Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
LA NOTIZIA SAREBBE STATA TENUTA NASCOSTA ALLO STAFF DEL M5S… IL CASO DEL VICEQUESTORE AMICO DEI GRILINI CHE HA TRATTENUTO IL GIORNALISTA DELLE IENE MENTRA LA DIGOS PERQUISIVA LA SUA ABITAZIONE SENZA MANDATO SPECIFICO
La pazienza di Beppe Grillo è finita: i deputati 5 Stelle siciliani coinvolti a vario titolo nel caso delle
firme false di Palermo potrebbero essere sospesi già nelle prossime ore o nei prossimi giorni.
«Ne va della nostra credibilità » ha spiegato il comico. E la notizia che quattro di loro (un altro lo sarà questa mattina) sono stati ascoltati come persone informate sui fatti in Questura a Roma, dovrebbe solo accelerare gli eventi, anche perchè sarebbe stata tenuta nascosta allo staff del M5S.
A essere ascoltati sono stati tre deputati tra i cinque coinvolti, più Andrea Cecconi, presidente del gruppo dei grillini a Montecitorio, l’unico non siciliano, convocato dopo l’intervista a Libero in cui definiva «errori veniali» le firme false.
Dopo di lui si sono alternati davanti al pm salito a Roma da Palermo Giulia Di Vita, Loredana Lupo e Chiara Di Benedetto, mentre oggi dovrebbe essere interrogato Riccardo Nuti.
Non si sa invece ancora quando verrà sentita Claudia Mannino, la deputata su cui pende l’accusa più compromettente.
È lei che il superteste Vincenzo Pintagro dice di aver beccato a falsificare materialmente le firme assieme a Samanta Busalacchi, la grillina che ha visto sfumare la sua candidatura a sindaco di Palermo.
Sapere di più deputati varcare l’ingresso della Questura non è certo un’immagine che fa piacere, con il Pd e Matteo Renzi pronti a sfruttare ogni minima debolezza del Movimento in vista del referendum.
Ieri il premier si è scagliato duramente contro i 5 Stelle: «Sono sempre così quando una cosa riguarda gli altri gridano, urlano, sbraitano, quando riguarda loro fan finta di nulla. Le firme false sono una cosa clamorosa e sono una dimostrazione che sono uguali agli altri partiti».
Renzi sa, come lo sa Grillo, che lo scandalo palermitano nato da un’inchiesta della trasmissione tv Le Iene può varcare facilmente i confini dell’interesse locale e diventare una grana nazionale bella grossa per il M5S.
Questo è l’unico vero fronte scoperto, a oggi, per i grillini.
E il Pd ne approfitta chiedendo di sapere chi sono i deputati indagati. In realtà , tra i palermitani e lo staff c’è stata totale rottura.
I grillini hanno rifiutato la richiesta di autosospendersi piovuta direttamente da Grillo. Ma potrebbero comunque essere costretti a un passo indietro: di sicuro qualora arrivassero gli avvisi di garanzia.
La vicenda ha però, in parallelo, altri contorni da chiarire.
Dopo quella del Pd, un’altra interrogazione parlamentare al ministero dell’Interno, questa volta dell’ex senatore 5 Stelle Bartolomeo Pepe, verrà presentata per fare luce sui legami tra il vicequestore della Digos Giovanni Pampillonia e il M5S.
La richiesta di Pepe parte dall’articolo della Stampa di ieri, ma si lega a un’altra interrogazione del senatore, dello scorso 20 ottobre in cui si parlava della segnalazione anonima arrivata alla redazione delle Iene dove tra le tante cose si rivelavano dettagli sconosciuti riguardo alle prime indagini sulle firme false, del 2013, subito archiviate.
L’anonimo segnala che a dirigerle era un funzionario della Digos con amicizie e parentele nei 5 Stelle. E lo descrive come «alto con naso lungo, irregolarità nel volto e somiglianza con l’attore Antonio De Curtis, in arte Totò».
Le Iene puntano su Giovanni Pampillonia che effettivamente ha un cugino candidato alle comunali del 2012.
Dopo il servizio, l’inviato Filippo Roma viene convocato in Questura a Palermo. E qui, come raccontato da Roma alla Stampa, viene «trattenuto per tre ore» e «senza un avvocato»: il motivo è la notifica per la consegna di materiale probatorio che si trova a casa dell’inviato nella Capitale.
Pampillonia chiede a colleghi della Digos romana di andare a casa della “iena” dove non si limitano a prelevare solo quanto richiesto dai pm.
Perchè Pampillonia, secondo Roma, e come è riportato nella nuova interrogazione di Pepe, «ha ordinato telefonicamente ai funzionari di cercare altri documenti nell’abitazione del conduttore, acquisendo anche la segnalazione anonima pervenuta nella quale veniva citato Pampillonia quale parte chiamata in causa del misfatto». Cioè quell’esposto in cui, come unica traccia, si parlava di un funzionario della Digos che assomigliava a Totò.
(da “La Stampa”)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
FINALMENTE I PRESUNTI “OPERAI INCAZZATI” HANNO TROVATO CHI VIVE LA LORO STESSA INDIGENZA
I maligni sostengono che ieri, durante la loro visita esplorativa alla Casa Bianca, Donald e Melania Trump si siano guardati con una certa attenzione intorno per capire quali ritocchi apportare al 1600 di Pennsylvania Avenue in vista del loro ingresso. Uno scambio di occhiate per mettere giù una bozza di make-up: il 20 gennaio del resto è dietro l’angolo, e personalizzare la Casa Bianca in stile Trump non è certo cosa da poco.
È vero, c’è un protocollo che impone di rispettare certi standard di buon senso e buon gusto per chi mette piede in residenza, ma «The Donald» è senza dubbio un presidente sui generis, e con lui lo sarà anche la Casa Bianca.
Per capirlo basta dare un’occhiata agli interni della magione sospesa tra le nuvole dove i neoconiugi presidenziali vivono.
Il 58esimo piano della Trump Tower sulla Quinta Avenue è un concentrato di oro e marmi a metà tra la reggia Di Versailles e il villone di Scarface.
Uno stile tagliato proprio sul tycoon, che all’inizio degli Anni Ottanta diede indicazioni ben precise all’architetto dei supervip, Angelo Donghia, per realizzare tanta magnificenza.
Giallo ocra, beige, rosa, rossastro, alternati o rimescolati: è questa la declinazione cromatica che la Casa Bianca potrebbe assumere nei prossimi quattro anni, se non di più. C’è chi parla di «Golden House» perchè il bianco è troppo poco, quasi banale, per un presidente come «super Trump».
Anche perchè se «l’America torna a essere grande di nuovo», di tale grandezza bisogna farne sfoggio.
A partire dalle rubineterrie del bagno sino all’Ufficio ovale, dove ieri il presidente uscente e quello entrante hanno avuto il loro primo colloquio ufficiale.
E dove The Donald avrebbe immediatamente pensato a un posto per la scrivania in stile Luigi XIV oggi posta nello suo studiolo che affaccia su Central Park.
E quando Donald e Barack hanno parlato davanti ai giornalisti, il tycoon stava già prendendo le misure della «frugale» poltroncina su cui era seduto per piazzare al suo posto la sedia in stile Luigi XV (una rarità ) in oro e tessuto damascato con gambe corte curvilinee e braccioli accorciati.
Il tour della Casa Bianca al fianco di Michelle ha invece permesso a Melania di prendere le misure per i primi interventi.
Innanzitutto via l’orto, «tanto Donald mangia junk food», e al suo posto un campo da minigolf, otto buche, perchè le voglie del presidente vanno sempre assecondate.
I giardini vanno ridotti, sarebbe il caso invece di allargare lo spazio per il parcheggio dei Suv degli ospiti.
Infine qualche bel nano da giardino, rigorosamente in oro, e perchè no qualche pianta tropicale, magari portata dalla magione Mar-a-Lago, in Florida.
A completare l’opera un paio di statue esotiche come il leone a misura d’uomo che il piccolo Barron cavalca di solito nell’attico al 725 di Fifth Avenue.
Tutta da rifare anche la stanza di Bo, il cane degli Obama, perchè Spinee, il fedelissimo di Trump, ha ben altre esigenze.
Certo, in mancanza dell’architetto Donghia, deceduto molto tempo fa, a chi si affiderà The Donald per questo restyling?
C’è chi dice che su questo sia in corso un contenzioso con Melania: lei vorrebbe avere carta bianca al riguardo, del resto il suo di restyling dai tempi delle passerelle fa sperare in qualcosa di meglio.
Basti vedere gli abiti Ralph Lauren, Michael Kors o Rouland Mouret indossati nelle occasioni importanti, dalla convention di Cleveland alla notte elettorale.
Abiti di un certo stile, in nero ma soprattutto in bianco, colori più adatti alla White House.
Chissà se in mancanza di altri incarichi adeguati per la neo First Lady il presidente si convincerà a concederle questa delega?
Francesco Semprini
(da “La Stampa“)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
LA CAMPAGNA SOSTENUTA DALLA SILICON VALLEY
E se ce ne andassimo davvero?
C’è una domanda che sta martellando la testa di migliaia di cittadini americani dopo la vittoria di Donald Trump: può la California abbandonare gli Stati Uniti d’America? Diventare una sorta di Scozia negli Usa, un paese con la propria le legislazione e le proprie regole, e magari anche un proprio presidente?
Si chiama “Calexit” ed è la nuova “moda” che sta coinvolgendo centinaia di californiani. Per ora una moda appunto, ma potrebbe diventare qualcosa di più.
Nella California che ha detto sì alla marijuana ad uso ricreativo e no all’obbligo del preservativo nei porno, il 61,5 % degli elettori ha votato per Hillary Clinton.
La parte fortemente democratica dello stato si è fatta sentire e gli elettori di Trump erano intorno al 32,3 %. Si sapeva e qui le previsioni, visto il forte spirito “left” californiano, non hanno sbagliato.
Come in altre parti d’America l’elezione di Trump ha sollevato una sorta di indignazione popolare, soprattutto fra i giovani, e in poche ore l’hashtag “Calexit”, la “brexit” della California, è diventato popolare sui social network.
In realtà , andava a ripescare una campagna che è già in atto: si chiama “YesCalifornia” e da mesi si prefigge lo scopo di indire un referendum per chiedere l’indipendenza dello stato dagli Usa.
Il tutto basandosi sul concetto chiave che la California, da sola, è oggi la “sesta potenza economica mondiale”. Ma quella che prima poteva essere un’idea strampalata di una frangia di indipendentisti dopo il voto ha cominciato a trovare un sostegno concreto.
Il concetto di una “secessione pacifica dagli States tramite referendum” ha colpito anche qualche big della Silicon Valley, come Shervin Pishevar, cofondatore di Hyperloop, che ieri ha annunciato sui social di voler finanziare la campagna per Calexit.
“Il gesto più patriottico che posso fare. La California è la sesta più grande economia mondiale, motore economico degli Usa e fornisce una grande percentuale al bilancio federale. Siamo uno stato con un peso importante e dobbiamo poter valutare di muoverci da soli”.
Una tempesta di tweet e di sostegno, sull’ondata dell’indignazione per il neo presidente nominato, ha fatto il resto: tanto che la campagna YesCalifornia ha ritrovato uno slancio inaspettato.
Il referendum è stato fissato per la primavera del 2019 ma non c’è alcuna garanzia sulla possibilità che avvenga una reale Calexit. I seccessionisti sostengono che legalmente questo sarebbe possibile.
C’è un caso del 1869 che riguarda l’ipotetica secessione del Texas che potrebbe creare dei precedenti. I sostenitori di Calexit basandosi su questo sostengono che con un “emendamento che dovrebbe essere approvato da due terzi della Camera dei Rappresentanti e due terzi del Senato con il consenso di almeno 38 stati” la cosa potrebbe essere possibile. Ma è una partita ancora tutta da giocare.
(da agenzie)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
UNA MANIFESTAZIONE SPONTANEA SENZA SIMBOLI DI PARTITO, NON SONO NEANCHE FANS DELLA CLINTON E SONO DI TUTTE LE ETNIE
Giovanissimi, senza simboli di partito si sono presentati davanti alla residenza del nuovo
presidente americano.
In maggioranza sono universitari o delle scuole superiori Decine di manifestazioni anche a Chicago e in altre città della West Cost
La cosa più impressionante è l’età . Il più vecchio avrà trent’anni. La media è attorno ai venti: una cosa impensabile nelle manifestazioni italiane.
Non un simbolo di partito, di un sindacato, di un’associazione. Nessuno striscione, solo cartelli scritti a mano.
Migliaia di ragazzi hanno invaso le strade di Manhattan ieri sera alle 7. Una manifestazione spontanea, autorganizzata e giunta infine sotto la Trump Tower.
I movimenti per i diritti civili
Si sono dati appuntamento a Union Square, hanno imboccato la Fifth Avenue, hanno girato a sinistra sulla trentesima, poi hanno imboccato la Sesta sino a Central Park, tra il traffico impazzito, i poliziotti incerti sul da farsi che li seguivano correndo, i passanti che solidarizzavano o si univano a loro.
Una banda musicale di ottoni. Bandiere del movimento Lgbt, lesbiche gay bisex transgender.
La maggioranza sono ragazzi della New York University, della Columbia, delle scuole superiori, di ogni etnia e religione.
Tutti si sono poi diretti al grattacielo simbolo, residenza finora del nuovo presidente degli Stati Uniti. Cortei simili, anche se meno imponenti, si sono visti a Chicago e nelle città californiane.
Nessuno nomina Hillary
Ovviamente non cambiano di una virgola il messaggio che gli elettori hanno dato.
Ma segnano la presenza di un’America giovane, che si colloca subito all’opposizione. Non legata al partito democratico: nessuno nomina Hillary, cui sembrano del tutto estranei.
Divisa da slogan a volte contraddittori. Ma unita da un unico obiettivo polemico: Trump. Con qualche insulto pure per Rudolph Giuliani. E considerazioni decisamente critiche sugli elettori della Florida e di altri Stati che hanno votato per The Donald.
«Non è il mio presidente»
Ecco alcuni dei cartelli: “Not my president”, non è il mio presidente. «Facciamo di nuovo amare l’America». «Trump fa odiare l’America». «Love Trumps hate», l’amore vince l’odio. «Trump you’re fired», sei licenziato (tormentone di The Apprentice, lo show per cui Trump chiese alla Nbc 18 milioni di dollari a puntata e che contribuì alla sua popolarità ).
E ancora: «Impeachment per Trump» «Not in my name», «non in mio nome» «Never lose hope», «non perdere mai la speranza». «Trump razzista», «Trump antisemita», «Trump molestatore», «L’America non è mai stata grande». Ma anche: «L’America è sempre stata grande». «Black lives matter», «le vite dei neri contano», «Trump odia le donne» «Trump togliti il parrucchino».
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
“RAZZISTA E SESSISTA”…. “VOTARE PER UN UOMO CHE PREDICA ODIO E’ FOLLE”
«Ci vediamo tra un’ora a Union Square». «Bene, gli altri sono lì ad aspettarci. Mi raccomando, ricordati la bandiera della pace». «Già messa nello zaino, tu piuttosto non dimenticare lo striscione #NotMyPresident».
Inizia così, con un ultimo scambio di messaggi su WhatsApp, la notte più lunga del popolo anti-Trump, più lunga anche di quella trionfante del candidato repubblicano e della sua maggioranza silenziosa.
Questa volta è il turno dell’opposizione rumorosa. È la notte anti-Trump di Sarah e compagni, lei studentessa della New School University che l’8 novembre ha fatto il suo esordio alle urne e ha dovuto fare i conti con la peggiore delle sconfitte. «Abbiamo il diritto a protestare contro sessismo, razzismo, discriminazioni contro gli invalidi», urla Julia, quasi 30 anni, discografica.
È con lei che Sarah si stava scambiando i messaggi prima della grande adunanza a Union Square, epicentro delle proteste della New York liberal.
Come loro, altre migliaia di persone si sono date appuntamento su Facebook e su Twitter in nome dello slogan «Not My President», declinato in tutte le formule social. Con Sarah e Julia ci sono Nicholas e Ramon, il primo figlio di un ex lavoratore dell’acciaio che ha votato Trump, convinto di poter riavere un’occupazione e la dignità . «Mio padre si è fatto prendere in giro, votare per una persona che predica l’odio è folle».
Ramon invece è il tuttofare di un palazzo di Bay Ridge a Brooklyn, domenicano di 50 anni che spera di potersi ricongiungere con moglie e figli quanto prima. O almeno lo sperava.
«Il muro gli cascherà addosso – dice -, vuole dividere le nostre famiglie, ma si accorgerà che senza di noi questo Paese è finito». Quattro persone, quattro storie diverse, ma che riconducono tutte alla Trump Tower.
È lì, all’incrocio tra 56esima e Fifth Avenue, che convergono le masse anti-Trump provenienti da tutta New York.
Del resto tutti i quartieri della Grande Mela hanno votato contro «The Donald» a parte Staten Island, roccaforte repubblicana.
Ed è proprio lì, sotto la Torre d’avorio del tycoon, che la polizia ha organizzato una grande gabbia di transenne, mentre agenti in tenuta antisommossa creano cordoni di sicurezza nelle strade circostanti.
Era dai tempi di «Occupy Wall Street», il movimento che si batteva contro le politiche a favore dell’1% dei ricchissimi, che nella City non si vedeva una mobilitazione così massiccia.
Da Sud verso Nord un fiume di persone cinge d’assedio Midtown: vengono da Union Square appunto, ma anche da Washington Square, la piazza con l’arco e la statua di Giuseppe Garibaldi.
Non c’è tempo per le recriminazioni, oggi si sfila uniti contro il «mostro»: «Trump Makes America Hate», campeggia su un cartello stretto tra le mani di George, 40 anni, dipendente di una società di spedizioni.
«Adesso Trump ci impedirà di ricevere pacchi dal Messico», dice sarcastico mentre si unisce a Sarah e ai suoi compagni di viaggio.
George viene da Times Square insieme a diverse centinaia di manifestanti, mentre un altro gruppo arriva da Columbus Circle dopo aver sfilato sotto il Trump Hotel International.
C’è anche spazio per il dissenso, come quello di una coppia di turisti che non riesce a entrare in albergo, o di un signore che non può raggiungere casa: «sfigati».
La protesta va avanti. Dopo qualche ora la Quinta Avenue dalla 42esima a Central Park è zona occupata, delimitata da fumogeni e picchetti su semafori e impalcature: «New York odia Trump».
New York e non solo, perchè l’ondata di protesta si solleva dai quattro angoli del Paese. Davanti alla Trump Tower di Chicago, a Los Angeles, a Washington, dove tutto parte con una fiaccolata davanti alla Casa Bianca.
Manifestazioni anche in molti atenei, a partire dalla marcia organizzata dagli studenti della storica università di Berkeley, in California, culla del movimento studentesco e pacifista degli Anni 60. Proteste anche nei campus di Santa Barbara, della Temple University, e delle università della Pennsylvania e del Massachusetts.
Almeno 25 città in rivolta per un totale di oltre 100 arresti, 65 di questi solo a New York, alcuni a due passi proprio da Sarah e i suoi compagni, sino a tarda notte.
Sino a quando Julia e Nicholas si salutano, Ramon riprende la metro verso Brooklyn, mentre Sarah dà a tutti appuntamento alla prima di Trump alla Casa Bianca: «Ci si vede il 20 gennaio, ovviamente a DC».
Francesco Semprini
(da “La Stampa”)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
UNA MANIFESTAZIONE RAZZISTA PER IL 3 DICEMBRE IN NORTH CAROLINA DEGLI INCAPPUCCIATI PER CELEBRARE IL LORO EROE
Mentre migliaia di americani delusi e sconcertati scendono in piazza per contestare il futuro
presidente Donald Trump, al fianco del tycoon scende in campo il Ku Klux Klan: l’organizzazione razzista e suprematista bianca ha annunciato sul proprio sito che il 3 dicembre organizzerà una “parata per la vittoria” in North Carolina, senza precisare la città in cui si svolgerà la manifestazione: “La corsa di Trump ha unito la mia gente”, è scritto con un sinistro gioco di parole nella didascalia sopra il ritratto di Trump: la parola “race”, in inglese, vuol dire sia “corsa” che “razza”.
Subito dopo la vittoria del candidato repubblicano un ex leader del Ku Klux Klan, David Duke, aveva rivendicato con un tweet il contributo del gruppo nella sua elezione: “La nostra gente ha svolto un ruolo enorme!”.
Fin dal giorno dopo l’elezione del candidato repubblicano sui social erano circolate foto e messaggi di denuncia di violenze a sfondo razziale, in particolare contro giovani donne musulmane.
(da agenzie)
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Novembre 11th, 2016 Riccardo Fucile
LA POLIZIA PAGATA DAI CONTRIBUENTI AL SERVIZIO DELL’EVASORE RAZZISTA SERVO DELLA FINANZA
Non si ferma l’ondata di proteste anti Trump negli Stati Uniti.
Manifestanti contro il presidente designato sono tornati nelle strade per il secondo giorno in tutto il Paese, esprimendo la preoccupazione che l’elezione del magnate newyorkese alla presidenza infliggerà un duro colpo ai diritti civili.
Gli edifici di Trump a New York e Washington sono stati fra gli obiettivi principali delle proteste: la polizia ha innalzato barriere di sicurezza intorno all’hotel del presidente eletto nella capitale, non lontano dalla Casa Bianca, e ha anche schierato blocchi di cemento intorno alla Trump Tower nella Grande mela.
Le manifestazioni più imponenti si sono registrate a Manhattan e a Los Angeles.
La più violenta, invece, a Oakland, con lancio di molotov, sassi e tre agenti feriti.
Altri cortei si sono svolti a Boston, Filadelfia, Chicago, Detroit. E ancora Seattle, Cleveland e San Francisco.
A Portland, in Oregon, la polizia ha definito la protesta come «rivolta».
Nella notte Trump ha commentato, via Twitter, le proteste: «Ho appena vinto un’elezione presidenziale aperta e di successo. Adesso contestatori di professione, incitati dai media, stanno protestando, Molto ingiusto!».
Intanto il Ku Klux Klan ha annunciato che organizzerà il 3 dicembre in North Carolina una «parata per la vittoria» di Donald Trump.
«La corsa di Trump ha unito la mia gente», è la didascalia sopra un ritratto del tycoon dove la parola «race» in inglese vuol dire sia «corsa» che «razza».
Subito dopo la vittoria di Trump, un ex leader del il gruppo razzista suprematista, David Duke, aveva rivendicato su Twitter il contributo del gruppo nell’elezione del tycoon. «Non sbagliate, la nostra gente ha svolto un ruolo ENORME!», aveva twittato.
(da agenzie)
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