Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile
UNO DEI KILLER AVEVA IL BRACCIALETTO ELETTRONICO, FALLE NELLA SICUREZZA FRANCESE
È terminato l’assalto in una chiesa vicino Rouen, in Normandia: i due assalitori che avevano preso in ostaggio un sacerdote e diverse fedeli, tra le quali due suore, sono stati uccisi dalla polizia francese.
Non è ancora chiaro se le vittime siano due o una. Il prete, Jacques Hamel, è stato sgozzato e ucciso. I due terroristi erano entrati attraverso la porta posteriore della chiesa durante la Messa mattutina. L’Isis ha rivendicato l’attacco a Rouen affermando che è stato compiuto da due ‘soldati’ del gruppo. Lo riferisce l’agenzia Aamaq.
Uno dei due assalitori aveva scontato un anno di prigione ed era stato liberato il 22 marzo: è quanto riferiscono fonti giudiziarie citate da I-Tèlè.
Nel 2015 cercò di arruolarsi nella jihad in Siria ma venne bloccato alla frontiera turca. All’uscita di prigione, il 22 marzo, era stato posto in libertà vigilata con il braccialetto elettronico. Poteva uscire di casa ogni giorni dalle 8:30 alle 12:30.
Il presidente Francois Hollande, recatosi sul posto, ha condannato “l’ignobile assalto” e ha spiegato che si tratta di un attentato terroristico perpetrato da due individui che hanno agito “in nome dell’Isis”.
Il presidente francese ha continuato: “Ci troviamo ancora una volta di fronte a una prova, la minaccia è molto elevata”.
“È una guerra da condurre con tutti i mezzi nel rispetto dei diritti” ha aggiunto Hollande ricordando che i “terroristi vogliono dividerci”. “Sono voluto venire qui per esprimere il nostro dolore e sostegno anche alle forze di sicurezza che hanno evitato un bilancio ancora più pesante. Ringrazio pompieri, soccorsi, tutto il personale intervenuto rapidamente”.
Uno dei due assalitori di Saint-Etienne-de-Rouvray era stato condannato nel 2015 per un tentativo di arruolamento nella jihad in Siria.
Non ci riuscì e venne fermato alla frontiera turca: è quanto riferiscono fonti di polizia citate da diversi media francesi. “Era stato liberato e posto sotto sorveglianza con il braccialetto elettronico. La procura antiterrorismo aveva fatto appello contro questa decisione”.
Informazioni che devono ancora trovare l’ufficiale conferma delle autorità francesi.
L’assalitore non sarebbe stato schedato come un vero e proprio potenziale terrorista, quindi come una sicura minaccia per la sicurezza nazionale, bensì come un “velleitario del jihad”, cioè piuttosto come fanatico con ambizioni radicali ma senza un’effettiva capacità di realizzarle.
Non sarebbe dunque stato schedato con la ‘S’ riservata ai criminali più pericolosi.
E’ quanto riferisce l’edizione on-line del quotidiano ‘Le Figaro’, che cita fonti investigative riservate, secondo cui comunque è ancora in corso l’identificazione.
(da “Huffingtonpost“)
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Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile
E ACCUSA ESPONENTI DELL’ARMA: “ADESSO SUBISCO PRESSIONI E SOPRUSI”
Quattordici maggio 2015. Una data spartiacque per l’appuntato scelto dei carabinieri Riccardo
Casamassima.
È uno dei pochi a conoscere la verità sul caso Cucchi.
Dopo una notte insonne, a valutare conseguenze e possibili ripercussioni, il caffè scioglie gli ultimi dubbi e le insicurezze della sera prima.
Si veste ed esce di casa per incontrare Fabio Anselmo, l’avvocato di Stefano Cucchi. Con lui c’è la convivente, anche lei nell’Arma. E come lui a conoscenza di alcuni segreti sulla morte del geometra romano, fermato da una pattuglia il 15 ottobre 2009 per possesso di droga e morto sei giorni dopo all’ospedale Pertini di Roma. Casamassima ha 38 anni, indossa la divisa da quando ne ha 19.
Bussa alla porta di Anselmo, dunque. Lì confessa per la prima volta ciò di cui era venuto a conoscenza.
Ma è necessario un passo ulteriore per formalizzare le accuse. Perciò il 30 giugno del 2015 lo convoca il pm Giovanni Musarò, che coordina l’indagine bis sul trentenne pestato selvaggiamente da uomini in divisa.
La prima inchiesta ha portato a un nulla di fatto. Tutti assolti gli agenti penitenziari. E l’appello bis concluso la settimana scorsa ha scagionato i medici del Pertini.
L’inchiesta bis sulla morte del geometra romano ha il primo indagato. E due testimoni “in divisa” che hanno rivelato particolari importanti su quella sera aprendo nuovi e inquietanti scenari
Insomma, trascorsi sette anni ancora nessun colpevole. L’enigma da risolvere è scritto nelle motivazioni che giudici di Cassazione e di Appello hanno prodotto negli anni: Stefano Cucchi è stato, senza dubbio, picchiato.
Per questo, come sostiene la Suprema corte, sarà necessario ripartire dalle testimonianze che fornivano più di qualche indizio su picchiatori vestiti da carabinieri. Da questo dato di fatto è ripartita la procura guidata da Giuseppe Pignatone per aprire il nuovo fascicolo.
Certo, nè la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, nè l’avvocato della famiglia, nè i pm, potevano immaginare di poter contare su un teste commilitone dei presunti autori del pestaggio.
Militare che sostiene di aver ricevuto le confidenze del superiore- il maresciallo Roberto Mandolini- dei presunti colpevoli.
Il maresciallo è uno dei cinque indagati. A lui e a Vincenzo Nicolardi viene contestato il reato di falsa testimonianza. Per gli altri tre – Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco – i pm ipotizzano il reato di lesioni.
Accusa che potrebbe mutare all’esito dell’incidente probatorio, se la nuova perizia dovesse stabilire che Cucchi è morto a causa dei pugni e dei calci ricevuti.
Tra il 2008 e il 2010 Casamassima era in forza al comando di Tor Vergata.
Proprio da qui era stato trasferito Mandolini con destinazione caserma Appia, la stessa da cui partiranno gli agenti per arrestare Stefano.
Un mese dopo il trasferimento, Mandolini, tornò nella sua vecchia “casa” ufficialmente a salutare il comandante. Tuttavia, stando al racconto dell’appuntato, il passaggio a Tor Vergata non era un gesto di cortesia: piuttosto era dovuto a questioni più urgenti e “critiche”.
«Quando lo vidi nella caserma lui si mise una mano sulla fronte, poi esclamò: “È successo un casino i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato”», conferma a “l’Espresso” quanto già messo a verbale in procura.
«Dopo di che si recò a passo spedito verso l’ufficio del comandante della stazione, il maresciallo Enrico Mastronardi», prosegue Casamassima. E qui avrebbe confessato “il casino” al superiore, indicando il nome del ragazzo pestato dai colleghi.
A sentire quelle parole, e il cognome Cucchi, è stata la convivente dell’appuntato. Insieme hanno deciso di denunciare.
La donna si trovava nella stanza prima che Mandolini entrasse. E mentre si dirigeva verso l’uscita il maresciallo aveva iniziato già a parlare. Non si ricorda il giorno esatto della visita, l’appuntato. Ma di una cosa è certo: «Cucchi era ancora vivo».
Riferisce, inoltre, dell’incontro avuto con il figlio di Mastronardi, anche lui nell’Arma. «Mi disse di aver visto Cucchi la sera dell’arresto, e di aver constatato che era ridotto male a causa delle botte ricevute dai colleghi del comando Appia. Disse: non puoi capire come me l’hanno portato, era messo proprio male».
Mastronardi junior, però, sentito dai magistrati non ricorda di aver pronunciato quelle parole, ma non esclude di aver sentito voci di caserma sul fatto: «Non posso escludere di aver partecipato ad una conversazione fra colleghi nella quale si diceva che Cucchi avesse subito un pestaggio dai colleghi di Roma Appia, ma in questo momento non ricordo bene».
Il racconto di Casamassima troverebbe conferma anche nella testimonianza, agli atti dell’inchiesta, del militare, Stefano Mollica, che ha accompagnato Cucchi in tribunale: «Come ho già riferito in precedenza, il gonfiore del viso di Stefano Cucchi faceva impressione, io non ho mai visto niente del genere in vita mia».
Perchè Casamassima ha deciso di parlare solo ora? A distanza di anni? «Non ho più seguito il caso Cucchi e solo pochi mesi fa, essendo in convalescenza, ho visto in televisione la sorella di Stefano Cucchi. In quel momento ho trovato la forza di dire tutto ciò che sapevo».
L’appuntato ai magistrati ha anche indicato una chiave di lettura sui trasferimenti di alcuni colleghi all’interno dell’Arma.
Sostiene che esistono trasferimenti premio e altri punitivi. Nel caso di Mandolini, per esempio, il suo spostamento al battaglione Tor di Quinto rientrerebbe nella seconda categoria: «Il battaglione e la Compagna speciale sono reparti con tanti colleghi che hanno problemi con la giustizia. E Mandolini non aveva neppure i requisiti per fare domanda, non aveva per esempio meno di 35 anni, per questo deduco che è stato un trasferimento d’ufficio, cioè punitivo».
Anche Casamassima è stato trasferito. Il paradosso, però, è che i vertici l’hanno mandato nello stesso ufficio del maresciallo Mandolini.
Ora convivono, denunciante e denunciato. Ciò che preoccupa di più il militare, però, è la distanza, 45 chilometri, che deve percorrere ogni giorno.
Per questo ha tentato di chiedere il trasferimento sfruttando la legge sul ricongiungimento famigliare.
La richiesta è partita dopo la notizia della sua testimonianza in procura. L’appuntato ha due figli e una compagna che vivono appena fuori Roma. Ne avrebbe diritto, ci spiega durante l’incontro. Niente da fare, però: «La domanda per riavvicinarmi a casa è stata approvata da tutti gli ufficiali territoriali, poi una volta arrivata al comando generale è stata respinta».
Ma i guai per l’appuntato iniziano ben prima della denuncia sul caso Cucchi.
Nel 2014 ha presentato una denuncia dettagliata, letta da “l’Espresso”, alla procura militare. Una relazione con nomi e cognomi di chi tra i suoi colleghi dell’ultima stazione avrebbe superato lo steccato di ciò che è lecito.
Con dovizia di particolari indica militari assenteisti, altri che gestirebbero aziende intestate alle mogli, altri ancora in affari con Onlus.
Racconta persino di “buste” con soldi. La denuncia è ferma sul tavolo degli inquirenti da due anni. Un fascicolo è stato aperto, ma per ora, senza alcuno sviluppo.
Intanto lui sta affrontando un processo al tribunale di Roma, per una serie di omissioni nella gestione degli informatori. Già , perchè, come ripete spesso, è uno “sbirro” di strada. Ha condotto numerose operazioni. Lavorava soprattutto con informatori. Fonti sempre borderline.
Tra i suoi contatti anche personaggi di calibro del milieu delle borgate romane. Questo è l’argomento che i suoi nemici usano più spesso: «Ma chi? Casamassima? Ha solo voglia di vendicarsi», racconta. Eppure per i pm di Roma il suo racconto è credibile. A loro nell’estate 2015 confessava: «Avrei preferito tenere fuori la mia donna, temo forti ripercussioni all’interno dell’Arma».
Un anno dopo queste ultime parole si ritrova a lavorare con il collega che avrebbe coperto il pestaggio di Cucchi, lontano dalla famiglia e con un procedimento disciplinare aperto successivamente alla testimonianza, per un vecchio danno all’auto di servizio.
Per questo si appella al comandante generale Tullio Del Sette: «Lo ritengo un militare scrupoloso e capace. Vorrei solo che lui ascoltasse le nostre ragioni».
Giovanni Tizian
(da “L’Espresso”)
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Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile
“SONO DISABILE E I MIEI FIGLI SARANNO PIU’ FORTUNATI DEI TUOI”
Un uomo scrive una lamentela su Tripadvisor poichè nel villaggio-vacanze sono presenti “una miriade di bambini disabili” che turbano la serenità dei suoi figli.
Il messaggio è apparso nella celebre piattaforma lo scorso 1 giugno, il mittente è italiano ma anonimo e promette di chiedere un risarcimento alla struttura che nelle sue parole avrebbe dovuto avvisarlo della presenza di turisti disabili: “Per i miei figli non è un bello spettacolo vedere dalla mattina alla sera persone che soffrono su una carrozzina”.
Il commento è diventato virale soltanto in questo scorcio di luglio e ha raccolto l’attenzione di Jacopo Melio, ventiquattrenne attivista per i diritti dei disabili, anche lui costretto in una carrozzina.
E così Melio ha scritto una lunga lettera virtuale all’autore del messaggio dal titolo “Io in vacanza ci vado”, colpendo con sarcasmo la sua meschinità e invitandolo a riflettere sugli errori educativi trasmessi ai figli che per godersi una vacanza al mare non devono avere intorno persone con handicap, negando dunque a queste ultime il diritto di trascorrere un periodo al mare oppure in montagna.
“Se un giorno avrò dei figli saranno sicuramente più fortunati dei tuoi che, poveracci, di colpe non ne hanno. Più fortunati perchè scopriranno che la mia carrozzina non è nè più nè meno di un paio di scarpe nuove con le quali iniziare viaggi, avventure, sogni, destini, speranze”, scrive il ragazzo che esordisce con “cara testa a pinolo”.
“Se mai un giorno avrò dei figli vorrò insegnare loro che la vera disabilità è negli occhi di chi guarda, di chi non comprende che dalle diversità possiamo solo imparare. Disabile è chi non è in grado di provare empatia mettendosi nei panni degli altri, di mescolarsi affamato con altre esistenze, di adottare punti di vista inediti per pura e semplice curiosità “, dice ancora Melio che ora vorrebbe realizzare una linea di magliette con l’hashtag #testaapinolo per finanziare la sua associazione “Vorrei prendere il treno”, nata per abbattere le barriere architettoniche e permettere ai portatori di handicap di salire sui mezzi di trasporto pubblici senza dover vivere delle continue odissee, come è capitato spesso anche a Jacopo.
La risposta di Melio ha raccolto un enorme entusiasmo, specialmente da parte di utenti disabili che applaudono la sua ironia e lo ringraziano di aver svergognato almeno virtualmente l’autore della antipatica lamentela.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile
CI VOLEVA UN GOVERNO DI SINISTRA PER TOGLIERE ULTERIORI DIRITTI… LE NOVITA’ NELLA BOZZA DEL DECRETO ATTUATIVO
I lavoratori del pubblico impiego potrebbero essere condannati a dire addio ad almeno due
incrollabili certezze: il posto fisso e gli scatti automatici di anzianità .
La novità – secondo quanto riportato dal Corriere della Sera – sarebbe inserita nella bozza di uno dei decreti attuativi più attesi della Riforma della Pubblica Amministrazione
Ogni anno, dice il documento, tutte le amministrazioni devono comunicare al ministero le «eccedenze di personale» rispetto alle «esigenze funzionali o alla situazione finanziaria».
Detto brutalmente, i dipendenti che non servono o che la situazione di bilancio non consente di tenere in carico.
Le «eccedenze» possono essere subito spostate in un altro ufficio, nel raggio di 50 chilometri da quello di provenienza con la mobilità obbligatoria.
Altrimenti vengono messe in «disponibilità »: non lavorano e prendono l’80% dello stipendio con relativi contributi per la pensione.
Ma se entro due anni non riescono a trovare un altro posto, anche accettando un inquadramento più basso con relativo taglio dello stipendio, il loro «rapporto di lavoro si intende definitivamente risolto».
Stop anche agli aumenti di stipendio legati all’anzianità professionale.
I compensi dei lavoratori, come già di fatto accade da tempo, non saliranno in funzione degli anni lavorati
Ogni anno tutti dipendenti pubblici saranno valutati dai loro dirigenti per il lavoro fatto. E sulla base di quelle pagelle sarà assegnato un aumento, piccolo o grande a seconda delle risorse disponibili, a non più del 20% dei dipendenti per ogni amministrazione.
Tra le novità previste dal decreto – scrive ancora il Corriere – anche “l’obbligo della conoscenza dell’inglese come requisito per i concorsi pubblici, la visita fiscale automatica per le assenze fatte al venerdì e nei prefestivi”, “la fine dell’indennità di trasferta e il buono pasto uguale per tutti, sette euro al giorno”.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 26th, 2016 Riccardo Fucile
AVEVANO LASCIATO UNA SCATOLA CON ALL’INTERNO UN’AUTORADIO, UNA BATTERIA E DEI FILI AL SOLO SCOPO DI GENERARE PANICO
Potrebbe essere stato un gruppo di ragazzi a lasciare la scatola di legno con all’interno un’autoradio, una batteria e dei fili elettrici nel metrò della stazione Centrale di Milano, dove ieri è scattato il piano antiterrorismo che ha portato all’evacuazione dell’area e al blocco della circolazione delle linee del metrò M2 e M3.
Le immagini dei tre giovanissimi sarebbero state isolate dal flusso dei filmati delle telecamere di videosorveglianza passate al setaccio dal personale dell’Atm e della Digos, ma si attendono gli esiti delle indagini.
La procura ha aperto un fascicolo a carico di ignoti, per indagare su chi ha lasciato la finta bomba su una banchina del metrò in un periodo di massima allerta contro possibili azioni terroristiche.
Sono stati acquisiti i filmati delle telecamere della metropolitana, ma anche quelle di videosorveglianza sui cinque treni che hanno preceduto l’ora del ritrovamento della scatola.
L’allarme nel metrò di Milano è scattato alle 16.43 di ieri, quando una squadra di agenti del Nucleo tutela trasporto pubblico della polizia municipale ha notato sulla banchina della linea Verde del metrò, a pochi metri dai binari dei treni che viaggiano in direzione Abbiategrasso, una scatola di legno scuro, infilata in una sacca di tessuto bianco, fatta brillare dagli artificieri dei carabinieri mentre tutta la zona era stata sgomberata.
Dopo circa un’ora e mezza la situazione è tornata alla normalità e le corse sono ripartite.
(da agenzie)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
ALCUNI PARLAMENTARI LEGHISTI SULL’ATTACCO ALLA BOLDRINI: “CHE STRONZATA, E’ UN IMBECILLE”… MARONI, GIORGETTI, CALDEROLI LAVORANO PER IL DOPO: SI FA STRADA L’IPOTESI GRIMOLDI
La bambola salviniana – in casa leghista – non scandalizza più di tanto, nè le offese o le volgarità , ma
fa scoprire ai colonnelli leghisti quanto sia sgonfiabile la leadership di Salvini.
Queste, ti dicono, “sono baggianate”, “certo, se la poteva risparmiare”, ma al fondo c’è un problema ben più serio. Bastava vedere il viso di Giancarlo Giorgetti, uno degli uomini forti della Lega degli ultimi tre lustri. Non ha mai amato Salvini ma lo ha sempre sostenuto politicamente per realismo, in quanto l’unico a poter risollevare la Lega ridotta al tre per cento: “Matteo — diceva un anno fa — è la gallina dalle uova d’oro”.
Ora, in parecchi avvertono che c’è un problema di covata.
Le amministrative sono andate male con un misero 2,7 per cento a Roma e un’emorragia in Lombardia, al Sud il tentativo è fallito, la Lega nazionale non decolla, come accadde quando Bossi tentò l’accordo con l’allora governatore della Sicilia Raffaele Lombardo.
Insomma, nè modello delle origini nè Le Pen, il Carroccio non si sa cosa sia. Riapparso, dopo un mese di astinenza televisiva, Salvini si è sfogato con una bambola gonfiabile.
“Che imbecille”, “che stronzata”, dicono a microfoni spenti i parlamentari leghisti. E fanno capire il punto politico: la forza che sente Salvini è di non avere alternative interne. Attorno però, all’interno, è già chiaro che la leadership è un po’ più sgonfia.
Prima di scrivere un post su facebook molto severo sulla perdita di consenso al Nord, il segretario della Lega Lombarda Paolo Grimoldi ha parlato con la maggior parte dei mille segretari locali.
Ha avuto l’impressione di un malessere profondo: “abbiamo abbandonato il federalismo”, “la battaglia sulle tasse”, le “imprese”, “le partite Iva”.
Proprio Grimoldi alla Camera c’è andato giù durissimo dopo che Delrio aveva dichiarato, a proposito della Pedemontana: non mettiamo elemosina per infrastrutture che non servono.
Un parlamentare leghista di lungo corso spiega: “Una volta su una cosa del genere sarebbe venuto il mondo. La Lombardia è il 60 per cento della Lega, come consenso. La difesa degli interessi di quel territorio era la prima cosa. Grimoldi, ma anche Giorgetti, Calderoli, continuano a sostenere Salvini ma lavorano per una correzione di rotta, recuperando il core business del nord, dove abbiamo perso una valanga di voti”. E non è un caso che, fiutato il malessere dei colonnelli leghisti, Salvini ha dato un segnale, come ha scritto il Giornale, istituendo un gruppo di lavoro di 15 persone coordinato da Andrea Mascetti, per stendere il programma sul federalismo.
La correzione di linea in senso “nordista” invocata dai colonnelli più forti non è un dettaglio per un partito che un mese fa aveva il leader che faceva campagna elettorale in Sicilia.
È già un anticipo di quel congresso che inizierà a dicembre di quest’anno — nella Lega si fanno ogni tre anni — e si annuncia meno soft del previsto, perchè in Lombardia l’operazione Grimoldi segretario non sarebbe vista male e non è vista male nemmeno dalla vecchia guardia che si tiene alla larga per evitare l’effetto “bacio della morte”.
In un ruolo di fronda e di fatto di opposizione interna si muove invece Roberto Maroni.
Che ha in mente un altro centrodestra, “modello Lombardia”. Un fonte del Pirellone sussurra: “Maroni vuole tornare a un ruolo nazionale, ma prima ha il processo per la storia dei favori alle collaboratrici. Forse ha nominato anche per questo Di Pietro alla Pedemontana, come segnale alla magistratura. Certo è che con Salvini c’è il gelo”. L’asse vero Maroni ce l’ha col governatore della Liguria Giovanni Toti.
Non a caso Toti ha come vicepresidente quella Sonia Viale già capo della segreteria tecnica di Maroni all’Interno, e non Edoardo Rixi come nei desiderata di Salvini. Prosegue la fonte: “Maroni ci prova, ma è azzoppato dall’inchiesta e del flop di Varese dove ha preso 300 voti”.
A proposito, l’altra sera Parisi a Treviglio ha preso dei fischi roboanti quando ha detto che, in caso di vittoria del no, Renzi non deve andare a casa.
E paradossalmente, per una sera, ha messo d’accordo tutti.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
DALL’INIZIO LEGISLATURA 358 PASSAGGI DA UN GRUPPO A UN ALTRO… UN AFFARE PER LE CASSE DI ALCUNI PARTITI
Era nata come una prerogativa concepita per garantire la libertà di espressione dei parlamentari. Ma negli anni si è trasformata in un vero e proprio malcostume.
Per carità , tutto nel rispetto della Costituzione che, all’articolo 67, esclude il «vincolo di mandato». I numeri, però, impressionano.
Dall’inizio della legislatura l’associazione Openpolis ha contabilizzato 358 cambi di casacca: 185 a Montecitorio e 173 a Palazzo Madama.
Nel 2015, i gruppi hanno messo all’incasso circa 53 milioni di euro di contributi: 31,9 alla Camera e altri 21,3 al Senato. L’equivalente annuo di 49.200 euro a deputato e 59.200 per ogni senatore.
Somme che, ad ogni passaggio da una componente all’altra, i rappresentanti del popolo portano in dote, pro rata mensile e giornaliera, al gruppo di approdo.
A Montecitorio, dal 2013, il Pd vanta un saldo attivo tra addii e new entry di 10 unità . Oggi conta 301 deputati e l’anno scorso ha incamerato quasi la metà dell’intero «contributo unico e onnicomprensivo»: 14,6 milioni di euro, 395 mila in più rispetto al 2014.
Il M5S, che dall’ingresso in Parlamento ha perso 18 unità , ha visto ridursi il contributo dai 4,3 milioni di euro del 2014 ai 3,8 del 2015.
Ma la compagine più colpita dalla transumanza è quella di Forza Italia con un saldo negativo di 48 deputati.
L’anno scorso ha percepito 3,2 milioni di euro, circa 100 mila in meno del 2014.
A beneficiare delle «diserzioni» tra le file della compagine azzurra è stato soprattutto Ncd: il movimento guidato dal ministro dell’Interno Angelino Alfano ha dato vita, insieme all’Udc, al gruppo di Area popolare che conta oggi 31 deputati.
Nel 2015 ha incamerato quasi 1,5 milioni, 200 mila euro in più rispetto all’anno precedente.
Sono rimaste, invece, a dieta le casse di Sinistra italiana: l’ultimo rendiconto certifica un contributo di 1,3 milioni di euro, oltre 200 mila in meno del 2014.
Stessa sorte per il gruppo della Lega (oggi 18 deputati): il contributo di 906 mila euro per il 2015 ha subito una sforbiciata di circa 90 mila.
Con i suoi 10 deputati, Fratelli d’Italia è passata da 448 mila a 422 mila euro.
Poi c’è il gruppo Misto: 68 iscritti, con un saldo attivo di 38 tra deputati persi e guadagnati dal 2013. Ma con un «handicap» rispetto alle altre componenti parlamentari.
«Tutto il personale cosiddetto non di ruolo e soggetto a rinnovo contrattuale ad ogni legislatura, ci è costato nel 2015 circa 1,8 milioni — chiarisce il tesoriere del gruppo Misto, Oreste Pastorelli —. I restanti 1,2, del contributo complessivo di circa 3 milioni, sono stati ripartiti tra le diverse componenti del gruppo. In pratica, dei 4.166 euro spettanti per ogni singolo deputato, ne sono rimasti in media 2.400 per ogni parlamentare delle diverse componenti».
Al Senato, i 21,3 milioni del 2015, comprendono 2,4 milioni di quota fissa suddivisa tra gli 8 gruppi (300 mila euro ciascuno).
Il resto, la parte variabile, è stata assegnata in base alla rispettiva consistenza numerica.
A farla da padrone, con 6,4 milioni (6,1 nel 2014), è sempre il Pd che oggi conta 113 iscritti con un saldo attivo tra nuovi ingressi e divorzi di 8 unità .
Il M5S, ridotto dall’inizio della legislatura a 35 senatori (-18 il saldo), nel 2015 ha incassato 2,4 milioni (2,6 l’anno precedente).
Letteralmente falcidiato, il gruppo di FI: ridimensionato a 40 iscritti (-50 il saldo) è sceso dai 3,2 milioni del 2014 ai 2,9 dell’anno scorso.
Anche a Palazzo Madama, a beneficiare dell’esodo azzurro è stata soprattutto Area Popolare: l’anno scorso il contributo è salito da 2 a 2,3 milioni.
Con 12 senatori attualmente iscritti, la Lega Nord si è dovuta accontentare di 938 mila euro (-100 mila).
Poi c’è il gruppo Gal: 978 mila euro (+130 mila). E, infine, il Misto (oggi 28 senatori, +12 il saldo dall’inizio della legislatura): nelle casse del gruppo, in ragione degli iscritti, sono entrati 2,3 milioni, circa 250 mila in più del 2014).
Antonio Pitoni
(da “La Stampa“)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
IL PROGETTO DI RIPARTIRE DA UNA “LEOPOLDA DEI MODERATI”…MA SE NON ROMPE CON LA LEGA NON VA DA NESSUNA PARTE
Attorno all’ora del tramonto Stefano Parisi varcherà i cancelli di Villa San Martino ad Arcore, per un
incontro con Berlusconi.
Al momento, confermano diverse fonti, il faccia a faccia è in agenda.
Ecco dunque la seconda tappa del famoso “metodo Berlusconi”.
Prima l’ex premier ha buttato lì il nome di Parisi nel corso del vertice di venerdì di fronte alla riottosa nomenklatura, per sondare le reazioni.
Poi il faccia a faccia. Poi la fase della legittimazione interna in cui Parisi entrerà pienamente nella vita di Forza Italia.
E cioè proprio quello che il vecchio Silvio aveva in mente dall’inizio. I ben informati attorno quasi divertiti vedono la solita prassi: “Ai vertici ha detto ‘non vi preoccupate, viene a fare il manager, a Parisi ha detto ‘avrai il ruolo politico di costruire la nuova baracca’, insomma lo butta in mezzo e vede come va con molto pragmatismo”.
I due, Parisi e Berlusconi, parleranno proprio del progetto e del ruolo che avrà l’ex candidato sindaco di Milano, che in queste ore ha già ricevute molte telefonate di azzurri che si mettono a disposizione.
Tra i primi ad alzare la cornetta Gianfranco Miccichè, Antonio Tajani, Francesco Giro, solo per dirne alcuni della lunga lista.
Ma, adesso che è chiaro che l’ex premier ci punta, in parecchi hanno riposto l’ascia di guerra.
Parisi, fortemente appoggiato da Gianni Letta e Fedele Confalonieri, ha in mente un percorso che, in sostanza, consiste nel riprodurre livello nazionale il famoso “modello Milano”, la coalizione che unità lo ha sostenuto.
Con molto ottimismo sulla Lega, dove confida nella fronda di Maroni per ricucire l’alleanza. E puntando però non sulla riunione di combattenti e reduci, ma un radicale rinnovamento di Forza Italia.
Di fatto un nuovo movimento di Moderati, destinato a prenderne il posto.
A Berlusconi dirà : “Ho già in mente l’evento” in cui lanciarlo. Una sorta di Leopolda moderata, da tenere a Milano a settembre, prima del referendum istituzionale. Non dopo. E non è un dettaglio.
Un ex ministro di Forza Italia spiega: “Berlusconi è stra-convinto per il No perchè sa che se perde Renzi torna in gioco per un governo di larghe intese e comunque rientra nel gioco politico. Ci vuole arrivare con un partito vivo e non con uno morto”.
Come tenere assieme il vivo e il morto, evitando che il morto sbrani il vivo sarà , per Parisi, proprio il punto più delicato della questione.
(da “Huffingtopost”)
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Luglio 25th, 2016 Riccardo Fucile
LO PSICHIATRA CREPET: “NON SONO RAPTUS DI FOLLIA, MA VIOLENZA SUBITA E RIPRODOTTA”
Un’improvvisa ondata di follia sembra percorrere l’Europa. 
Le notizie rimbalzano e la gente si chiede cosa abbia portato a questa improvvisa esplosione di violenza nei confronti di cittadini inermi: bambini, adolescenti, anziani. La cronaca ci dice che, in molti di questi casi, non si tratta di terrorismo, ma di individui che in comune hanno soltanto una provenienza siriana, tunisina, afgana.
Ma nulla di più di questo.
Eppure mai come in questo momento qualsiasi evento di violenza riesce, utilizzando un comprensibile automatismo mentale, a condurre la mente all’Isis, al suo fanatismo, alla sua infinita voglia di sangue e di vendetta.
Ci sentiamo circondati da invisibili sicari, chiunque “diverso” potrebbe costituire una minaccia. E le nostre abitudini, silenziosamente, stanno cambiando.
Soprattutto sta tramontando quella sottile traccia di ottimismo che pur era emersa dopo anni di stagnazione economica.
Le responsabilità rimbalzano tra le istituzioni, i servizi segreti sfiorano l’impotenza, l’opinione pubblica ciclicamente finisce per arrendersi alla più profonda indifferenza per l’altro o si chiude nelle nuove monadi tecnologiche attraverso le quali spia paranoicamente un mondo sempre più incomprensibile.
Stiamo diventando tutti prigionieri della fortezza nel deserto dei Tartari.
Il risultato, in ogni caso, è assicurato: complicità , empatia, solidarietà sono diventati vocaboli astrusi dalla nostra quotidianità , relegati a vocabolari desueti.
E questo cambiamento antropologico, come tutti i mutamenti psicologici di massa, non durerà per poco tempo, ma rischia di diventare il connotato sociale dei prossimi anni.
Eppure non tutto è così incomprensibile.
Mi chiedo se questa visione manichea che divide i buoni (noi occidentali democratici) dai cattivi (chi non lo è) rappresenti fedelmente il conflitto in atto.
Emigrare e fuggire da una guerra rappresentano due fenomeni con conseguenze psicologiche molto diverse
In queste ore, l’Occidente (e la Russia) continua a bombardare civili – perfino ospedali pediatrici – innescando l’esodo di milioni di persone che fuggono alla morte e alla distruzione e migrano verso l’Europa dove verranno ammassati in campi profughi ben al di sotto della soglia della decenza: c’è qualcuno che pensa che tutto questo non costituisca il miglior terreno di coltura per l’odio?
Che fareste voi se foste cittadini di Damasco?
Senza acqua e medicinali, senza ospedali e spacci per acquistare cibo, rimarreste lì? O tentereste di raggiungere un paese per lavorare e far crescere i propri figli? L’emigrazione comporta il desiderio di convivenza, la guerra trascina in sè odio e morte.
Non si parli di raptus violento: è un’invenzione giornalistica che serve solo a non capire.
Nessuno dei casi che hanno insanguinato la Germania in queste ore è stato colto da un virus di distruzione: quei ragazzi hanno subito violenza e hanno progettato di replicarla.
Ciò non giustifica affatto la barbarie e le uccisioni, ne attenua minimamente le responsabilità individuali di chi le ha compiute.
Ma se non vogliamo continuare a vivere impotenti di fronte a questo sangue innocente, non possiamo nè avallare facili teorie e fuorvianti sull’imprevedibilità della follia, nè pensare che sia tutto pensato e organizzato dall’Isis contro di noi, “innocenti” occidentali.
Paolo Crepet
psichiatra
(da “Huffingtonpost”)
argomento: denuncia | Commenta »