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GLI IMMIGRATI FANNO SOLO I LAVORI CHE AGLI ITALIANI NON PIACCIONO

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

LO STUDIO INPS: ACCETTANO PROFESSIONI UMILI, SONO FLESSIBILI E NON RUBANO IL POSTO A NESSUNO

Quante volte l’avete sentito dire? Quante volte vi siete fatti irretire dalla rassicurante convinzione che gli immigrati rubano lavoro e futuro?
Lo sospetta persino Bakari, uno dei giovani africani che ogni mattina pulisce le strade di Roma Nord nel timore di essere arrestato.
Non ha bisogno di molto: una ramazza, una paletta, due pezzi di cartone con cui — quasi scusandosi per il disturbo — chiede in italiano qualche centesimo e una manciata di dignità .
A Roma l’inefficienza dell’Ama ha raggiunto un livello tale da trasformare truppe di irregolari nel più straordinario spot a favore dell’integrazione.
Bakari si aggira attorno a una grande struttura della Polizia, e nessuno sente il bisogno di distoglierlo dalla rimozione meticolosa delle ortiche ai lati di un marciapiede più simile a quelli di Accra che di una capitale europea.
Meno male che Bakari c’è: secondo la più classica delle regole del mercato, colma la domanda inevasa di decoro di una città  sull’orlo perenne del collasso finanziario.
Gli immigrati non rubano il lavoro agli italiani, nè — se regolari — spingono al ribasso i salari.
Non è l’opinione parziale di un romano o di anime belle.
Lo dice con dati inoppugnabili una recente ricerca di tre studiosi: Edoardo di Porto dell’Università  Federico II di Napoli, Enrica Maria Martino del Collegio Carlo Alberto di Torino e Paolo Naticchioni di Roma Tre.
Non è l’unico studio sul tema, ma è il primo che censisce un intero campione di immigrati.
Lo hanno fatto grazie ad una borsa VisitInps, il progetto voluto dal presidente Tito Boeri che mette a disposizione della ricerca l’enorme mole di dati dell’Istituto di previdenza.
I protagonisti dello studio sono i 227mila lavoratori di 107.000 imprese private (esclusa l’agricoltura) emersi grazie alla più grande sanatoria mai effettuata in Italia, quella decisa a settembre 2002 dal secondo governo Berlusconi che regolarizzò 650mila persone.
Le due sanatorie successive furono drasticamente inferiori: nel 2009 furono accolte 222mila richieste su 295mila, nel 2012 passarono appena 60mila richieste su 134mila. Il numero di extracomunitari in rapporto alla popolazione in Italia è volato in quindici anni: dall’1,7 per cento del 1998 all’8 del 2012.

Oggi quella crescita è azzerata o quasi: gli immigrati censiti in Italia sono poco più di cinque milioni, due terzi dei quali extracomunitari.
In Francia sono 4,3 milioni (ma con un altissimo numero di immigrati di seconda e terza generazione), in Germania i residenti stranieri sono ben sette milioni e mezzo.
Il crollo
Se una volta gli immigrati si fermavano in Italia per cercare fortuna, oggi la gran parte di loro si spinge verso nord.
Fra il 2008 e il 2013 i permessi di soggiorno per lavoro sono passati da 738mila a 1.442mila, ma negli ultimi anni la progressione è calata fino ad azzerarsi: nel 2013 sono stati appena lo 0,46 per cento in più dell’anno precedente.
Chi non ha potuto avere il rinnovo annuale del permesso è lentamente scivolato nel lavoro irregolare.
Danesh Kurosh del dipartimento immigrazione Cgil spiega che la progressiva chiusura dei decreti flussi sta ingrossando il sommerso: oggi quelli che lavorano senza una regolare posizione contributiva sono almeno 500mila.
Cosa accadeva quando l’Italia era invece fra i principali Paesi di destinazione e accettava di buon grado le regolarizzazioni?
La novità  della ricerca Inps è nella precisione dei dati a disposizione: la sanatoria di fine 2002 imponeva alle imprese di assegnare a ciascun lavoratore emerso un codice rimasto negli archivi dell’Istituto.
I numeri
A fine 2003, appena un anno dopo, nove di quei dieci immigrati lavoravano ancora in Italia. Dopo cinque anni erano ancora l’85 per cento.
Ma la cosa ancora più sorprendente è che dopo due anni solo il 45 per cento di quel campione era impiegato nella stessa impresa, dopo cinque più di un lavoratore su tre aveva cambiato provincia.
«I dati suggeriscono che queste persone erano e sono disposte ad una mobilità  che gli italiani non hanno mai avuto», spiega Di Porto. Per intenderci: la probabilità  di cambiare impresa per un lavoratore italiano negli ultimi trent’anni è stata appena del 15 per cento.
Inoltre «la persistenza nel mercato italiano associata al rapido cambiamento di impresa e residenza dimostra un eccesso di domanda insoddisfatta per mestieri a bassa qualifica».
Questi numeri confermano una tendenza che si noterà  anche negli anni della crisi. Linda Laura Sabattini dell’Istat ha fatto notare che mentre i posti scendevano nell’industria, nell’edilizia, nel commercio, gli occupati stranieri aumentavano comunque nei servizi alle famiglie e nella ristorazione: riecco la domanda inevasa. L’evidenza dei numeri Inps non solo conferma l’utilità  della forza lavoro immigrata, ma smonta un altro falso mito, ovvero la presunta spinta al ribasso dei salari.
Nei dati il fenomeno emerge solo nei primi tre mesi: le retribuzioni medie degli emersi fanno scendere di circa il 16 per cento il salario delle imprese che li regolarizzano. Ma in meno di un anno quel gap si chiude.
La sanatoria della Bossi-Fini produsse l’emersione di due-tre lavoratori a impresa nell’arco di tre mesi.
Sei mesi dopo il numero degli occupati era lo stesso, a dimostrazione che la gran parte delle aziende, se nelle condizioni di farlo, non aveva interesse ad occupare irregolari.
Raccontare con dovizia di dettagli la storia di ieri aiuta a capire cosa fare oggi e domani.
Il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller stima che dall’Italia solo quest’anno potrebbero transitare fino a quattrocentomila persone, il doppio dell’anno scorso, venti volte quelle sbarcate nel 1997.
La mera chiusura delle frontiere rischia di scaricare decine di migliaia di Bakari sulle strade italiane. Il ministro Marco Minniti propone di utilizzare i richiedenti asilo nei Comuni e per lavori di pubblica utilità , ma in mezzo a quelle decine di migliaia di persone ci saranno molti migranti economici.
Dimenticate per un momento l’esodo di cinque milioni di siriani, o la tragedia della Libia orfana di Gheddafi. Sui barconi che dal Mediterraneo si spingono lungo le cose siciliane ci sono anzitutto migranti in cerca di fortuna.
Giovedì scorso a Pozzallo sono arrivate su una nave 428 persone: più di trecento erano marocchini.
Gli emersi dalla sanatoria 2002 erano quasi per la metà  (il 45 per cento) dipendenti in due settori, manifattura e costruzioni.
Dopo cinque anni quella percentuale era salita al 60 per cento: una conferma in più della tendenza degli immigrati a compensare la scarsa offerta di manodopera.
Liliana Ocmim è peruviana, vive in Italia da 25 anni, ha tre figli e fa la presidente del dipartimento immigrati Cisl: «Come è possibile che i giovani italiani all’estero siano disponibili ai lavori umili che qui rifiutano?»
La risposta è amara, e dice molto dei problemi del Belpaese.
Immigrati mobili  
Negli anni della crisi la salvezza di quegli immigrati è stata ancora una volta la mobilità : «Molti sono rientrati nel proprio Paese dove hanno trovato il lavoro che qui avevano perso», racconta Mohamed Saady, edile e presidente della Anolf-Cisl. Ocmim allarga le braccia: «Questi numeri confermano quanto siano sbagliate le politiche di chiusura. Più il lavoro è irregolare, più aumenta la concorrenza al ribasso».
La ricerca dice una cosa chiara: la sanatoria della Bossi-Fini non fu un regalo a persone poi tornate nell’illegalità , ma un riconoscimento a chi già  lavorava in Italia ed è rimasto a lavorare in Italia.
Uno dei luoghi comuni sugli immigrati vuole che siano un salasso per lo Stato. E invece è vero il contrario.
Pochi giorni fa a Biennale Democrazia Boeri ricordava che i lavoratori stranieri residenti in Italia versano otto miliardi di contributi sociali all’anno e ne ricevono tre in prestazioni.
Vero è che molti di loro domani avranno una pensione, ma non tutti: l’Inps calcola che sin qui gli immigrati hanno regalato al sistema previdenziale 16 miliardi di contributi
.
Spiega Boeri: «Chiudere le frontiere produce solo tre risultati: più evasione contributiva, schiaccia i salari, aggrava i problemi sociali. Per far sopravvivere l’Europa occorre una politica comune dell’immigrazione, una gestione del problema dei rifugiati e la revisione della convenzione di Dublino. Ma è possibile crederci con i populisti al potere in cinque Paesi dell’Unione?».

(da “La Stampa”)

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INTERVISTA A BRIGITTE ZYPRIES: “L’AMERICA PROTEZIONISTA DANNEGGERA’ SOPRATTUTTO LE SUE STESSE AZIENDE”

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

LA MINISTRA DELL’ECONOMIA TEDESCA: “PRONTI A RICORRERE AL WTO, NON CI SPAVENTANO LE MINACCE DI WASHINGTON”

Brigitte Zypries minaccia di denunciare gli Stati Uniti al Wto, se lederà  le regole sul commercio.
Ma la ministra dell’Economia tedesca non è neanche convinta della Cina “paladina del libero commercio”.
Contro lo shopping forsennato di Pechino nell’alta tecnologia, la Germania sta preparando delle contromisure. E, insieme a Italia e Francia, sta cercando anche di convincere l’Unione europea ad agire.
In quanto alla Brexit, Berlino conferma la linea dura: prima l’uscita, poi il negoziato.
Trump ha firmato due ordini esecutivi contro “gli abusi nel commercio estero”. Lei ha minacciato di denunciarlo al Wto. E’ il modo giusto di reagire alle sue politiche?
“Dovremmo essere sicuri di noi stessi e rilassati, con gli americani. Non c’è motivo per sentirci vulnerabili. Dovremmo informarli ad esempio che le imprese tedesche hanno creato 700 mila posti lì e formano forza lavoro. Produciamo più auto negli Usa di quante non ne esportiamo”.
Angela Merkel ha già  provato a spiegare tutte queste cose a Trump. Non ha capito?
“Ha capito. Ci ascoltano e sembra anche che vogliano imparare. Mi dicono che Ivanka Trump voglia partecipare al Women’s Summit del G20 a fine aprile per vedere da vicino come funziona il sistema duale. Anche il nostro sistema di formazione interessa dunque molto gli americani”.
Trump non sembra però voler rinunciare ai dazi.
“In un mondo globalizzato non dovremmo costruire muri. C’è un proverbio cinese che dice che quando soffia il vento bisogna costruire mulini a vento e non muri. Gli americani comprano da noi soprattutto macchinari e impianti per le loro produzioni industriali. Sarebbero i primi a ricavare danni da misure protezioniste. Danneggerebbero soprattutto l’economia americana”.
E se Trump va avanti?
“Allora si potrebbe reagire, ad esempio con i meccanismi di risoluzione delle controversie previsti dal Wto. Se alzasse i dazi sulle auto al di sopra del 2,5%, l’Ue potrebbe appellarsi al Wto”.
Ne state discutendo con l’amministrazione Trump?
“Ne stiamo discutendo con quel che c’è dell’amministrazione Trump. Non esiste ancora un responsabile del Commercio. Centinaia di posti sono vacanti. Mancano molti interlocutori; ragion per cui il sottosegretario Machnig ha dovuto cancellare il suo volo negli Usa. Io stessa dovrei andare a maggio, per allora la situazione dovrebbe essere più chiara”.
A mesi dall’insediamento ancora niente interlocutori, non è un po’ strano?
“Questa presidenza è un po’ strana, non crede?”.
Trump è un pericolo?
“Le incertezze sulla sua linea politica sono ancora grandi. Poi ci sono le cose che decide e che falliscono al Congresso o davanti ai giudici. Insomma, molto è ancora sospeso, sembra difficile fare piani: ciò non fa bene all’economia, nè agli investimenti a lungo termine”.
Theresa May ha firmato l’avvio della Brexit. Che conseguenze teme per l’economia da una “hard Brexit”?
“I negoziati sono agli inizi. L’Ue a 27 si mostrerà  compatta, tuttavia, nel negoziare prima l’uscita della Gran Bretagna e dopo i rapporti commerciali. Per due anni non cambia nulla, tutti gli oneri e i diritti restano uguali. Adesso non serve a nessuno dipingere scenari dell’orrore. L’unica cosa certa è che l’economia britannica rischia molto. L’economia tedesca è robusta e intrecciata con molti altri Paesi, non sono preoccupata”.
Lei pensa che il Ttip, il rapporto transatlantico del commercio, sia morto?
“Non credo. C’è una novità  positiva. In Germania è cresciuta la consapevolezza dell’importanza del libero commercio. E l’accordo con il Canada, il Ceta, è un buon modello per accordi futuri. Adesso, stranamente, sono i cinesi ad essere diventati i paladini del libero commercio…”.
Già . E fanno shopping forsennato in Germania di alta tecnologia. Tutto ok?
“Siamo un mercato libero e aperto. Gli investimenti di aziende straniere in Germania vanno bene, ma devono dimostrare di non essere statali o di essere compatibili con le regole di mercato. Soprattutto quando parliamo di aziende chiave. Altrimenti si combatte ad armi impari. Ci aspettiamo reciprocità  per le nostre imprese che vanno in Cina, condizioni giuste”.
Giuste vuol dire?
“Le stesse condizioni di cui godono le imprese cinesi in Germania e nell’Ue. E’ qualcosa su cui insistiamo sempre, nei colloqui con la Cina”.
E i cinesi sono impressionati? Di recente, insieme ai suoi omologhi italiano e francese lei ha chiesto che la Commissione trovi il modo di proteggere le imprese europee da certi appetiti. Ha avuto risposta?
“Ma è ovvio che non ci fermiamo alle chiacchiere. Stiamo preparando un rapporto che dovrà  stabilire, in base alle leggi, quanto margine ci potremo prendere per esaminare preventivamente acquisti importanti di imprese tedesche. Finora possiamo farlo solo nel caso di aziende militari o che tocchino la sicurezza nazionale, ma non quando si tratta comunque di imprese strategiche per la Germania. Il rapporto sarà  pronto entro la primavera. Ed è vero che abbiamo anche avviato, con successo, un dibattito al livello europeo su questo. Adesso speriamo che le cose si muovano in fretta”.
Cosa pensa della cosiddetta tassa sui robot?
“Non mi convince. E’ un deterrente per le imprese che vogliono investire su tecnologie innovative. Meglio tassare i profitti delle aziende, a prescindere se sono prodotti da uomini o robot”.

(da “La Stampa”)

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INTERVISTA AL CARDINAL SCOLA: “QUANTE FALSITA’ SUL CONCLAVE, FARO’ IL PRETE IN UN PAESINO”

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

“NEGLI ORATORI DI MILANO TANTI RAGAZZI MUSULMANI, LA CHIESA DEVE OFFRIRE IL PRIMO ABBRACCIO”

Cardinale Scola, lei e Bergoglio eravate stati i protagonisti del Conclave. Il Papa non era mai venuto a Milano. Inevitabile che si parlasse di un dualismo. Era tutto falso?
«Al di là  di tanti luoghi comuni giornalistici, il mio rapporto con Bergoglio è sempre stato molto buono e molto cordiale, sia nelle riunioni di cardinali, sia nei sinodi dei vescovi».
Quando vi siete conosciuti?
«Da rettore della Lateranense andavo a Buenos Aires e passavo a salutarlo. Da quando è Papa, tutte le volte che ho domandato di poterlo incontrare mi ha risposto subito e mi ha dato tutto il tempo dovuto per affrontare questioni anche delicate. Tra noi non c’è mai stata incomprensione o cattiva volontà . Si sono costruite immagini falsate del Conclave».
Perchè allora non rendere tutto pubblico?
«Forse, ma la riservatezza sul Conclave è al servizio della comunione nella Chiesa: quindi del Conclave non si parla».
Di quali «questioni delicate» avete trattato con Bergoglio?
«Per esempio dei “delicta graviora”».
Pedofilia?
«Sì. E il Papa è stato molto netto su questo punto. Dall’esterno spesso non si coglie l’impegno della Chiesa verso le vittime, e anche verso chi ha gravemente sbagliato. Le procedure poi sono molto complesse».
La visita del Papa a Milano sarà  ricordata come storica.
«Straordinaria. Un milione di persone a Monza, forse mezzo milione lungo il percorso. Molti sono partiti da casa alle 7 del mattino e sono tornati a mezzanotte dopo aver fatto 10 chilometri a piedi. E il Papa ha mostrato il suo stile di famiglia: a San Siro ha parlato davanti a 80 mila ragazzi come se fosse davanti a otto nipoti, spiegando loro l’importanza dei nonni, dei rischi del bullismo, della responsabilità  dei genitori. È la dimostrazione che c’è ancora un cristianesimo di popolo tra noi. Ma anche che la Chiesa di Milano ha in Europa la posizione più difficile che esista».
Perchè?
«In ogni occasione di incontro sono sorpreso dalla persistenza di un senso spontaneo di fede: la gente si raccomanda per i propri bisogni, chiede una preghiera per il figlio che sbanda o la moglie o il marito che è andato via. Ma – lo notava già  Montini – quando si esce di Chiesa i criteri di valutazione della vita quotidiana sono quelli dominanti forniti dalle agenzie culturali di oggi. Il fossato tra la fede e la vita si è allargato. Ho ripreso questo tema nella visita pastorale: insistendo sulla necessità  di avere la stessa mentalità  di Gesù, gli stessi sentimenti di Gesù. A Milano dobbiamo passare con più decisione dalla convenzione alla convinzione».
Il suo nuovo libro in effetti si intitola «Postcristianesimo?». Con il punto interrogativo però.
«Certi intellettuali, e non solo, considerano il cristianesimo un fatto superato; e lo fanno credendo di interpretare i comportamenti del popolo. Non è così: il Vangelo di Gesù resta pertinente e attuale. Dinnanzi ad un clima culturale confuso che io definirei di “babelismo”, il Papa ci indica la strada della pluriformità  nell’unità , accettando il confronto con tutti. La Chiesa deve tornare a essere luogo appassionato di attrattiva, non luogo che genera noia».
L’abbraccio di Milano a Bergoglio è stato impressionante.
«È così. Una parola che sentivo molto nelle sue corde: consolazione. I cittadini di Milano e delle terre ambrosiane avevano bisogno di un abbraccio comunitario che li strappasse dal grigio della solitudine e facesse riaffiorare in loro il gusto del vivere. Il Papa l’ha detto in Duomo, criticando il rischio della rassegnazione da cui deriva l’accidia. La gente ha risposto con autentico entusiasmo; anche a San Vittore. Ovunque gli hanno chiesto preghiere, l’hanno ringraziato per la visita. Erano tutti lì per lui; alla sera col buio piazza del Duomo era ancora strapiena per vederlo passare».
Lei fino a quando resterà  arcivescovo di Milano?
«Non lo so. Ho presentato la mia rinuncia a novembre, quando ho compiuto 75 anni. Attendo di parlarne con il Santo Padre: tocca a lui decidere. Certo non resterò per molto tempo».
Tornerà  nella sua Malgrate, su quel ramo del lago di Como?
«Vicino. Ho trovato una canonica vuota in un piccolo paese, Imberido. Si vedono i laghetti della Brianza: Oggiono, Annone, Pusiano. I corni di Canzo, il monastero di San Pietro al monte. E poi il Resegone e le due Grigne. Torno a casa».
Cosa farà ?
«Il prete. Celebrare messa, confessare, incontrare la gente, pregare più regolarmente di quanto non riesca a fare ora. Leggere e scrivere, se ne avrò le forze».
La canonica è vuota perchè il prete è uno dei mestieri che gli italiani non vogliono più fare.
«Fare il prete è proprio bello. Certo, il problema delle vocazioni è complesso. Molti sottovalutano la crisi demografica: la scelta era più facile quando si facevano più figli e la proposta della Chiesa era più incidente. Come ci dice il Papa, se noi non riprendiamo la proposta del Vangelo come realtà  attrattiva, perchè un ragazzo di oggi dovrebbe assumersi un compito di grande sacrificio, che ha perso prestigio sociale? Anche qui, il passaggio dalla convenzione alla convinzione non si è ancora compiuto. Ma la stessa cosa si può dire per il fare famiglia».
Non crede che servirebbe anche consentire ai preti di sposarsi? Pare che Bergoglio ci stia pensando.
«Non mi risulta. È giusto che approfondiamo sempre le ragioni della scelta del celibato; ma nella Chiesa esiste un magistero, e il magistero dà  indicazioni. Paolo VI e i suoi successori hanno riflettuto in profondità  su questo tema».
Qual è la sua opinione?
«Il celibato non è una regola estrinseca. Affonda le sue radici nello stile di vita di Gesù, nell’opzione della verginità , che con l’obbedienza, la povertà  e la castità  è sempre stata sentita dalla Chiesa latina come un alimento sorgivo e potente del sacerdozio. Non è solo il “cuore indiviso” di cui parla Paolo. È la scelta di offrire la rinuncia alla dimensione “genitale” della sessualità  per nulla anteporre all’amore di Cristo, che il celibe intende imitare “sine glossa”, “senza aggiunta”».
Non è una rinuncia crudele?
«Al di là  delle fragilità , trovo nei sacerdoti molta gioia e molta serenità  di fronte a questa vocazione che si lascia prendere a servizio della domanda di senso degli uomini. In particolare, gli sposi sentono i preti come accompagnatori spirituali di una vita. Uomini capaci di rispettare una cosa che vedo poco rispettata: l’autentica dimensione sessuale dell’io. Tutti dobbiamo fare i conti, dalla nascita alla morte, con questa dimensione della nostra personalità . Un accompagnamento spirituale personalizzato risulta un grande dono offerto alla società . Anche molte persone che dicono di non credere si rivolgono ai sacerdoti per un aiuto».
Cosa pensa delle donne diacono?
«Sotto questa parola passano esperienze molto diverse. All’ultimo sinodo un arcivescovo ucraino ha detto che la “diaconessa”, da loro, era una devota che puliva l’altare. Il cardinale di Ouagadougou ha sostenuto che noi occidentali siamo rimasti colonialisti, non ci rendiamo conto che esistono problemi molto più urgenti come, in Africa, la poligamia…».
Lei cosa ne pensa?
«Penso che non bisogna cercare la valorizzazione della donna lungo la linea di una partecipazione alla potestas di Cristo: il potere di amministrare i sacramenti. Balthasar subordinava la dimensione petrina della Chiesa alla dimensione mariana: la Chiesa come sposa di Cristo. Nella psicologia del profondo di Lacan, la donna tiene il posto di Dio. La vocazione femminile è la salvaguardia del posto dell’altro. Questo non significa che la donna non possa avere posizioni di responsabilità  anche in curia, nelle università , nei tribunali, nello studio della teologia, nell’educazione al bell’amore, persino nella formazione dei seminaristi».
Chi vorrebbe come suo successore?
«Un uomo di fede e libero. Tendenzialmente pacifico, ma capace di far vincere l’unità  nel conflitto, senza fuggire il conflitto».
Quale consiglio gli darà ?
«Quello che mi diede Giovanni Paolo II quando mi mandò a Venezia: sii te stesso».
Quale Milano lascia?
«Sono contento della Milano che lascio. Non perchè non ci siano contraddizioni, ma perchè vedo molti segni di rinascita».
Quali contraddizioni?
«Il Papa stesso ce li ha indicate: emarginazione, ingiustizie, ancora troppa sofferenza. Troppi giovani stranieri da mesi in carcere in attesa di giudizio. Troppe sacche di povertà . Molte difficoltà  nell’affrontare il tragico problema dell’immigrazione. Finanza ed economia sganciate dal reale».
Lei ha sempre esaltato il «meticciato». I migranti ora sono troppi?
«L’immigrazione fa paura perchè mette in discussione il nostro stile di vita. Non è un’emergenza; è un fenomeno che durerà  decenni. L’Europa doveva fare una sorta di piano Marshall e non l’ha fatto. La Chiesa non può chiudere gli occhi. Offre il primo abbraccio. La forza generosa di Milano può individuare strade paradigmatiche per l’Italia e per l’Europa».
Ad esempio?
«Parecchi ragazzi musulmani già  frequentano gli oratori. Lì sono aiutati a praticare la loro religione, a dire le loro preghiere, a mangiare i loro cibi, restando insieme ai ragazzi cristiani».
Il patriarca di Venezia non è cardinale, come l’arcivescovo di Torino e quello di Bologna. È uno dei tanti segni che con Bergoglio la Chiesa italiana conta meno di prima?
«Le cose sono in forte evoluzione in tutta Europa. Questo Papa ha rappresentato per noi europei una pro-vocazione, in senso etimologico: ci ha messo di fronte senza sconti alla nostra vocazione. L’Italia ne sente un pochino di più il contraccolpo rispetto ad altre Chiese. Il problema è non ricadere nella tentazione dello scontro ideologico. Occorre assumere il magistero del Papa nella sua articolata complessità : “unità  da poliedro”, come dice lui. In Papa Francesco vedo quattro elementi: la testimonianza in prima persona; l’uso degli esempi; la cultura di popolo; l’insegnamento vero e proprio. Tutti e quattro vanno tenuti insieme. Se si separa uno e lo si mette contro l’altro, se si tenta di catturare il Papa schierandolo dalla propria parte, si entra nell’ideologia. E l’ideologia ha pesato molto, troppo, tra gli anni 70 e i 90. Ora siamo chiamati a uscire da questa logica stagnante per fare spazio al diverso, ad ascoltarci in profondità , mettendo prima ciò che viene prima: la comune appartenenza alla Chiesa».

Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera“)

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INTERVISTA A SHERIN KHANTAN, LA DONNA IMAN CHE DIRIGE UNA MOSCHEA A COPENHAGEN: “LA MIA LOTTA PER LE DONNE DENTRO AL MONDO ISLAMICO”

Aprile 2nd, 2017 Riccardo Fucile

MADRE FINLANDESE, PADRE SIRIANO: “INDOSSO IL VELO SOLO PER PREGARE”

Vive da sempre tra due mondi, la giornalista e scrittrice danese Sherin Khankan, una delle pochissime imam donne dell’Occidente, che oggi a Torino per Biennale Democrazia parla di «Donne e religioni: emancipazione e oppressione».
Figlia di un’infermiera cattolica finlandese e di un rifugiato siriano torturato e imprigionato per opposizione al regime, ha una laurea in Sociologia delle religioni e Filosofia a Copenaghen e un master a Damasco.
«Sono stata allevata tra due culture e religioni e credo che il mio destino sia fare da ponte: sono una specie di diplomatica. Metto il velo solo per pregare e non mi identifico con una nazionalità : la mia casa è la mia famiglia».
Qual è l’insegnamento più importante che ha avuto da sua madre e da suo padre?  
«Mia madre viene dalla campagna, è cresciuta con sette fratelli e sorelle, in una comunità  stretta in cui tutti erano abituati a dare una mano. Quando le ho chiesto come avesse fatto mia nonna ad allevare tutti quei figli, mi ha risposto “Non ci ha allevati, ci siamo allevati da soli”. Ecco, il suo insegnamento più bello è stato questo, regalare ai figli la libertà  di diventare quello che sono e non obbligarli a seguire i sogni e le aspirazioni dei genitori. Mia madre ha fatto lo stesso con me e mia sorella e io cerco di fare lo stesso con i miei quattro figli».
E suo padre?  
«Mio padre è un femminista. mi ha sempre detto che avrei potuto diventare quello che volevo. Mi ha fatto avvicinare al Sufismo, la dimensione mistica dell’Islam: è quello che mi ha convinto a scegliere l’islamismo invece del cristianesimo. Non sarei un imam se non fosse per lui».
Dopo gli studi a Damasco lei nel 2000 è tornata a Copenaghen e ha fondato l’Association of Critical Muslim, che promuove i valori progressisti islamici. La tragedia dell’11 settembre come ha influito sui vostri tentativi moderati?  
«Ha reso i nostri sforzi ancora più faticosi: il dibattito multiculturale improvvisamente era centrato sulla paura e l’Islam ha passato gli ultimi 15 anni a difendersi, invece di riformarsi al proprio interno, promuovere valori progressisti e l’uguaglianza tra uomini e donne».
È quello che sta cercando di fare oggi alla moschea Maryam di Copenaghen?
«Sì, vogliamo essere una voce alternativa dell’Islam, più moderna e spirituale, ispirata al Sufismo, che intrecci Oriente e Occidente, tradizione e modernità . Vogliamo sfidare le strutture patriarcali dell’Islam dall’interno, ma anche l’interpretazione patriarcale del Corano: in realtà  è una religione di pace, non di oppressione».
Avete avuto molte critiche?  
«Quando si toccano le strutture patriarcali, si cambia la bilancia di potere e per forza si suscitano critiche. Ma non vogliamo delegittimare nessun’altra moschea e abbiamo solide basi teologiche, quindi abbiamo deciso di focalizzarci sulle cose positive e non sulle critiche. Le donne musulmane hanno bisogno di un posto in cui pregare, confrontarsi, trovare conforto, senza sentirsi estranee o giudicate: sto anche studiando psicologia per essere loro più vicino».
È vero che celebrate anche matrimoni misti, nonostante alle donne musulmane sia vietato sposare un uomo di un’altra fede?  
«Sì, ne abbiamo celebrati e abbiamo avuto anche molto appoggio. Abbiamo stabilito un contratto di matrimonio con quattro regole base: la poligamia non è permessa, il diritto di divorziare spetta anche alle donne, in caso di violenza fisica o psicologica l’unione è nulla, in caso di divorzio le madri hanno uguali diritti sui figli».
La sua speranza?  
«Vorrei che le donne avessero più voce nell’Islam, è anche un modo efficace di combattere l’islamofobia, perchè l’Islam non sarebbe più visto come una cultura maschilista e oppressiva. Ma il vero sogno è creare un network femminile per il dialogo religioso. Stiamo organizzando un incontro per il 14 settembre tra religiose cristiane, musulmane ed ebree, per dimostrare che è possibile capirsi. Credo che le chiavi della pace stiano nelle mani delle donne».

(da “La Stampa”)

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