Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
UN AVVOCATO CHIAMA IN TRIBUNALE RAGGI, GRILLO E CASALEGGIO PRIMA UDIENZA IL 6 DICEMBRE… SOTTO ACCUSA IL”CONTRATTO” FIRMATO CON IL M5S: “E’ INELEGGIBILE E DEVE DECADERE”
Venerando Monello è un avvocato romano iscritto al Partito Democratico: il 23 maggio scorso ha presentato un ricorso al tribunale civile di Roma in cui affermava che Virginia Raggi era ineleggibile a causa del contratto firmato con la Casaleggio Associati; il 6 dicembre, racconta oggi Lorenzo D’Albergo su Repubblica Roma, avrà luogo la prima udienza viale Giulio Cesare, dove Monello ribadirà la propria linea: «La prima cittadina ha firmato un contratto abominevole con il M5S, è ineleggibile e deve decadere».
In tribunale saranno chiamati Virginia Raggi, Beppe Grillo e Davide Casaleggio.
Il contratto firmato dalla Raggi vìola gli artt. 3, 67 e 97 della Costituzione, l’art. 1 L. n. 17 del 1982 c.d. Spadolini, nonchè degli artt. 3, 7, 23 del Regolamento del Consiglio Comunale di Roma Capitale, spiegava all’epoca in una nota l’avvocato e Presidente dell’European Lawyers Association, che giudicava “del tutto palese il goffo tentativo di aggirare, attraverso il Contratto, il divieto di vincolo di mandato imperativo, nonchè dei principi di imparzialità , indipendenza e buon andamento costituzionalmente sanciti”.
“Quel contratto è un abominio renderebbe la Raggi una dipendente della Casaleggio. La mia iniziativa è innanzitutto negli interessi del M5S affinchè i loro eletti possano avere la stessa agibilità politica degli eletti degli altri partiti”.
“Avevo invitato pubblicamente, ma anche con raccomandata, l’avvocato Raggi a dare informazioni circa la firma di questo contratto invitandola a non farlo — diceva all’epoca l’avvocato Monello — Anche lei, come avvocato, sa perfettamente che questo contratto, che peraltro presenza vizi che a mio parere lo rendono nullo, sia una cosa abominevole”.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: Grillo | Commenta »
Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
AL LAVORO NELLA WAR ROOM DEL SI’ UNA CINQUANTINA DI GIOVANI SMANETTONI ALLA CACCIA DEGLI INDECISI: “IL VENTO STA CAMBIANDO”
Mancano dieci giorni e nella tana del giaguaro che tenta il sorpasso in corsa, non ci sono musi lunghi
da sconfitta annunciata.
Indirizzo, piazza Santi Apostoli 75, ma si potrebbe chiamare piazza delle vittorie dell’Ulivo, per quello che evoca nella memoria dei militanti anni ’90.
La Boschi è di casa, Matteo Renzi non ci ha ancora messo piede, ma la sua presenza qui, oltre a correre sul filo dell’etere, trasuda dai muri.
Nessuna sua fotografia, ma sulle pareti di questa war room molto all’americana quelle di gente comune, operai, ragazzi, donne, che narrano ad altri come loro i vantaggi del Sì per i cittadini. «Io voglio diminuire i politici e tu?», «Io voglio meno burocrazia e tu?», sono il perno della narrazione del “ragazzo di provincia”. Testimonial da marciapiede, tipo quelli usati da Hillary, anche se dirlo non porta bene.
Una cinquantina di giovani, 25-30 anni – educati, parlano a voce bassa, ben vestiti, niente piercing e dreadlock per capirci – smanetta sui pc.
Tra tavoloni e tavolini molti piddini e “leopoldini”, in quattro team all’opera: area video, call center, ufficio stampa, area sito e social. E sopra, la stanza del caffè.
I comunicatori multi-tasking sanno che quelli del No sono partiti prima e ora hanno più followers, ma non sono allarmati, «il vento è cambiato e si annusa nell’aria».
Il tassista fuori dal coro
«Allora jelo posso dì, voto pur’io Sì’». «E perchè mi aveva detto che votava No?». Una smorfia e un gesto come a dire che il perchè è ovvio. Il mood è che ora tutti si vergognano di confessare che votano a favore del governo, questo il succo della questione.
Dicono che il tassinaro romano sia un buon termometro del sentire popolare, la confessione che «tutti nel mio parcheggio votamo Sì, tranne uno che è cocciuto», la motivazione «abbiamo capito che quelli del No ce vogliono fregà », sono un tonico per i renziani in trincea.
Lo scambio di battute sull’auto bianca che la porta al Comitato, raccontato dalla campaign manager Simona Ercolani ai volontari, secondo loro è illuminante. E uno ti soffia nell’orecchio quella che deve apparire come la grande verità nascosta: «Non è vero che siamo sotto».
«Francesco, devi andare da Vespa e mi spiace, lo so che così saltano gli eventi in Sicilia», annuisce col capo l’ufficio stampa Rudy Calvo mentre chiama alla pugna il costituzionalista Clementi.
Sulle ginocchia cartellina divisa per fasce televisive, mattina, pomeriggio, sera. Da Mattino Live, a Del Debbio, spazi da riempire nella settimana clou, dal 28 novembre al 4 dicembre, ospiti in studio da piazzare. Intorno il brusio.
La bufala sulla guerra
Da fuori chiamano per sapere come fare un comitato e il «porta a porta», ma non solo. Al call center ci sono i laureandi e laureati, background giuridico per districarsi meglio. «Il fronte di sinistra – così lo chiama Piercamillo, responsabile dei contenuti del sito – ha lanciato pure questa bufala che con la riforma sarà più facile la dichiarazione di guerra e noi dobbiamo controribattere che non è vero».
«I sondaggi che a dieci giorni dal voto ci danno sotto caricano i ragazzi a impegnarsi sul territorio, sono un fattore mobilitante in questa fase», sorride Rudy Calvo.
E sul territorio tutti a battere sul «door to door», in tasca il kit del volontario, penna Usb con materiale, spillette, bracciali, matite.
Guru a caccia di indecisi
I guru americani di stanza qui ora non ci sono, «stamattina c’era il Cacciatore», così chiamano David Hunter, socio di Jim Messina, arruolato per la conquista del target più prelibato, i mitici «indecisi».
Apericene, format cool, per organizzare il consenso, cocktail rinforzati si sarebbe detto una volta per quei rendez vous nelle case chic.
Oggi è uno dei modi che questi ragazzi suggeriscono ai volontari sul campo. La Ercolani sfreccia da un lato all’altro, c’è il video di Franca Valeri per il Sì da render virale.
Camicia bianca, fisico asciutto, ingegnere in Technogym, Mattia 26 anni, guida il call center. «Diamo supporto ai volontari per fare i banchetti, visualizzare sulla mappa gli eventi. Cosa ci chiedono? Come si eleggono i senatori, i risparmi sui costi…».
La violenza della rete
E la polemica su Renzi che si dimette se perde? Nessuno ci pensa, esorcizzano la questione. Qualcuno ricorda che «quando lo disse a Natale scorso lanciando il referendum, dopo non ci fu alcuna polemica». Dunque la colpa non è sua. E lo scoramento, il timore di perdere? Nella tana del giaguaro si corre e basta.
L’unica paura è la violenza in rete, sulla pagina facebook del comitato hanno postato la foto di un proiettile, testimonial come il ballerino Roberto Bolle coperti d’insulti, «ogni slogan che lanciamo ci aggrediscono, stiano tutti molto più calmi»
Carlo Bertini
(da “La Stampa”)
argomento: Referendum | Commenta »
Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
TRA SONDAGGI TOP SECRET E CAMPAGNA PERMANENTE, RENZI TORNA OTTIMISTA
Dopo un mese raggelante per Matteo Renzi, dopo settimane e settimane durante le quali tutti gli istituti di sondaggio scandivano gli stessi numeri (il No in vantaggio di 5-8 punti), da 48 ore a palazzo Chigi si è allentata la tensione.
Il presidente del Consiglio confida: «Il clima nel Paese sta cambiando».
Una sensazione a “pelle”, o invece suggerita dalla lettura di istituti che convergerebbero nel segnalare un “risveglio”, magari timido, del Sì?
Impossibile saperlo e comunque scriverlo: nei 15 giorni che precedono le consultazioni elettorali è vietata la pubblicazione dei sondaggi.
E dunque soltanto la notte del 4 dicembre si capirà se negli ultimi giorni si stia concretizzando il fenomeno che Renzi sta preparando da mesi: il cambio del “clima” e delle intenzioni di voto nell’ultima settimana prima del voto, quella nella quale l’approssimarsi della scadenza può indurre scarti significativi.
Il presidente del Consiglio ci crede.
Lo dice, perchè deve dirlo, nei comizi. Ma lo dice anche nelle riunioni ristrette: «Vinciamo largo…». Training autogeno, certo. Motivazione delle truppe, certo. Ma Matteo Renzi, dopo aver fatto due mesi fa una apparente autocritica, dicendo che «è stato un errore personalizzare», da quel momento si è reso protagonista della più massiccia partecipazione personale di un presidente del Consiglio ad una campagna elettorale in tutto il dopoguerra.
Una campagna permanente fatta di comizi in quasi tutte le province, di una partecipazione senza precedenti a talk show e Tg, di una presenza potenziata sui social network.
Il tutto rafforzato da una presenza capillare, che sta sfuggendo ai media nazionali e che proseguirà anche negli ultimi cinque giorni: interviste a tappeto alle radio e alle tv locali. L’ambizione di una copertura totale, di un “total body”, al quale l’elettore medio è quasi impossibilitato a sfuggire.
Una campagna che ha fatto segnare una progressiva “grillizzazione” nei toni, nel modo di apostrofare gli avversari, per non parlare di un risvolto del tutto originale per un capo di governo: oramai nei comizi Renzi fa l’imitazione di Silvio Berlusconi, di Matteo Salvini, ma anche di un suo ministro, Dario Franceschini.
Anche se negli ultimi cinque giorni di campagna, Renzi agiterà in modo ripetitivo tre concetti, quelli capaci di smuovere nel profondo l’elettorato: il più importante di tutti è la paura del «salto nel vuoto» (espressione che Renzi si è tenuta per gli ultimi giorni); lo sbandierare il pericolo del «governo tecnico», scommettendo sulla sua impopolarità ; l’uno contro tutti, il Renzi contro la vecchia nomenclatura.
Messaggi espliciti e subliminali che non sono sfuggiti ad un personaggio come Mario Monti.
Intervistato da Maria Latella a Sky Tg24, l’ex presidente del Consiglio ha detto: «Non credo ci sia la necessità di governi tecnici, senza che questo diventi un mantra in positivo o in negativo. Io nè auspico nè prevedo ci sia un governo tecnico. E prevedo che il capo del governo resterà Matteo Renzi».
E quanto al presidente del Consiglio in carica, negli ultimi cinque giorni, oltre ad una presenza massiccia in tv, continuerà a girare per il Paese.
Anche venerdì 2 dicembre: per la chiusura quasi certamente Renzi sarà in due grandi città del Sud e la sera chiusura della chiusura nella sua Firenze.
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
argomento: Referendum | Commenta »
Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
MPS VICINA AL MINIMO STORICO… TIMORI LEGATI AL REFERENDUM
Le banche affossano piazza Affari per i timori legati al 4 dicembre. Schizza lo spread, Mps vicina al
minimo storico
Avvio da cancellare per piazza Affari, che viene trascinata giù, a -2%, dal crollo dei titoli bancari.
Segno rosso, con pesanti perdite, per Banco Popolare (-4,04%), Bpm (-3,76%), Unicredit (-3,55%), Intesa (-2,52%), Bper (-3,95%), e Ubi (-2,24%).
Preoccupa Mps, subito sospesa dopo una breve fase di contrattazione.
Il titolo è entrato in asta di volatilità dopo aver registrato un crollo del 7,3 per cento. Sul capitombolo delle banche pesano i timori di un’affermazione del No al referendum costituzionale del 4 dicembre.
Per il Financial Times, che cita fonti ufficiali e bancarie di alto livello, se si dovesse verificare questo scenario, otto banche, tra cui Siena, saranno a rischio fallimento.
Situazione complicatissima per Monte dei Paschi di Siena.
Le azioni sono di fatto sospese dall’avvio della seduta. Tra i pochissimi contratti conclusi, l’ultimo è stato siglato a 17,56 euro (-12,2%), in prossimità del minimo storico.
La capitalizzazione si aggira intorno al mezzo miliardo di euro. Rocca Salimbeni avvia oggi l’offerta per la conversione dei bond subordinati. Il periodo di adesione è compreso tra il 28 novembre e il 2 dicembre, salvo un’eventuale proroga.
Operazione su cui la banca senese punta moltissimo perchè punta a raccogliere circa 1,5 miliardi di euro, fondamentali per centrare l’obiettivo dell’aumento di capitale, pari a 5 miliardi di euro, che è una delle condizioni imprescindibili per evitare il bail-in.
Sotto i colpi dei timori per il referendum anche lo spread. Parte male la seduta per i titoli di Stato sul mercato secondario con lo spread tra Btp e Bund a ridosso di quota 190. Il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e tedeschi sale a quota 189 punti, livello ai massimi da oltre due anni e mezzo.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Referendum | Commenta »
Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
“BASTA CON QUESTO PARTITO NAZIONALE, I MILITANTI SONO STANCHI”… “LUI DICE CHE HA I VOTI? I VOTI NON SERVONO A NULLA SE NON SAI PER COSA LI PRENDI”
Il Senatùr torna nell’arena in un pomeriggio qualsiasi di novembre. Per bocciare la Lega Nord formato nazionale e mettere un’ipoteca sul futuro del Carroccio. “Rischia di cambiare la Lega? No, rischia di cambiare il segretario, la base non vuole più Salvini, non vuole più uno che ogni giorno parla di un partito nazionale”.
Umberto Bossi piazza la zampata a margine della festa per i 30 anni della prima sede del Carroccio, in piazza del Podestà , a Varese
Proprio quando la Lega è chiamata a dimostrare di poter aspirare al rango di partito nazionale e Matteo Salvini si gioca le proprie chance per mettersi alla guida del centrodestra, il presidente lancia il suo richiamo alle origini e mette nel mirino il segretario nazionale, chiedendo che si tenga il congresso federale al più presto, visto che “il 16 dicembre scade il mandato”.
E chi dev’essere il nuovo segretario? “Lo deciderà il congresso — ha risposto — il congresso è sovrano”.
“Salvini ha i voti? I voti non servono a niente, se non sai per che cosa li prendi“, ha aggiunto Bossi parlando con i giornalisti.
Secondo l’ex leader della Lega, “alla base, soprattutto in Lombardia e in Veneto, non frega niente dell’Italia“.
Quindi, a suo avviso, ci vuole un nuovo congresso federale che stabilisca una linea, anche se per Bossi la linea è una sola: l’indipendenza della Padania, che è scritta nel primo articolo dello Statuto della Lega Nord.
E, possibilmente, “un nuovo segretario, uno che si attenga allo Statuto e non faccia quello che vuole”.
La prima sede del movimento a Varese, aperta nel 1986, è un bilocale, ancora in affitto.
Il Senatùr si è seduto alla scrivania, sigaro in bocca. E ha salutato i militanti, alcuni c’erano già trent’anni fa.
Poi ha tagliato la torta insieme a Roberto Maroni e all’ex senatore Giuseppe Leoni, fra i fondatori della Lega Lombarda con Bossi nel 1984.
Mentre si alzava dalla scrivania, Bossi ha notato un manifesto dell’epoca con lo slogan Più lontani da Roma, più vicini all’Europa.
“Bisogna mandarlo a Salvini!”, ha esclamato, scoppiando in una risata.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: Bossi | Commenta »
Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
CONFRONTO A DISTANZA TRA RENZI E BERLUSCONI SU CANALE 5
Matteo si ispira a Silvio a casa Berlusconi. Anzi, di più. Renzi tenta il gioco della sostituzione. Veste i
panni politici, a volte retorici, del leader di Forza Italia e patron di Mediaset per sfondare tramite Canale 5 nell’elettorato berlusconiano.
Lo fa nel confronto a distanza con il leader di Forza Italia nel salotto di Barbara D’Urso di Domenica Live.
In fondo l’aveva detto a fine settembre: “Inutile girarci intorno. I voti di destra saranno decisivi al referendum”.
E infatti Matteo Renzi nello sprint finale strizza l’occhio al popolo di centrodestra e non attacca mai Silvio Berlusconi, piuttosto ne fa un elogio di quando, da presidente del Consiglio, voleva riformare la Costituzione e gli è stato impedito a causa della bocciatura nel referendum del 2006.
Renzi intreccia il piano personale a quello politico e dice: “Mi ha colpito molto una dichiarazione di Berlusconi dell’8 giugno 2006, quando disse che se gli italiani avessero votato no alla sua riforma non sarebbe cambiato nulla per anni. Me lo ricordo quel giorno perchè è nata mia figlia Ester, che adesso ha dieci anni. Se ora il vince il no quando vedremo la prossima riforma, quando mia figlia avrà 20 anni?”.
Quasi a sposare quella riforma che venne bocciata nelle urne, Renzi punta sulla spaccatura nell’elettorato di destra e spera di invogliare coloro che dieci anni fa votarono Sì a fare lo stesso il 4 dicembre in nome del cambiamento.
Lo slogan berlusconiano di dieci anni fa sembra lo stesso del renzismo di oggi: “Se voti No non cambia nulla”.
Nel tutti contro Renzi, il premier sa bene che deve guardare al di là del Pd: “In questo referendum i partiti non contano niente, decidono i cittadini”.
Quindi: “Non voglio minimamente fare polemica con gli altri”. Nè tantomeno con Berlusconi, che in studio, tra l’altro, era stato accolto da una standing ovation.
Tuttavia il presidente del Consiglio ricorda, e qui si rivolge di nuovo all’elettorato di centrodestra ma senza alzare i toni, che Forza Italia in primo momento aveva votato Sì sia alla riforma costituzionale sia alle legge elettorale.
Circostanza che Berlusconi non smentisce: “All’inizio l’abbiamo condivisa anche noi. E facemmo un patto con Renzi per lavorare insieme ma poi il premier in Consiglio dei ministri decise sul nuovo Senato senza consultarci”.
A proposito dell’apertura del leader di Forza Italia a sedersi al tavolo per rivedere la legge elettorale, Renzi si rivolge direttamente a Berlusconi: “Siccome riguarda tutti la cambiamo ma non c’entra niente con la riforma costituzionale che riguarda il numero dei politici, non il modo in cui vengono eletti. Vogliamo fare un accordo? Ok, la legge elettorale si cambia. Ma l’importante è che poi Berlusconi non ricambi idea. Ma non c’entra niente con il Sì o No”.
Ed è qui che Renzi inizia con i toni anti Casta per far leva sull’antipolitica: “Diminuiamo i parlamentari e le leggi avranno un iter più veloce. Questa riforma non è per il governo di adesso, ma per il governo del futuro. Se volete cambiare le cose e dire basta alla Casta c’è la matita il 4 dicembre. O per i prossimi 10, 15, 20 anni, io vi guarderò discuterne dalla tv con i pop corn”.
È malinconico il saluto che fa il premier direttamente dagli studi di Canale 5 : “Il 22 dicembre ci sarà l’inaugurazione della Salerno-Reggio Calabria. Sicuramente sarà inaugurata, poi vedremo chi ci sarà al governo…”.
Anche qui Matteo come Silvio. Teme che la sua riforma venga bocciata come fu per quella di Berlusconi dieci anni fa.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Renzi | Commenta »
Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
MATTARELLA IRRITATO PER I SOSPETTI PREVENTIVI DI BROGLI
Anche per il Quirinale i toni incandescenti del dibattito pubblico rischiano di rendere la sfida del 4 dicembre «aberrante», per stare alla definizione data da Napolitano.
Ma, posto che un certo grado d’imbarbarimento sia scontato in una consultazione divisiva com’è sempre un referendum, è un’altra la questione che davvero preoccupa, lassù, in questi giorni: la minaccia preventiva di non riconoscere il risultato delle urne. A lanciarla alcuni esponenti del fronte del No, con l’annuncio di ricorsi pronti a scattare se il voto degli italiani all’estero risulterà decisivo, ciò che potrebbe insinuare dubbi sulla stessa legalità dell’appuntamento elettorale.
Una mossa che, dopo le tante pressioni esercitate da vari fronti, aggiunge un elemento destabilizzante (infatti veicola il sospetto di brogli, prospettiva poco sopportabile da una democrazia) a uno scenario già sovraccarico di emotività politica e incognite istituzionali.
Ancora una settimana ed entrerà in gioco il presidente della Repubblica, evocato da tutti con una doppia aspettativa: 1) nel caso che una vittoria del No sfoci in una crisi di governo, dovrà rimettere in equilibrio il sistema e farlo ripartire o, se questo si rivelerà impossibile, decretare la fine della legislatura; 2) anche se vincesse il Sì, dovrà ridare coesione e serenità a un Paese lacerato, in modo che si torni a lavorare insieme dopo una campagna elettorale lunghissima.
Qualche punto fermo.
Per come Sergio Mattarella si è fatto conoscere interpretando il ruolo, non dobbiamo pensare che tutto sia sempre nelle sue mani e comunque al momento non ci sono le condizioni perchè si assuma la responsabilità che si prese, ad esempio, Napolitano in certe stagioni complesse, con i governi Monti e Letta.
Insomma: un presidente agisce in quanto interpreta qualcosa che emerge da un sistema politico-istituzionale.
E oggi una maggioranza c’è, e alla Camera è anzi assoluta per effetto del premio sancito dalla legge che ha premiato il Pd.
Mentre è assai arduo immaginare che se ne possano costruire altre.
Di qui partirà la sua analisi quando, nell’ipotesi che un Renzi sconfitto si presenti davanti a lui dimissionario (non è costituzionalmente obbligato a farlo, ma è stato lui stesso a legare la propria sorte politica al referendum, indicandolo alla stregua di una fiducia), scatteranno le procedure dell’articolo 88 della Carta.
A quel punto è prevedibile che il capo dello Stato lo rinvii alle Camere, e non solo per un atto di cortesia, ma perchè l’esperienza repubblicana, dopo l’approvazione delle leggi maggioritarie, contempla appunto passaggi parlamentari, che servono a chiarire sul da farsi e a orientare le fasi successive.
Passaggio successivo: le consultazioni.
Su queste avrà un inevitabile peso il problema della legge elettorale da riformare, visto che si dà per scontata una bocciatura dell’Italicum da parte della Consulta, tra gennaio e febbraio.
Alle correzioni potrebbe provvedere Renzi stesso, accantonando le sue recenti promesse («non voglio galleggiare») e accettando un mandato bis che in molti gli chiedono già .
Incarico con un esecutivo finalizzato a tale missione, non un governo da classificare nella chiave minimalista «di scopo», perchè sappiamo che ogni governo è politico e di pieni poteri. Sempre.
Alternative è arduo ipotizzarne, anche se non sono da escludere.
Basta considerare che, quando si materializza una crisi, l’articolo 88 è una traccia «a tema libero», che permette al presidente di agire andando oltre la scarna regola procedurale.
Ciò che, per capirci, fa azzardare pure un mandato esplorativo (a Grasso?), qualora la situazione si impaludasse.
È chiaro che saranno cruciali tre elementi: lo scarto del voto, i calcoli politici interni alla maggioranza, l’istinto di conservazione del Parlamento.
Sarà su queste variabili che si giocherà il futuro della legislatura. E Mattarella dovrà avere la pazienza di percorrere tutte le strade e far decantare tutte le tensioni se vorrà garantire la stabilità alla vigilia della Finanziaria.
Marzio Breda
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
FILLON BATTE JUPPE’ 68% A 32%… NEL SUO PROGRAMMA: MENO TASSE SOLO AI PIU’ RICCHI, TAGLI DI 500.000 POSTI NEL PUBBLICO IMPIEGO, 48 ORE DI ORARIO DI LAVORO, PENSIONE A 65 ANNI, FINE DELLA SANITA’ GRATUITA AI PIU’ POVERI, GREMBIULI AGLI ALLIEVI A SCUOLA, POLITICA ESTERA FILORUSSA
Marine Le Pen sembra avere un nuovo rivale, con il quale dovrà confrontarsi sullo stesso terreno di
gioco per convincere i francesi prima delle elezioni presidenziali del prossimo anno.
Franà§ois Fillon si è aggiudicato il ballottaggio delle primarie dei Rèpublicans con il 68,3% delle preferenze, distaccando di 37 punti Alain Juppè, rimasto fermo al 31,6%. Un risultato provvisorio che verrà confermato solamente in tarda serata.
In quest’ultima settimana il sindaco di Bordeaux non è riuscito a colmare lo scarto accumulato domenica scorsa al primo turno, quando il suo rivale ha riportato un risultato del tutto inaspettato, ottenendo il 44% delle preferenze
L’ex premier di Sarkozy è stato protagonista di un’improvvisa escalation che nell’ultimo mese lo ha proiettato in cima alle preferenze.
Le proposte moderate di Juppè non hanno convinto gli elettori di destra, che si sono orientati verso idee più radicali e gaulliste.
L’affluenza di oggi ha testimoniato l’importanza data dai francesi a queste primarie, le prime organizzate nella storia della destra e considerate da molti come uno dei principali test in vista delle prossime presidenziali, previste tra maggio e aprile del prossimo anno. Alle 17h00 avevano già votato 2,9 milioni di persone, una mobilitazione leggermente maggiore rispetto a quella del primo turno, che alla stessa ora aveva registrato 2,8 milioni di elettori.
La candidatura di Fillon all’Eliseo costringerà i suoi avversari a ridisegnare le strategie preparate in questi ultimi mesi. L’uscita di scena di Sarkozy e Juppè ha stravolto tutti i piani, costringendo analisti e osservatori a disegnare nuovi scenari politici.
Il programma di Fillon si posiziona in diretta concorrenza con il Front National di Marine Le Pen grazie ad una serie di proposte sociali di stampo conservatore ottocentesche.
L’ amicizia con il presidente russo Vladimir Putin, l’endorsement della Manif pour Tous, (movimento cattolico contrario ai matrimoni omosessuali), e le sue posizioni antiabortiste e ultracattoliche potrebbero attirare le simpatie dell’elettorato dell’estrema destra francese, livellando così lo svantaggio che i Rèpublicains avrebbero nei confronti del partito lepenista.
Tra le proposte di Fillon il taglio di 500mila posti di funzionari pubblici, l’abolizione delle 35 ore portando l’orario legale di lavoro a 48 ore, meno tasse per i ricchi e austerità generalizzata per i più modesti, età della pensione a 65 anni e fine della sanità gratuita per i più poveri.
Fillon ha anche evocato l’idea di rivedere i manuali scolatici di storia, per tornare alla «narrazione nazionale» di un tempo (vuole mettere anche i grembiuli agli allievi).
Secondo il vice presidente del Front National, Florian Philippot, i progetti presentati da Fillon conterrebbero alcune idee di una “violenza inaudita”, definendo la figura del candidato repubblicano come una “Tatcher con 30 anni di ritardo”.
Questa competizione tra destra ed estrema destra potrebbe andare a vantaggio del Partito Socialista, lacerato da una crisi interna che ne sta mettendo a repentaglio la stabilità .
In un’intervista rilasciata questa mattina a Le Journal de Dimanche, il Primo Ministro Manuel Valls non ha escluso una sua candidatura alle prossime primarie della sinistra, previste per il 22 e 29 gennaio.
“Prenderò la mia decisione con coscienza” ha detto Valls, riconoscendo che “nelle ultime settimane il contesto è cambiato”. Parole, queste, pronunciate nell’attesa che anche Franà§ois Hollande sciolga le riserve su una sua eventuale discesa in campo. Secondo indiscrezioni trapelate in questi giorni, la dirigenza del partito vedrebbe di buon occhio una candidatura del Primo Ministro, dato nei sondaggi al 65% contro Hollande, fermo al 23%.
Il tasso di popolarità del Presidente è ai minimi storici, con solo il 4% dei francesi che giudicano positivamente il suo operato.
Un record in negativo che prima di oggi nessun presidente della V° Repubblica aveva mai raggiunto.
Contro le sue posizioni conservatrici, giudicate spesso reazionarie, la sinistra dovrebbe tornare sui suoi passi, rivedendo alcune decisioni prese durante quest’ultimo mandato, prima fra tutte la tanto contestata riforma del lavoro.
Per riuscire nell’impresa, l’intero partito socialista dovrà far fronte all’avanzata delle destre francesi in modo compatto e unito, un atteggiamento che per il momento sembra essere lontano dalla realtà .
(da agenzie)
argomento: Europa | Commenta »
Novembre 27th, 2016 Riccardo Fucile
SOSPETTI DI HACKERAGGIO ANCHE IN ALTRI DUE STATI CHIAVE
Si ricontano i voti.
La Commissione elettorale del Wisconsin ha deciso di accogliere il ricorso presentato dalla candidata dei Verdi, Jill Stein, non senza aver prima incassato i 5 milioni di dollari necessari per coprire le spese.
In questo Stato del Nord industriale, Donald Trump ha vinto di misura, e a sorpresa, l’8 novembre, raccogliendo 1.409.467 preferenze contro 1.382.210 di Hillary Clinton. Stein ha ottenuto solo 31.006 consensi e l’altro candidato che ha firmato la petizione, Rocky Roque De La Fuente, del partito riformista, ancora meno: 1.514.
I due, però, sollevano una questione di regolarità generale, chiedendo la revisione anche in Michigan e in Pennsylvania.
La tesi del duo Stein-De La Fuente è che ci siano state manipolazioni interne o intrusioni di hacker nei computer degli uffici elettorali.
Prove? Nulla di stringente, per ora. Solo analisi elaborate da esperti e accademici, tra i quali J. Alex Halderman, dell’Università del Michigan.
Con un sospetto cardine: nei distretti in cui si è proceduto alla vecchia maniera, urne e schede di carta, l’esito è stato più favorevole a Clinton rispetto ai collegi in cui si è adottato il voto elettronico.
Il meccanismo prevede la ripartizione di 538 grandi elettori Stato per Stato, sulla base della somma dei deputati e senatori espressi da ogni singolo territorio.
Diventa presidente chi raggiunge la soglia di 270 rappresentanti. Trump ne ha totalizzati 290; Clinton 232.
Mancano i 16 grandi elettori del Michigan, dove però «The Donald» è già dato vincente. Il Wisconsin esprime 10 seggi. Da solo, non basterebbe a ribaltare il risultato finale.
Ma se il riconteggio fosse accettato anche in Michigan (16 grandi elettori) e in Pennsylvania (20), tornerebbe in gioco un pacchetto decisivo di 46 rappresentanti.
A quel punto, se in tutti e tre gli Stati il verdetto finale a favore di Trump fosse capovolto, Hillary si ritroverebbe nello Studio Ovale con 278 rappresentanti.
Ma prima che intervenisse lo staff di Obama, Marc Elias, consigliere generale della campagna di Hillary, aveva precisato: «Non ci risultano indizi di hackeraggio». Tuttavia Elias annuncia che gli esperti della sua squadra parteciperanno al nuovo scrutinio in Wisconsin ed eventualmente in Michigan e in Pennsylvania.
Le regole consentono a tutte le parti in causa di assistere al ricalcolo e impongono a chi presenta ricorso di pagare le spese.
Stein ha raccolto i fondi per cominciare dal Wisconsin e, sembra di capire, lo staff di Hillary assisterà , ma senza versare un dollaro.
Non resta molto tempo.
Il 19 dicembre 2016 si riuniranno i 538 delegati per ratificare la nomina di Trump.
Giuseppe Sarcina
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Esteri | Commenta »