Agosto 13th, 2016 Riccardo Fucile
OVVIAMENTE ORA SI DICHIARA PENTITO
Ha minacciato sul social network la presidente della camera Laura Boldrini e la segretaria generale
della Cisl Annamaria Furlan: per questo un genovese di 60 nani di Quarto, ex brigadiere della guardia di finanza in pensione, è stato denunciato per minacce gravi dai carabinieri e si è visto sequestrare a scopo cautelativo due fucili da caccia, una pistola, munizioni e il porto d’armi ad uso sportivo.
Il pensionato ha detto che non aveva nessuna intenzione di fare del male ai due personaggi pubblici a cui intende scrivere «al più presto una lettera per chiedere scusa». L’uomo aveva postato vignette con cannoni e fantocci.
La segnalazione dei post ritenuti minacciosi è stata inviata ai carabinieri di Genova e quindi alla compagnia di San Martino dalla segreteria della Cisl di Roma che ha sporto una regolare denuncia per le minacce.
Sarebbe ora che le forze dell’ordine monitorassero i social e procedessero nei casi più gravi anche senza querela di parte.
E’ intollerabile che siano diventati una fogna con insulti e minacce per chi la pensa in modo diverso.
Per non parlare di siti che istigano all’odio razziale quotidianamente.
(da agenzie)
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Agosto 13th, 2016 Riccardo Fucile
“CI VOGLIONO IDEE E COMPETENZE, IL CARISMA DA SOLO NON BASTA”
Nessun ‘papa straniero’ per guidare la minoranza Pd alla sfida con Renzi, “per carità , il problema è la politica e quelli della sinistra in questi anni non si sono risparmiati nessun errore. Serve un disegno complessivo di società , di sistema, e soprattutto un gruppo dirigente con delle idee”.
Lo dice Massimo Cacciari a Repubblica.
“I Moro e i Berlinguer nascevano da gruppi dirigenti forti, con delle prospettive chiare. Il carisma va bene ma deve accompagnarsi alle competenze. Altrimenti, se la sinistra si limita alla ricerca di un leader, finisce per scimmiottare Renzi, che ha un’idea carismatica dal Capo, una logica che finisce intrinsecamente per favorire la destra”, aggiunge.
I componenti della minoranza “devono cercare una squadra, e farlo in fretta, come si faceva nei i vecchi partiti di massa: mettere insieme un gruppo di persone competenti. E dirci cosa pensano davvero del Jobs Act, delle modifiche alla Costituzione che sono necessarie. Finora sono apparsi come quelli della conservazione, al massimo dell’emendamento. Ci sono tante questioni che Renzi neppure affronta, ci dicano cosa vogliono loro”.
“Scrivano un documento strategico. Renzi rischia di andare a sbattere, e di portarsi dietro il Paese. Dunque mi pare ora di muoversi”.
Del team potrebbero far parte Cuperlo e Rossi, “Zingaretti e anche Civati”, dice Cacciari.
“Serve un mix tra politica e società civile. Basta che taglino il cordone ombelicale con i D’Alema e i Bersani, altrimenti non vanno da nessuna parte”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 13th, 2016 Riccardo Fucile
LA QUASI TOTALITA’ DELLE FAMIGLIE HA REDDITI INFERIORI RISPETTO ALLE GENERAZIONI PRECEDENTI… UN TREND COMUNE AL 70% DELLE POPOLAZIONI DELL’OCCIDENTE
L’ultimo decennio ha sconvolto l’ordine economico: i figli sono più poveri dei genitori, e forse
destinati a rimanerlo. Non era mai accaduto dal Dopoguerra fino al passaggio del Millennio.
L’Italia si distingue, fra tutti i paesi avanzati, come quello in cui questo ribaltamento generazionale è più dirompente.
L’impoverimento generalizzato e l’inversione delle aspettative sono i fenomeni documentati nell’ultimo Rapporto McKinsey.
Il titolo è “Poorer than their parents? A new perspective on income inequality” (Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza dei redditi).
Il fenomeno è di massa e praticamente senza eccezioni nel mondo sviluppato. Contribuisce a spiegare – secondo lo stesso Rapporto McKinsey – il disagio sociale che alimenta populismi di ogni colore, da Brexit a Donald Trump.
Per effetto dell’impoverimento e dello shock generazionale, una quota crescente di cittadini non credono più ai benefici dell’economia di mercato, della globalizzazione, del libero scambio.
Lo studio di McKinsey ha preso in esame le 25 economie più ricche del pianeta.
C’è dentro tutto l’Occidente più il Giappone. In quest’area il disastro si compie nella decade compresa fra il 2005 e il 2014: c’è dentro la grande crisi del 2008, ma in realtà il trend era cominciato prima.
Fra il 65% e il 70% della popolazione si ritrova al termine del decennio con redditi fermi o addirittura in calo rispetto al punto di partenza. Il problema affligge tra 540 e 580 milioni di persone, una platea immensa.
Non era mai accaduto nulla di simile nei 60 anni precedenti, cioè dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Tra il 1993 e il 2005, per esempio, solo una minuscola frazione della popolazione (2%) aveva subito un arretramento nelle condizioni di vita. Ora l’impoverimento è un tema che riguarda la maggioranza.
L’Italia si distingue per il primato negativo. È in assoluto il paese più colpito: il 97% delle famiglie italiane al termine di questi dieci anni è ferma al punto di partenza o si ritrova con un reddito diminuito.
Al secondo posto arrivano gli Stati Uniti dove stagnazione o arretramento colpiscono l’81%. Seguono Inghilterra e Francia.
Sta decisamente meglio la Svezia, dove solo una minoranza del 20% soffre di questa sindrome. Ciò che fa la differenza alla fine è l’intervento pubblico. Il modello scandinavo ha ancora qualcosa da insegnarci.
In Italia, guardando ai risultati di questa indagine, non vi è traccia di politiche sociali che riducano le diseguaglianze o compensino la crisi del reddito familiare.
L’altra conclusione del Rapporto McKinsey riguarda i giovani: la prima generazione, da molto tempo, che sta peggio dei genitori. “I lavoratori giovani e quelli meno istruiti – si legge nel Rapporto – sono colpiti più duramente. Rischiano di finire la loro vita più poveri dei loro padri e delle loro madri”. Questa generazione ne è consapevole, l’indagine lo conferma: ha introiettato lo sconvolgimento delle aspettative.
Lo studio non si limita a tracciare un quadro desolante, vi aggiunge delle distinzioni cruciali per capire come uscirne.
Il caso della Svezia viene additato come un’eccezione positiva per le politiche economiche dei governi e gli interventi sul mercato del lavoro che hanno contrastato con successo il trend generale.
“Lo Stato in Svezia si è mosso per mantenere i posti di lavoro, e così per la maggioranza della popolazione alla fine del decennio i redditi disponibili erano cresciuti per quasi tutti”.
Perfino l’iperliberista America, però, ha fatto qualcosa per contrastare le tendenze di mercato. Riducendo la pressione fiscale sulle famiglie e aumentando i sussidi di welfare, gli Stati Uniti hanno agito per compensare l’impoverimento con qualche successo. In Italia, una volta incorporati gli effetti delle politiche fiscali e del welfare, il risultato finale è ancora peggiore: si passa dal 97% al 100%, quindi la totalità delle famiglie sta peggio in termini di reddito disponibile.
Se lasciata a se stessa, l’economia non curerà l’impoverimento neppure se dovesse ricominciare a crescere: “Perfino se dovessimo ritrovare l’alta crescita del passato, dal 30% al 40% della popolazione non godrà di un aumento dei redditi”.
E se invece dovesse prolungarsi la crescita debole dell’ultimo decennio, dal 70% all’80% delle famiglie nei paesi avanzati continuerà ad avere redditi fermi o in diminuzione.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
BUFERA SULLA RAINERI, IL CONFRONTO CON IL CONTRATTO DEI PREDECESSORI: CON ALEMANNO 180.000, CON MARINO 73.000
Lo stipendio è da record e sui social scatta in automatico la polemica sul contratto del nuovo capo di gabinetto del Comune.
Carla Raineri, dopo aver rinunciato alla presidenza della Corte d’Appello di Milano, lo scorso 5 agosto ha firmato un accordo da 193 mila euro lordi all’anno con il Campidoglio.
Su Facebook e su Twitter, la somma è stata immediatamente confrontata con quella incassata dai predecessori.
In era Alemanno, Maurizio Basile guadagnava 180 mila euro l’anno, mentre Sergio Basile si fermava a 75 mila.
Con Ignazio Marino al timone di palazzo Senatorio c’era Luigi Fucito: sul suo conto corrente il Campidoglio versava 73 mila euro ogni 12 mesi.
Meno della metà di quanto oggi riceve Carla Raineri, nominata dopo un lungo tira e molla che ha riguardato altri tre candidati.
La prima idea del M5s romano era stata quella di assegnare l’incarico a Daniele Frongia, ma la sua nomina era risultata a rischio incompatibilità per la legge Severino e per questo motivo dirottato sulla nomina di vicesindaco.
A seguire sono scoppiati i casi di Daniela Morgante, la magistrata della Corte dei conti e assessora al Bilancio delle passata amministrazione, che molla a un passo dalla designazione ufficiale e di Raffaele Marra, contestatissimo ex braccio destro di Alemanno, indicato come possibile vice capo gabinetto dirottato poi su altro incarico.
Il primo a cavalcare la polemica sul contratto di Carla Raineri è stato il consigliere del Pd Marco Palumbo. “Grazie Virgì per lo spreco”, ha scritto dopo aver confrontato gli stipendi degli ultimi quattro capi di gabinetto.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO L’ARRESTO, ALBERTO SARRA HA INIZIATO A SVELARE AGLI INQUIRENTI IL SISTEMA DI POTERE DELLA ‘NDRANGHETA DI REGGIO CALABRIA
Il sistema ‘ndranghetistico e massonico che ha gestito le istituzioni locali e i politici di Reggio
Calabria eletti in Parlamento potrebbe essere messo a nudo .
C’è un uomo che ha iniziato a spiegare ai magistrati come funzionano i meccanismi di quella macchina, collaudata ormai da 20 anni.
Dopo l’arresto nell’inchiesta “Mamma Santissima” (leggi), l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra ha iniziato a collaborare con il sostituto procuratore Giuseppe Lombardo e con i carabinieri del Ros.
Il 15 luglio scorso Sarra è finito in carcere con l’accusa di essere uno dei componenti “invisibili” della cupola della ‘ndrangheta assieme agli avvocati Paolo Romeo, Giorgio De Stefano e al senatore di Gal Antonio Caridi .
La notizia della volontà di collaborare di Sarra è stata pubblicata stamattina dalla Gazzetta del Sud.
Il pm della Dda e il maggiore Leandro Piccoli lo hanno già interrogato due volte: il 22 luglio e il 2 agosto nella sala colloqui del carcere di Arghillà . Assistito dagli avvocati Alessandro Sammarco e Danilo Sarra (suo fratello), l’ex sottosegretario regionale ha iniziato a fare i primi nomi tirando in ballo il gruppo di politici guidato dall’ex governatore Giuseppe Scopelliti, già condannato a 6 anni di carcere in primo grado nel processo sul “Caso Fallara” (leggi).
Ma non solo. Nei due verbali riassuntivi redatti dalla Procura ci sono i nomi dell’ex sottosegretario di Stato Giuseppe Valentino, dell’ex parlamentare europeo Umberto Pirilli, dell’ex senatore Pietro Fuda (oggi sindaco di Siderno) e del senatore Totò Caridi da pochi giorni in carcere dopo il via libera del Senato all’autorizzazione all’arresto avanzata dal pm Lombardo (leggi).
Era dai tempi dell’ex sindaco Titti Licandro e della tangentopoli reggina che un politico calabrese non collaborava con i magistrati e questo rischia di provocare un terremoto giudiziario e di falciare un’intera generazione di esponenti delle istituzioni che hanno governato ininterrottamente Reggio e la Calabria dal 2002 al 2014.
Sarra — è scritto nel verbale — “si sofferma a lungo sul progetto politico ruotante attorno a Giuseppe Scopelliti che, per ragioni varie in numerosi passaggi, lo ha visto protagonista: precisa a questo punto il ruolo di Paolo Romeo e di Giuseppe Valentino i quali risultano legati da rapporti molto stretti e risalenti nel tempo”.
Il neo collaboratore, per anni considerato l’avversario di Scopelliti interno al suo partito e poi suo alter ego, fa riferimento inoltre a un incontro avvenuto a Roma verso la fine del 2006.
Un incontro, “con Gianfranco Fini e Giuseppe Valentino”, al termine del quale — dice Sarra il 22 luglio — “ho capito che ero stato inserito in una strategia più ampia che tendeva a trasformarmi in un soggetto da utilizzare anche per gestire la candidatura di Giuseppe Scopelliti in vista delle elezioni comunali del 2007”.
Ma è nell’interrogatorio del 2 agosto che l’ex sottosegretario arrestato nell’inchiesta “Mamma Santissima” inizia a fare il nome del senatore Antonio Caridi e a spiegare il suo ruolo in relazione a Fincalabra, la società in house della Regione che “si occupa di finanziare singoli imprenditori, piccole e medie imprese”.
“A mio parere — dice — non è stato casuale che il Caridi sia stato individuato quale assessore alle Attività produttive”.
E rivolgendosi al pm Lombardo: “La invito ad analizzare i progetti legati alla gestione dei fondi comunitari per capire chi è stato avvantaggiato dal Caridi e dalla Fincalabra. È sintomatico anche che una delle sedi di Fincalabra sia stata ubicata nell’immobile di un cugino di Caridi, nei pressi di Piazza Carmine. Il Caridi è entrato a far parte del gruppo di soggetti di massima fiducia dello Scopelliti, unitamente allo Zoccali (il capo di gabinetto dell’ex governatore, ndr) ed alla Fallara (la dirigente comunale che si è suicidata nel 2010). Siamo nel periodo della prima consiliatura Scopelliti, quella del 2002-2007, ovvero la fase in cui le società miste vengono messe al centro dell’agenda politica”.
Secondo Sarra, il dominus è sempre l’avvocato Paolo Romeo, ex parlamentare del Psdi già condannato definitivamente per concorso esterno con la ‘ndrangheta.
Chi non rientrava nei suoi piani veniva messo da parte da Scopelliti e da Caridi.
Come Franco Germanò (ex assessore comunale) che, secondo Sarra, “viene estromesso da ruoli di governo locale, in quanto non funzionale al progetto del Romeo, dello Scopelliti e del Caridi in relazione alle società miste ed alle ditte da invitare in sede di bando di gara. Il ruolo di Romeo nell’ambito del sistema criminale allargato di cui fa parte è di rilievo elevatissimo: unitamente a lui di quel contesto fanno parte Giuseppe Valentino, Giuseppe Scopelliti, Antonio Caridi, Umberto Pirilli e Pietro Fuda. Senza Paolo Romeo tutte queste figure politiche non sarebbero mai esistite. Il sistema esiste in quanto è lui che crea le condizioni indispensabili alla sua operatività ”.
Sarra conosce tante cose, accusa i suoi “ex amici” e cerca di ridimensionare le accuse che la Dda muove nei suoi confronti: “Escludo di avere un ruolo all’interno di tale contesto operativo”.
Per Sarra dietro l’ascesa di Scopelliti c’è la cosca De Stefano. Una convinzione che l’ex sottosegretario arrestato ha maturato in uno degli incontri nello studio di Paolo Romeo dove “Antonio Franco (ex candidato a sindaco del centrodestra sconfitto da Italo Falcomatà ) disse che Nino Fiume (il pentito e un tempo killer dei De Stefano) stava spostando i voti a favore di Scopelliti: è quella la fase in cui, a mio modo di vedere, si decise di rafforzare l’investimento politico sulla figura dello stesso Scopelliti. Mi sembra evidente che il Fiume agiva non per iniziativa propria ma previa autorizzazione di Giuseppe De Stefano e dell’avvocato Giorgio De Stefano”.
Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
UNA SOLA DOMANDA, QUELLA DELLA FIGLIA DEL CAPOMAFIA, PER UN BANDO MAI RESO PUBBLICO… INFILTRAZIONI MAFIOSE ANCHE NELLA RACCOLTA RIFIUTI, NELLA RISCOSSIONE DEI TRIBUTI E NEL SERVIZIO MENSA
Una sola domanda arrivò al Comune di Corleone per il posto di assistente igienico sanitario della scuola “Giuseppe Vasi”.
E la candidata, la figlia del capomafia Rosario Lo Bue, fu assunta senza alcun problema, nella primavera dell’anno scorso.
Peccato che il bando non era stato mai pubblicato sul sito Internet del Comune.
“Una mera svista”, si è giustificato il funzionario responsabile del settore, Fabio Termine. E, adesso, c’è anche un’inchiesta della procura di Termini su uno dei capitoli più delicati dell’atto d’accusa del Viminale che mercoledì ha portato allo scioglimento del Comune di Corleone per infiltrazioni mafiose.
Se quell’avviso di assunzione non era stato mai pubblicato, come faceva Enza Lo Bue a sapere delle selezioni?
È un Comune amministrato da persone un po’ sbadate quello descritto nelle duecento pagine firmate dai tre ispettori inviati a gennaio a Corleone dal prefetto di Palermo Antonella De Miro.
Il rapporto finale è stato accolto in pieno prima dal ministero dell’Interno e poi dal Consiglio dei ministri.
Nel Comune retto dalla sindaca Lea Savona, nessuno si è mai accorto che la società incaricata del servizio di accertamento e riscossione dei tributi, la “Consortile Esperia” di Catania, ha come referente un imprenditore che è il cognato del capomafia di Belmonte, Antonino Spera, attualmente in carcere.
E secondo il Viminale, ci sono abbastanza indizi per dire che anche il servizio di riscossione dei tributi sarebbe stato “infiltrato”.
Per una distrazione generale (nella migliore delle ipotesi), del sindaco, della giunta e di alcuni funzionari. La stessa distrazione che non ha fatto scattare la costituzione di parte civile dell’amministrazione comunale nei confronti di Antonino Di Marco, il dipendente che aveva trasformato il suo ufficio allo stadio nel covo perfetto per alcuni summit (tutti intercettati dai carabinieri della Compagnia di Corleone e del Gruppo Monreale).
Ora, il Viminale mette sotto accusa anche l’appalto per la mensa scolastica della materna, affidato con un ribasso ritenuto sospetto.
Nel dossier del ministero dell’Interno sono confluiti anche gli accertamenti della Digos di Palermo.
Ma la sindaca Savona continua a sostenere che “lo scioglimento per mafia è un atto politico che ha determinato l’isolamento di Corleone e dei suoi cittadini onesti”.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
“SIAMO BLOCCATI DALLA PAURA”
L’Istat e la Banca d’Italia l’hanno messo nero su bianco: il Pil ha registrato una crescita nulla nel
secondo trimestre e il debito pubblico, tallone d’Achille dell’economia italiana, ha toccato un nuovo record, a 2.248,8 miliardi.
L’economia italiana arranca e la crescita è una chimera.
Perchè?
“Sono finiti gli 80 euro e la ripresa Renzi-Marchionne si è fermata”, spiega l’economista Giacomo Vaciago, in un’intervista all’Huffington Post.
Il futuro è tutt’altro che roseo: “Sui prossimi mesi – sottolinea il professore – non c’è da stare ottimisti: l’effetto Brexit non l’abbiamo ancora visto sul secondo trimestre, inciderà sul terzo”.
Partiamo dai dati di oggi. Impietosi. Cosa non ha funzionato nelle politiche del governo Renzi?
“È mancato il passaggio del testimone tra il settore dell’auto, che ha trascinato la ripresa nel 2014-2015, al resto dell’economia. Se si va a vedere la produzione industriale, che è la locomotiva, si vede che si è fermata nel secondo trimestre. Sono finiti gli 80 euro e la ripresa Renzi-Marchionne si è fermata. Gli investimenti non sono stati contagiati e la ripresa si è fermata”.
È un trend che andrà peggiorando nei prossimi mesi?
“Il terzo trimestre è già iniziato male. Non vedremo ottimi numeri nella produzione industriale di luglio e agosto, ma il problema è settembre. A settembre ci arriviamo con l’ottimismo o si accumulano nuova paura e pessimismo? Andiamo avanti con il terrorismo o si calma? La probabilità di trovare un lavoro di un giovane a che punto è? Se ne deve andare o può restare in questo Paese?”.
Difficile rispondere a questi interrogativi. Cosa servirebbe?
“È chiaro che abbiamo bisogno assolutamente di una politica che dia nuova fiducia e di altre riforme, non solo quella del Jobs act, che è stata utile, ma i benefici li abbiamo già visti”.
Il cantiere del Governo sulle riforme è attivo. È sufficiente il lavoro che sta facendo?
“La ministra Madia ha promesso una pubblica amministrazione efficiente. È un miracolo. Quando incominciamo? Negli ultimi mesi abbiamo avuto paura di tutto, del terrorismo, dell’uscita inglese. Abbiamo subito una serie di shock negativi e il governo non è stato rapido a dare reazioni positive”.
Superare la paura, quindi. Come?
“Bisogna dare coraggio a chi è rimasto in Italia e rendere attraente il Paese per chi se ne è andato. Servono riforme che rendano il Paese attraente. La riforma Madia è una buona riforma, ma da che giorno entra in funzione? Per ora è per metà sulla Gazzetta ufficiale, ma non basta. L’unica vera riforma che è andata oltre la Gazzetta ufficiale è stata il Jobs act. È troppo poco. Le riforme utili sono quelle dalla Gazzetta ufficiale in poi. Bisogna lavorarci su un bel po’ e realizzare le cose”.
Che Italia è quella di oggi?
“In questo momento ci sono tre Italie. Una che non è mai andata così bene, che cresce in tutto il mondo e cresce più fuori che in Italia. Una è disoccupata e spera in un santo che la aiuti. Una tira a campare, ma ha paura. La media è vicina allo zero”.
Cosa ci aspetta nei prossimi mesi?
“Non c’è da stare ottimisti perchè il 23 giugno gli inglesi hanno fatto casino. L’effetto Brexit non l’abbiamo visto nei dati del secondo trimestre, inciderà sul terzo. Difficile essere ottimisti se il Governo non inventa qualcosa che faccia ripartire l’economia”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
“PREOCCUPA IL CALO DELL’EXPORT”
Pil fermo al palo e debito pubblico al nuovo massimo storico, ma i problemi che attanagliano l’economia italiana travalicano la dimensione nazionale: la partita si gioca in Europa.
È lì che “il governo Renzi ha sbagliato perchè avrebbe dovuto ridiscutere la nostra posizione piuttosto che preoccuparsi di ottenere margini di flessibilità ”.
L’economista Luigi Zingales, professore alla University of Chicago Booth School of Business, legge così, in un’intervista all’Huffington Post, i dati resi noti oggi dall’Istat e dalla Banca d’Italia.
L’economia italiana piange: crescita nulla e un debito pubblico che aumenta invece di calare. Come lo spiega?
“I dati sono chiaramente preoccupanti: quello più preoccupante è il calo dell’export. L’export negli anni della crisi è stata la componente della domanda che ha sostenuto la nostra economia. In una fase in cui l’euro era più debole del dollaro, ci saremmo aspetti un aumento dell’export, non una riduzione”.
Cosa manca?
“C’è una carenza di domanda a livello europeo. Assistiamo a una deflazione, a livello europeo, che non sembra essere stata risolta dal quantitative easing e dalla Bce. Mi sembra che la Bce abbia sparato tutte le cartucce e a questo punto siamo di fronte alla necessità di avere una politica fiscale europea. Qui casca l’asino però perchè la politica fiscale non c’è perchè non c’è un governo europeo”.
Leggendo i dati dell’Eurostat, l’Italia sta peggio rispetto a molti Paesi europei: Germania, ma anche Spagna.
“Il problema di fondo è che l’Italia è in crisi da vent’anni. La Spagna ha avuto una grande crescita negli anni 2000 e poi una grande crisi. L’Irlanda ha ripreso a crescere a ritmi straordinari. Il nostro problema non dipende dal fatto che al governo ci sia Berlusconi, piuttosto che Letta o Renzi. C’è un problema di fondo. Per esempio molti si sono appigliati al fatto che bastava aumentare la flessibilità del lavoro, ma si è fatto e la situazione non è cambiata”.
Cosa servirebbe all’economia italiana?
“Serve quella che io chiamo la flessibilità del capitale, cioè la flessibilità della capacità di spostare gli investimenti e i capitali da imprese che oggi sono marginali a imprese che sono più dinamiche. Serve una maggiore capacità di crescere, che significa anche tagliare i rami secchi. Questa dinamicità in Italia si è persa ed è un grande ostacolo per la crescita”.
Cosa aggiungerebbe alla ricetta per guarire il malato Italia?
“Una riduzione generalizzata del costo di fare impresa. Uno va in Austria e costa molto meno, costa molto meno anche in Slovenia. Perchè i nostri imprenditori devono stare in Veneto quando possono andare in Slovenia e stare molto meglio?”.
Qual è la freccia che è mancata nell’arco di Renzi?
“Il governo Renzi avrebbe dovuto cercare di ridiscutere la nostra posizione in Europa. Noi siamo in una situazione insostenibile. Un’Unione monetaria non è sostenibile senza una qualche forma di ridistribuzione fiscale”.
Il governo italiano in cosa ha sbagliato?
“Fino ad ora il governo italiano si è più preoccupato di ottenere margini di flessibilità piuttosto che ridiscutere la situazione dall’inizio. La Germania non ci sente: non solo ha negato la promessa di fare una garanzia unica sui depositi, ma ha imposto nuove condizioni e quando si vogliono imporre nuove condizioni significa che le cose non si vogliono fare. A questo punto ci dicano loro cosa sono disponibili a fare: se la risposta è niente, allora la sopravvivenza dell’area euro è in bilico”.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 12th, 2016 Riccardo Fucile
CI SI ATTENDEVA UN + 0,1% – +0,2%… IL GOVERNO DOVRA’ RIVEDERE AL RIBASSO LE PREVISIONI 2016
La crescita italiana non si è limitata a rallentare, come gli ultimi dati Istat su produzione
industriale e esportazioni facevano presagire, ma si è del tutto fermata. Nel secondo trimestre, stando alla stima preliminare diffusa venerdì mattina dall’istituto di statistica, il pil corretto per gli effetti del calendario è infatti rimasto al palo: +0%.
Peggio di quanto temeva il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che il 27 luglio ha ammesso la frenata ma ha detto di attendersi un “+0,1/+0,2%”.
Preoccupa soprattutto il fatto che dietro la variazione nulla c’è un calo del valore aggiunto dell’industria, mentre agricoltura e servizi hanno tenuto.
La battuta d’arresto, dopo il risicato +0,3% dei primi tre mesi, arriva peraltro mentre il resto della Ue rallenta ma non inchioda, mettendo a segno un +0,4% contro il +0,5% del primo trimestre, e l’Eurozona vede il pil progredire dello 0,3% a fronte del +0,6% dei primi mesi dell’anno.
Bene la Germania, che ha registrato un +0,4%, sopra le attese degli analisti che si aspettavano un +0,2%, e il Regno Unito a +0,6 per cento.
Ferma come Roma, invece, Parigi. Di fronte al brusco stop, il governo Renzi dovrà necessariamente tagliare le stime di crescita sull’intero 2016 contenute nel Def, che erano di un +1,2%.
“In calo il valore aggiunto dell’industria”
La variazione acquisita per quest’anno, ovvero la crescita che si registrerebbe se nei prossimi mesi ci fosse una variazione congiunturale nulla, è secondo l’Istat dello 0,6%.
Nel 2015, come è noto, l’Italia è cresciuta dello 0,6% (dato corretto per gli effetti del calendario), risultato di performance decrescenti di mese in mese: +0,4% nel primo trimestre, +0,3 nel secondo, +0,2 nel terzo e +0,1 nel quarto.
Tornando al dato del secondo trimestre 2016, quel +0% è “la sintesi di un aumento del valore aggiunto nei comparti dell’agricoltura e dei servizi e di una diminuzione in quello dell’industria. Dal lato della domanda, vi è un lieve contributo negativo della componente nazionale (al lordo delle scorte), compensato da un apporto positivo della componente estera netta”. Il progresso rispetto allo stesso periodo del 2015 è stato dello 0,7%.
L’analisi di Nomisma:
“Confermate le difficoltà di lungo periodo dell’Italia. Si riduce lo spazio per una manovra espansiva” — “In un panorama economico internazionale che si è fatto più complicato, l’Italia conferma le sue difficoltà di lungo periodo”, commenta Andrea Goldstein, managing director di Nomisma, facendo notare che preoccupa sopratutto il calo del valore aggiunto dell’industria, mentre dal lato della domanda il contributo della componente nazionale è lievemente negativo. Per l’ennesima volta, insomma, a tenere è solo la componente estera netta, favorita però soprattutto dal prezzo ancora debole dell’energia. In questo quadro, secondo il centro studi bolognese, si riduce ulteriormente lo spazio per varare una manovra espansiva in autunno e “non c’è alternativa a una politica economica nel segno delle misure strutturali e del recupero della competitività erosa da troppi anni di timidezza”.
La Germania meglio delle attese. Parigi ferma come Roma
Sempre venerdì sono stati resi noti anche i numeri sulla crescita tedesca, francese, inglese e statunitense. La performance della Germania tra aprile è giugno è stata del +0,4%, superiore alle attese anche se in netto calo rispetto al +0,7% del trimestre precedente. Su base annua il dato corretto rispetto all’inflazione è aumentato del 3,1%, il miglior risultato degli ultimi 5 anni. A spingere l’economia, spiega l’istituto di statistica nazionale tedesco Destatis, sono stati il saldo tra importazioni ed esportazioni, i consumi delle famiglie e la spesa pubblica. Per contro, la debolezza degli investimenti ha influito negativamente sul dato finale.
Il Regno Unito mette a segno un +0,6% nel trimestre culminato con la Brexit –
Nel trimestre che si è concluso con il referendum sulla Brexit ha fatto meglio il Regno Unito, con un +0,6%. Crescita zero, come per l’Italia, in Francia, duramente colpita dalle conseguenze degli attentati terroristici.
Gli Stati Uniti hanno invece registrato un +0,3%. In termini tendenziali, cioè rispetto allo stesso periodo del 2015, si è registrato un aumento del 2,2% nel Regno Unito, dell’1,4% in Francia e dell’1,2% negli Stati Uniti.
Eurozona più lenta dell’intera Ue
Nel complesso, il pil dei Paesi Ue nel secondo trimestre è aumentato dello 0,4% contro il +0,5% dei primi tre mesi, mentre quello dell’Eurozona dello 0,3% rispetto al trimestre precedente quando il progresso era stato dello 0,6%.
Rispetto allo stesso periodo del 2015, la crescita è stata dell’1,6% nell’area euro e dell’1,8% per l’Unione a 28.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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