Destra di Popolo.net

TREVISO, TAPPEZZA LA STRADA DI CARTELLI: “CERCO LAVORATORI”

Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile

IMPRENDITORE VENETO NON TROVA DIPENDENTI PER LA SUA IMPRESA (INGEGNERI, PERITI, STAMPATORI)… MA DOVE SONO QUELLI DEL “PRIMA GLI ITALIANI?” IN SPIAGGIA A NON FARE UNA BEATA MAZZA?

Se la ricerca di un lavoro per molti non è semplici, in alcuni casi la ricerca di lavoratori può essere altrettanto difficile.
Lo sa bene Francesco Celante, titolare e fondatore della Rotas Group Srl di Treviso che, per cercare ingegneri, periti e stampatori, ha tappezzato uno di viali della città  di cartelli cartacei per segnalare la ricerca di lavoratori.
A raccontare la vicenda è La Tribuna di Treviso.
«Cerchiamo i nostri addetti in tutto il mondo e con tutti i mezzi disponibili», ha spiegato il titolare, «il nostro è un grande campus, diamo ai nuovi arrivati il tempo di ambientarsi, certo non è facile trovare certe posizioni perchè il mercato del lavoro è molto cambiato. Sia per le aziende, che per chi cerca lavoro».
L’azienda da cinquant’anni produce etichette adesive per l’enologia e non solo e ha due stabilimenti produttivi (a Treviso, 19 mila metri quadrati, e a Barcellona) e un centro di ricerca a Prato, con 130 collaboratori di cui il 60% under 40.

(da agenzie)

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COSA C’E’ DIETRO L’HACKING DI ROUSSEAU

Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile

LINEA DETTATA DALL’ALTO : AUTOCRAZIA, VULNERABILITA’ DEL SISTEMA INFORMATICO E VITTIMISMO COMPLOTTISTA

Ieri il blog di Beppe Grillo ha pubblicato un post a firma di Rufo Guerreschi in cui l’autore, con molta fantasia, sostiene che i leak del sito di Beppe possano essere “utilizzati per spostare decisamente l’esito delle prossime elezioni” (mentre per le elezioni politiche nazionali, purtroppo, ancora non si vota su Rousseau).
Il titolo del post si concentra su questo, mentre nello scritto sono presenti alcune critiche, la più interessante delle quali è che gli hacker potrebbero muoversi in quanto “critici di alcune sue (del M5S, ndr) pratiche digitali e organizzative autocratiche” (toh!).
Sul Corriere della Sera di oggi Alvise Losi firma un articolo in cui Guerreschi invece racconta una serie di aneddoti molto interessanti, purtroppo assenti nel post pubblicato da Grillo, che ci danno invece l’esatta dimensione della questione al di là  dei complotti degli Illuminati per far perdere le elezioni a pòro Beppe:
Guerreschi ha conosciuto Grillo nel luglio del 2016, quando, in vacanza in Sardegna, è riuscito ad avvicinarlo per parlargli del tema della cyber security. «Passai con lui un’ora e mezza per spiegargli i problemi di sicurezza di Rousseau», racconta, «e ne ho ricavato una sensazione di ignoranza: Grillo non era cosciente dei dispositivi necessari per portare avanti questo tipo di democrazia diretta».
L’esperto fa l’esempio di alcuni partiti esteri che per ovviare ai rischi di attacchi hanno adottato una forma di voto online palese, così da consentire a ogni utente di controllare che il proprio voto non sia mutato. Grillo suggerì al suo interlocutore di confrontarsi con Davide Casaleggio, ma in un anno non si è mai presentata l’occasione. «Sapevo da Davide Barillari (consigliere regionale M5S del Lazio, ndr) che su questi temi non c’è confronto nel Movimento: si prende per buona la linea dettata dall’alto», riconosce Guerreschi.
Ora, a parte che bisogna complimentarsi con l’acutezza di Guerreschi, il quale ha scoperto da Barillari che nel M5S si prende per buona la linea dettata dall’alto   su temi informatici quando in realtà  nel M5S si prende per buona la linea dettata dall’alto un po’ per tutto (non si può nascondere niente agli esperti!), la parte divertente arriva dopo, quando si scopre che Grillo ha risposto che l’accentramento del potere era necessario in attesa della creazione di una classe dirigente.
Un po’ come si rispondeva all’epoca della rivoluzione russa sull’instaurazione della dittatura del proletariato (e sappiamo tutti poi com’è andata a finire).
Il punto però è che anche dall’analisi che ne esce si scopre che non è una questione di spy story e di avversari politici che muovono i fili dei burattini, ma di competenze (mancanti) nella gestione della piattaforma e di curiose (eufemismo) interpretazioni delle leggi sui dati personali:
«Criticai Grillo per queste contraddizioni e mi rispose che ne era consapevole, ma in attesa della creazione di una classe dirigente il compromesso era l’accentramento del potere. Così però si sono perse le teste pensanti. E magari ai vertici salgono quelli che non espongono le proprie idee. O che proprio non ne hanno». Si sta ancora tentando di capire quanto la piattaforma Rousseau sia compromessa
L’unico messaggio trapelato ieri dai Cinque Stelle, per voce di Simone Valente, vicepresidente del gruppo alla Camera, è che si sta «lavorando da anni per implementare il livello di sicurezza ed evitare nuovi attacchi in futuro».
Guerreschi d’altra parte considera «pessimi i sistemi di sicurezza del M5S» e ritiene che l’hacker «possa essere chiunque, interno o esterno».
Non solo: c’è anche la possibilità  che non si sia limitato a rubare i dati sensibili, ma «abbia falsificato le informazioni all’insaputa degli stessi gestori della piattaforma». Così il problema si allargherebbe all’integrità  dei voti se, «come è possibile», questi attacchi fossero stati già  realizzati in passato. Anzi,«è probabile che l’hacker sia ancora all’interno del sistema».
Nel finale, si torna a bomba e si spiega un altro concetto interessante: se l’hacker ha agito, al massimo può aver influenzato votazioni su Rousseau e quindi la sua azione potrebbe determinare le votazioni su Rousseau, non certo le elezioni come si favoleggia nel post di Guareschi e nel titolo dato sul blog di Beppe.
Ecco quindi cosa c’è davvero dietro l’hacking di Rousseau: l’autocrazia e la linea dettata dall’alto che non ascolta consigli o avvertimenti e le vulnerabilità  presenti in un codice che evidentemente non è stato scritto rispettando i canoni di sicurezza minimi che un progetto così ambizioso avrebbe dovuto avere.
Finito? No, c’è anche il vittimismo complottista che vuole scaricare la responsabilità  delle proprie pecche su oscure forze pronte a tramare per influenzare il risultato delle prossime elezioni.
Così abbiamo anche la scusa pronta in caso di sconfitta.

(da “NextQuotidiano”)

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IL CORSO DEGLI ELETTI M5S CON I SOLDI PUBBLICI NON SI FA PIU’

Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile

BOCCIATA LA SPESA DI 37.000 EURO PER LE LEZIONI SULL’USO DEI SOCIAL CHE I CONSIGLIERI GRILLINI VOLEVANO FARE A CARICO DEL COMUNE DI ROMA

Il 4 agosto scorso avevamo parlato del corso web degli eletti M5S con i soldi del Campidoglio sull’uso dei social network che doveva essere svolto dalla società  Web Side Story, che già  si occupa della comunicazione grillina in parlamento, per la modica cifra di euro 37mila.
Il corso però non è stato autorizzato dagli uffici dell’Assemblea Capitolina e quindi non si potranno utilizzare i soldi pubblici per effettuarlo.
Racconta oggi Repubblica Roma che la risposta degli uffici del presidente Marcello De Vito, firmata dal direttore Angelo Ghirardi, è stata netta: «L’attività  – si legge nella replica ai 5S – non sembra avere finalità  di natura istituzionale».
La conferma è nella proposta firmata Paolo Ferrara. La richiesta si arena quando inizia a trattare di «necessità »: «Il gruppo capitolino – secondo il suo capo – deve prevedere lo svolgimento di attività  di comunicazione per i canali digitali che consistono nelle pagine Facebook dei singoli consiglieri e account Twitter».
Corsi e strumenti che, secondo il dirigente che firma il parere, niente a che vedere hanno con le «specifiche finalità  istituzionali dell’ente». Non convince nemmeno l’offerta della Web side story: «non analitica» e «indeterminata». Il suggerimento? Senza usare altri fondi pubblici, ci sono già  i corsi tenuti dal dipartimento Comunicazione del Comune.
Come da tradizione M5S il corso era stato assegnato tramite affidamento diretto (ovvero senza gara) nonostante Virginia Raggi nell’ormai famosa — per comicità  — lettera ai romani in cui celebrava i suoi “risultati” sostenesse che in municipio era cambiata la musica perchè si facevano le gare. Raccontava all’epoca Giovanna Vitale:
Meglio allora correre ai ripari. Rimediare prima che sia tardi.
Come? Con un bel corso accelerato sull’uso del social da far seguire a tutti e 28 i consiglieri grillini. Giammai a spese loro, però. Bensì a carico del Campidoglio. Incaricando per di più, mediante affidamento diretto, una società  di comunicazione che già  lavora per il gruppo cinquestelle alla Camera. E pazienza per i bandi di gara e gli appalti trasparenti. Bisogna fare in fretta.
L’urgenza giustificherà  pure uno strappo alla regola. La richiesta all’amministrazione di «valutare positivamente l’offerta commerciale» e quindi di autorizzarne la spesa, è stata presentata dal capogruppo Paolo Ferrara una decina di giorni fa. «A seguito delle esigenze espresse dai consiglieri del M5S di disporre di strumenti finalizzati a favorire la comunicazione, anche digitale, di iniziative, proposte e attività  da loro svolte», scrive il numero uno della maggioranza capitolina, «si è ritenuto di consultare un operatore specializzato».
La società  che se ne doveva occupare era la Web Side Story, srl fondata da Flavia Brandi e Luisa Buoni.
Per i 28 consiglieri si trattava di un ciclo di sei lezioni suddivise in tre moduli della durata di tre mesi. La Web Side aveva garantito però solo il suo ingegno: «Il cliente si impegna a fornire tutti i materiali necessari all’esecuzione dell’attività », era specificato nella proposta di contratto. E siccome si sa che i comuni sono cattivi pagatori, si conveniva anche, in caso di ritardo superiore ai 60 giorni, la corresponsione degli interessi di mora.

(da “NextQuotidiano”)

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“BANNON YOU’RE FIRED”: TRUMP SILURA L’ORMAI IMPRESENTABILE ARCHITETTO DELLA SUA VITTORIA

Agosto 18th, 2017 Riccardo Fucile

IL TEORICO SUPREMATISTA BIANCO LICENZIATO PER SALVARE SE STESSO

Steve Bannon è fuori dalla Casa Bianca.
Ufficialmente per decisione comune, in realtà  per volere del presidente Donald Trump che, in un’escalation durata settimane, alla fine ha deciso di sbarazzarsi dell’uomo che più di ogni altro ha contribuito a realizzare la sua vittoria e disegnare la sua strategia.
I rapporti tra i due si erano incrinati da tempo. Ma è difficile non vedere il licenziamento di Bannon, guru dell’ultradestra, come il prezzo politico che Trump paga al pasticcio di Charlottesville.
Per quanto abbia definito, in una recente intervista, i suprematisti bianchi “un gruppo di clown”, Bannon è da tempo il punto di riferimento dell’alt-right all’interno dell’amministrazione.
Da questo punto di vista, la posizione di Trump sui fatti di Charlottesville è stata molto più ambigua, quasi comprensiva: un fatto che ha provocato indignazione bipartisan, con la presa di distanza dell’esercito e la decisione dei top manager di mettere fine alla loro collaborazione con la Casa Bianca.
È probabile che Trump non si rendesse conto fino in fondo delle conseguenze che la condanna tardiva — e poi la retromarcia — delle violenze perpetrate dall’estrema destra avrebbero avuto. Ma questa volta le reazioni sono state talmente pesanti da averlo spinto ai ripari.
Lo dice chiaramente il NyTimes: l’uscita di scena di Banon, il nazionalista di estrema destra che ha trasformato il realtà  alcune delle promesse elettorali di Trump, aumenta le possibilità  per il presidente di fronteggiare le critiche di quella stessa base conservatrice che lo ha supportato nel corso dell’ultimo anno.
Ma i fatti di Charlottesville sono solo l’ultimo capitolo di un allontanamento che sembrava inevitabile.
Da tempo, infatti, i rapporti tra Trump e Bannon si erano raffreddati. Il tycoon si era convinto che molte fughe di notizie che in questi mesi hanno messo in imbarazzo la Casa Bianca fossero opera dello spregiudicato Bannon.
Poi l’intervista (o colloquio rubato, secondo la versione di Bannon) a The American Prospect, in cui l’ormai ex stratega contraddiceva il presidente sulla Corea del Nord, affermando che “non esiste nessuna soluzione militare alla crisi”.
Ancora una volta, grande imbarazzo, con il segretario di Stato Rex Tillerson e il capo del Pentagono James Mattis costretti a correggere il tiro, e a ribadire con forza come gli Usa siano più che pronti a un’azione di forza se il regime di Pyongyang dovesse insistere con le sue provocazioni.
Ma le urla rabbiose di Trump, nella sua residenza estiva in New Jersey, avevano già  fatto capire a tutti che le ore di Bannon erano contate.
Tanto più che nella stessa intervista Bannon si vantava di avere il potere di decidere cambiamenti nel personale del Dipartimento di Stato.
Anche l’ex amico Bannon entra così nella lista dei “silurati” da Trump.
Sotto pressione su vari fronti — dal Russiagate agli scarsi risultati politici — in quasi sette mesi il presidente ha rivoluzionato più volte la sua amministrazione puntando a circondarsi di fedelissimi.
Ricorrendo alle parole che più apprezza – “You are fired!”, sei licenziato, lo slogan che ha reso popolare nello show televisivo ‘The Apprentice’ — ha fatto cadere prima la testa di Sally Yates, il ministro della Giustizia ad interim e una delle ultime eredità  dell’era Obama.
A poche ore dalla scadenza del suo mandato (sarebbe stata automaticamente sostituita da Jeff Sessions la cui conferma in Senato era attesa il giorno seguente) Yates è stata fatta fuori a sorpresa per essersi “rifiutata di attuare” il bando degli arrivi da sette paesi a maggioranza musulmana.
Yates è colei che ha messo in guardia la Casa Bianca su Michael Flynn, ritenuto ‘ricattabile’ dai russi. Proprio a Michael Flynn, travolto dal Russiagate, Trump è stato a malincuore costretto a rinunciare.
Fra le vicissitudini di Flynn ha traballato anche il ministro della Giustizia James Sessions, che per mettersi al riparo dalla critiche ha scelto di astenersi dalle indagini sul Russiagate. Una decisione che continua a pagare duramente, essendo oggetto di critiche quasi quotidiane da parte del presidente.
Sullo spettro delle interferenze elettorali russe è caduto anche il direttore dell’Fbi, James C0mey, licenziato ufficialmente per la gestione dell’emailgate. La scure di Trump si è poi scagliata contro i procuratori generali dell’era Obama e in particolare sul potente procuratore di New York Preet Bharara.
A fine luglio altre due uscite eccellenti: il capo dello staff Reince Priebus e il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer, caduti sotto la scure del nuovo fedelissimo di Trump, il direttore della comunicazione Anthony Scaramucci.
Ma anche quest’ultimo è stato silurato in poco tempo, con l’arrivo del gen. John Kelly al posto di Priebus.
Per Kelly si tratta di una nuova vittoria. Da quando il 31 luglio il 67enne si è insediato alla Casa Bianca nel delicato ruolo di ‘capo di gabinetto’ del presidente (una carica simile a quella di premier nella repubblica presidenziale Usa), il generale in congedo a 4 stelle dei Marine, con lo stesso piglio militaresco, ha liquidato i due personaggi più scomodi.
Lo stesso giorno ha ottenuto la testa dello sboccato e ingombrante capo della comunicazione, nominato solo 10 giorni prima dal presidente, l’italo-americano Anthony Scaramucci.
E oggi si è liberato dell’estremamente più ingombrante Bannon, ideologo del trumpismo, considerato il ‘Rasputin’, anima nera, del presidente.

(da “Huffingtonpost”)

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NON BASTAVANO I CAZZARI ITALIANI, ORA LA DEMOCRAZIA CE L’INSEGNA L’EX SEDICENTE CECCHINO RUSSO

Agosto 18th, 2017 Riccardo Fucile

NICOLAI LILIN, UN PASSATO SEDICENTE CRIMINALE, HA FATTO FORTUNA IN ITALIA CON UN LIBRO DISCUSSO… E DI CHE PARLA OGGI ? OVVIAMENTE DELLA BOLDRINI “AMICA DEI TERRORISTI”

“Un altro nostro concittadino massacrato dai terroristi islamici, amici della Boldrini”: non sono parole pronunciate da Salvini, ma da un “immigrato” di qualità ,   lo scrittore Nicolai Lilin, diventato famoso in Italia col romanzo “L’educazione siberiana”
Su Twitter lo scrittore legge il decesso di Luca Russo e Bruno Gulotta, agganciandolo alla polemica contro Laura Boldrini .
Lilin in realtà  non è italiano: nato in Russia (il vero nome è Nicolaj Verjbitkii) e ed è venuto in Italia solamente nel 2003 sostenendo di aver fatto il cecchino in Cecenia e il contractor (leggi mercenario)   per una società  israeliana in Iraq e Afganistan.
Ne L’educazione siberiana ripercorre proprio gli anni difficili trascorsi a nord della Russia, all’interno di una comunità  di criminali.
Ecco cosa scrive di lui il giornalista Armano su “il Fatto Quotidiano” del 12 maggio 2011, tanto per capire chi è il soggetto:

Girando per l’Est Europa capita d’imbattersi in prodotti italiani improbabili tipo il “Lambrusco Bianco Brut”, roba da esportazione che si può dare a bere solo a qualche straniero. Succede per i generi alimentari o la moda ma non s’era mai visto in letteratura finchè Einaudi nel 2009 ha pubblicato Educazione siberiana di Nicolai Lilin, cognome che ricorda pseudonimi come Stalin o Lenin e in russo suona artefatto. Da allora il romanzo di formazione (criminale) ambientato in Transnistria è stato tradotto in diversi paesi — guarda caso non in Russia .
Anna Zafesova della Stampa è andata laggiù per scoprire che la base storica del romanzo non sta nè in cielo nè in terra. E sul sito dell’associazione Anna viva, dedicato alla Politkovskaja, il giornalista Andrea Riscassi racconta d’una presentazione al Babel Festival di Bellinzona dove Lilin è stato sbugiardato da una russa.
Anche all’estero, con le traduzioni, qualcuno ha iniziato a farsi delle domande. Michael Bobick, antropologo americano che sta compiendo ricerche in Transnistria, ha pubblicato sul sito Transitions un articolo dove attacca il romanzo: gli urca non sono un’etnia ma una categoria criminale generica, nessuno veniva deportato dalla Siberia, casomai in Siberia!
In breve: Educazione siberiana è una sfilza di luoghi comuni del “criminale onesto” del tutto privi di credibilità : basta aprire qualche pagina a caso e si trovano cose improbabili, tipo che negli anni ’50 in Urss non si potevano più tenere i matti in casa e così molte famiglie per non doverli mandare in manicomio sono emigrate in Transnistria dove i criminali siberiani, per tradizione, li trattavano molto bene e li chiamavano “Voluti da Dio”! Vuoi vedere che pure il buon Basaglia era un urca?
Imperterrito, Lilin ha continuato a recitare la parte dello scrittore-canaglia ostentando una pistola e sostenendo di essere in pericolo di vita per far provare qualche brivido alla groupie letteraria di turno.
Di più. Si è trasferito a Milano, dove ha aperto il centro culturale Kolima, e ha pubblicato un secondo romanzo, Caduta libera (sempre Einaudi), ambientato in Cecenia: non solo ha un passato da giovane criminale siberiano ma i russi l’hanno pure costretto a combattere nel Caucaso come cecchino e poi — come ha rivelato a Rolling Stones, tatuando l’intervistatore — ha prestato servizio in altri scenari come l’Iraq per conto di un’agenzia israeliana!
Ma come può un cittadino della Transnistria (Moldavia) essere costretto dai russi a combattere in Cecenia?
Del resto che poteva raccontare per sfondare in Italia: che ha fatto il militare a Cuneo?

(da agenzie)

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DONNA, NEGRA E INCINTA: TRE PAROLE PER SCATENARE L’ODIO

Agosto 18th, 2017 Riccardo Fucile

QUEL FIGLIO CHE DEVE ANCORA NASCERE HA GIA’ RICEVUTO UN MANDATO DI MORTE

“Donna, negra e incinta”. Tre parole per scatenare l’odio, il razzismo più becero, la cattiveria frutto di una mala-educazione. Due ragazzi, 19 e 22 anni a Rimini, hanno rapinato, insultato e aggredito una donna incinta al 6 mese di gravidanza.
“Negra di m…, lurida bas…, torna a casa tua”, queste sono le parole che hanno accompagnato una scena che ogni giorno si fa più frequente.
In questi giorni in cui si parla di terrorismo fisico e psicologico, in cui tutti siamo pronti a denunciare, a riempire le nostre pagine di bandiere, di commenti, di verità , per questi episodi che rappresentano la nostra realtà , non pronunciamo molte parole.
Anche questo è una forma di terrorismo generato da sciacalli che abbiamo al potere che inneggiano, incitano e sorridono di fronte ai maltrattamenti di nostri fratelli. Sembra che il colore sia un deterrente per comprendere e tollerare. Includere e integrare. Donna-nera-incinta.
“Negra di m…, ti facciamo abortire” questo è il linguaggio per ignoranti a cui la ragione non è stata prevista nel loro Dna.
La tolleranza è il biglietto da visita con cui gli stati occidentali si presentano agli importanti incontri internazionali per discutere non si capisce mai di cosa.
Come docente, mi chiedo se sto insegnando il pensiero non di una “razza”, ma di un’umanità  che non tenta di opprimere un’altra.
Puntare il dito contro neri, gay e donne è razzismo, prendersela con il compagno di classe secchione e mingherlino è bullismo, ricorrere a improbabili teorie scientifiche che provano la superiorità  genetica del maschio bianco caucasico è stupidità .
Ma quella donna stesa a terra con suo figlio nel grembo è la rappresentazione di un antico pregiudizio che non finirà  mai di accompagnarci.
E non finirà  finchè ci saranno parti del potere che pur di spalleggiarsi qualche voto in più, non riescono a vergognarsi di quello che dicono. Per un voto in più, o per una copia in più di giornale, non vogliono vedere che stiamo precipitando in un odio di classe.
Fino a un certo punto è stato inconscio per tante persone, ma ora, da quando tutti gli uomini del mondo hanno acquisito consapevolezza, l’odio è chiarissimo e decifrabile. Quel figlio che deve ancora nascere ha già  subito un mandato di morte.
Calci nei suoi occhi, sulle sue mani, sul suo futuro che dovrà  conoscere la notte per potersi sentire uguali a tutti gli altri.
Oggi che piangiamo i morti di Barcellona piegati da un terrorismo che abbiamo costruito anche noi, cerchiamo di avere pietà .
Perchè quella donna che a differenza nostra ha la pelle color del sole, le sia riservato una vita che non sia attraversata dalla nostra indifferenza.
Quell’indifferenza che le ha riservato un selciato bagnato da lacrime. Lacrime che accarezzavano il suo grembo pieno di vita.

Claudia Pepe
(da “Huffingtonpost“)

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JESOLO, IDENTIFICATO L’AGGRESSORE DI DANIELE BARILETTI: E’ UN 35ENNE DI PURA RAZZA PADANA

Agosto 18th, 2017 Riccardo Fucile

DECISIVI I FILMATI DELLE TELECAMERE, CHIUSA LA DISCOTECA

Sarebbe un 35enne italiano di Cavallino, un comune confinante, l’aggressore di Daniele Bariletti, il ragazzo di 24 anni finito in coma durante una serata con amici alla discoteca “Vanilla Club” di Jesolo.
All’identificazione la polizia è arrivata visionando i filmati che hanno permesso di individuare l’identita’ dell’aggressore, che ora è stato denunciato.
Per la discoteca, invece, è arrivata la chiusura per 15 giorni del locale, ordinata dal Questore.
Tra le motivazioni il fatto di non aver sedato la rissa e di non aver avvertito la polizia. Il presunto aggressore, che non ha precedenti, sino ad oggi nega qualunque addebito, ma le immagini riprese all’interno della discoteca Vanilla Club e le testimonianze dei presenti lo inchioderebbero.
Bariletti, che i medici dell’ospedale di Mestre avevano messo in coma farmacologico dopo due interventi ai quali era stato sottoposto per l’aggressione subita in una discoteca di Jesolo, è uscito dal coma.
Le sue condizioni sono in miglioramento ed è stato trasferito dal reparto rianimazione alla neurochirurgia.
Secondo quanto riferito dagli amici e scritto dai genitori il giovane sarebbe stato anche fermato dal personale di sicurezza del Vanilla, ma “lasciato andare senza neppure accertarne le generalità , suggerendo agli amici di nostro figlio di chiamare il 118 incuranti della gravita’ della situazione”.

(da agenzie)

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“SILVIO, PENSACI TU”: MERKEL E BERLUSCONI, L’ASSE ANTI-POPULISTI

Agosto 18th, 2017 Riccardo Fucile

LA CANCELLIERA “RILEGITTIMA” IL LEADER DI FORZA ITALIA… “GRILLO E SALVINI LI FERMO IO”

“Silvio, pensaci tu a fermare i populisti”. Più dei sondaggi, più della salute ritrovata, sono state queste parole a riportare Berlusconi sulla scena con l’attivismo di un tempo.
Le ha pronunciate Angela Merkel durante l’incontro tra i due a Malta il 30 marzo scorso. Da allora i contatti sono continui, l’amicizia della Cancelliera è stata confermata più volte. Tanto che qualcuno non esclude che un faccia a faccia sia avvenuto anche a fine luglio quando sia Merkel sia il leader di Forza Italia erano in vacanza in Alto Adige.
Comunque, il succo non cambia: il Cavaliere ha riconquistato un ruolo centrale nello scacchiere dei moderati europei.
Ed è successo con la benedizione della figura più importante del Partito popolare europeo, dell’unica king maker del Continente.
Berlusconi, raccontano, ha cullato a lungo la suggestione di una grande coalizione con Matteo Renzi. “Il Pd prende il 30, noi arriviamo al 20. E abbiamo una maggioranza in Parlamento per fare le riforme”.
I sospetti su un piano per arrivare alle larghe intese, dunque, erano veri, almeno secondo la versione di Forza Italia. Ora Berlusconi ha cambiato idea. O meglio, sono cambiati i numeri perchè secondo l’inquilino di Arcore il Pd non raggiungerà  quella soglia e “se non ci pensiamo noi ad avvicinarci al 30 per cento, il primo partito sarà  quello di Grillo”.
Questa sensazione si è diffusa anche nelle cancellerie europee e in particolar modo a Berlino.
Perciò non è stato solo il Cavaliere a fare il diavolo a quattro per ricucire con Angela Merkel. Anche la leader tedesca ha voluto chiudere la fase di gelo in vista del prossimo appuntamento elettorale italiano.
Antonio Tajani, presidente dell’Europarlamento, ha lavorato a lungo alla pace sapendo che entrambi la volevano e la cercavano.
È un asse riservato, perchè la Merkel è la leader della Cdu ma anche il capo del governo. Deve tenere conto dei suoi rapporti istituzionali. Con Paolo Gentiloni il legame è solido. Ma il Ppe ha deciso ancora una volta di affidarsi al vecchio leader del centrodestra.
Per bloccare l’ondata populista e antieuropea che soffia in Italia, dai 5 stelle alla Lega.
E se alla fine Forza Italia dovesse allearsi con Salvini, ferma restano l’attuale legge elettorale proporzionale. un listone del centrodestra avrebbe una guida moderata.
Molti suggeriscono proprio il nome di Tajani, una lunga e costante carriera nelle sedi della Ue, europeista convinto ma consapevole dei difetti dell’Unione.
Con il suo stile, Tajani è stato anche capace di opporsi alla burocrazia comunitaria, che nei ruoli chiave è legata a doppio filo a Berlino. Appena insediato alla presidenza, il segretario generale dell’Europarlamento, Klaus Welle, ex leader dei giovani della Cdu, gli comunicò che bisognava spendere 3 miliardi di euro per la ristrutturazione delle sedi. Cifra monstre, destinata ad alimentare i sentimenti euroscettici.
Dopo un lungo lavoro ai fianchi, Tajani ha portato quella cifra a 380 milioni, quasi il 90 per cento in meno della spesa preventivata. Tajani però ha già  fatto sapere di voler rispettare il suo mandato a Strasburgo che scade nel 2019.
Il dialogo della Merkel comunque è diretto con Berlusconi.
Cadono nell’oblio i molti episodi che li hanno contrapposti negli anni di governo. Il cucù nel 2008, lo sgarbo di un mancato saluto per rispondere a una telefonata durante un vertice internazionale, le risatine sul Cavaliere tra la Cancelliera e Sarkozy durante una conferenza stampa alla fine del 2011 (non a caso recentemente Berlusconi ha spiegato che era stato il presidente francese a provocare, la Merkel si era limitata a non contraddirlo) e la presunta intercettazione del leader di Forza Italia in cui venivano pronunciate delle volgarità  sulla leader tedesca.
Il disgelo personale ha avuto due passaggi: il congresso del Ppe di Madrid e il summit popolare a Malta di marzo.
Ma adesso il dialogo è tutto politico. E la soddisfazione, per il Cavaliere, è che l’interesse per un nuovo inizio non è solo suo. Anche Merkel si è convinta a puntare, ancora, sul cavallo di Arcore. Vincente non si sa.
Ma di nuovo affidabile e centrale nella politica italiana.

(da “La Repubblica”)

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SANTANCHE’, PIGNORATI ALCUNI IMMOBILI DELLA DEPUTATA FORZISTA

Agosto 18th, 2017 Riccardo Fucile

A FEBBRAIO L’ATTO DI UNA BANCA DI CUNEO…VISIBILIA EDITORE HA PIU’ DI 6 MILIONI DI DEBITI

Un pignoramento immobiliare da parte della Banca di Caraglio del Cuneese per un credito non onorato.
Destinataria del provvedimento, di cui dà  conto Il Sole 24 Ore, è la deputata forzista Daniela Santanchè. Che a fine luglio ha liquidato Visibilia Magazine, la società  costituita per rilevare da Prs Editore Visto e Novella 2000, e licenziato 14 tra giornalisti e impiegati spiegando a ilfattoquotidiano.it che avevano “stipendi altissimi”.
Questo nonostante, a metà  2016, li avesse messi in cassa integrazione.
L’atto di pignoramento, secondo il quotidiano economico, è arrivato alla “pitonessa” lo scorso febbraio.
L’istituto del cuneese non ha spiegato se sia scattato per colpa di una rata scaduta o un rimborso non effettuato.
E non si sa se nel frattempo la Santanchè e la Bcc abbiano trovato un’intesa che scongiuri l’esproprio immobiliare.
Nel 2014 la parlamentare aveva quotato a Piazza Affari Visibilia editore, a cui fanno capo altre testate come VilleGiardini e Ciak, fondendola in una società  già  quotata, la Pms.
All’epoca le azioni della società  valevano oltre un euro. Oggi sono scese a 0,16 centesimi.
Il patrimonio netto a fine 2016 era di soli 293mila euro e i debiti banche e fornitori superavano i 6 milioni di euro.
Nel 2016 l’ex socia e amica Paola Ferrari è uscita dalla società  e ha presentato un esposto in cui ipotizzava il reato di infedeltà  patrimoniale per via dell’acquisto di Novella 2000 e Visto.
La giornalista Rai ha però perso la causa: il giudice per le indagini preliminari ha disposto l’archiviazione del procedimento poichè “la notizia di reato è infondata”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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