Agosto 8th, 2016 Riccardo Fucile
MORIRONO IN 262, SFRUTTATI E COSTRETTI A VIVERE IN BARACCHE.. I CARTELLI NEI LOCALI: “NE’ CANI, NE’ ITALIANI”… ALLORA I MIGRANTI VITTIME DEL RAZZISMO ERAVAMO NOI
Sono le 8.20 di mattina quando con dopo 262 rintocchi della campana, uno per ogni minatore morto, comincia lo struggente appello alfabetico delle vittime di Marcinelle, dei giovani arrivati da tutta l’Europa in cerca di un lavoro e morti nelle viscere della terra, intappolati nei cunicoli l’8 agosto del 1956.
Sono passati 60 anni da quando al Bois du Cazier, la miniera di carbone a Charleroi, il sole fu oscurato dai fumi neri che cominciavano ad uscire dai pozzi, profondi oltre un chilometro: dove come ogni mattina 300 uomini erano scesi a guadagnarsi il pane lontano da casa, vivendo in catapecchie, in baracche usate per i prigionieri di guerra. Ne tornanno vivi solo 38.
Nell’anniversario della strage oggi il presidente del senato Piero Grasso, giunto sul luogo della tragedia, ha sottolineato: “Ripensare come eravamo e vivevamo, rafforza la nostra determinazione ad accogliere con spirito di solidarietà chi oggi è costretto a migrare e ha diritto alla protezione internazionale”. .
Anche l presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto ricordare dall’Italia quella maledetta mattina in cui “lavoratori di dodici diverse nazionalità , tra cui 136 italiani, persero la vita nelle profondità della terra.La tragedia costituì uno dei più sanguinosi incidenti sul lavoro della storia italiana ed europea. Una tragedia assurta a simbolo delle sofferenze, del coraggio e dell’abnegazione dei nostri concittadini che lottavano – attraverso il duro lavoro – per risollevare se stessi e le loro famiglie dalla devastazione del secondo conflitto mondiale. Spero che il ricordo sia di sprone a migliorare le condizioni di sicufrezza sul lavoro”
L’incidente fu dovuto, secondo le ricostruzioni, a disattenzione, un ascensore partito quando non era ancora il momento rompendo la rottura dei condotti dell’olio, dei tubi dell’aria compressa e dei cavi elettrici e provocando il micidiale incendio sotterraneo che, assieme all’inefficienza delle vie di fuga e ai ritardi dei soccorsi, avrebbe portato alla morte 262 minatori.
La strage avvenne esattamente 10 anni dopo il famoso accordo fra Italia e Belgio che prevedeva manodopera in cambio di carbone, di cui ricorre quindi quest’anno il 70/mo anniversario.
Da quel 1946, centinaia di migliaia di lavoratori italiani erano partiti (circa 2 mila al giorno, e 65 mila nei soli primi due anni), attirati dal miraggio di una vita migliore nel nord Europa.
La realtà era molto diversa e i lavoratori venivano duramente selezionati lungo il percorso (a Milano, in Svizzera) per essere accolti, una volta giunti a destinazione, in baracche già utilizzate per i prigionieri durante la guerra ; inoltre, i sentimenti della popolazione locale nei confronti dei nuovi arrivati venivano ben sintetizzati dai famosi cartelli “ni chiens, ni italiens”, “ne cani nè italiani ” appesi fuori dai locali del distretto minerario di Charleroi.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 8th, 2016 Riccardo Fucile
“RENZI E’ LA MEDIOCRITA’ ITALIANA, UN GIOVANE VECCHIO”…”CI DIAMO TANTE ARIE, DICIAMO CHE SIAMO BRAVI. MA A FARE CHE COSA?”
Oliviero Toscani, celebre fotografo e giudice nel talent show Master of Photography, boccia senza
appello l’Italia e non è nemmeno tenero con il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Le sue parole in un’intervista rilasciata al quotidiano Libero.
Siamo un paese di buzzurri, inaffidabile, siamo mammoni, saltiamo sempre sul carro del vincitore. Siamo giusto capaci di fare le borse e le scarpe. Ci diamo tante arie, diciamo che siamo creativi, tanto bravi. Ma a fare cosa? Noi abbiamo quell’imbecille di Salvini. Io ho un paio di cause con lui e ne vado fiero: voglio essere condannato. Ho avuto il coraggio di dire che Salvini è una testa di cazzo, grandioso, come pochi. Ecco il prodotto del made in Italy: Salvini
Toscani poi non le manda a dire nemmeno a Renzi:
Non detesto il premier. Assomiglia davvero a Colombo (un compagno di scuola di Toscani, da lui mal sopportato ndr) che era un ruffiano, un po’ cicciottello, coi denti sporgenti e l’aria da primo della classe. Ma non detesto Renzi, poverino. Detesto Gasparri, Salvini questi cretini. Di Renzi ce ne fossero. Renzi è la mediocrità italiana, è un giovane vecchio, vecchissimo.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 8th, 2016 Riccardo Fucile
GIOVENTU’, TALENTO, IRRIVERENZA, SACRIFICI: BASILE E GAROZZO, MANDATI PER FARE ESPERIENZA, TORNANO CON L’ORO AL COLLO… ALMENO NELLO SPORT C’E’ CHI DA’ FIDUCIA AI GIOVANI
Fabio Basile e Daniele Garozzo: ovvero come conquistare il mondo con la sfrontatezza dei vent’anni.
Il 7 agosto 2016 è una data che resterà per sempre nella storia dello sport azzurro, come il giorno della medaglia numero 200 (e poi anche 201) alle Olimpiadi. Un traguardo che solo sei nazioni al mondo (Stati Uniti, Russia/Urss, Gran Bretagna, Germania, Francia, Cina) avevano superato fino ad ora.
Ed è bello che l’Italia ci sia riuscita con due discipline tradizionalmente olimpiche.
E con due ragazzi giovani, nati negli Anni Novanta, con l’oro negli occhi ancor prima che al collo. Fabio e Daniele, appunto.
Così simili e così diversi tra loro. Uno piemontese, l’altro siciliano.
Basile con quel look tipico delle nuovissime generazioni ed un fare quasi da guappo sul tatami: capello rasato ai lati e sparato davanti, addominali scolpiti sempre in bella vista, attivissimo sui social tra post e selfie. “Mi avete buttato in mezzo ai lupi, ne sono uscito da capobranco”, scriveva lo scorso 28 marzo su Facebook.
Quasi una premonizione di quanto sarebbe avvenuto pochi mesi dopo a Rio de Janeiro.
Garozzo — fratello piccolo di Enrico, spadista fino a ieri più famoso di lui, che ha già vinto un bronzo a Mondiale e ai Giochi sogna di ripetersi — con quello sguardo spiritato e un’energia contagiosa anche in pedana; come nella corsa folle di esultanza dopo l’ultima stoccata, senza nemmeno aspettare il verdetto del giudice che ancora stava riguardando le immagini alla moviola.
Uniti dall’assenza di qualsivoglia timore reverenziale nei confronti dei grandi delle loro discipline.
An Baul era campione del mondo della categoria 66 kg, Alexander Massialas il vice-campione del fioretto individuale, entrambi favoritissimi sin dalla vigilia.
Gli azzurri li hanno dominati dal primo istante della finale, lottando e tirando con la padronanza dei veterani e l’incoscienza dei pivelli.
Forse senza rendersi nemmeno conto della grandezza della loro impresa, fino al momento preciso in cui era compiuta.
Due ragazzi d’oro che non sono il frutto del caso, ma di due scuole di grande tradizione che sanno programmare: il judo azzurro, che va a podio ai Giochi ininterrottamente da Montreal 1976; la scherma ed in particolare il fioretto, capace di sfornare talenti senza soluzione di continuità , e di vincere ancora alle Olimpiadi anche nella stagione più opaca.
Basile è un classe 1994, deve ancora compiere 22 anni; Garozzo, nato nel ’92, ha festeggiato il suo 24esimo compleanno solo qualche giorno fa, proprio a Rio. Entrambi dopo aver vinto tanto a livello giovanile avevano appena cominciato ad affermarsi nel mondo dei grandi.
Erano alla prima Olimpiade, alla prima grande gara della loro carriera. E l’hanno vinta. Mandati a Rio soprattutto per fare esperienza, torneranno da olimpionici. Ripagando chi aveva gli aveva dato fiducia, senza mettergli troppa pressione addosso. Come dovrebbe essere sempre nel mondo dello sport (e non soltanto).
Dimostrando che a volte basta credere nei giovani di talento per ottenere grandi risultati.
Grazie a questi due ragazzi, l’Italia si ritrova all’improvviso quarta nel medagliere assoluto dopo le prime due giornate dei Giochi di Rio de Janeiro 2016: con i loro due ori e sette medaglie complessive, dietro solo alle superpotenze Stati Uniti, Cina e Australia.
Probabilmente è un’illusione: siamo destinati a scendere col passare dei giorni. Ma comunque vada in Brasile di qui al 21 agosto, dei successi di Fabio Basile e Daniele Garozzo tutto resterà intatto: le immagini delle esultanze quasi incredule, quelle medaglie così pesanti al collo, la speranza per lo sport italiano che dopo questa serata magica crede un po’ di più nel suo futuro.
Lorenzo Vendemiale
(da “il Fatto Quotidiano”)
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