicine al voto: così che a maggio 2014 e maggio 2015, in vista rispettivamente delle elezioni europee e delle regionali, il tempo di parola concesso alle forze di maggioranza cala intorno al 35%.
Il resto dello spazio viene poi suddiviso fra gli altri partiti, opposizione inclusa, nonchè con altri soggetti istituzionali come il presidente della Repubblica, della Camera e così via.
Le altre emittenti
D’altra parte nel panorama televisivo italiano non esiste neppure soltanto la Rai. I dati raccolti da Agcom consentono di capire quanto è ampio lo spazio concesso a partiti e figure istituzionali anche dai tg Mediaset e La7.
Nel periodo che va da giugno 2015 a marzo 2016, ultimo per il quale sono disponibili dati quando è stata condotta l’analisi, il Pd ottiene ampi spazi in entrambi — soprattutto nel secondo, in cui da solo occupa un quarto del tempo di parola totale. Pdl-Forza Italia ottiene invece nel complesso un’esposizione assai più modesta tranne che su Mediaset, mentre il tg che offre più spazio al Movimento 5 Stelle è di nuovo quello de La7 diretto da Enrico Mentana.
Discorso simile per la Lega, che proprio su quest’ultimo notiziario trova coperture relativamente ampie.
Allo stesso tempo, i tg Rai appaiono come i più governativi e istituzionali, lasciando ampio spazio di parola a ministri e sotto-segretari, insieme a figure come il presidente della Repubblica.
Diverso il caso di Matteo Renzi, cui viene concesso di parlare in video per minor tempo sul tg de La7, ha una larga esposizione in Rai ma — curiosamente — in questo periodo di tempo risulta ai massimi proprio su Mediaset.
L’Europa non c’è
A guardare gli ultimi due anni delle principali reti televisive italiane — Rai e Mediaset — la differenza principale è innanzi tutto nel modo in cui i tg lasciano spazio al governo e ai suoi esponenti.
Nella prima, eccezion fatta per i periodi di par condicio, Palazzo Chigi raramente scende sotto il 20% del tempo di parola. Il Movimento 5 Stelle, pur con un po’ di variabilità , ha ottenuto in entrambi circa lo stesso spazio per esprimere le proprie posizioni politiche, mentre grande differenza fra Rai e Mediaset emerge rispetto al Pdl-Forza Italia e alla figura del presidente del consiglio.
I membri del partito di centro-destra, dall’avvio di questo governo, hanno sempre ottenuto ampio spazio nelle reti del biscione, quando invece in Rai lo spazio dedicato loro è stato spesso simile a quello del Movimento 5 Stelle — dunque non particolarmente elevato.
E se già nel servizio pubblico Renzi ha ottenuto ampio spazio di parola, su Mediaset i valori crescono ancora.
Altro elemento è l’attenzione riservata all’Unione Europea, praticamente inesistente su entrambi i network, e spesso minore persino dello spazio dedicato ai partiti più piccoli: segnale piccolo ma evidente che da tempo l’attenzione mediatica italiana appare assai più concentrata sui problemi interni che sulle evoluzioni della costruzione europea.
Davide Mancino
(da “La Stampa“)
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Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
BALLOTTAGGI: M5S VINCEREBBE SIA CONTRO PD CHE CONTRO CENTRODESTRA… PD VINCEREBBE CONTRO CENTRODESTRA UNITO… ELETTORI PD STANNO ANCORA CON RENZI: IL 70% HA FIDUCIA IN LUI
Gli elettori del Partito Democratico stanno ancora con il segretario Matteo Renzi. Secondo quanto rivela un sondaggio di Scenari Politici per l’Huffington Post, la fiducia nei confronti del leader del Pd è al 70 per cento. In particolare, per il 43,2 per cento la fiducia è “molta” mentre il 31,5 per cento ha “abbastanza fiducia” in Renzi. Non sembra quindi, stando a quanto riporta la rilevazione, che l’esito delle elezioni amministrative (perse a Roma, a Torino e a Napoli, in primis) abbia spostato il favore degli elettori dem.
Non solo, il 57,7 per cento di loro voterebbe ancora Renzi come segretario del Partito Democratico.
A seguire c’è Enrico Rossi, governatore della Toscana al 20,7 per cento, il leader della minoranza Roberto Speranza all’11,7 e l’attuale presidente del partito Matteo Orfini al 9,9 per cento.
Per quanto riguarda le intenzioni di voto, al primo turno il PD si conferma il primo partito in Italia. con il 30,5%, seguito a un soffio dal M5S al 29,2%.
Nel centrodestra Forza Italia (12,2%) sorpassa la Lega, in calo al 12%
Tuttavia, come già riportato da precedenti rilevazioni, in caso di ballottaggio al secondo turno – come prevede l’attuale legge elettorale Italicum – con il Movimento 5 Stelle, i grillini raccoglierebbero più voti dei democratici.
In numeri, i 5 Stelle raggiungerebbero il 55 per cento contro il 45 per cento del Pd.
M5S vincerebbe anche con il Centrodestra unito 57% a 43%.
Il Pd vincerebbe invece sul Centrodestra 53,5% a 46,5%
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
SILURATO DALLE FAIDE INTERNE DEI GRILLINI ROMANI TIENE DURO: “GRILLO VALUTI IL MIO CURRICULUM”
La telefonata di Beppe Grillo a Virginia Raggi ha messo la parola “fine” alla resistenza del sindaco
che voleva Raffaele Marra vicecapo di gabinetto vicario, colui che in pratica avrebbe avuto il potere di firma su tutti i capitoli di spesa del Comune. Decisione che ha scatenato l’ira della base e soprattutto dello staff romano, con Roberta Lombardi e Paola Taverna in testa, poichè Marra ha collaborato con Gianni Alemanno quando era ministro ed è entrato in Campidoglio con Ignazio Marino. Adesso “sarà spostato ad altro incarico”, fa sapere l’entourage del primo cittadino.
In pratica, per il dirigente del Comune, niente più promozione a vicecapo di gabinetto nonostante l’ordinanza triennale del sindaco firmata pochi giorni fa.
Ma Marra, che spiega di essere vincitore di concorso pubblico nel 2006 e dirigente capitolino dal 2008, non molla.
Contattato al telefono dall’Huffpost dice: “Sfido chiunque a vedere le mie carte, il mio curriculum e tutte le denunce che ho fatto in questi anni”.
Sfida anche Beppe Grillo e Luigi Di Maio, che ha fatto da mediatore in questa storia? “Sì, sono pronto a pagare io il pool di avvocati che il Movimento vorrà scegliere affinchè io venga valutato per quello che ho fatto. E dico anche, se il Movimento ha come via maestra la legalità io mi definisco lo spermatozoo che ha fecondato l’ovulo del Movimento. Sono uno di loro”.
Ma la nomina di Marra non è stata l’unica a far discutere.
Nei fatti due sono stati fino ad ora gli incarichi conferiti dal sindaco ed entrambi sono saltati nel giro di pochi giorni.
Anche Daniele Frongia, scelto capo di gabinetto però “dimezzato”, cioè senza potere di firma a causa della legge Severino, sembra ormai destinato a un altro incarico. Frongia è infatti finito sotto accusa poichè sarebbe stato lui a contattare Marra, con il quale ha stretto contatti durante lo scorso mandato.
Per il braccio destro della Raggi ci sarebbe adesso l’idea di una nomina ad assessore al Patrimonio immobiliare nonchè a vice sindaco.
Alla fine Raggi, dopo lotte intestine e veti incrociati tra le varie correnti, ha dovuto cedere anche su Frongia e sacrificarlo perchè il rapporto troppo stretto tra i due non viene visto di buon occhio dal resto del Movimento.
In questo modo verrebbe facilitata la formazione della squadra che verrà presentata il 7 luglio durante il primo consiglio comunale. Sarà una corsa contro il tempo.
Negli ultimi giorni si era parlato di uno slittamento al 12 luglio, ma da più parti, compreso da Grillo, al sindaco è stato fatto notare che non è opportuno, considerate le critiche di questi giorni e l’essere venuta meno alle promesse della campagna elettorale.
Nel frattempo sono in corso ancora le ultime riunioni.
L’entourage spiega che non ci sarebbero caselle di assessorati che rischiano di rimanere vuote, ma casomai solo opzioni diverse per alcune di loro.
Marcello Minenna, l’ex dirigente Consob che ha denunciato Giuseppe Vegas, sarebbe tornato in partita e sembra che abbia sciolto la riserva.
Potrebbe quindi ricoprire l’incarico di assessore al Bilancio, al posto di Daniela Morgante, nome dato per certo invece pochi giorni fa.
C’è anche però chi vede Minenna come possibile capo di gabinetto.
La confusione è tanta e ancora nulla è stato deciso ufficialmente.
Soprattutto adesso che rimane vacante la poltrona di capo di gabinetto. E sarà attorno a questa carica che si consumerà un’altra battaglia.
La corrente guidata da Roberta Lombardi e Marcello De Vito, il cui nome è apparso anche in un dossier creato contro di lui da Raggi e Frongia, vorrà avere l’ultima parola.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
FRONGIA NON SARA’ CAPO DI GABINETTO, MA ASSESSORE AL PATRIMONIO IMMOBILIARE… LA MEDIAZIONE DI GRILLO E CASALEGGIO
C’è aria di tregua a Roma e, dopo un pasticciato avvio, la sindaca Virginia Raggi deve scendere a compromessi per non rischiare che la faida interna al M5S butti al macero l’utopia pentastellata in Campidoglio.
Le prime nomine, osteggiate dalla fronda che fa capo alla deputata Roberta Lombardi, stanno per diventare un ricordo e il passo indietro è una concessione alle ragioni degli avversari.
Daniele Frongia, divenuto capo di gabinetto con codazzo di polemiche sulla sua incompatibilità perchè ex consigliere, diventerà assessore al Patrimonio immobiliare. Vicinissimo alla sindaca lascerà il posto di uomo-ombra a qualcun altro.
Anche Raffaele Marra, dirigente comunale in quota 5 Stelle ma con una storia che affonda le radici nel tanto odiato mondo di Alemanno, abbandonerà la carica di vice-capogabinetto, per un ruolo che in queste ore i pentastellati stanno definendo con l’aiuto del direttorio e, sulla parte dell’impatto mediatico, della Casaleggio.
È un siluramento morbido, per uscire dall’angolo dove la prima cittadina aveva portato il Movimento.
«Virginia, è una questione di opportunità politica» le hanno detto più volte, insistendo per giorni, martellando sui suoi primi atti formali da sindaca: «Lo vedi come ci stanno addosso i giornali? Hai fatto due nomine ed entrambe ci hanno creato problemi».
Due nomi, due fedelissimi a cui Raggi non voleva rinunciare, anche per far scudo al fuoco amico della Lombardi e del suo protetto Marcello De Vito, il 5 Stelle più votato, molto poco in sintonia con Raggi, che sarebbe stato al centro del dossieraggio che negli ultimi giorni ha svelato i veleni nel M5S capitolino.
Di fronte alla paralisi romana Beppe Grillo e Davide Casaleggio si sono allarmati. Sono loro e Luigi Di Maio ad aver facilitato la mediazione con il direttorio che ha costretto Raggi ad abbassare le resistenze.
Pare che dopo una telefonata con il comico (non confermata) e con Di Maio la sindaca abbia capitolato.
«Nessuna tensione» dissimula intanto lei. In realtà , il passaggio di Frongia da capo gabinetto ad assessore le dovrebbe facilitare le cose per completare la squadra.
I grillini tengono coperti gli ultimi due nomi, mentre la docente del Politecnico di Torino, Cristina Pronello, destinata ai Trasporti, si prenderà le ultime ore per decidere se mollare.
Per il 7 luglio però non tutti i tasselli saranno al loro posto: oltre alla giunta, ci sono altre nomine da fare, staff da completare e curriculum da vagliare.
In cambio delle due concessioni fatte, Raggi avrebbe però strappato l’ok a tenere come portavoce Augusto Rubei, fino a ieri inviso al capo comunicazione dei parlamentari Rocco Casalino.
Ilario Lombardo
(da “La Stampa”)
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Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
“UNO STATO MEMBRO PUO’ TORNARE SULLA PROPRIA DECISIONE NEL PERIODO DI TRANSIZIONE”
Ci vorranno “quasi sicuramente” più di due anni prima che il Regno Unito possa lasciare l’Unione
Europea.
E’ quanto si legge in un rapporto della Camera dei Lord licenziato lo scorso 4 maggio, prima della Brexit. Il documento, allegato in un dossier pubblicato dal Servizio Studi del Senato e intitolato ‘Dopo la Brexit’, prevede dunque tempi più lunghi del previsto per chiudere la pratica: in un primo momento, si parlava di due anni per il divorzio tra Londra e Bruxelles.
Nel rapporto ‘The process of withdrawing from the European union’, preparato dall’European Union Committe, si analizzano in anticipo le complicate conseguenze di una possibile vittoria del ‘Leave’, poi divenuta realtà .
“Vista l’assenza di precedenti specifici — si legge nel dossier — non è possibile prevedere con certezza quale sarà la durata dei negoziati”.
Si ricorda poi che “in media gli accordi commerciali tra Ue e gli Stati membri richiedono, per essere finalizzati, un periodo tra i quattro e nove anni”.
Tuttavia la decisione di protrarre i negoziati oltre i due anni spetta al Consiglio Europeo, che deve esprimersi all’unanimità , e “non può essere considerato a priori un passaggio scontato”.
Il rapporto si apre notando che nell’unica base giuridica per il recesso di uno Stato dall’Unione, l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, “non vi è nulla che impedisca a uno Stato membro di tornare sulla propria decisione”.
In pratica, il voto popolare deve certamente essere considerato incontrovertibile ma non lo è per gli accordi esistenti e nulla esclude che lo stesso popolo britannico possa cambiare idea in futuro.
E’ inoltre “probabile che, in parallelo con l’accordo di recesso, venga negoziato anche un accordo sulle relazioni future tra Regno Unito e Unione europea” perchè dovrebbe essere di “interesse comune, di tutte le parti in causa, assicurare un coordinamento efficace tra i due accordi”.
Un punto su cui potrebbe non essere d’accordo Jean-Claude Juncker. Il presidente della Commissione europea ha dichiarato alla tv pubblica tedesca Ard che “non sarà un divorzio consensuale, ma non è stata neppure una grande storia d’amore”.
Di difficile soluzione anche il problema della presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea che nel secondo semestre 2017 spetta al Regno Unito. Ai sensi dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona un Paese in uscita non può infatti presiedere le sedute dedicate al suo stesso recesso.
Infine i britannici si preoccupano della propria credibilità , a rischio di essere “seriamente minata” nel lungo periodo in cui il Regno Unito dovrà prendere delle decisioni in quanto membro dell’Unione e allo stesso tempo ne tratterà l’abbandono.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
L’ITALIA PUNTA ALL’AUTORITA’ DEL FARMACO E DELLE BANCHE
L’addio all’Unione europea può costare caro al Regno Unito per tante ragioni, non ultima la possibile diaspora di multinazionali e Autorità comunitarie che hanno sede a Londra e dintorni, alle quali sono ben disposti a fare ponti d’oro i governi degli altri Paesi, Italia, Germania e Francia in testa.
“Brexit per l’Italia può rappresentare un’occasione”, ha spiegato oggi il presidente del Consiglio Matteo Renzi, che vuole una task force “che coinvolgerà gli esponenti della finanza e dell’economia italiani che hanno un ruolo a livello europeo per portare in Italia tutto quello che si può portare”.
L’attenzione, in questo caso, è in particolare per due Autorità sulle quali da tempo Roma ha messo gli occhi, vale a dire l’Ema (European Medicines Agency, l’agenzia del farmaco che occupa circa 600 persone) e l’Eba (European banking Authority, con circa 150 dipendenti di cui molti italiani), che hanno entrambe sede a Canary Wharf, centro direzionale ricavato nella vecchia zona portuale di Londra.
Dalle rive del Tamigi potrebbero dunque traslocare al di qua delle Alpi e Milano si è già candidata per ospitarne almeno una, tanto che il sindaco Giuseppe Sala mercoledì volerà nella capitale britannica per gettare le basi di un possibile trasferimento.
La strategia dell’accoglienza italiana non sarebbe comunque riservata solo agli enti pubblici, ma anche alle aziende, da attirare con vantaggi fiscali.
Il governo sta infatti valutando la possibilità di creare due aree a fiscalità agevolata a Milano, nell’area ex Expo, e a Bagnoli per attrarre investimenti, magari proprio in fuga da Londra.
La concorrenza da parte dei partner europei, però, è agguerrita.
Sul piatto ci sono i miliardi che muovono marchi come Vodafone, Visa, Easyjet, Nissan, Toyota o colossi del credito come JpMorgan, Morgan Stanley e Deutsche Bank, che fanno gola a molti: finora nessuno ha fatto il passo ufficiale per il trasloco, ma gli indizi di un possibile addio ci sono.
Easyjet ha chiesto un certificato di vettore europeo, Vodafone “sta valutando giorno per giorno la situazione”, Visa “continua a monitorare la situazione con attenzione”, Nissan e Toyota (presenti in forze nel Paese) ancora prima del referendum avevano avvertito che gli investimenti ne avrebbero risentito.
Se qualcuno deciderà veramente di passare il Rubicone, anzi di attraversare la Manica, troverà ad accoglierlo non solo l’Italia, ma anche la Francia (la Brexit rappresenta per la Francia l’opportunità di “vincere” aziende, ha detto il ministro dell’Economia, Emmanuel Macron) e la Germania: per Vodafone, per esempio, si è fatto avanti il land del Nord Reno Vestfalia, che ha candidato la città di Dusseldorf.
Molta incertezza aleggia poi sulla questione della prospettata fusione tra la Borsa di Londra (London Stock Exchange, che tra l’altro controlla Piazza Affari) e quella di Francoforte, che sarà domani al vaglio dell’assemblea della stessa Lse per un voto favorevole ritenuto scontato.
La Bafin, l’ente di controllo tedesco sui mercati finanziari, ha già mostrato le proprie perplessità sul fatto che Londra possa essere la sede della super-Borsa nata dalla fusione e anche il presidente della Consob Giuseppe Vegas ha scritto al presidente della Lse Donald Brydon per chiedere un coinvolgimento dell’Autorità di vigilanza italiana in eventuali iniziative che coinvolgano Borsa Italiana a seguito della Brexit.
Da Londra, insomma, potrebbero scappare in molti e forse non servirà nemmeno l’accorato appello del sindaco Sadiq Kahn, che oggi in una lettera aperta ha assicurato che la capitale britannica è “aperta alle imprese”.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
DOPO L’EX UOMO DI ALEMANNO, ANCHE FRONGIA COSTRETTO A CAMBIARE RUOLO: CONTINUA LA LOTTA INTERNA AI CINQUESTELLE
Raffaele Marra, il dirigente pubblico da poco destinato dalla sindaca di Roma Virginia Raggi al ruolo
di vicecapo di Gabinetto, “sarà spostato ad altro incarico”.
E’ quanto si apprende dal Campidoglio.
La giunta Raggi, che sarebbe al completo, sarà invece presentata alle 15 di giovedì 7 luglio, confermano fonti vicine alla prima cittadina.
Anche Daniele Frongia, braccio destro del primo cittadino, potrebbe lasciare la carica di capo di gabinetto per diventare vicesindaco ‘politico’
La guerra interna tra i 5 Stelle miete così le prime vittime.
La nomina di Marra, uomo vicino ad Alemanno, aveva creato non pochi mal di pancia tra i pentastellati e ora si procederà ad una nuova nomina visto che il suo incarico è sempre stato considerato “temporaneo”.
Sempre in bilico invece Frongia che potrebbe molto probabilmente ‘traslocare’ in giunta, posizionandosi così in pole position per essere vicesindaco. “È necessario avere un vicesindaco con le spalle larghe” dicono i pentastellati.
E quindi Frongia slitterebbe verso un incarico più rappresentativo abbandonando quello amministrativo.
Una mossa questa su cui peserebbe non poco la faida interna ai 5 Stelle. Una decisione però quasi inevitabile per i futuri equilibri tra la neo sindaca e il Movimento.
In casa M5s si ragiona su un eventuale contraccolpo di immagine che deriverà dal fatto che le prime nomine di Raggi siano saltate.
La guerra tra le correnti del M5s si riverbera inevitabilmente sul puzzle giunta ma continuano a fioccare i no dei papabili assessori. L’ultimo arrivato è di Cristina Pronello, candidata alla delega ai Trasporti.
Il rebus giunta è quindi ancora irrisolto e intanto la neo sindaca, ieri ha trovato tempo per incontrare l’ex first lady britannica Cherie Blair, di inviare una lettera ai vertici di Acea, chiedendo chiarimenti su alcune nomine dirigenziali effettuate di recente. Tempistica sospetta per Raggi, “guarda il caso proprio a 3 giorni dal voto del ballottaggio” chiosa il primo cittadino. Dalla municipalizzata, però, fanno sapere che “non si tratta di nomine ma solo di incarichi temporanei, senza alcun costo, in attesa di nuove disposizioni”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
QUALCUNO LI AVVISI CHE NON AVEVANO BISOGNO DI VENDERE ROSE, ERA STRARICCHI FIGLI DI PAPA’
All’indomani del massacro Isis nel ristorante di Dacca dove hanno trovato la morte nove italiani, spiccano le prime pagine di due quotidiani.
Il primo è “Libero”, diretto da Vittorio Feltri, secondo il quale noi italiani in realtà finanziamo gli jihadisti acquistando le rose dai venditori bengalesi che spesso si avvicinano ai bar e ai ristoranti.
Siamo al delirio xenofobo, alla istigazione all’odio per vendere qualche copia in più a qualche razzista ancora a piede libero.
Qualcuno li avvisi che i 5 terroristi non avevano bisogno di vendere rose, visto che erano tutti figli di famiglie benestanti.
Per “Il Giornale” di Alessandro Sallusti, invece, si tratta di “Bestie islamiche”. L’editoriale è affidato a Magdi Cristiano Allam, un altro soggetto che ha dei probleemi: “Basta menzogne, i terroristi ci uccidono in nome dell’Islam”.
Peccato che tra le vittime di Dacca ci siano anche musulmani.
(da agenzie)
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