Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
IL SENATORE DI GAL PEPE IPOTIZZA LO SCOPPIO DI BOMBE FATTE ESPLODERE AD ARTE… AL DELIRIO REFERENDARIO MANCAVA ANCORA “LA STRATEGIA DELLA TENSIONE”
“State lontani dalle camionette. Può accadere che la settimana prima di un referendum importante
in cui il governo va sotto il destino delle genti italiche possa essere indirizzato da una bomba o da una bombetta…”.
E’ il tweet choc del senatore di Gal Bartolomeo Pepe.
Il cinguettio del parlamentare ex Movimento 5 Stelle ha subito innescato la polemica. “Assistiamo ormai senza sosta a una escalation verbale inaccettabile, a richiami alla violenza e all’insulto che gli italiani che vogliono bene alla democrazia nel nostro paese non meritano”, denuncia il comitato referendario Basta un Sì di fronte all episodio definito “inquietante” del senatore Gal Bartolomeo Pepe che su twitter evoca timori di bombe fatte esplodere ad arte per influenzare l’esito del referendum del 4 dicembre.
“Più che a una strategia della tensione d’altri tempi, da queste parole emerge solo una tensione e un’irresponsabilità scellerate e fuori luogo – attacca il comitato referendario – che mal si addicono a dichiarazioni rilasciate da un membro delle istituzioni degno di rappresentare il popolo italiano. Noi tutti – conclude il comitato – siamo impegnati a condurre una campagna serena e basata sui contenuti della riforma e siamo convinti che il nostro paese non abbia ulteriore bisogno di alimentare divisioni e ostilità “.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
L’ANAC CHIEDE DOCUMENTI SUL RUOLO DEL CAPO DEL PERSONALE DELLA RAGGI
Roma Capitale dovrà fornire ad Anac informazioni e documentazione sul ruolo di Raffaele Marra come capo del personale e in particolare sulla vicenda relativa alla nomina di suo fratello, Renato Marra, alla guida della direzione turismo.
La scorsa settimana, a quanto si apprende, è partita una richiesta dell’Anac diretta al Responsabile anticorruzione del Comune con cui si chiede di fornire indicazioni e documenti necessari per valutare eventuali violazioni.
L’istanza dell’Autorità nazionale anticorruzione mirerebbe a fare chiarezza su tutti gli incarichi dirigenziali assegnati e si focalizza sulla nomina di Renato Marra, visto il rapporto di parentela.
La posizione di Marra, già collaboratore dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, è finita più volte sotto i riflettori in questi mesi, l’ultima pochi giorni fa quando è emerso da articoli di stampa che la procura di Roma sta indagando sulle nomine fatte dall’amministrazione del sindaco Virginia Raggi.
Sebbene anche una parte dei Cinquestelle avesse chiesto che fosse rimosso, il 10 novembre, quando c’è stata una rotazione dei dirigenti comunali, Raffaele Marra è stato confermato al suo posto e suo fratello Renato è passato dalla polizia municipale, dove era capo della sezione sull’abusivismo commerciale, alla guida della nuova direzione turismo. Una scelta che aveva suscitato polemiche, visto il rapporto di parentela tra i due e possibili profili di conflitto d’interesse.
Ora è la stessa Anac a volerci vedere chiaro, per verificare se le regole siano realmente state rispettate e quale sia stato il ruolo di Marra rispetto alla nomina del fratello.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
NEL 2015 L’AZIENDA MILANESE HA INCASSATO 18 MILIONI DI EURO, QUELLA ROMANA MENO DI OTTO
L’ultima trovata, a Roma, è il controllore fisso sul bus. 
Deve essere parso strano, in effetti, che nel 2015 a Milano l’azienda del trasporto pubblico locale Atm registrasse multe per oltre 8 milioni di euro, mentre nella Capitale l’Atac si fermava a poco più di 1 milione.
E al di là del singolo caso, è un confronto, quello tra l’azienda romana e quella milanese, che può aiutare ad avere un quadro più chiaro del caos in cui Atac sta affondando.
Lo spunto nasce dalla presentazione alla Fondazione Luigi Einaudi di uno studio firmato da Aduc, l’Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori, che ha voluto mettere allo specchio i bilanci e i dati forniti dalle due municipalizzate nel 2015.
Mai come in questo caso, si può dire che un’azienda sia fatta degli uomini che ci lavorano.
L’Atm ha poco più di 9 mila dipendenti, contro gli oltre 11 mila dell’Atac tra i quali risalta un gran numero di quadri e dirigenti.
Rispetto ai colleghi romani, ogni dipendente dell’Atm di Milano costa mediamente il 14 per cento in più, è vero, ma ottiene per l’azienda un fatturato medio superiore del 24 per cento.
Per valutare un servizio di trasporto pubblico è poi necessario scendere in strada.
Il primo dato è un colpo allo stomaco: tra il 2014 e il 2015, Atac ha soppresso oltre 653 mila corse.
La metà delle volte, a causa di un guasto alle vetture che hanno, secondo lo studio, un’età media di dodici anni contro i nove dei mezzi milanesi.
Pesa, in questo senso, l’enorme debito di Atac nei confronti dei fornitori e la conseguente difficoltà nel reperire pezzi di ricambio.
Per le corse soppresse delle metropolitane romane, invece, la causa è una volta su due riconducibile alla mancanza di personale. Nonostante gli 11 mila dipendenti.
A Roma, poi, i mezzi che escono nelle ore di punta sono circa 1200, contro i 1500 previsti dal piano industriale.
Eppure, a fronte di una diminuzione di chilometri percorsi, si è registrato un aumento dei costi di produzione – denuncia l’Aduc – saliti da una stima di 945 milioni di euro a oltre 1 miliardo di euro effettivi. E anche la capacità di Atac di autofinanziarsi, senza attingere all’esterno, è stata sovrastimata: si contava di arrivare a sfiorare i 100 milioni di euro e ci si è dovuti fermare a poco più della metà .
A Milano, sempre nel 2015, la tendenza era opposta, con 163 milioni di euro di finanziamenti coperti con risorse proprie.
La qualità dell’offerta si riflette in prima battuta sulle vendite dei biglietti e degli abbonamenti.
A Roma sono scese dai 275 milioni di euro del 2014 ai 260 del 2015, senza segnare un’inversione di rotta nel 2016, nonostante il Giubileo.
Milano mantiene invece un trend positivo, tanto da registrare, nel primo quadrimestre del 2016, una crescita di introiti provenienti da abbonamenti e ticket di viaggio di circa il 30 per cento rispetto agli stessi mesi dello scorso anno.
Un buon termometro per valutare lo stato di salute di un’azienda è dato anche dagli introiti pubblicitari.
Mentre Atm, nel 2015, incassava più di 18 milioni di euro, l’azienda romana riusciva a racimolarne meno di 8 milioni.
La distanza tra le due realtà appare incolmabile. Atac, nei piani del Movimento 5 stelle capitolino, dovrebbe tornare ad un livello di competitività tale da riuscire a partecipare alla gara indetta dal Campidoglio nel 2019, con cui verrà riassegnato l’affidamento del servizio di trasporto pubblico nella Capitale.
Speranze che, per ora, si stanno scontrando con la dura realtà di un debito da 1 miliardo e 300 milioni di euro. Virginia Raggi, però, punta i piedi. Ogni altra ipotesi, dal commissariamento alla privatizzazione, va considerata come un’eresia.
D’altronde, come potrebbe abbandonare ciò che in campagna elettorale chiamava il «fiore all’occhiello di Roma»?
Federico Capurso
(da “La Stampa”)
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Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
SEI UFFICIALI INDAGATI PER TRUFFA DOPO IL PRESUNTO SUICIDIO DI UN CAPITANO TROVATO MORTO A KABUL… IL TITOLARE DELL’AZIENDA RISULTA VICINO AD AMBIENTI DEL TERRORISMO
La blindatura dei veicoli civili noleggiati dall’Italia in Afghanistan era più leggera (e quindi meno cara) di quella pattuita.
E il titolare della ditta di riferimento era considerato “vicino ai terroristi”.
Per questi motivi, sei ufficiali italiani sono stati iscritti nel registro degli indagati per truffa militare aggravata dalla procura militare di Roma.
La blindatura più leggera avrebbe potuto mettere a serio rischio, sostengono gli inquirenti, il personale cui erano destinati.
I carabinieri dell’Ufficio di polizia giudiziaria della Procura militare di Roma hanno ascoltato centinaia di militari, in Italia e nei teatri operativi, a tutti i livelli.
Gli inquirenti, coordinati dal procuratore militare di Roma Marco De Paolis e dal sostituto Antonella Masala, hanno disposto diverse consulenze informatiche e balistiche e sottoposto a sequestro 28 veicoli civili blindati in quel momento nella disponibilità del contingente militare italiano schierato ad Herat.
Quattro container sono stati invece riempiti con documenti amministrativi e contabili, partiti da Herat alla volta di Roma, per essere esaminati.
L’indagine è nata dal suicidio di un ufficiale italiano a Kabul.
Il capitano Marco Callegaro, di 37 anni, sposato e con due figli, era appena tornato da una licenza in Italia e nella notte tra il 24 e il 25 luglio 2010 venne trovato morto nel suo ufficio all’aeroporto di Kabul ucciso da un colpo di pistola.
Ma il fatto fu subito archiviato come suicidio, anche se i genitori del militare — che prestava servizio come capo cellula amministrativa del comando ‘Italfor Kabul’ — hanno più volte sollevato dubbi sulla drammatica fine del figlio.
Dopo la morte di Callegaro, De Paolis e da Masala hanno coordinato le indagini che hanno portato alla luce un presunto giro truffaldino portato avanti da alcuni ufficiali che, con i loro comportamenti, non avrebbero esitato ad esporre a rischio i loro colleghi.
In particolare, i sei ufficiali finiti nel registro degli indagati, avrebbero taciuto il dato della difformità del livello di blindatura di tre veicoli commerciali destinati all’Italian Senior Officer, cioè l’ufficiale italiano più alto in grado in Afghanistan, rispetto alle caratteristiche pattuite nel contratto di noleggio con una ditta afgana.
L’intera pratica incriminata — corredata da un certificato di blindatura contraffatto — venne curata dagli uffici amministrativi di Kabul dove Callegaro lavorava.
Gli inquirenti che stanno indagando hanno dipinto un quadro “sconcertante“, di “reiterata contrattazione con una ditta afgana” che sarebbe stata illecitamente favorita.
L’azienda in questione, variamente denominata nel corso degli anni, faceva sempre capo ad un individuo risultato, si apprende da fonti degli inquirenti, vicino ad ambienti terroristici internazionali.
La condotta contestata ai sei ufficiali indagati si articolava in una molteplicità di omissioni dolose: una fra tante, la designazione a membri delle Commissioni di collaudo dei veicoli blindati di soggetti del tutto privi di qualsiasi cognizione di carattere tecnico, o in materia di blindatura, e ai quali venivano peraltro negati anche i basilari strumenti di lavoro e riscontro (capitolati tecnici, documenti dei veicoli, eccetera).
Tutto ciò, sostengono gli inquirenti, per impedire qualsiasi possibilità di verifica e favorire la ditta afgana proprietaria dei veicoli che venivano noleggiati.
I fatti sotto risalgono al maggio del 2010, quando gli uffici amministrativi del contingente italiano contestarono formalmente alla ditta di noleggio afgana il carente livello di blindatura dei tre mezzi.
Nonostante ciò, qualche tempo dopo dagli stessi uffici arrivò il via libera al pagamento delle fatture per il noleggio delle tre vetture: quasi centomila euro per cinque mesi, dall’1 marzo al 31 luglio 2010.
Così facendo gli indagati avrebbero procurato alla ditta afgana l’”ingiusto profitto” di 35mila euro, pari al maggior canone pagato per il noleggio di tre veicoli meno blindati del pattuito, provocando un danno corrispondente all’amministrazione militare.
Come ha ricostruito l’Ansa, il procuratore De Paolis si appresta a chiedere il rinvio a giudizio dei sei ufficiali per il reato di concorso in truffa militare pluriaggravata, un reato previsto dal codice penale militare di pace.
Il quale però non prevede altri reati che, secondo gli inquirenti, potrebbero forse meglio descrivere i fatti avvenuti: a cominciare dalla possibile corruzione degli ufficiali coinvolti, la cui condotta illecita sarebbe altrimenti senza apparente movente.
Su questo fronte, così come sulle circostanze della morte di Callegaro, i magistrati del tribunale militare hanno le mani legate: la competenza ad indagare è della procura ordinaria.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
“FILLON PER VINCERE LE PRIMARIE HA MOBILITATO LA DESTRA TRADIZIONALE, MA PER ARRIVARE ALL’ELISEO DEVE CONVINCERE LA DESTRA MODERATA”… “PREOCCUPANTE CHE TANTI SIANO FILO-PUTIN”
Daniel Cohn-Bendit commenta la vittoria di un politico, Franà§ois Fillon, che ha una visione della
Francia molto diversa dalla sua.
Prima di sedere per vent’anni al Parlamento europeo nelle file degli ecologisti, «Dany» è stato il protagonista di un Maggio ’68 mai rinnegato
Franà§ois Fillon rappresenta, tra molte cose, anche una reazione al ’68?
«Non c’è dubbio. Ha vinto la Francia che cerca la rivincita sul Sessantotto. È una Francia che è sempre esistita e che adesso, vista la Berezina della sinistra al potere, si sente rivivere e rinascere. Fillon e i suoi sostenitori vogliono farla finita una volta per tutte con i valori del ’68. E l’idea di essere al potere e all’Eliseo nel 2018, per l’anniversario dei cinquant’anni, li rende pazzi di gioia. In questi decenni c’è stata nella società una evoluzione morale che è approdata fino alla legge sul matrimonio aperto agli omosessuali. Loro vogliono tornare indietro».
Questa sera la portavoce di Fillon, Valèrie Boyer, è apparsa in televisione ostentando un crocifisso al collo. Un segno religioso esibito che secondo alcuni contraddice la laicità del servizio pubblico. È una polemica futile o un gesto significativo?
«Mi sembra un gesto non privo di valore, anche io l’ho notato. In ogni caso, i cattolici tradizionalisti impegnati in politica sono una realtà che conosciamo, dopo le migliaia di persone scese in piazza per protestare contro il mariage pour tous . È una Francia che rispetto, anche se non è la mia».
Sui temi di società , per esempio appunto il matrimonio omosessuale, Fillon prende posizioni più nette rispetto a Marine Le Pen. E in economia il suo liberalismo è criticato dalla leader del Front National. Non è un paradosso?
«Andiamo verso un ballottaggio delle presidenziali che vedrà sfidarsi Franà§ois Fillon per la destra e Marine Le Pen per l’estrema destra e assisteremo a qualcosa di surreale, e cioè a Marine Le Pen che difenderà le riforme del Consiglio nazionale della Resistenza e le conquiste sociali. Questo è lo scenario che possiamo prevedere oggi ma non ci siamo ancora arrivati, io penso che Fillon finirà per attenuare il suo discorso».
Fillon si sposterà al centro?
«Credo di sì, ha vinto le primarie mobilitando la destra tradizionale, ma per vincere la corsa all’Eliseo dovrà diventare più simile allo sconfitto Juppè, coinvolgere anche la destra moderata e il centro».
In politica estera Fillon promette un riavvicinamento alla Russia di Putin. Che ne pensa?
«È preoccupante. In Francia c’è tutta una tendenza filo-russa, da Jean-Luc Mèlenchon a Marine Le Pen passando per Fillon. Le armate putiniste da noi sono numerose. Ma la cosa che mi sembra più drammatica è che Fillon non parla mai di ambiente, e neanche di Europa. Come se si vergognasse di pronunciare la parola».
Adesso, dopo Fillon, che succede a sinistra? Lei sostiene Emmanuel Macron?
«Il mio cuore esita tra due realtà politiche, da un lato il liberal-sociale Macron, dall’altro l’ecologista radicale Yannick Jadot».
E Hollande?
«Se non si presenta è un’umiliazione, se si presenta alle primarie e perde è un’umiliazione al quadrato, se si presenta direttamente senza passare per la primarie e finisce quarto è un’umiliazione al cubo. Non gli rimane che scegliere il grado di umiliazione. Ma dopo un quinquennio simile non credo che un presidente possa vincere di nuovo».
Stefano Montefiori
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
CONDANNATI ANCHE SCIDONE E DEL PONTE
Tutti condannati. Marta Vincenzi è stata condannata nel processo per l’alluvione di Genova del 4 novembre del 2011 durante la quale persero la vita sei persone, tra cui due bambine di 8 anni e 10 mesi.
Dopo le repliche degli ultimi due difensori, il giudice Adriana Petri ha pronunciato la sentenza di condanna a 5 anni e 2 mesi per i reati di disastro colposo, omicidio colposo plurimo, nonchè di falso e calunnia per aver modificato il verbale di ricostruzione dell’esondazione del Fereggiano.
Nel dettaglio, le condanne sono di 3 anni e sette mesi per omicidio e disastro colposo, un anno e cinque mesi per falso mentre è decaduto il reato di calunnia.
Per Vincenzi il pm Luca Scorza Azzarà aveva chiesto 6 anni e un mese.
La decisione è stata presa dopo sette ore di Camera di Consiglio.
La Vincenzi era accusata di omicidio plurimo, disastro colposo plurimo, falso e calunnia. Per quest’ultima accusa è stata assolta.
Secondo l’accusa, i politici e i tecnici non chiusero le scuole nonostante fosse stata diramata l’allerta 2 e, la mattina della tragedia, non chiusero con tempestività le strade. Dalle indagini era emerso che “gli uffici comunali di protezione civile avevano ricevuto notizie allarmanti già alle 11 mentre il rio Fereggiano esondò intorno all’una”. In quelle due ore c’era la possibilità di evitare la tragedia con alcuni accorgimenti che “non vennero messi in atto”, aveva scritto il pm.
I vertici della macchina comunale “non solo non fecero quello che andava fatto” ma, secondo l’accusa, “falsificarono il verbale alterando l’orario dell’esondazione”.
Quel documento secondo gli inquirenti venne alterato per sostenere la tesi secondo cui quel giorno sulla città si abbattè una “bomba d’acqua” di per sè imprevedibile.
All’indomani della tragica alluvione, venne aperto un fascicolo per disastro colposo e omicidio colposo plurimo contro ignoti.
Grazie alle testimonianze dei cittadini, alle loro foto e video, gli investigatori hanno scoperto che la verità raccontata dai verbali presentati dagli uffici comunali era ben diversa da quanto veramente accaduto.
Vennero così ipotizzate le accuse relative al verbale ‘taroccato’: il falso, appunto, e la calunnia perchè gli imputati scrissero nel documento che il volontario di protezione civile risultava presente sul rio a monitorare l’andamento dell’acqua quando invece non arrivò mai sul posto.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
INSIEME ALLA MANNINO E A SUO MARITO SI E’ PURE RIFIUTATO DI FARE LA PROVA CALLIGRAFICA… CIACCIO INVECE “SI PENTE” E CONFERMA
Sale a tredici il numero degli indagati nell’inchiesta sulle firme false di M5S: nella lista entrano pure
la deputata Giulia Di Vita, Pietro Salvino (marito dell’altra parlamentare Claudia Mannino) e Riccardo Ricciardi, marito della deputata alla Camera Loredana Lupo (non indagata), che ha materialmente presentato le liste al Comune.
Nuti, Mannino e Salvino, stamattina, sono stati sentiti in Procura ma si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
Tutti hanno rifiutato di sottoporsi all’esame della calligrafia. I tre esponenti di M5S sono rimasti in silenzio davanti ai giornalisti.
La deputata ha chiesto ai carabinieri, infastidita, di impedire che le venissero scattate fotografie e di cancellare quelle già fatte.
In giornata gli interrogatori dell’avvocato Francesco Menallo, ex militante, e del cancelliere Giovanni Scarpello, che avrebbe attestato la veridicità delle firme false.
Intanto un altro indagato dell’inchiesta sulle firme false decide di rompere il silenzio e collabora con i magistrati.
È il deputato regionale Giorgio Ciaccio, che nei giorni scorsi si era già autosospeso dal movimento dopo aver saputo di essere sotto inchiesta. Nei giorni scorsi è stato interrogato in gran segreto dal procuratore aggiunto Dino Petralia e dalla pm Claudia Ferrari e ha confermato le accuse già mosse dalla sua collega deputata regionale Claudia La Rocca, che per prima si era presentata in procura raccontando cosa era accaduto la notte del 3 aprile 2012 nella sede del meetup di via Sampolo, a Palermo, la notte del grande pasticcio attorno a 1900 firme per la presentazione della lista alle Comunali.
Ora, anche Ciaccio accusa i suoi colleghi di aver organizzato e realizzato la falsificazione delle firme, per rimediare a un errore formale in alcuni moduli. Ciaccio chiama in causa i deputati Nuti e Mannino.
Un contributo alle indagini, più limitato, è stato offerto nei giorni scorsi anche da due candidati della lista, Giuseppe Ippolito e Stefano Paradiso, pure loro sono indagati.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
DOPO IL VOTO REFERENDARIO INIZIERA’ LA RESA DEI CONTI INTERNA…. NEL M5S DANNO PER SCONTATO CHE VIRGINIA SARA’ INDAGATA PER ABUSO D’UFFICIO PER LA PROMOZIONE DI ROMEO E LA VICENDA MARRA
Non solo curiose iniziative legali: per Virginia Raggi un processo molto più difficile da affrontare rispetto a quello di Venerando Monello è in preparazione.
Ovvero quello interno, con un MoVimento 5 Stelle che dopo il voto di domenica prossima sul referendum avrà mani libere anche sulla Giunta e sul Consiglio romano, per quel famoso “tagliando” che entro gennaio potrebbe portare a un vero e proprio processo nei confronti della sindaca e delle sue scelte, che in questi mesi non hanno per niente convinto i grillini romani e quelli nazionali.
Spiega oggi Mauro Favale su Repubblic
Un appello che il leader potrebbe far pesare a gennaio, il mese scelto alla fine dell’estate per fare “un tagliando” alla sindaca di Roma.
Nel frattempo potrebbero venire al pettine alcuni nodi sui quali al momento l’M5S fa melina, a partire dalle vicende giudiziarie che riguardano la sindaca, scivolata fin dal suo insediamento sulle nomine.
Nel Movimento considerano quasi scontata l’iscrizione di Raggi nel registro degli indagati dopo il fascicolo aperto dai pm sulla promozione di Salvatore Romeo a capo segreteria o su quella di Raffaele Marra.
«Se quei pasticci li avesse fatti il Pd li avremmo massacrati», ha detto Grillo più volte ai suoi parlamentari.
La linea, all’esterno, resta quella di difendere la sindaca. Ieri c’ha pensato Luigi Di Maio a dire che «Raggi ha rimesso in moto una macchina ferma»
Come sappiamo, alla Raggi si potrebbe contestare l’abuso d’ufficio in relazione alle nomine dello staff di agosto che hanno già portato alla prima crisi di giunta e alle dimissioni di Raineri, Minenna ed altri.
Le indagini della procura, partite dall’esposto della Raineri e decollate dopo l’ascolto di Minenna e Stefano Bina, potrebbero costituire una bomba ad orologeria sulla giunta e sulla sua solidità mentre tanti nervosismi sulla condotta politica arrivano dai municipi (come ad esempio il III).
Sul palco di piazza della Bocca della Verità , due giorni fa, Grillo ha abbracciato la sindaca (dopo averla bacchettata per le buche) e le ha regalato il grande cuore di plastica rosso retto per tutto il corteo
Dietro, però, nel backstage, i presenti raccontano di una sindaca isolata che quasi non ha scambiato battute con nessuno.
L’unica parlamentare che le è rimasta vicino in questi mesi, per seguire le vicende di Acea, è Federica Daga. Gli altri, morto e sepolto il minidirettorio, l’hanno lasciata sola, salvo poi essere costretti a difenderla in tv per evitare che le sue vicende mettano troppo in difficoltà il Movimento.
E mentre nel M5S si notano le assenze al corteo di sabato (solo 10 consiglieri su 29 e, per la giunta, presente solo l’assessora Paola Muraro), Raggi dà la colpa del peggioramento della qualità della vita a Mafia capitale e ai tagli del governo.
Lo stesso governo a cui batte cassa: «Ci aspettiamo che stipuli un Patto per Roma, così come ha fatto per Milano: i romani lo attendono».
Difficile che si muova qualcosa prima del 5 dicembre.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
E L’INDAGATA BUSALACCHI IERI ERA AL CORTEO, STRANA FORMA DI AUTOSOSPENSIONE
C’è anche la deputata del M5S Giulia Di Vita tra gli indagati della Procura di Palermo nell’ambito
dell’inchiesta sulle firme false.
Oltre alla parlamentare sono stati iscritti anche il marito della deputata Claudia Mannino, Pietro Salvino, e un’altra persona di cui non si conosce il nome.
Salgono così a 13 gli indagati. Ieri Samantha Busalacchi era al corteo per il no al referendum organizzato a Palermo dal gruppo di Riccardo Nuti.
C’era anche l’indagata Samantha Busalacchi, ieri sera, al corteo del M5S per il No al referendum che ha attraversato il centro di Palermo.
La donna, che sabato si è avvalsa della facoltà di non rispondere davanti ai Pm di Palermo che l’hanno interrogata nell’ambito dell’inchiesta sulle firme false, era in prima fila con la faccia dipinta di bianco.
Il corteo era preceduto da una bara con un tricolore tenuto da sei attivisti.
Al corteo hanno partecipato anche la deputata Loredana Lupo, il marito Riccardo Ricciardi, il fratello della parlamentare Francesco Lupo, attivista della prima ora.
Al corteo, lungo via Manuela, hanno partecipato un centinaio di persone. La Busalacchi aveva deciso di non rispondere ai pubblici ministeri sabato, pur accettando la perizia grafica sulle firme chiesta dai pubblici ministeri.
Proseguiranno intanto oggi al tribunale di Palermo gli interrogatori degli indagati nell’inchiesta delle presunte firme false depositate dal Movimento 5 Stelle in occasione delle elezioni comunali palermitane del 2012.
Ad essere ascoltati dai magistrati saranno i deputati Riccardo Nuti, nel 2012 candidato sindaco di Palermo, e Claudia Mannino.
Sabato scorso è toccato anche all’ex attivista Alice Pantaleone essere sentita dai pm: lei ha smentito ogni suo coinvolgimento nella vicenda.
Sempre oggi dovrebbero essere sentiti Francesco Menallo, ex attivista, e il cancelliere del Tribunale, Giovanni Scarpello, che ha attestato l’originalità delle firme.
Saranno sentiti in seguito i due deputati regionali Giorgio Ciaccio e Claudia La Rocca, i quali intanto si sono autosospesi dal movimento.
Decisione che al momento non è stata presa nè da Nuti nè da Mannino e per i quali potrebbe esprimersi il collegio dei probiviri appena nominato
(da “NextQuotidiano”)
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