Luglio 7th, 2017 Riccardo Fucile
DALLA T-SHIRT “M5S AL GOVERNO” AL SALVADANAIO “ONESTA'”… SPERIAMO CI RISPARMI LE MUTANDE CON L’EFFIGIE DI DI MAIO
Il M5S apre uno Store Online ad hoc. 
Lo annuncia il blog di Beppe Grillo in un post in cui si legge: “All’interno del sito si trova una selezione di gadget che nel tempo si amplierà . Per ora sono disponibili le magliette, le cover per lo smartphone, alcuni gadget come portachiavi, mousepad e orologi e infine alcuni prodotti della Linea Eco.
All’interno dei commenti a questo post potete proporre nuove linee di gadget o nuove grafiche per le magliette e le cover: tutti i suggerimenti saranno presi in considerazione”.
“I ricavati delle vendite dei gadget andranno esclusivamente in iniziative per lo sviluppo del MoVimento 5 Stelle e dei suoi strumenti di democrazia diretta”, si legge nel post.
Magliette con frasi di Gianroberto Casaleggio, cover di cellulari con tanto di scritta “Onestà ” e fiaccola di Prometeo simbolo dell’ultima marcia Perugia-Assisi, calamite, portachiavi sveglie: c’è un pò di tutto nello Store online con cui il M5S mira a rinfoltire le sue risorse, inclusa una Linea Eco in cui sono in vendita block notes e penne in materiale ecosostenibile.
E i prezzi sono più o meno quelli di mercato.
Una maglietta con la frase di Gianroberto Casaleggio “è difficile vincere con chi non si arrende mai” costa 19,90 euro che il costo fisso per tutte le t-shirt targate M5S (da quelle con la scritta “Onestà ” a quelle di Italia 5 Stelle 2016).
Simile il prezzo delle cover, che superano tutte i 21 euro e, hanno più o meno, le stesse “fantasie” delle magliette.
Mentre molto più bassi sono i prezzi dei vari gadget a 5 Stelle: mousepad, portachiavi e orologi che di rado superano i 10 euro.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 7th, 2017 Riccardo Fucile
DAL 2003 AD OGGI UNA PIOGGIA DI 230 MILIONI DI EURO NELLE CASSE DI 19 TESTATE DI PARTITO… SOLO IL 20% E’ RIMASTO IN VITA
Da l’Unità a La Padania, fino a Europa e Liberazione.
Storie politiche profondamente diverse, ma con un minimo comune denominatore: si tratta di giornali di partito che nonostante i corposi aiuti pubblici hanno avuto una fine ingloriosa. E non sono i soli.
I calcoli li ha fatti l’osservatorio civico Openpolis, che sommando i dati ufficiali forniti dalla Presidenza del Consiglio ha evidenziato come dal 2003 ad oggi lo Stato ha versato oltre 230 milioni di euro nelle casse di 19 testate di partito, l’80% delle quali è fallito.
Il caso più clamoroso è proprio quello del giornale fondato nel 1924 da Antonio Gramsci, che non è più in edicola dal 3 giugno.
Si tratta del terzo fallimento nella lunga storia dell’ex quotidiano del Partito Comunista. A quest’ultimo danno, però, si è aggiunta anche la beffa di assistere al lancio del primo numero di Democratica, il nuovo quotidiano digitale del Pd, nonchè l’organo che di fatto ha preso il posto dell’Unità .
Ad andare in fumo non è stato solo un pezzo di storia dell’Italia e del giornalismo italiano, ma anche oltre 60 milioni di euro, ovvero la cifra versata dallo Stato dal 2003 ad oggi. Tanti soldi, che evidentemente non sono bastati.
Stesso, identico discorso per la Padania (più di 38 milioni di euro) e per Europa (32 milioni e mezzo di euro), a cui vanno aggiunte altre 16 testate.
Quasi tutte chiuse, con appena il 10% ancora attivo in forma cartacea (La Discussione e Zukunft in Sà¼dtirol) e solamente un 5% in versione online (Secolo d’Italia).
I contributi ai media di partito
Già nel dossier ‘Sotto il materasso’ Openpolis ha messo in luce che i partiti sono diventati un soggetto residuale del finanziamento pubblico.
Perchè finiti gli anni in cui ricevevano rimborsi in media superiori ai 124 milioni di euro all’anno (1994-2013), oggi devono ‘accontentarsi’ del 2à—1000 (9,6 milioni nel 2014) e delle donazioni dei privati, sostenute con importanti agevolazioni fiscali.
Eppure restano numerosi i contributi che arrivano per altre vie al mondo della politica.
Da quelli verso i gruppi parlamentari e regionali, fino a quelli destinati ai media di partito. Tra giornali e radio si tratta di 9 milioni di euro all’anno, in molti casi incassati da imprese in via di liquidazione.
Basti pensare che nel 2014 i giornali di partito hanno ricevuto 4,2 milioni di euro, risorse che sono andate a quattro soggetti: Europa, la Padania, Secolo d’Italia e l’Unità . Quest’ultima ha ricevuto il contributo più sostanzioso (1,9 milioni di euro), seguita dal quotidiano della Lega Nord (1,2 milioni di euro).
Tutte le testate finanziate, tranne il Secolo d’Italia, erano in liquidazione al momento dell’erogazione. Nello stesso anno sono stati pagati circa 925mila euro per le radio di partito.
Il caso Unità
Il 30 giugno il Partito democratico ha presentato la sua nuova attività editoriale. Rigorosamente online. E non sarà un caso, forse, vista la fine che negli ultimi anni hanno fatto testate anche storiche del nostro Paese.
“Il primo numero della rivista diretta dal deputato del Andrea Romano — ricorda Openpolis — chiude ufficialmente l’avventura di uno dei giornali storici del panorama italiano, ossia l’Unità ”. Che, come tanti altri media di partito, ha usufruito negli anni di soldi pubblici “grazie a una delle tante forme di sostegno all’editoria del governo” per poi chiudere nuovamente lo scorso 3 giugno con tanto di polemiche.
Ma quanti soldi hanno ricevuto i giornali di partito negli anni?
Dal 2003 al 2015 circa 238 milioni di euro. Finiti, come detto, nella casse di 19 testate. In cima alla classifica proprio l’Unità che dal 2003 al 2015 ha ricevuto 62 milioni di euro.
E se si fa un passo indietro, la cifra — dal 1990 a oggi — lievita a più di 152 milioni. Che l’Unità ha incassato prima come testata del Partito comunista (Pci), poi del Partito democratico di sinistra (Pds) e infine dei Democratici di sinistra (Ds). Una media di 6,3 milioni all’anno, che non sono bastati, però, a tenerla in vita.
Gli altri giornali
Al secondo posto della classifica c’è la Padania, con più di 38 milioni di euro. Altro passo indietro: il quotidiano della Lega Nord dal gennaio 1997 al novembre 2014, quando ha chiuso i battenti, ha incassato (per 17 anni) i fondi riservati dalla presidenza del Consiglio agli organi delle forze politiche per oltre 61 milioni di euro: 300mila euro al mese, 10mila al giorno.
Con una grande differenza tra i contributi pubblici dei primi anni (3 milioni 900 mila euro del 2008) a quelli degli ultimi (un milione e 300mila del 2013). I bilanci ne hanno risentito e le perdite sono state inevitabili.
Al terzo posto della classifica di Openpolis c’è Europa. Erede del quotidiano Il Popolo, è stato fondato nel 2003 come organo di Democrazia e Libertà -La Margherita e ha sospeso le pubblicazioni il primo novembre 2014. Quasi in contemporanea con la Padania. Ebbene, al giornale diretto prima dall’attuale vicesegretario generale della presidenza del Consiglio Nino Rizzo Nervo e poi da Stefano Menichini (capo ufficio stampa alla Camera dei deputati) sono andati 32 milioni e mezzo di euro.
Al quarto posto Liberazione, organo di stampa ufficiale del Partito della Rifondazione Comunista, con quasi 32 milioni. Anche questo chiuso inesorabilmente il 19 marzo 2014. Segue il Secolo d’Italia con 28 milioni. È stato quotidiano di partito prima del Movimento Sociale Italiano — Destra Nazionale, poi di Alleanza Nazionale e, infine, una delle testate del Popolo della Libertà .
E la testata è ancora attiva online, diretta dall’ex deputato di Alleanza Nazionale e di Futuro e Libertà per l’Italia Italo Bocchino.
Poi ci sono Notizie Verdi (poi Terra) organo ufficiale della Federazione dei Verdi con quasi 14 milioni, Cronache Di Liberal (organo dell’Unione di Centro chiuso nel marzo 2013) con 10 milioni, la Discussione di ispirazione democristiana, fondata da Alcide De Gasperi con quasi 8 milioni, Zukunft in Sà¼dtirol, organo della Sà¼dtiroler Volkspartei (questi ultimi due ancora attivi in forma cartacea) con oltre 6milioni e il settimanale Rinascita della sinistra, organo del Partito dei Comunisti italiani, con quasi 6 milioni.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 7th, 2017 Riccardo Fucile
IL LEGALE PROVA A CONTESTARE GLI ORARI DI UNA INFORMATIVA DEL NOE E LA COMPETENZA DEL TRIBUNALE DI MILANO: CONTINUA LA FARSA PER ARRIVARE ALLA PRESCRIZIONE
Ritornato dopo un lungo periodo di malattia che ha provocato anche la nomina d’ufficio di un legale
per il suo assistito l’avvocato Domenico Aiello, nell’ultima udienza prima della pausa estiva, tira fuori dal cilindro un argomento nuovo.
“Il Tribunale è stato truffato” in quanto ci sarebbero dei “falsi” agli atti del processo a carico di Roberto Maroni, accusato dalla procura di Milano di pressioni indebite per fare ottenere un contratto di lavoro e un viaggio a Tokyo a due sue ex collaboratrici che avevano lavorato con lui quando era ministro dell’Interno.
Dopo l’esame di Alberto Brugnoli, ex dg di Eupolis (ha patteggiato 8 mesi) il legale del presidente lombardo ha contestato gli orari annotati in una informativa del Noe firmata da Gianpaolo Scafarto, il capitano accusato di falso nell’inchiesta romana sulla Consip.
La difesa di Maroni ha sostenuto che l’orario di cinque sms del 28 maggio 2014 che compaiono in questa relazione dei carabinieri, utilizzata per determinare la competenza territoriale del processo, sia differente rispetto a quello annotato sia in un’altra informativa del Noe sia in un brogliaccio contenuto nel fascicolo processuale.
Una discrasia che, secondo Aiello, segnerebbe una difetto di competenza nel dibattimento che si sarebbe quindi dovuto celebrare a Roma e non a Milano.
Secondo la difesa, che ha chiesto di fare chiarezza con nuovi accertamenti, l’ex braccio destro del governatore Giacomo Ciriello (anche lui imputato) e il dg di Expo Christian Malangone (già condannato a 4 mesi con rito abbreviato) si sarebbero scambiati l’sms, non a Milano, ma durante una trasferta nella capitale.
Nel messaggio si diceva: “Christian il Pres ci tiene acchè la delegazione per Tokyo comprenda anche la società Expo attraverso la dottoressa Paturzo”.
Una volta segnalata la vicenda dell’orario ritenuto non corretto ha preso il via un acceso botta e risposta tra accusa e difesa.
“È processualmente sbagliato e tardivo — ha sottolineato il pubblico ministero come riporta l’Ansa — sollevare la questione a questo punto del dibattimento”.
Il presidente della IV sezione penale Maria Teresa Guadagnino, davanti a cui si svolge il processo, ha poi ripreso più volte l’avvocato di Maroni.
“Se non abbassa i toni — lo ha avvertito — faccio una segnalazione all’ordine degli avvocati“.
Si ritorna in aula il prossimo 14 settembre per celebrare il processo il cui dibattimento è stato dichiarato aperto solo 10 mesi dopo la prima udienza.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 7th, 2017 Riccardo Fucile
L’ORDINANZA ANTIALCOOL DELLA SINDACA INTERESSA 14 MUNICIPI SU 15…. STRANAMENTE RESTA FUORI SOLO QUELLA DOVE ABITA LEI
Ieri Virginia Raggi ha annunciato di aver firmato l’ordinanza antialcool, valida dal 7 luglio al 31 ottobre, che stabilisce il divieto di vendita, somministrazione e consumo di bevande alcoliche e superalcoliche in specifiche aree del territorio della Capitale. Dalla mezzanotte alle 7 del mattino sarà vietato il consumo di bevande alcoliche e superalcoliche per le strade mentre dalle 22 sarà vietato il consumo di bevande alcoliche e superalcoliche in contenitori di vetro.
L’ordinanza, ha spiegato la sindaca, interessa quattordici dei quindici municipi di Roma Capitale.
Ad essere rimasto “miracolosamente” escluso è il municipio XIV che, guarda caso, è proprio quello dove risiede la sindaca Raggi.
Qualche buontempone ha perciò deciso di organizzare un evento per spaccarsi abbestia sotto casa del sindaco Virginia Raggi e invitare tutti i romani a “spaccarsi le natiche a colpi di peroni calde sotto casa del sindaco Raggi”.
Gli organizzatori ci tengono a precisare che si tratta «di una manifestazione allegra e goliardica. Se venite per fare casino/importunare/spaccare il cazzo, state a casa che è meglio. Requisite tutti gli astemi che riuscite a trovare, dovranno riportarci tutti a casa». Insomma festeggiare sì, ma con moderazione.
Qualcun altro invece ha deciso di organizzare l’after davanti alla sede della giunta del Municipio XIV.
Ma non c’è solo chi vuole festeggiare.
Repubblica di Roma riporta i timori di Valerio Barletta, consigliere municipale del PD, teme che i giovani vadano a bere a Ottavia, Balduina e Torrevecchia.
Mentre c’è chi si interroga su come mai l’ordinanza colpisca tutti i municipi tranne il XIV.
Perchè nell’ordinanza della sindaca vengono delimitate le zone per ogni municipio dove non sarà possibile bere all’esterno dei locali dopo la mezzanotte ma è curiosamente assente un riferimento ad una via o ad una piazza del municipio dove risiede la sindaca.
Ma a ben guardare anche l’ordinanza antialcool del 2015 aveva escluso il municipio XIV. Ma all’epoca il numero di municipi “colpiti” era inferiore.
Semplicemente la Raggi ha aumentato il numero di municipi interessati dall’ordinanza da 9 a 14, escludendo il suo.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 7th, 2017 Riccardo Fucile
TANTO MINNITI DEVE PENSARE A FINANZIARE I LIBICI, NON HA TEMPO PER IDENTIFICARE CHI ISTIGA ALL’ODIO RAZZIALE IN ITALIA
Ieri pomeriggio a Roma un automobilista ha travolto e ucciso un bambino di cinque anni. La
dinamica dell’incidente è ancora da accertare in maniera definitiva ma quello che si sa è che avvenuto mentre la piccola vittima stava attraversando le strisce pedonali.
A quanto pare l’automobilista si era fermato per far passare un gruppo di bambini ma non si era accorto che il più piccolo era ancora in mezzo alla strada quando è ripartito.
Inutile è stata la corsa in ospedale per salvare il piccolo.
«Un futuro ladro in meno!»
A portare la vittima al Pronto Soccorso è stato lo stesso investitore, sconvolto da quello che era successo.
Fino a qui potrebbe sembrare la storia di una “normale” tragedia della strada. Ma le cose hanno preso una brutta piega quando l’ANSA se ne è uscita con questo lancio su Facebook dove si dà la notizia di un’auto che ha investito e ucciso un bambino nomade.
Non c’era assolutamente alcun bisogno di specificare che il bambino era “nomade” o Rom. Certo, lo hanno fatto tutte le testate e anche i TG della sera. Ma di fatto che la vittima fosse “nomade” o meno non è rilevante.
In molti li hanno fatto notare. Tra l’altro “nomade” non significa nulla. E ricordiamo ai più distratti che i Rom che abitano in Italia sono per la maggior parte di nazionalità italiana.
Signori, spiega un commentatore in vena di fare le condoglianze, spiace perchè è una piccola vittima “in mano a gentaglia”, ma per fortuna “abbiamo un futuro ladro in meno”.
C’è chi non vuole concedere nemmeno l’umana pietà . Gente diabolica e spietata, ci spiega.
C’è chi va oltre la precrimine e propone soluzioni più drastiche e radicali.
Ad esempio quanto non starebbe meglio oggi se fossero stati uccisi tutti i bambini Rom? Sicuramente avremmo meno delinquenti, è la conclusione.
«Tutta colpa dei genitori»
Il tribunale popolare passa poi ad esaminare le cause del decesso. Ci si concentra sul fatto che il bambino fosse “incustodito”. In realtà chi commenta non lo sa, perchè l’ANSA non lo dice. Ma per qualcuno è evidente che dietro ci sia stato un tentativo (riuscito male) di fare soldi buttando il bambino sotto l’auto in corsa.
In fondo cosa ti puoi aspettare da gente che vive come gli pare, attraversa come gli pare e muore come gli pare? Peccato solo che il bambino non sia nato in una famiglia civile.
Forse il bambino stava facendo l’elemosina? Insomma è stato un morto sul lavoro? Peccato che i testimoni abbiano raccontato che i bambini stessero giocando con una fontanella.
La colpa è senza dubbio dei genitori. Qualche giudice dovrebbe togliere loro i bambini. Ma non sono i genitori a dover avere l’ultima parola sulla vita dei propri figli?
Mi sembrava di aver letto così in un’altra sentenza dell’Internet. Probabilmente non fanno giurisprudenza.
La colpa in fondo è tutta del fatto che lì c’è un campo nomadi. E se i bambini fossero passati col rosso? Non si può mai escludere qualche forma di trasgressione alla norma con questi Rom.
Dispiace un po’ per l’automobilista, avrebbe potuto essere uno di noi (l’autore del commento non sa che è romeno).
Possono mancare quelli che ne approfittano per spiegarci i pericoli dell’invasione di milioni di africani? No. Peccato che i Rom non solo non siano africani ma che siano spesso cittadini italiani.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 7th, 2017 Riccardo Fucile
ATROCITA’ E MIGLIAIA DI VITTIME DELLA GUERRA CIVILE, OLTRE UN MILIONE FUGGITI IN UGANDA CHE NON LI RESPINGE COME FA LA RICCA EUROPA
Un’inchiesta delle Nazioni Unite e un report di Amnesty International non lasciano più adito a dubbi: in Sud Sudan si è travalicato il limite della guerra civile. Ormai è in atto una vera e propria pulizia etnica
E il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres si dice pronto a sollecitare al Consiglio di sicurezza l’invio di altri “caschi blu” in supporto alla missione già dispiegata nel Paese, che finora non è riuscita a imprimere una svolta alla crisi nè a garantire protezione alla popolazione civile. Ma il suo attivismo arriva fuori tempo massimo.
Ci troviamo di fronte a un ennesimo fallimento del Palazzo di Vetro e a un vergognoso silenzio dei media mainstream.
Nonostante la gravità della situazione i riflettori sullo Stato più giovane, e povero, del mondo continuano a rimanere spenti.
La nuova spirale di attacchi, saccheggi, linciaggi e omicidi di massa ha spinto il presidente Salva Kiir a dichiarare lo stato di emergenza. Il Paese è nel caos.
Se la situazione geopolitica appare sempre più instabile, quella umanitaria è ormai al tracollo irreversibile
Unicef e Unhcr parlano di ulteriori 60 mila sfollati che si aggiungono ai 700 mila già censiti dall’inizio degli scontri.
La maggior parte sono donne e bambini che hanno lasciato ogni cosa per fuggire e mettersi in salvo.
Nonostante le ong impegnate sul campo abbiano potenziato il personale, continuano a sussistere grandi difficoltà per l’aumento continuo della richiesta di aiuto, in primis di distribuzione di alimenti e farmaci salva vita, oltre che di tende, sia nei centri di transito che in quelli stabili gestiti dall’Alto commissariato Onu per i Rifugiati in collaborazione con l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, il Programma alimentare mondiale e altre organizzazioni non governative.
Anche i vertici dell’Unione Africana, che cercano di porre fine alla crisi favorendo il dialogo tra le parti che si contrappongono con ferocia dal 2013, le forze armate leali al presidente Kiir e i militari fedeli all’ex vice presidente Reik Machar, hanno evidenziato l’importanza “prioritaria” della messa in sicurezza dei civili, soprattutto perchè gli enormi bisogni umanitari dei paesi che accolgono i profughi aumenteranno a causa della carestia che ha investito tutta la regione.
Gli operatori temono un ulteriore deterioramento delle condizioni umanitarie e non escludono possibili epidemie di colera, malaria e meningite.
L’insieme crea una miscela esplosiva che, su spinta di Guterres, dovrebbe portare all’ok del Consiglio di sicurezza dell’Onu al rafforzamento della missione con un mandato più forte e risorse adeguate per proteggere la popolazione e ristabilire l’ordine nell’area.
A spingere verso questa decisione potrebbe contribuire il nuovo rapporto di Amnesty International “If men are caught, they are killed, if women are caught, they are raped South Sudan — Atrocities in Equatoria region turn country’s breadbasket into a killing field”.
L’organizzazione per i diritti umani ha rilevato come il conflitto del Sud Sudan sia stato caratterizzato da violenze, terrore e fame costringendo nell’ultimo anno centinaia di migliaia di persone ad abbandonare il Paese e i villaggi di Stati confinanti della regione di Equatoria.
Le ricercatrici di Amnesty International hanno raccolto testimonianze e prove dei crimini commessi sia dalle forze governative che dai ribelli, atrocità che hanno spinto verso l’Uganda quasi un milione di persone.
Il precario equilibrio regionale si è definitivamente incrinato nel giugno del 2016 quando i militari di Juba hanno spinto la controparte verso Yei, cittadina strategica con oltre 300mila abitanti che rappresenta un importante snodo di scambi commerciali tra Sud Sudan, Uganda e Repubblica Democratica del Congo.
Il rapporto denuncia che le forze governative, appoggiate da milizie locali tra cui la famigerata e impunita “Mathiang Anyoor” (composta per lo più da giovani combattenti di etnia dinka), si sono rese responsabili di una lunga serie di violazioni dei diritti umani, che in scala minore sono state perpetrate anche dai gruppi armati di Machar.
Numerosi testimoni oculari dei villaggi intorno a Yei hanno raccontato ad Amnesty International come le forze governative e le milizie loro alleate abbiano “ucciso numerosi civili in modo deliberato e con ferocia”.
Uno degli episodi più gravi, la sera del 16 maggio, quando i soldati di Kiir hanno arrestato 11 uomini del villaggio di Kudupi, costretti a entrare in una capanna poi incendiata. È evidente che questi attacchi rappresentano crimini di guerra con un solo fine: terrorizzare la gente riconducibile all’opposizione e colpirla per rappresaglia.
Con l’intensificazione dei combattimenti è cresciuto in modo esponenziale il numero dei rapimenti e delle violenze sessuali, anche su adolescenti e bambine.
Lo stupro in Sud Sudan, come in tante altre realtà della regione in cui sono nati e si sono consumati nell’indifferenza del mondo genocidi e crimini contro l’umanità indicibili, è usato come arma di guerra.
E sono proprio loro, le donne di ogni età , le vittime maggiori di questo conflitto che purtroppo è destinato a rivelarci altri e ancora più atroci orrori.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 7th, 2017 Riccardo Fucile
DOPO UNA PIOGGIA DI IMPROPERI DEGLI ISCRITTI CONTRO IL NUOVO CORSO “SOVRANISTA” DEL SEGRETARIO…E ANCHE RENZI LO FA SPARIRE DALLA SUA PAGINA
La pagina ufficiale su Facebook del Partito Democratico ha pubblicato poco fa un post tratto dal
libro di Matteo Renzi in cui il segretario del PD usa uno slogan che molto spesso è stato sentito in bocca a politici di destra: «Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio. Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro».
Il post è stato accolti da una sequela di improperi e commenti negativi e critici in cui Renzi viene paragonato a Salvini, in cui si chiede se il nuovo social media manager della pagina sia Fabrizio Rondolino, o si dice che il PD somiglia alla Lega Nord, mentre c’è chi contesta che la pagina del Partito Democratico sia utilizzata per la pubblicità del nuovo libro di Matteo Renzi.
Circa una cinquantina di minuti dopo la pubblicazione, il post è stato rimosso dalla pagina Facebook del Partito Democratico.
Anche il post sul sito del Partito Democratico è stato tolto. Non solo.
Pochi minuti prima della pubblicazione sulla pagina del Partito Democratico, il post era stato pubblicato sulla pagina di Matteo Renzi, e successivamente rimosso.
Qualche minuto dopo la pagina del Partito Democratico ha pubblicato un altro post con un estratto dal libro di Renzi, ma stavolta cambiando completamente la citazione e prendendone una più “potabile”:
‘La storia è fatta di migrazioni. Ma anche il futuro lo sarà , sempre di più. Chi va in tv promettendo soluzioni in venti giorni ignora — o finge di ignorare — che questo problema durerà almeno altri vent’anni. E non abbiamo alternative a una gestione complessiva e complicata. Invece, per il bisogno spasmodico di dare una risposta tempestiva alle agenzie e alle dichiarazioni del momento, è mancata la necessaria profondità politica di una riflessione in questo settore. È giusto e doveroso riconoscerlo’
Ovviamente della sostituzione (etnica?) si sono accorti in molti. Sembra davvero che il PD abbia un problema bello grosso di comunicazione. O meglio di coerenza dei contenuti.
(da “NextQuotidiano“)
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Luglio 7th, 2017 Riccardo Fucile
COLPA DEL CALDO O MERITO DELL’INCHIESTA CONSIP CHA HA COINVOLTO UN GIONALISTA DEL “FATTO”?
Il MoVimento 5 Stelle, si sa, è un partito post-ideologico. Questo significa che è in grado di affrontare le sfide della realtà senza preconcetti.
Ad esempio non appena hanno iniziato a fioccare avvisi di garanzia nei confronti di esponenti politici pentastellati il partito di Grillo ha scoperto le insospettabili virtù del garantismo.
A targhe alterne ovviamente, perchè quando si tratta di 5 Stelle quello che vale per loro non vale per gli altri.
Non deve stupire quindi che ora i pentastellati abbiano deciso di schierarsi a difesa della libertà di stampa.
Meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Ma ovviamente anche in questo caso la difesa è interessata.
Si tratta, come si può immaginare, dell’inchiesta per la fuga di notizie sullo scandalo CONSIP. Ieri infatti la Guardia di Finanza ha perquisito l’abitazione romana del giornalista del Fatto Quotidiano Marco Lillo. Lillo è indagato per pubblicazione arbitraria di atti nella vicenda che vede coinvolti anche il magistrato Henry John Woodcock e la giornalista Federica Sciarelli. Non è invece indagato nell’inchiesta per violazione del segreto d’ufficio in merito alla quale è stata effettuata la perquisizione.
Per la verità in quell’inchiesta Lillo è stato sentito in qualità di testimone in seguito ad un esposto presentato dagli avvocati di Alfredo Romeo “in cui si lamenta la pubblicazione di notizie coperte da segreto che peraltro avrebbero natura diffamatoria per la posizione del loro assistito”. In realtà gli inquirenti sono alla ricerca della fonte o della talpa che ha passato a Lillo le informazioni che poi sono finite nel libro “Di padre in figlio” su Tiziano e Matteo Renzi.
A quanto pare la Procura è convinta che si tratti di Woodcock e della Sciarelli. Lillo ha difeso l’innocenza del magistrato napoletano e della giornalista Rai e ha chiesto di essere sentito dai PM.
Rimangono molti punti poco chiari, uno su tutti chi sia la fonte di Lillo. Il giornalista del Fatto potrebbe rivelarlo agli inquirenti. Oppure i magistrati potrebbero risalirvi dall’esame del telefonino di Lillo.
Il dilemma del giustizialista: difendere i magistrati o i giornalisti?
La situazione insomma “è complicata” e andrebbe affrontata con una certa cautela perchè i fatti non sono ancora del tutto chiari.
Ma questa è una preoccupazione che non riguarda la deputata pentastellata Francesca Businarolo della commissione Giustizia della Camera.
In una nota diffusa alle agenzie la Businarolo chiede che sia garantita la libertà di stampa, tutelata dall’articolo 21 della Costituzione. Perchè si tratta di uno dei principali aspetti di un paese democratico.
L’attività nei confronti dei giornalisti Sciarelli e Lillo sembra diventare per il M5S un’attività persecutoria. Dovuta ovviamente al fatto che il lavoro giornalistico di Lillo ha portato alla luce l’inchiesta sugli appalti di Consip.
Ed è curioso che il MoVimento 5 Stelle ora scopra le virtù della libertà di stampa. Sembra incredibile che sia proprio quel partito che per anni ha stilato le liste di proscrizione dei giornalisti e che non perde occasione per attaccare i giornalisti pakati dai poteri forti delle peggiori nefandezze.
Perchè quando una notizia non piace il 5 Stelle trova sempre il modo di screditarne la fonte e l’autore.
Sembra ieri che Barillari minacciava di farla pagare cara ai giornalisti e ai “pennivendoli” (altro termine caro a Grillo) che parlavano dell’emergenza rifiuti in Lazio.
Ma quando invece si tratta di difendere l’onesto lavoro di un giornalista che ha “messo nei guai” Renzi allora la libertà di stampa è in pericolo.
C’è da chiedersi in che modo la fantomatica giuria popolare sulle balle dei media che i 5 Stelle volevano istituire possa difendere la libertà di stampa.
Ma sono dettagli, oggi è venerdì 7 luglio e il M5S difende la libertà di stampa.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 7th, 2017 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI AMATRICE HA RICEVUTO LA BENEDIZIONE DI BERLUSCONI E SALVINI, PERPLESSA LA MELONI CHE VORREBBE RAMPELLI
Sarà il sindaco di Amatrice Luca Pirozzi il candidato del Centrodestra alla Regione Lazio.
L’ufficialità ancora non c’è ma il primo cittadino della città terremotata avrebbe ricevuto l’imprimatur più importante: quello di Silvio Berlusconi.
Pirozzi sfiderà Nicola Zingaretti per il centrosinistra e, molto probabilmente, Roberta Lombardi, che dopo la pace con Grillo è pronta a candidarsi con il MoVimento 5 Stelle.
«Ho talmente tante cose a cui pensare per la mia città , ogni giorno mi sento con Gentiloni, voglio essere certo che mantengano gli impegni. Poi, lo ammetto: mi sono arrivate da tutto il Lazio, da un movimento di persone che potremmo definire civico, molte richieste perchè io mi candidi a presidente della Regione. Ne riparleremo, vediamo, ma non ho parlato di questo con Berlusconi. Ma qualsiasi cosa io decida di fare, voglio spendermi in prima persona», ha detto Pirozzi oggi al Messaggero.
E la formula individuata per la sua candidatura sarebbe proprio quella della lista civica, anche se lui fa parte dell’Assemblea Nazionale di Fratelli d’Italia e proviene da un’area culturale di destra.
Luca Pirozzi sarebbe gradito anche alla Lega di Matteo Salvini, che però nel Lazio non ha abbastanza voti da poter lanciare un suo candidato. Berlusconi lo avrebbe sentito nei giorni scorsi. Ma il punto è Fratelli d’Italia.
La Repubblica sottolinea che per FdI, esclusa Giorgia Meloni che dopo la corsa a Roma preferisce concentrarsi sulla partita nazionale, è pronto a scendere in campo Fabio Rampelli; per Fi, Antonio Tajani vorrebbe schierare il senatore Claudio Fazzone; l’altro big di rito aennino Andrea Augello spinge invece per l’ex eurodeputata Roberta Angelilli.
Di certo quella di Pirozzi sarebbe una candidatura in grado di spezzare gli equilibri e garantire una vera competizione alla Regione Lazio.
Dove ha grandi chances di farcela anche Roberta Lombardi, che non ha certo incassato l’entusiasmo di Virginia Raggi per la sua candidatura — “Dovrebbe concludere il lavoro in Parlamento secondo me” — ma può contare su un appoggio forte in tutta Roma da parte del MoVimento 5 Stelle, di cui è leader carismatica e apprezzata anche da chi contesta la sindaca di Roma.
Ancora Repubblica segnala che Zingaretti avrebbe qualche perplessità a tentare il bis.
Lo staff del governatore nega: «Nicola ci sarà ». Ma anche nel Pd i dubbi crescono. Anche a causa di una ritrovata freddezza con Renzi, che non avrebbe apprezzato la sua partecipazione alla kermesse di Pisapia.
L’alternativa, in tal caso, sarebbe l’eurodeputato Enrico Gasbarra, che però smentisce. Di sicuro c’è che senza Zingaretti la coalizione che vinse nel 2013 rischia di rompersi. E l’ala sinistra correre con un proprio esponente, magari il vicepresidente di Campo Progressista Smeriglio.
Ma una candidatura alternativa avrebbe il classico effetto del vaso di coccio tra i vasi di ferro.
(da agenzie)
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