Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
I RICORDI DEI VIAGGI A CUBA E I COLLOQUI CON CASTRO: “DISCUTEVA DI MARXISMO, MA ERA SUPERFICIALE”
Più che la casa di un rivoluzionario, sembra l’interno progettato da un designer, con la poltrona di
pelle dèlabrè, il parquet a listoni robusti, e quegli stivali tirati a lucido che non sfigurerebbero in una pubblicità del lusso.
Siamo all’Avana, nel febbraio del 1964, nell’appartamento di “Barba Massima”, come lo chiama nel suo diario Giangiacomo Feltrinelli.
L’editore è venuto a Cuba per realizzare un nuovo successo internazionale: le memorie di Fidel Castro.
Con lui è la moglie Inge, brillante fotoreporter che velocissima con la sua Rolleiflex cattura scatti ovunque. «Non credo esistano altre fotografie del leader in pigiama», racconta Inge nella sua casa milanese. «Andavamo da lui la mattina molto presto e lo trovavamo ancora con la giacca da camera»
Lui voleva affidarvi le sue memorie?
«Sì, ci aveva scelto tra tanti editori internazionali. Ma all’inizio non fu facile avvicinarlo. Eravamo ospiti del governo in una fantastica villa d’un barone dello zucchero, la Casa di Protocollo numero uno, la stessa che aveva ospitato il potente ministro sovietico Mikojan. E per una settimana aspettammo invano un suo cenno. Tanto che una mattina convinsi Giangiacomo ad andare al mare con la jeep. E proprio quel giorno si presentò il làder mà¡ximo nella sua divisa mimetica. Ci avrebbe scherzato sopra al telefono: ma come, io vengo a trovarvi e voi sparite?»
Giangiacomo se la prese?
«Voleva quasi ammazzarmi. Per fortuna Fidel tornò da noi una seconda volta. Al principio rimase deluso da Giangiacomo che non aveva l’allure da borghese riccone. “Ma è proprio lui il miliardario?” continuava a chiedere ai suoi che riuscirono a rassicurarlo. Parlarono di tutto, della produzione agricola e della crisi dell’Ottobre rosso, di America Latina e dei contrasti con gli Stati Uniti. E poi ci diede appuntamento a casa sua, la mattina molto presto»
Per questo lo trovaste in pigiama
«Sì, un pigiama borghese, molto curato nelle cuciture sul polsino e sul colletto della camicia. Era un uomo elegante, con le lunghe mani affilate da aristocratico spagnolo. Anche di primo mattino fumava dei sigari Cohiba molto sottili che ne accentuavano il fascino. La sua voce era invece deludente: una tonalità molto alta, quasi effeminata, che contraddiceva le pose da macho».
Di cosa parlaste?
«Il dialogo era esclusivamente con Giangiacomo. Io non ero considerata, se non come appendice. Avevo l’impressione che fosse anche impaurito dalle donne»
Perchè?
«Ricordo che Giangiacomo lo criticò per la politica ostile ai gay: volete creare il mondo nuovo e vi comportate da persecutori? E lui fece un discorso sulla gioventù cubana rovinata da un mammismo impregnato di cattolicesimo. Accusava le madri di un eccesso di invadenza nella vita dei figli. E le donne risaltavano nel suo racconto come figure forti e castratrici»
Feltrinelli gli domandò anche che tipo di donne gli piacesse.
«Sì, vero. Rispose con una faccia marpionesca che gli piacevano “fini, spirituali, dolci”. In realtà il suo genere era la Lollobrigida »
Raccontava di sè, del suo privato?
«No, tutt’altro. La sua vita era solo la revolucià³n. Parlava di economia e di marxismo ma non era un comunista teorico: al contrario appariva superficiale e velleitario ».
Impietoso appare il giudizio annotato da Feltrinelli sul suo diario: “impulsivo”, “retorico”, “ideologicamente confuso”, “incapace di un pensiero forte e organizzato”.
«Sì, così. E non sapeva nulla neppure di letteratura. Un ruolo istruttivo importante l’avrebbe svolto Garcàa Mà¡rquez, che gli fece conoscere la narrativa sudamericana. Il loro rapporto era stravagante, complice ma anche competitivo. Una volta ho scritto che insieme mi ricordavano Federico il Grande e Voltaire. In realtà Gabo non era Voltaire. E Fidel non era Federico il Grande».
Erano animati da gelosia reciproca?
«Sì, erano entrambi Re. E quando la fama ne accentuò smisuratamente l’ego, Gabo non reggeva la presenza di Fidel, che anche fisicamente lo sovrastava».
Hobsbawm ha scritto che «nessun capo nel secolo breve ebbe ascoltatori più entusiasti di questo uomo barbuto con la mimetica sgualcita che parlava in modo assolutamente confuso». Al di là delle riserve, anche voi ne subiste il fascino.
«Io ero stata a Cuba la prima volta nel 1953. Uno spettacolo deprimente: alberghi di lusso, bordelli e bambini in stracci, quasi morenti. Una povertà estrema, come quella di Calcutta. In pochi anni Castro era riuscito a trasformarla, puntando sull’educazione e sulla salute della popolazione. Nel 1964 trovai Cuba completamente cambiata».
Però poi prevalsero gli aspetti illiberali.
«A Castro non perdonerò mai l’assassinio di Orlando Ochoa, l’eroe dell’Angola. Ma non concordo con la definizione di regime».
Nella vicenda politica di Giangiacomo la figura di Castro ebbe un impatto fondamentale, anche deflagrante.
«Sì, nella prima fase — gli anni tra il 1964 e il 1965 — prevaleva l’interesse dell’editore all’inseguimento del grande libro. La seconda fase dal 1967 al ’70 fu un’altra cosa, che attiene più alla militanza politica di Giangiacomo ».
Fu Castro a ispirargli l’idea di fare della Sardegna la “Cuba del Mediterraneo”?
«Non credo che Castro sapesse dov’era la Sardegna, ma non escludo che ne abbiano parlato. Però io non posso saperlo: allora mi ero allontanata politicamente da Giangiacomo».
E le memorie di Castro?
«Fidel divenne più esigente con se stesso. E non ebbe il tempo sufficiente per concludere l’intervista, cominciata con Giangiacomo e proseguita con Valerio Riva. Del libro, alla fine, non se ne fece niente».
Simonetta Fiori
(da “la Repubblica”)
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Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
UNO STUDIO INGLESE: ALLA BASE EGOISMO E RAZZISMO
Hanno sentimenti negativi verso i migranti, i diritti umani e l’Unione europea: piuttosto che allargare le maglie vorrebbero restringerle, su tutte e tre le questioni. Sono ostili ai giornali, e si fidano di più di un tuffo in Internet senza stare a sottilizzare particolarmente su quale sia la fonte a cui si affidano, nella scia della massima di Donald Trump «non credete ai giornali, credete a Internet».
Uno studio condotto in Inghilterra da tre professori – David Sanders dell’University of Essex, Jason Reifler dell’University of Exeter, Tom Scotto dell’University of Strathclyde – per analizzare la questione del referendum sulla Brexit, ha scoperto che il 50 per cento degli inglesi condivide questa «mentalità » e questi «sentimenti negativi».
I tre prof utilizzano, per definirla, l’etichetta di «populismo autoritario» (Pa), che è un vero e proprio «insieme coerente di convinzioni».
Lo studio, bisogna rilevarlo, non è un sondaggio ma un’analisi sui dati di una serie di indagini su panel di YouGov condotte tra il 2011 e il 2015, quindi nel quadriennio che porta dritti alla Brexit.
Ne vien fuori questo ritratto: i populisti autoritari non sono, per capirci, esattamente dei «fascisti», o ciò che eravamo abituati a intendere con questa parola, intanto perchè occupano una fascia centrale dello spettro politico – e non la tradizionale, limitata destra o estrema destra.
Ma sono anche diversi dal populismi sudamericani, così nutriti di emotività , e non necessariamente permeati dai medesimi elementi (per esempio l’ostilità ai migranti).
Abbiamo potuto conversare con i tre studiosi che hanno avuto a disposizione questi dati e abbiamo chiesto loro sostanzialmente due cose: il «populismo autoritario», studiato con riferimento al Regno Unito, è una dinamica che accomuna solo i Paesi anglosassoni della Trump-Brexit, o riguarda anche posti come la Francia di Marine Le Pen, o l’Italia del Movimento cinque stelle?
Secondo: il Movimento cinque stelle, alleato di Nigel Farage (uno dei campioni dell’attitudine «populista autoritaria») al parlamento europeo, condivide gli stessi sentimenti, a giudizio di questi studiosi, almeno per la comune fascinazione – sempre più percepibile anche ai più distratti – per il mito dell’uomo forte (The Helping Man) alla Trump, o alla Vladimir Putin?
David Sanders ci racconta: «Ho fatto alcuni recenti lavori con YouGov, l’agenzia di rilevazioni inglese, compreso uno studio sul populismo autoritario europeo su dodici nazioni. Cercavamo un set di attitudini consistente (verso l’Ue, l’immigrazione, la politica estera, i diritti umani, il collocamento sull’asse destra-sinistra), che giace come una risorsa sottostante per forze politiche differenti – compresi ovviamente partiti autoritari o anti-establishment. Abbiamo trovato in Europa modelli simili a quelli in Regno Unito»: supporto potenziale per la Le Pen, Danimarca, Olanda, Svezia, Finlandia, Polonia, Spagna, e in misura più limitata, Germania.
In tutti questi posti il populismo autoritario tende a destra, è anti Ue, egoista in politica estera e vuole una robusta politica di difesa.
In Francia, un’attitudine al Pa occupa addirittura il 60% dell’elettorato».
E in Italia? «Come in Romania, da voi c’è una cosa singolare: il populismo autoritario è stato mischiato anche con movenze prese dalla sinistra radicale. È il caso del populismo autoritario del M5S e di Grillo».
Spiega Tom Scotto: «L’attitudine di questo tipo di elettorato è un rigetto, diffuso in molti Paesi occidentali, del “liberalismo cosmopolita”.
La working class, e anche la parte bassa della middle class, nelle democrazie avanzate hanno visto spostarsi i loro lavori in outsource verso le economie emergenti.
Persone che appartengono alla fascia compresa nell’80-90% del patrimonio globale esistono sia in Uk, sia in Usa, Francia, Italia: questa gente si sente insicura, e l’insicurezza non si ferma ai confini delle nazioni».
Certo, il Pa «ha poi molto a che fare col tema della razza, anche se è ingiusto dire che gli elettori di Trump, o della Le Pen, siano tutti razzisti».
Il Pa si nutre poi molto anche del «culto del capro espiatorio», indicare la soluzione semplice a problemi complessi: cosa succederà quando vedranno che soluzioni semplici a queste insicurezze, economiche e sociali, non ci sono?
«Questi movimenti potrebbero moderarsi, diventare più una sorta di conservatorismo sociale teso a qualche forma di redistribuzione; ma la transizione la vedo difficile. Più probabile una ricerca ancora più forte del capro espiatorio, ma a quel punto il bivio diventa drastico: o il Pa si affievolisce, o diventerà ancora più tossico nei comportamenti sociali».
Reifler osserva: «La vera domanda secondo me sarà : fino a quanto puoi arrivare a essere apertamente razzista, e nello stesso tempo conquistare il potere? I partiti sembrano avere più successo quando non sono così catturati dal razzismo, o dalle teorie cospirazioniste. Ma Trump ha smentito questo assunto; anche se va detto che l’America ha una storia brutta e difficile sulla razza, e Trump in questa storia non è il primo».
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
DECINE DI APPARTAMENTI DI PROPRIETA’ DI ITALIANI AFFITTATI AL DOPPIO DEL PREZZO DI MERCATO, IN 50 MQ STIPATE 8 PERSONE… “A CHE SERVE L’ESERCITO CHE CONTROLLA SOLO LE STRADE?”
Italiani che vogliono mandare via gli stranieri, italiani che speculano sulla disperazione degli
stranieri, stranieri che speculano sulla disperazione dei loro connazionali.
Situazioni diverse e contraddittorie tra loro che convivono nello stesso quartiere, spesso anche nello stesso palazzo.
Succede in via Padova a Milano.
Decine di appartamenti della zona, infatti, sono di proprietà di italiani. Il loro obiettivo è guadagnare il più possibile da questi alloggi.
Per questo, non affittano a un nucleo familiare ma a posto letto, al prezzo di 100-200 euro al mese. Molte persone arrivate da poco in Italia accettano di vivere in otto dentro appartamenti da 50 metri quadrati.
In questo modo i proprietari guadagnano fino a 1200 euro al mese per un bilocale. Secondo le agenzie immobiliari della zona, però, il prezzo di mercato degli affitti non va oltre i 700 euro.
“In queste case si vedono solo tanti materassi buttati sul pavimento — racconta chi ci è entrato — per i mobili non c’è spazio”. Ma molti proprietari sono stranieri e il meccanismo è lo stesso, con una rigida divisione: i sudamericani affittano a sudamericani, gli egiziani solo a egiziani e i cinesi ad altri cinesi. Indipendentemente dalla nazionalità , molti degli inquilini di questi alloggi fatiscenti spacciano al parchetto di via Padova. I proprietari lo sanno ma fanno finta di niente. Basta camminare pochi minuti dalle sei del pomeriggio in poi per essere fermati. La domanda è sempre la stessa: “Coca o fumo?”.
Una situazione particolare la vive, infine, via Cavezzali, una piccola via 200 metri dopo il parchetto.
Al civico 11 c’è un grosso palazzo di nove piani. Anche qui gli appartamenti sono abitati da spacciatori e prostitute. A fare da intermediario tra i proprietari e gli inquilini c’è un uomo italiano.
“E’ il boss del palazzo — raccontano alcuni abitanti — Più stranieri butta dentro gli alloggi, più ci guadagna. Dice ai proprietari di averli affittati a due persone ma in realtà ci vivono in quattro”.
L’Esercito che arriverà in via Padova troverà questa situazione.
“I militari stanno in strada, non vanno a controllare gli appartamenti — racconta un residente — Se non si spaccia in strada, si spaccia nelle case”
Alessandro Sarcinelli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
MANCATO ACCESSO ALLE TERAPIE, DIFFICOLTA’ PER I GIOVANI, SUICIDI IN AUMENTO
Se in Italia la grande depressione degli anni ’20-’30 è passata senza colpo ferire, la grande recessione economica iniziata nel 2008 provoca ancora i suoi effetti su salute e mortalità .
Si va dall’accesso alle cure, alle difficoltà per i giovani, fino al fenomeno dei suicidi. Tantissimi gli italiani, infatti, che rinunciano alle cure mediche perchè pur avendone bisogno non hanno le risorse economiche per pagarne i costi.
Lo ha dimostrato l’indagine Istat del 2013 (su dati 2012-2013 che riguardavano 60mila famiglie): due milioni e mezzo di persone hanno dichiarato di aver rinunciato per motivi economici, un milione e 200mila erano donne, 800mila dai 40 ai 64 anni, proprio nell’età in cui è più necessario fare prevenzione.
Ma a pagare di più la crisi sono i giovani: l’11 per cento dei ragazzi sotto i 18 anni vivono in famiglie povere in senso assoluto, il 20 per cento in condizioni di povertà relativa.
È quanto è stato evidenziato ieri, da Viviana Egidi ed Elena Demuru, rispettivamente professore ordinario del Dipartimento di Scienze statistiche e dottore di ricerca della Sapienza di Roma.
Il loro convegno si è tenuto nell’ambito del ciclo di incontri scientifici sulla società italiana e le grandi crisi economiche in Italia, organizzati in occasione delle celebrazioni per l’anniversario della fondazione dell’Istat.
IL LEGAME TRA SALUTE, MORTALITà€ E BENESSERE ECONOMICO
La salute degli individui e delle popolazioni è strettamente legata al benessere economico, tanto a livello individuale che collettivo.
“In anni in cui il tasso di mortalità scendeva molto rapidamente grazie a miglioramenti ambientali e delle condizioni di vita — ha spiegato a ilfattoquotidiano.it la professoressa Viviana Egidi — la grande depressione non ha comportato alcuna conseguenza immediata, al contrario la crisi attuale ha avuto effetti sensibili”.
Primo fra tutti un significativo rallentamento della riduzione della mortalità per malattie del sistema circolatorio, che ha agito negativamente sulla mortalità complessiva.
“In pratica — spiega la docente — non è che la mortalità stia aumentando, ma ha smesso di diminuire ai ritmi che hanno caratterizzato il periodo antecedente al 2008”. A questo dato si aggiunge il fatto che se in passato le malattie cardiovascolari erano tra le prime cause di decessi insieme a diverse patologie, negli ultimi decenni l’aspettativa di vita è molto aumentata quindi le variazioni nei tassi di mortalità diventano più sensibili a crisi economiche e cambiamenti ambientali.
“Basti pensare — spiega la docente — ai decessi registrati nel 2015 a causa del caldo tra gli anziani”
L’ACCESSO ALLE CURE
Il rapporto Istat 2015 ha evidenziato come il processo di rientro dal debito, cui hanno dovuto far fronte numerose Regioni, associato alla difficile congiuntura economica, ha avuto come conseguenza una riduzione dell’equità nell’accesso alle cure.
Al fatto che alcune delle Regioni sotto piano di rientro dal debito non siano riuscite ad assicurare i livelli essenziali di assistenza si aggiunge il fenomeno della rinuncia a prestazioni sanitarie.
Secondo il rapporto il 9,5 per cento della popolazione non ha potuto fruire di prestazioni che dovrebbero essere garantite dal servizio sanitario pubblico per motivi economici o per carenze delle strutture di offerta (tempi di attesa troppo lunghi, difficoltà a raggiungere la struttura oppure orari scomodi).
“Il problema grave — spiega la docente della Sapienza — è che la rinuncia alle cure può portare a un peggioramento delle patologie con il rischio che i tumori vengano diagnosticati in una fase troppo avanzata della malattia e che si mandi all’aria il lavoro fatto sulle diagnosi precoci”.
Sempre in termini di accesso alle cure, durante la crisi le differenze si sono allargate anche sotto questo profilo: “I differenziali territoriali che prima del 2008 si stavano lentamente colmando — aggiunge Viviana Egidi — sono tornati ad ampliarsi”. Il rapporto Istat del 2015 lo evidenzia: nel Nord-ovest si registra la quota più bassa (6,2 per cento) di rinuncia per motivi economici o carenza dell’offerta, mentre nel Mezzogiorno la quota è più che doppia (13,2 per cento).
I SUICIDI
Sebbene non si possa parlare di relazione causale tra crisi e suicidi, c’è una teoria che lega questo tipo di decessi alle condizioni economiche: “Se con la grande depressione tra il 1930 e il 1931 si è registrato un temporaneo aumento di uomini che si sono tolti la vita (parliamo numericamente di 500 suicidi in più) ma già nel ’32 si è tornati ai valori normali, nel periodo recente l’alterazione è diventata più duratura e ha riguardato, sempre uomini, dai 30 ai 74 anni”.
Per la docente “non si può parlare di causa-effetto, ma si notano delle associazioni”. In alcuni casi, l’aumento dei suicidi si verifica anche prima che inizi la crisi economica vera e propria. Si tratta dei cosiddetti ‘eventi-sentinella’.
Solo di recente, comunque, i numeri si stanno via via tornando alla normalità .
UN’IPOTECA SUL FUTURO
Il convegno si è chiuso con un monito che riguarda le nuove generazioni, quelle che stanno pagando la crisi in modo maggiore.
La salute dei giovani peggiora. Il 31 per cento dei ragazzi sotto i 18 anni vivono in condizioni di povertà assoluta o relativa.
“Diversi studi — ha concluso la docente — dimostrano che se si vive in condizioni di difficoltà economiche da bambini, si tende a rimanere in quelle stesse condizioni fino alla terza età ”. Le condizioni di vita nell’infanzia influenzano gli esiti di mortalità e di salute durante l’intero corso della vita.
Le conseguenze? “Se si arriva a 80 anni dopo aver sofferto fin da bambini, si rischia di vanificare tutti gli sforzi che si stanno facendo per garantire ai cittadini di invecchiare in buona salute, una necessità per evitare che il sistema sanitario nazionale non collassi”.
Luisiana Gaita
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
NELLE AMMINISTRAZONI GRILLINE TIENE BENE SOLO PARMA
Mantova scalza Trento e si piazza al primo posto. E’ infatti Mantova la provincia italiana dove si
vive meglio.
La città lombarda scalza Trento, che era al primo posto senza interruzioni dal 2011 nella classifica annuale di ItaliaOggi-Università La Sapienza sulla qualità della vita e che ora deve accontentarsi del secondo posto.
Altro nuovo ingresso sui gradini più alti del podio è Belluno, terza, in salita dall’ottava posizione.
Scivolano, quindi, Pordenone (da terza a quarta) e Bolzano (da seconda a ottava). L’ultimo posto è di Crotone, sebbene, rispetto alle altre province meridionali, presenti elementi di discontinuità .
Qui, infatti, il tenore di vita è accettabile. E la provincia è addirittura ricompresa nel gruppo delle più virtuose nelle dimensioni criminalità e popolazione.
Responsabili, quindi, della maglia nera sono affari e lavoro, ambiente, disagio sociale e personale, servizi finanziari e scolastici, sistema salute, tempo libero.
La precede Siracusa (era al 104 posto).
A deludere sono anche le grandi aree urbane, che arretrano tutte, rispetto allo scorso anno, ad eccezione di Torino (che sale di 6 posti).
Ma se Milano e Napoli perdono rispettivamente 7 e 5 posizioni,Roma ne perde 19 (31 in confronto al 2014), posizionandosi su livelli di qualità di vita insufficienti. A livello di macro-aree, Nord-est e centro reggono meglio il colpo della crisi, di contro soffre il Nordovest e in particolare il Sud e le Isole, dove si è persa traccia di quel cluster di province individuato qualche anno fa, nel quale il livello era superiore a quello prevalente nelle altre province meridionali.
I dati nelle amministrazioni grilline.Se si butta un rapido sguardo alle amministrazioni M5s, la vera novità politica nel panorama italiano degli ultimi anni, è curioso osservare come paradossalmente soltanto Parma, la “Stalingrado” rinnegata da Grillo, dove Federico Pizzarotti ha deciso di abbandonare l’M5s dopo le sospensioni, abbia fatto un significativo passo in avanti passando dal 13esimo posto del 2015 al sesto posto del 2016. L’altra amministrazione grillina da alcuni anni, ovvero Livorno, sprofonda invece passando dal 40esimo posto al 52esimo.
Se poi si guarda alle nuove grandi amministrazioni (da metà di quest’anno, dunque difficilmente giudicabili) Torino del sindaco Chiara Appendino guadagna qualche punto passando da 76 a 70 in classifica mentre Roma sprofonda (da 69 a 88).
La qualità della vita a Roma è peggiorata in un solo anno.
Secondo la classifica stilata annualmente, in base ai dati della ricerca dell’Università La Sapienza per ItaliaOggi, la Capitale è infatti passata dal sessantanovesimo posto del 2015 all’ottantottesimo di quest’anno, posizionandosi su livelli di qualità della vita gravemente insufficienti.
Per quanto riguarda la criminalità è al centoseiesimo posto tra le città sicure (era al 102 nel 2015).
Scende al cinquantottesimo posto, dal 42 del 2015, per quanto riguarda i parametri di disagio sociale. Scende di sette posti anche per quanto riguarda i servizi scolastici. Passa dall’ottavo al decimo posto nella classifica del sistema salute e dal 94(del 2015) al 103 del 2016 per il tenore di vita.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
SUI SOCIAL MIGLIAIA DI COMMENTI CONTRO LE DONNE… NON SOLO PROFILI FALSI, MA PADRI E TANTI MINORENNI
Con un bel sorriso e un cucciolo in braccio Andrea Liaci, organizzatore di eventi pugliese, ha deciso di condividere su Facebook tutta la sua solidarietà alla campagna lanciata da ActionAid in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ecco, se vi state chiedendo chi sono i leoni da tastiera che infestano i social network con insulti che definire indegni è ancora poco, la vostra curiosità è subito soddisfatta: sono proprio come lui.
Se sulla sua pagina mostra la sua solidarietà con le vittime di violenza, i suoi commenti sui social raccontano un’altra parte della storia.
Con l’attrice satirica Martina Dell’Ombra, che con le sue provocazioni è diventata in fretta una seguitissima star del web, si lascia andare a proposte parecchio volgari, che senza ripetere si possono purtroppo immaginare.
Raccogliendo e pubblicando alcuni dei commenti più pesanti comparsi sulla sua pagina Facebook, la presidente della Camera Laura Boldrini ha mostrato solo una piccola parte delle migliaia di parole d’odio contro le donne che corrono – indisturbate – sui social. Il ritornello è sempre lo stesso: solo i pazzi scrivono cose del genere.
Ma questa è una scusa banale, a cui si ricorre anche troppo spesso per non vedere quello che ormai è chiaro a chiunque abbia un poco di dimestichezza con i social.
Tra le più bersagliate c’è la giornalista Selvaggia Lucarelli, che ha adottato una tecnica efficace per scoraggiare chi la tormenta: chiamarli per chiedere spiegazioni sulla radio m20 o ripubblicare i loro commenti con nome e cognome e professione. Funziona: si trasformano tutti in pecorelle.
Abbiamo provato a contattarli su Facebook, ma è stato inutile: nessuno di loro sembra aver voglia di scambiare due chiacchiere con una giornalista.
Per esempio Massimiliano Favarò, single di Legano: un giorno dà della «super z***» a Martina Dell’Ombra, un altro racconta la sua giornata al cinema con il bimbo.
Non mancano le donne. Gosia Dryka, nome probabilmente di fantasia, è una bella ragazza bionda innamorata del suo bimbo e dei suoi cani. Lei è una fan di Belen Rodriguez, e per difenderla dalle critiche delle detrattrici le chiama «m***te».
Mike Florio invece si divide equamente tra due attività : minacciare di morte Boldrini e documentare la sua storia d’amore con Oil Jun, una sorridente ragazza thailandese. Marco
Collerone invece dimostra una pulsione poco controllata per il ministro Maria Elena Boschi, un sincero apprezzamento per i video di cani divertenti e ha anche un repertorio di scatti di prostitute di colore.
Il commento di ieri: «Io il black Friday lo faccio ogni sera». Non è dato sapere che ne pensi di tutto ciò la sua ragazza, una coetanea biondina che fa capolino tra una perla e l’altra.
Sono tantissimi anche i ragazzini, ancora minorenni, che disseminano il web di considerazioni irripetibili e la sera stessa si raccontano sorridenti in pizzeria con gli amici.
Nessuno reagisce co
n indignazione ai loro post, che anzi vengono incoraggiati da decine di “mi piace”. Ed è semplice dimenticare che la violenza nasce dalle parole, ancora prima che dagli schiaffi.
Nadia Ferrigo
(da “La Stampa”)
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Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
UNA DELLE PERSONE CHE HA VISTO IL SUO NOME SBATTUTO IN PRIMA PAGINA SCRIVE ALLA PRESIDENTE CHE LA INVITA ALLA CAMERA
Nei giorni scorsi Laura Boldrini ha pubblicato una scelta degli insulti che quotidianamente riceve su
Facebook: «Ho deciso di farlo anche a nome di quante vivono la stessa realtà ma non si sentono di renderla pubblica e la subiscono in silenzio. Ho deciso di farlo perchè troppe donne rinunciano ai social pur di non sottostare a tanta violenza. Ho deciso di farlo perchè chi si esprime in modo così squallido e sconcio deve essere noto e deve assumersene la responsabilità . Leggete questi commenti e ditemi: questa si può definire libertà di espressione?»
La curiosità della vicenda è che qualcuno, dopo aver evidentemente riflettuto sul suo operato, si è pentito(o ha avuto paura delle conseguenze) e ha chiesto scusa a Laura Boldrini per gli insulti.
È il caso di Maria Feliziani, che è stata invitata in seguito alla Camera (ma non potrà andare perchè deve lavorare nei campi, ha risposto) e poi oggi a Repubblica ha spiegato i motivi del suo pentimento: «Mi sono resa conto di aver fatto una cosa sbagliata, più grande di me, quando ho visto le critiche, i commenti che mi accusavano. Ho pensato che l’unica fosse chiedere scusa».
Ora potrà farlo anche di persona. «Non ci voglio andare (e gli occhi le si riempiono di lacrime, ndr), mi vergogno. Come faccio? Se lo sanno i miei figli chissà quante me ne dicono. E poi per andare a Roma devo perdere una giornata, abbiamo del lavoro da fare, tra una settimana ammazziamo il maiale. No, no, questa storia ha già fatto troppi danni».
Ha già detto a Laura Boldrini che non ci andrà ? «Sì, quando mi hanno chiamata non ci credevo, mi sono spaventata. I commenti su Facebook parlavano di denuncia, che sarebbero venuti i carabinieri. Ho avuto una paura terribile».
Perchè ha dato della poco di buono alla presidente della Camera?
«Non lo so nemmeno io, sarà stata la rabbia per come mi sento quando torno dal lavoro. Ho 61 anni, mi hanno rifiutato la pensione di invalidità anche se ho avuto tre interventi alla schiena. Dicono che non dipende dal lavoro, ma mi sono spaccata le vertebre lavorando prima nei tomaifici, poi nella cucina di un ristorante. Però devo aiutare in campagna, altrimenti non ce la facciamo. Non volevo offendere lei, era un insulto a tutti. Ero stanca, dopo una giornata in campagna, ho visto qualcosa che mi ha fatto pensare alle ingiustizie, ma non ce l’ho con lei, manco la conosco di persona, come faccio a giudicare? L’ho spiegato, è stata ignoranza».
C’è anche però chi ha sentito il bisogno, dopo gli insulti, di ribadire il concetto: è il caso di un tizio, che però, subito dopo ha reso questo status e il profilo “nascosto” (probabilmente cambiando la foto e la privacy della visualizzazione dei contenuti). Leoni da tastiera.
(da “Nextquotidiano”)
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Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
FILLON DATO VINCENTE SU JUPPE:’ 56% A 44%… CHI VINCE OGGI E’ NETTAMENTE FAVORITO CONTRO LA LE PEN AL BALLOTTAGGIO
Urne aperte dalle 8 alle 20 in Francia per il ballottaggio delle primarie del centro-destra.
la sorpresa del primo turno nel voto per scegliere il candidato della destra gollista, Les Republicains, alle presidenziali del 23 aprile 2017 (ballottaggio il 7 maggio) che hanno visto domenica scorso l’ex premier Francois Fillon, 62 anni, nettamente in testa (44%) davanti a Alain Juppè, 71 anni, fermo al 28%, oggi i due si contendono al ballottaggio la candidatura e, secondo molti, già l’Eliseo. I sondaggi (BfmTv) danno per favorito Fillon (56%), sostenuto anche dall’umiliato ex presidente Nicolas Sarkozy, giunto terzo domenica scorsa, mentre l’attuale sindaco di Bordeaux e anche lui ex premier Juppè è al 44%.
Salvo sorprese, quindi Fillon dovrebbe conquistare la candidatura dei Les Repubblicains e aprire una grandissima ipoteca sulla conquista dell’Eliseo.
A suo favore giocano le scarse chance di una significativa candidatura socialista: il presidente Francois Hollande è il più impopolare della V repubblica e deve ancora decedere se candidarsi. Non solo. Il premier Manuel Valls non è messo molto meglio.
Anche la fortissima candidatura della leader dell’estrema destra (Front National) Marine Le Pen, è data da tutti sì seconda al primo turno del 23 aprile, ma sconfitta al ballottaggio del 7 maggio 2017, quando si dovrebbe riunire il fronte di tutti i partiti che nel 2002 sbarrarono la strada al padre Jean-Marie, che aveva battuto clamorosamente il premier socialista Lionel Jospin ma venne sconfitto da Jacques Chirac.
LA SITUAZIONE A SINISTRA
Per la prima volta il premier francese Manuel Valls non esclude di presentarsi alle primarie della sinistra contro Francois Hollande.
In un’intervista a Le Journal du Dimanche, Valls risponde così a una domanda sull’eventualità che possa candidarsi alle primarie di gennaio: «Tutti devono riflettere responsabilmente, io prenderò la mia decisione in coscienza. Ho rapporti di rispetto, amicizia e lealtà con il presidente ma la lealtà non esclude la franchezza. Bisogna constatare che nelle ultime settimane il contesto è cambiato»
(da agenzie)
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Novembre 26th, 2016 Riccardo Fucile
E UN EX ATTIVISTA CINQUESTELLE CONTESTA DI BATTISTA E FICO: “IN TRE ANNI NON AVETE FATTO NIENTE, SIETE CAMBIATI”
Le buche nelle strade di Roma colpiscono ancora. 
Questa volta a farne le spese è stato Beppe Grillo, il leader del Movimento 5 Stelle, che durante il corteo dei pentastellati per il no al referendum è scivolato su un tratto di via Ostiense evidentemente dissestato ed è caduto per terra.
Il comico genovese dopo essersi rimesso in piedi ha scherzato: “Chi è stato? C’è qualche infiltrato? Ste c…di buche! Le buche nelle strade le vogliamo mettere a posto? Chi è che le deve mettere a posto?”.
Nella città a guida 5 Stelle la domanda, seppur ironica, tira in ballo la sindaca Virginia Raggi. Che, infatti, interpellata dai cronisti nel corso della stessa manifestazione, ovviamente dice che la colpa è degli altri, di chi l’ha preceduta, dimenticando che ormai sono sei mesi che dovrebbe amministrare la città : “Ci sono gli appalti che abbiamo avviato e i tempi necessari. Bisognerebbe capire perchè” sulle strade dissestate “non sono intervenuti prima”.
Dopo la ‘scivolata’ di Grillo le opposizioni partono all’attacco della sindaca. “Sono sei mesi che la Raggi governa, si fa per dire, Roma. E la città è allo sbando. Talmente allo sbando che oggi anche Grillo, il burattinaio della sindaca, è caduto in una delle innumerevoli buche presenti su tutte le strade della Capitale”.
“Mentre il leader dei 5 Stelle Beppe Grillo cade in una delle migliaia di buche di Roma e il sindaco Raggi annuncia gare d’appalto che servirebbero a stento a risolvere i problemi di un solo quartiere, i volontari di Tappami oggi erano in strada a mettere in sicurezza numerosi di questi crateri”.
Lo dichiara Cristiano Davoli, presidente dell’associazione Tappami che si occupa di tappare le buche stradali della Capitale.
“Di serial killer a Roma ci sono solo le buche, ormai talmente diffuse da costituire un pericolo senza precedenti. Solo organizzando il volontariato civico dei cittadini che possono dare una mano si può sperare di aumentare la sicurezza di pedoni e automobilisti. I 5 stelle di Roma, invece – conclude Davoli -, pensano solo ai soldi degli appalti per la manutenzione stradale. In attesa che si attenda l’arrivo di questi soldi la gente si fa male, cosi come oggi è successo a Grillo, o ancora peggio”.
Ma un altro momento poco allegro per il M5S è stato quando, durante il corteo, un militante “della prima ora” del Movimento ha affrontato i deputati Alessandro Di Battista e Roberto Fico. “Siete cambiati, non c’è interlocuzione con voi, in tre anni in parlamento non avete fatto niente”, ha detto.
Insomma una passeggiata irta di ostacoli e incidenti, quella di ieri per i Cinquestelle.
(da agenzie)
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