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“IN LIBIA, NELLA PRIGIONE DEI MIGRANTI CHE RESPINGIAMO”: IL REPORTAGE DI DOMENICO QUIRICO CHE TUTTI DOVREBBERO LEGGERE

Agosto 12th, 2017 Riccardo Fucile

L’INVIATO DE “LA STAMPA” E IL SUO DRAMMATICO RACCONTO… SOLO DEI CRIMINALI POSSONO FARE ACCORDI CON LA LIBIA

Che fine fanno quelli che rimandiamo indietro, il popolo dei barconi che le motovedette libiche «salvano» prima che entrino nel nostro mare: quelli per cui inizia il vero viaggio, che è al di fuori di se stessi?
I migranti che evaporano nel nostro limbo di disattenzione, che non sono per noi più migranti, un figliol prodigo senza la casa in cui ritornare?
A quale destino li consegniamo, noi che abbiamo cessato di dare?
Per questo sono venuto in Libia, a cercare una risposta.
Il mestiere che faccio non è discutere se una politica è efficace o no, è semplicemente raccontare quali sono le conseguenze della politica sugli esseri umani.
Alla fine di tutto, ogni volta, c’è sempre una scelta morale. Poi deciderete, ma dovete sapere qual è il prezzo che fate pagare.
Non potrete dire: ignoravo tutto, credevo, mi avevano detto. Vi racconterò allora dove ho incontrato i migranti salvati. Se non mi credete, è facile verificare.
I centri libici per i clandestini, dunque. È lì che ho sentito l’odore dei poveri.
Sapete: non mi ha più lasciato il puzzo della miseria, si è attaccato ai vestiti, alla pelle, mi ha inseguito dopo che ne sono uscito. Ho gettato via i vestiti che indossavo, ed è rimasto lì, mi è entrato dentro. Mi insegue e mi perseguita.
Cosa è l’odore dei poveri? È un misto di sudore sudiciume immondizia urina secrezioni catarri cibi guasti o di poco pregio vestiti usati e riusati senza lavarli; è il trasudare della paura e di una dolente pazienza di vivere.
Forse il problema è che coloro che decidono il destino dei migranti l’odore dei poveri non lo hanno mai sentito, vengono, parlano con i ministri in belle sale refrigerate.
I centri per l’immigrazione clandestina (che ironia in un Paese, la Libia, che per quaranta anni ha fatto svolgere tutti i lavori duri a milioni di clandestini schiavi) sono sigle e numeri. Sigle e numeri.
Questi uomini e donne e ragazzi sono detenuti, prigionieri. Non possono uscire, non possono comunicare con le famiglie.
Mi hanno chiesto: «Che reato ho commesso? Ho lavorato qui per anni, ho pagato dei libici per traversare il mare». Non ho saputo rispondere.
Tripoli scorre veloce, le cuspidi dei minareti si alternano ai relitti in cemento armato della fallita Manhattan del Colonnello, simboli spenti delle sue follie, che innalzano al cielo niente più che grandi segni grigi. In fondo ai vicoli, prigioniere tra case slabbrate di otto piani, montagne di immondizia che nessuno raccoglie.
L’odore della strada con il suo catrame ribollente. A tratti, isolato, sale dal mare il richiamo di una sirena, lontana, solitaria e come soffocata. File silenziose fino a notte attendono, inutilmente, di poter prelevare piccole somme ai distributori delle banche. Non c’è denaro, se non per alcuni. Una grande macchina ferma.
Il centro è in una strada che i libici chiamano «la ferrovia» perchè qui al tempo degli italiani passava il treno, la villa-palazzo di Balbo è a un passo. L’ho scelto apposta: credo sia una sorta di vetrina, il ministero dell’Interno la usa per mostrare i risultati dell’efficace caccia ai migranti.
Ci portano i giornalisti e i controllori puntigliosi delle organizzazioni umanitarie del Nord Europa, principali donatori. Organizzano anche partite di calcetto tra i detenuti: «Se viene subito si gioca Marocco contro Kenya». In realtà  erano migranti della Costa d’Avorio, ma, si sa, son tutti «negri» al di sotto del Sahara.
Dentro sono in 1400 (lo spazio è per 400 persone), gli uomini da una parte le donne dall’altra, si parlano urlando attraverso le sbarre. In nove mesi 3149 rimpatriati a spese delle Nazioni Unite, 244 «a spese loro», 71 hanno ottenuto il diritto di asilo, 6715 sono stati distribuiti in altri centri.
«Abbiamo perso tutto»
La prima cosa che incontri è, gettato in un angolo, il mucchio degli stracci donati per rivestire i migranti. I guardiani frugano, mettono da parte le cose migliori, una camicia, giubbe militari. A fianco un vecchio camion frigorifero, sequestrato.
Dentro hanno trovato dieci migranti morti durante la traversata del deserto, dal Sud.
Poi c’è la gabbia, un cortile coperto da una tettoia metallica, a sinistra si aprono le porte di alcuni stanzoni, le celle. La prima impressione è quella di entrare in una serra umida e afosa, dal pavimento esala, insopportabile, un vapore caldo come il sudore dai pori di un animale. Non ci sono letti o brande, non ci sarebbe posto, solo stuoie sudice, lembi di plastica, pezzi di cartone.
I corpi, la notte quando le porte di ferro sono chiuse da grossi lucchetti, si infilano l’uno accanto all’altro per poter restare sdraiati. Se cerchi di spostarti cammini su quella spazzatura umana.
Centinaia di volti e di corpi seminudi per il calore si volgono verso di me, c’è come uno strano raccoglimento. Stivati l’uno accanto all’altro, stesi o seduti, i migranti: corrosi, stremati, spolpati, distorti, bolsi.
Vedo braccia riverse, gambe abbandonate, non nel modo di chi riposa o dorme ma di chi stramazza a terra in seguito a una bastonatura, esanime. E visi, visi neri e chiari quasi tutti di giovani, su cui sono dipinte tutte le sfumature della estenuazione.
Non sono ancora entrato e già  mi chiudono in mezzo, dolcemente, come una mano. Ascolto voci, stordito dal caldo e dall’odore che azzanna, non sono parole, discorsi singoli, è un mormorio che sale dalla terra.
Non sono uomini a parlare, è la disperazione, l’assenza di speranza. «Ci hanno portato via tutto, i poliziotti libici. Denaro, telefonini, vestiti. Non possiamo dire alle nostre famiglie dove siamo, che siamo ancora vivi». I guardiani assicurano che tutto è custodito con cura e sarà  restituito al momento dell’espulsione.
Il sogno dell’Europa
Qualcuno avanza, spinto dagli altri che fanno largo, a mostrare le piaghe: c’è un giovane che ha gambe e braccia come scorticate dalla carta vetro: la benzina, la benzina sulla nave. Un altro più maturo mostra la spalla: fuori posto, staccata dal corpo.
A quelli rosi dalla febbre i compagni hanno lasciato gli spazi lungo i muri, perchè possano appoggiare il busto alla parete. «Qui non ci bastonano più ma dove eravamo prima, nella prigione di Mitiga… Ah, lì come sapevano picchiare».
È il problema di sempre: raccontare. È possibile trasmettere la memoria strutturandola?
Il tempo di luoghi come questo è comunicabile in un altro tempo, il nostro? Ci sono occasioni in cui le parole sembrano aver perso peso, sono sacchi vuoti. Rispetto dell’uomo, rispetto dell’uomo! Questa forse è l’unica pietra di paragone.
Un ragazzo marocchino è tra quelli che dovranno essere rimpatriati tra pochi giorni; sembra frantumi, le parole in sillabe con le mascelle. Mi spiega perchè tutti ritorneranno in Libia a riprovare il viaggio, appena avranno raccolto di nuovo un po’ di denaro: «L’Europa dove vivi tu è la felicità , nei nostri Paesi viviamo per mangiare e non per avere un avvenire».
Le nostre spiegazioni sulla migrazione: formule venute a finire qui come le vecchie auto arrugginite che solcano le strade di Tripoli.
Soltanto un ragazzo della Guinea mi ha detto che non riproverà . È fradicio di stanchezza: «Basta, è inutile. Non ho famiglia, nessuno che mi attenda nè in Guinea nè in Europa. Raccontare perchè rinuncio? Vengo da laggiù, sono qua, non ti basta?».
Quando esco dalla prigione ho le tasche piene di bigliettini, pezzi di cartone su cui hanno scritto numeri di telefono delle loro famiglie: «Chiama, chiama, ti prego. Tu che puoi, dì loro che sono qui, che vengano ad aiutarmi, a tirarmi fuori».
Ho provato a comporre alcuni numeri: risposte in lingue che non conosco o silenzi che affondano nel sospetto o nella disperazione.
Con qualche padre o fratello ho parlato: cerco di instaurare con loro uno scambio, un rapporto umano. Mi piacerebbe dire di non perder fiducia, che i figli e i fratelli stanno bene e, alla fine, ce la faranno.
Ma le parole non hanno lo stesso senso per loro e per te, ti chiedi se hanno il minimo senso davanti a questa sofferenza immensa e anonima. Sei tu che perdi fiducia, sei tu che perdi coraggio.
La tragedia delle donne
Mi sposto nella zona riservata alle donne: la situazione sembra migliore ma l’aria è rovente, grava il fiato di un fortore acido. Anche qui non ci sono materassi, solo stracci e stuoie.
Accanto scola in una palude l’acqua che esce dalle latrine. Sono giovani ma parlano della vita come vecchie. Ho capito perchè quando i poliziotti hanno tirato fuori da una borsa alcuni oggetti sequestrati: amuleti, fogli di carta con maledizioni rituali, bottiglie di plastica che contengono sangue mestruale.
La magia nera per legare le migranti prostitute. E un quaderno in cui sono segnate, meticolosamente, le prestazioni di lavoro: 15 marzo dieci clienti, 16 marzo diciannove. E i prezzi: cinquanta centesimi di dinaro. Un euro vale nove dinari.
Dalle finestre il sole disegna uno sbilenco rettangolo di luce sulla parete e illumina le scritte. I muri, i muri della sezione femminile parlano: minacce, invocazioni, amari pentimenti. La Nigeria è viva, vieni in Libia e vedrai, grande Paese grandi migranti. Sono quasi tutte nigeriane, molte incinte: due litigano per un pezzetto di legno che serve come spazzolino da denti, altre due si contendono una caramella.
Un neonato nudo giace abbandonato sul pavimento, le braccia allargate, dorme.
Al centro della stanza una donna è seduta a terra, le gambe aperte come per puntellarsi, le passano accanto, la urtano, lei non si muove.
Prega, sì prega: un canto monotono per ringraziare dio che non l’ha abbandonata.
Il sudiciume del luogo non riesce a coprire il risplendente e duro metallo di quelle parole. Sì, la Parola è davvero senza fine.

Domenico Quirico
(da “La Stampa”)

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“SQUALLIDO VEDER BALLARE LA SANTANCHE’ DOPO AVER LICENZIATO 14 GIORNALISTI. COME CHI RIDEVA DOPO IL TERREMOTO DELL’AQUILA”

Agosto 12th, 2017 Riccardo Fucile

PAOLA FERRARI SI SCAGLIA CONTRO DANIELA SANTANCHE’

Non le manda a dire Paola Ferrari, giornalista e conduttrice televisiva, che dal suo profilo Instagram si scaglia contro Daniela Santanchè, rea di essersi scatenata in balli sfrenati a sole poche ore di distanza dal licenziamento di 14 giornalisti di Visto e Novella 2000, testate di cui la politica e imprenditrice è proprietaria.
Un post durissimo quello della Ferrari che accosta il comportamento della Santanchè a quello di quanti “ridevano la notte del terremoto de L’Aquila pensando ai guadagni della ricostruzione” e definisce “triste e squallido” un atteggiamento del genere.
Una vicenda che ha suscitato molto clamore.
Il comunicato del comitato di redazione delle due riviste pubblicato da Dagospia recitava durissimo: “In questi due anni di gestione Santanchè nulla è stato fatto per portare Visto e Novella a competere sul mercato editoriale: contrariamente a quanto afferma il liquidatore, mai è stata pianificata una campagna promozionale nè pubblicitaria, mai una locandina, mai un passaggio in tv come tutte le testate concorrenti. Non solo: Visibilia Magazine ha mostrato da sempre una totale incapacità  nel gestire la diffusione di Visto e Novella 2000, tanto che in edicola le due testate spesso non giungono e quindi vengono destinate direttamente al macero. Stessa sorte per i numeri speciali, di cui non si ha traccia”.

(da “Huffingtonpost”)

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LA FIGURACCIA DEI NAZI-PIRATI CHE VOLEVANO FERMARE LE ONG

Agosto 12th, 2017 Riccardo Fucile

IL PREPOTENTE CHE VA A SBATTERE: TRAGICO, PAROSSISTICO E PERSINO COMICO

Tragico, parossistico, e persino comico: i nazi tedeschi alla deriva sono finiti in panne, e una delle navi delle Ong impegnate nell’emergenza sbarchi è stata chiamata a soccorrerli.
Poi quando la figuraccia rischiava di essere planetaria, i nazi del mare hanno rifiutato il soccorso Ong.
Certo è che coloro che sembravano destinati a   diventare prede dei temibili pirati del mare, gli spietati predatori pronti a fare “di tutto” (pur di impedire i soccorsi degli immigrati), quelli che in teoria erano destinati a diventare il bersaglio, la lepre che fugge alla spedizione dei muscolosi guardiani dell’Europa, sono finiti a fare volontariato per poter salvare i loro aggressori dichiarati.
Solo nell’Italia di Dante Alighieri, che è l’inventore del contrappasso (la pena rovesciata del girone infernale), solo in questo paese il caso poteva regalare alla storia una vendetta così raffinata.
La nave tedesca Sea Eye – infatti –   è stata chiamata dalla guardia costiera di Roma per dare soccorso alla “C-star (la nave anti Ong”) noleggiata dall’organizzazione “Defend Europe” che da alcuni giorni incrociava davanti alle coste libiche con l’obiettivo dichiarato di impedire l’azione di soccorso delle imbarcazioni che raccolgono i migranti partiti dalla Libia.
È uno smacco plateale, ovviamente, ma non solo per i nazi-pirati: anche lo Stato che in questi giorni mostrava i suoi muscoli, infatti, non aveva nei mezzi nella possibilità  logistica di intervenire e ha delegato il soccorso della nave nera.
Nulla di male, ovvio, ma è una bella fotografia.
L’unico modo per impedire la deriva della C-star, dunque, era realizzare questo meraviglioso ribaltamento di ruolo: I presunti deboli (ma provvisti di Know-how adeguato) impegnato a soccorrere i presunti forti (ma incapaci di tenere fede ai propri proclami).
E se questa storia ci insegna qualcosa, dunque non è solo il gustoso il giochino del prepotente che va per battere ma finisce battuto, quanto piuttosto il ribaltamento di una narrazione più sottile e più perversa: le ONG che lavorano nel mediterraneo in questi giorni, non sono – come si è cercato di far credere – una banda di sfaccendati sprovveduti in caccia di gloria i di profitto, per spirito di lucro o dabbenaggine.
Sono un personale, serio e qualificato, non una banda di radical chic che si muovono per noia o per effimero spirito di avventura.
Se non ci fossero loro, in queste ore, nel mediterraneo ci sarebbero centinaia di morti in più, abbandonati al mare è senza speranza di salvezza.
Morti neri, perchè di pelle o di bandiera.

Luca Telese
(da “Tiscali news”)

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ATAC, ROMA RISCHIA DI PERDERE UN TERZO DEI BUS

Agosto 12th, 2017 Riccardo Fucile

I CREDITORI BLOCCANO L’INVIO DEI PEZZI DI RICAMBIO, ANCHE SE IL COMUNE SMENTISCE

Andrea Managò su Fatto Quotidiano racconta che al rientro dalle ferie, a inizio settembre, i romani potrebbero trovare ad accoglierli una sorpresa sgradita: la diminuzione fino a un terzo del numero di autobus Atac in circolazione.
Colpa di una sorta di tempesta perfetta (che l’azienda, contattata dal F atto, smentisce in maniera categorica): a quanto riferiscono fonti interne, però, la notizia che la società  dei trasporti sta per ricorrere al concordato preventivo (per spalmare un debito di 1,3 miliardi di euro) ha spaventato i fornitori (che già  vantano crediti per 350 milioni),i qualihanno bloccato l’invio dipezzi di ricambio. Diversi depositi in questi giorni si sarebbero trovati già  sprovvisti di una serie di componenti necessari alle officine.
Vista la situazione, e in attesa delle decisioni dei nuovi vertici sulla strategia da seguire, all’interno di Atac hanno iniziato a predisporre i piani per prevedere anche uno scenario di emergenza. L’azienda dispone di un parco vetture da 1.500 pezzi, ma attualmente ne circolano poco più di 1.300 complici i tempi lunghi legati alla manutenzione dei mezzi.
Tra le ipotesi tecniche messe in campo c’è una drastica riduzione delle vetture in circolazione fino a un minimo di 900 unità , ovvero quella di fermare un terzo della flotta. Una soluzione drastica e impopolare, che però consentirebbe alla società  di ridurre i costi di esercizio e il numero di pezzi di ricambio necessari.
In più, il Comune rischia di dover mettere altri soldi in ATAC:
Problema: comporterebbe anche minori introiti derivanti dal contratto di servizio, che garantisce ad Atac 560 milioni di euro, ma solo con l’attuale numero di chilometri percorsi dai mezzi. Per scongiurare questa opzione, alcuni calcoli aziendali stimano come necessaria una iniezione di liquidità  nelle casse di Atac di 15 milioni di euro.
“Non sono a conoscenza di questa eventualità , ma sicuramente una ipotetica diminuzione delle corse è uno scenario che va scongiurato a tutti i costi”, spiega il presidente della commissione capitolina Mobilità , Enrico Stefà no, del M5S. L’azienda, come detto, giudica l’ipotesi “destituita di ogni fondamento”. L’orientamento politico è chiaro, ma — come detto — la tecnica ha le sue ragioni: si vedrà .

(da “NextQuotidiano”)

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INTERVISTA AL GENERALE HAFTAR: “SENZA IL NOSTRO CONSENSO, LA PRESENZA DI NAVI ITALIANE IN LIBIA E’ UNA INVASIONE”

Agosto 12th, 2017 Riccardo Fucile

PARLA IL LEADER CHE CONTROLLA LA REGIONE DELLA CIRENAICA: “IO NON VI HO DATO ALCUNA LUCE VERDE, SARRAJ NON HA COOORDINATO L’ACCORDO CON NOI”

Sin dalle prime battute in quasi un’ora e mezza di intervista il generale Khalifa Haftar fa capire che a questo punto non intende davvero bombardare le navi militari italiane in Libia. Ma l’uomo forte della Cirenaica spiega anche le ragioni del suo acceso risentimento contro il governo italiano e nei confronti del premier di Tripoli, Fayez Sarraj.
Lo abbiamo incontrato nella capitale giordana mentre sta preparando una visita nei prossimi giorni a Mosca. Su cui specifica: «Con la Russia abbiamo un rapporto storico. Ma che io sappia non hanno alcuna intenzione di costruire una loro base militare in Cirenaica».
Generale può spiegare come mai ai primi di agosto ha dichiarato che avrebbe potuto attaccare le navi italiane che incrociassero nelle acque territoriali del suo Paese?
«In primo luogo voglio ribadire che libici e italiani sono amici. Abbiamo superato il retaggio dell’aggressione fascista. E, proprio perchè i nostri rapporti sono eccellenti, tengo a combattere chiunque provi a rovinarli. In Italia veniamo in vacanza, i nostri feriti sono curati, abbiamo antiche relazioni economiche. Ma devo anche dire che noi libici teniamo alla nostra indipendenza e sovranità . Nessuno può entrare con mezzi militari nelle nostre acque territoriali senza autorizzazione. Sarebbe un’invasione e abbiamo il diritto-dovere di difenderci, anche se chi ci attacca è molto più forte di noi. Vale per l’Italia, come per qualsiasi altro Paese».
Ma l’arrivo delle navi italiane è il frutto di un accordo tra Roma e Sarraj, nel contesto del controllo del traffico dei migranti. Lei sa bene che non c’è alcuna mira aggressiva. Dove sta il problema?
«Non c’è stata alcuna intesa con noi. Io non vi ho dato alcuna luce verde. Non solo, nessuno ci ha mai detto nulla. È stato un fatto compiuto, imposto senza consultarci».
Dunque quelle navi della marina militare italiana nel porto di Tripoli e dintorni restano obbiettivi potenziali?
«No, non è questo il caso. Non si tratta di un atteggiamento specificamente anti-italiano. Vale per qualsiasi nave militare straniera che resta un obbiettivo legittimo, se non si coordina con le mie forze armate».
La sua è un’accusa a Sarraj, che non rispetta le vostre intese di cooperazione firmate a Parigi il 25 luglio sotto l’egida del presidente Macron?
«Assolutamente sì. Sarraj ha violato in modo grave quegli accordi, dove si dice esplicitamente che mosse di questo genere vanno coordinate tra noi. Ma la violazione è anche italiana. A Roma sono corresponsabili, sanno benissimo che Sarraj non ha alcuna autorità  per permettere alle vostre navi di venire nelle nostre acque territoriali. Non ha chiesto il parere a me e neppure al suo Consiglio presidenziale. La sua è una scelta individuale, illegittima e illegale».
Lei stesso in gennaio ha spiegato in un’intervista al Corriere di avere contatti regolari con i servizi segreti italiani. Neppure loro l’hanno avvisata in anticipo?
«Nulla. Nessuno mi ha detto nulla dall’Italia. Per me è stata una sorpresa totale. Dopo che ho protestato è venuto personalmente il numero due dei vostri servizi a scusarsi, promettendo che avrebbe investigato per capire dove a Roma avevano sbagliato».
È il fallimento delle intese di Parigi?
«Non direi. Io credo ancora in quelle intese, restano l’unica piattaforma su cui costruire la transizione per cercare di alleviare le sofferenze del popolo libico. Penso inoltre sia possibile tenere elezioni politiche in Libia il marzo prossimo, come si è programmato a Parigi, e probabilmente anche prima».
Quindi Sarraj resta un partner, anche se ogni volta che parla con lei i suoi alleati lo attaccano duramente?
«Sarraj è messo alla prova. Vediamo se riesce a mantenere la parola data. Anche se sino ad ora ha sempre fallito a causa delle sue debolezze strutturali. Lo provano le sue ultime mosse, ha già  tradito anche le promesse fatte al nostro incontro di Abu Dhabi in primavera. Il suo problema è che dipende dalle milizie, non possiede un esercito regolare come il nostro. Ecco perchè subisce anche il peso delle bande di scafisti e della criminalità  che gestisce il traffico dei migranti in Tripolitania».
Eppure, negli ultimi giorni il traffico di migranti verso l’Italia pare diminuire. I flussi crescono per contro verso la Spagna. Lei cosa suggerisce?
«Il problema migranti non si risolve sulle nostre coste. Se non partono più via mare ce li dobbiamo tenere noi e la cosa non è possibile. Anche gli accordi del vostro ministro degli Interni Minniti con le tribù, le milizie e le municipalità  del nostro deserto sono solo palliativi, soluzioni fragili. Dobbiamo invece lavorare assieme per bloccare i flussi sui 4.000 chilometri del confine desertico libico nel sud. I miei soldati sono pronti. Io controllo oltre tre quarti del Paese. Possiedo la mano d’opera, ma mi mancano i mezzi. Macron mi ha chiesto cosa ci serve: gli sto mandando una lista».
Per esempio?
«Corsi di addestramento per le guardie di frontiera, munizioni, armi, ma soprattutto autoblindo, jeep per la sabbia, droni, sensori, visori notturni, elicotteri, materiali per costruire campi armati di 150 uomini ciascuno altamente mobile e posizionati ogni minimo 100 chilometri».
Costo?
«Stimo circa 20 miliardi di dollari distribuiti su 20 o 25 anni per i Paesi europei uniti in uno sforzo collettivo».
Una somma comunque enorme!
«Nulla, se paragonata a quella che l’Europa stanzia per Erdogan. La Turchia prende 6 miliardi e passa da Bruxelles per controllare un numero infinitamente inferiore di profughi siriani e qualche iracheno. Noi in Libia dobbiamo contenere flussi giganteschi di gente che arriva da tutta l’Africa. Se ogni governo europeo contribuisce ad aiutarci, per voi la spesa diventa irrisoria».
Lei continua a parlare del suo impegno nella lotta contro il terrorismo. Ma c’è ancora un vero pericolo Isis in Libia dopo la sua apparente sconfitta nella roccaforte di Sirte l’autunno scorso?
«È molto diminuito. A Bengasi e nel deserto sotto il nostro controllo l’abbiamo battuto. Restano pericolosi circa 300 militanti di Isis a Derna e 200 a Sabrata».
Agli inizi di giugno le milizie di Zintan, sue alleate, hanno liberato il figlio maggiore di Gheddafi, Saif al Islam. Lei ha avuto un ruolo?
«No e non gli ho mai parlato da quando è stato liberato. Saif non mi ha mai chiesto alcuna assistenza. È un cittadino libico come tutti gli altri, con obblighi e doveri. L’era di Gheddafi è cosa del passato, anche se so che tanti tra i suoi ex sostenitori oggi mi sono favorevoli>.

(da “il Corriere della Sera”)

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I GUAI DI GRILLO E ROUSSEAU CON IL GARANTE DELLA PRIVACY

Agosto 12th, 2017 Riccardo Fucile

L’HACKING DEL SISTEMA OPERATIVO HA EVIDENZIATO UN PROBLEMA LEGALE: IN BASE A QUALE AUTORIZZAZIONE ROUSSEAU HA GESTITO I DATI DEGLI ISCRITTI AL M5S CHE DOVREBBERO ESSERE TRATTATI DAL SOLO TITOLARE?

Dopo Ferragosto si aprirà  un altro fronte dell’eterna lotta tra Beppe Grillo e la legalità . Il Garante della Privacy ha infatti aperto un’istruttoria di sua iniziativa sui due attacchi hacker che hanno colpito Rousseau nei giorni scorsi.
Oltre alle segnalazioni e agli esposti arrivati dal Movimento e dagli iscritti, il garante ha deciso di muoversi in autonomia e ha chiesto esplicitamente chiarimenti ai vertici M5S. Dalla Casaleggio Associati è arrivata una risposta con l’invio di documenti all’autorità  garante.
Ma la questione non finisce qui.
Perchè l’hacking ha contribuito a mettere sotto la lente è la trasmigrazione dei dati personali degli iscritti dal blog di Beppe Grillo agli altri portali della galassia grillina. In base a quale autorizzazione Rousseau ha gestito i dati degli iscritti al M5S che dovrebbero essere trattati dal (solo) titolare del trattamento?
Il Garante della Privacy ha aperto l’istruttoria il 7 agosto, inviando una richiesta di informazioni. Al momento, dagli uffici dell’Autorità  non filtra di più se non che il Garante sta seguendo “da vicino” la vicenda.
Il sito di Grillo ha inviato a tutti gli iscritti una mail per chiedere di cambiare la password con l’iscrizione al blog.
La parte divertente della vicenda è che anche espulsi storici come Federica Salsi l’hanno ricevuta, confermando così che gli elenchi non sono in nessun modo aggiornati.
L’obiettivo dell’Autorità  sembra essere quello di verificare se la custodia di dati sensibili (anche di personalità  pubbliche come lo sono gli esponenti del M5S) da parte dei gestori di Rousseau sia adeguata o le “falle” siano tali da violare la legge.
Un paio di giorni fa l’avvocato Lorenzo Borrè, interpellato dall’AdnKronos, ha sottolineato come emerga che l’Associazione Rousseau “ha confermato di gestire il sistema operativo su cui avvengono le votazioni degli iscritti e che quindi è in grado di affermare se una persona ha partecipato o no a una determinata votazione”.
Il che, secondo Borrè, vuole dire che Rousseau “potrebbe avere avuto accesso a dati sensibili”.
Dati che “sarebbero dovuti essere trattati solo dal Movimento 5 Stelle”, al quale le persone in questione si erano iscritte, “e non da Rousseau”.
“Il trattamento dei dati da parte di un soggetto terzo come Rousseau — evidenzia il legale — doveva essere autorizzato dagli iscritti, ma i miei assistiti confermano di non aver mai dato il proprio consenso”.
Al Garante della privacy “chiederemo di verificare se il fatto che Rousseau sia in grado di dire chi ha votato o no postuli la disponibilità  dei dati personali e sensibili delle persone. E, in caso positivo, come Rousseau abbia acquisito l’autorizzazione al trattamento di questi dati”.

(da “NextQuotidiano”)

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DAI, MINNITI, NON ESSERE TIMIDO: PERCHE’ NON CHIEDI ANCHE A DEFEND EUROPE DOVE PRENDONO I SOLDINI PER VIOLARE LE LEGGI INTERNAZIONALI?

Agosto 11th, 2017 Riccardo Fucile

190.000 EURO DICHIARATI, 10.000 DOLLARI A TESTA DENUNCIATI DAI CLANDESTINI CINGALESI: CHE ALTRE ENTRATE PER I COSTOSI RIFORNIMENTI IN ALTO MARE E PER GLI ATTIVISTI CHE SI SPOSTANO IN AEREO ? … O DIMOSTRARE CHI LI FINANZIA VALE SOLO PER LE ONG?

La nave di Defend Europe è partita da Gibuti un mese fa, ha attraversato il canale di Suez dove ha avuto i primi problemi circa i documenti di chi era a bordo.
Doveva virare a ovest su Catania, ma è salita a nord a Famagosta (Cipro) dove si è scoperto che aveva a bordo una ventina di cingalesi (cinque hanno chiesto asilo politico) che hanno dichiarato di aver pagato 10.000 dollari a testa per arrivare in Europa.
Il comandante è stato arrestato e poi di fatto espulso come indesiderato: non gli è stato contestato il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina semplicemente perchè il reato nella Cipro di area turca non esiste.
Da qui un primo rifornimento di carburante che, a detta del comandante, “non ho mai pagato così caro”, evidentemente qualche fornitore lo ha preso per il collo, stante la situazione legale precaria.
Da Cipro un”altra settimana di navigazione e un approdo mancato sia a Catania che a Zarzis (Tunisia) perchè gli è stato negato l’attracco.
Poi un tentativo di attracco a Sfax e un altro rifiuto dell’autorità  portuale, quindi rifornimento ad alto costo in mare di carburante e viveri.
Considerato il noleggio di una nave di quelle dimensioni, il mese di navigazione, gli imprevisti, come è finanziata la missione?
Le entrate certe sono 190.000 euro raccolti con un finanziamento via internet (di cui non si conoscono i nomi dei finanziatori) e, secondo i cingalesi, i 10.000 euro a testa versati dai clandestini (ovviamente non esiste ricevuta, ma nessuna autorità  italiana ha pensato di interrogarli).
Al costo della missione vanno aggiunte le spese di trasferimento dei presunti attivisti che avrebbero dovuto salire a bordo della C-Star a Catania (dove hanno alloggiato per dieci giorni) e il loro trasferimento in aereo in altro Stato per poi operare un trasbordo.
Va da sè che solo degli ingenui possono pensare che con 190.000 euro si possa far fronte alle spese di cui sopra.
Ne deriva quindi una necessità : se il codice Minniti prevede che per navigare nella zona Sar sotto il controllo della Marina italiana le Ong devono dimostrare come vengono finanziate, come mai la stessa regola non vale per la C-Star di Defende Europe?
Come mai Minniti non ha dato disposizione di produrre i conti di entrate e uscite, con relativi nomi e cognomi dei finanziatori?
Come mai Di Maio, così pronto a chiedere le giustificative alle Ong, non fa altrettanto con una mission che viola le norme internazionali a lui così pertinianamente care?
Che rapporti ha Defende Europe con i servizi italiani e stranieri, visto che i media hanno parlato di informative (fasulle) passate ai servizi e alla magistratura italiana?
Visti i precedenti di mercenari contractors di molti loro responsabili (nonchè una condanna in Svezia per truffa dell’armatore della C-Star) da chi sono foraggiati?
Su, Minniti, non sia timido, dimostri che la legge è uguale per tutti.

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PUR DI FAR FIRMARE SOS MEDITERRANEE, MINNITI HA CAMBIATO IL CODICE DI CONDOTTA

Agosto 11th, 2017 Riccardo Fucile

IN PRATICA SI E’ RIMANGIATO IL TESTO: “IL CODICE NON E’ LEGALMENTE VINCOLANTE E PREVALGONO LE LEGGI INTERNAZIONALI”… E SALTANO ANCHE IL DIVIETO DI TRASBORDO E LA POLIZIA ARMATA A BORDO

SOS Mediterranee ha sottoscritto il Codice di Condotta per le operazioni di salvataggio dei migranti in mare. La firma è avvenuta venerdì mattina al Viminale. Sos Mediterranee ha sottolineato di aver acconsentito alla firma solo dopo che il Viminale ha specificato alcuni punti.
Tra questi – spiega la ong in un comunicato – il fatto che «il Codice di Condotta non è legalmente vincolante e prevalgono le regolamentazioni e le leggi nazionali ed internazionali».
Inoltre Sos Mediterranee ha ribadito di non impegnarsi con la firma a ricevere uomini armati a bordo della sua nave, fatto salvo in caso di mandato rilasciato nell’ambito del diritto nazionale o internazionale e di non accettare limitazione ai trasbordi dei sopravvissuti ad altre navi, quando coordinati dal MRCC di Roma.
In precedenza avevano sottoscritto il documento – che fissa 13 regole – Save the Children, Moas, Proactiva Open Arms e Sea Eye.
A oggi restano attestati sul fronte del «no» Medici senza frontiere, Jugend Rettet e Seawatch, contrarie sostanzialmente alla presenza a a bordo di polizia armata e al divieto di trasbordo dei migranti su altre imbarcazioni.
«Rimaniamo fermi sulla nostra posizione», ha fatto sapere Loris De Filippi il presidente di Medici Senza Frontiere, ong che ha una nave in partnership con Sos Mediterranee, Aquarius.
«Stiamo discutendo il da farsi. Al momento Aquarius si trova in acque internazionali dove continua le sue attività  di pattugliamento e soccorso. Quello che oggi più ci preoccupa sono le minacce da parte delle autorità  libiche che vieterebbero alle navi delle Ong l’ingresso in un’area di mare molto estesa. I recenti sviluppi nel Mediterraneo mostrano che il Codice di Condotta è parte di un disegno più ampio che intende sigillare la costa libica e intrappolare migranti e rifugiati in Libia, gettando via la chiave. Per questi motivi MSF rimane nella propria convinzione di non poter firmare il Codice».

(da “Il Corriere della Sera”)

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ESILARANTE SALVINI: LUI, CHE NON HA MAI LAVORATO IN VITA SUA, DICE A SAVIANO: “FATTI UNA VITA, A SPESE TUE”

Agosto 11th, 2017 Riccardo Fucile

PARLA IL MANTENUTO DA 20 ANNI DAI CONTRIBUENTI ITALIANI   E CHE, L’UNICA VOLTA CHE ERA SENZA SCORTA, E’ SCAPPATO A GAMBE LEVATE

Dopo 24 ore di meditazione, tipica di chi non sa cosa rispondere, oggi Matteo Salvini risponde con l’ennesima gaffe a Roberto Saviano che ieri lo aveva sputtanato ricordandogli che le scorte non le decide il governo, ma l’organismo di polizia preposto al servizio, sulla base di proprie valutazioni.
E nell’occasione aveva rimarcato tre bufale (tra le tante) che il leader della Lega aveva veicolato ai gonzi che leggono le sue sortite quotidiane.
Oggi Salvini replica:
Il signor SAVIANO è preoccupatissimo per la possibilità , auspicata da me e da milioni di italiani, che gli venga tolta la SCORTA, di cui inutilmente gode da tempo
Coda di paglia? La paura che fa Saviano alla camorra è pari a quella che fanno le minacce di Kim a Donald Trump: zero.
Ciaone Saviano, fatti una vita! A spese tue.

Certo che pagare 300.000 euro l’anno il consulente alla comunicazione ( salvo licenziare i giornalisti della Padania) per partorire una risposta autolesionista del genere è davvero uno spreco.
1) Non sa cosa dire sull’errore che ha fatto: un governo non ha la facoltà  di togliere o concedere la scorta a nessuno, come invece aveva dichiarato. Non conosce nemmeno le regole.
2) Saviano non fa paura e ha bisogno della scorta? A parte che non lo decide Salvini, la cui opinione vale meno di zero, per quale motivo l’eroe sovranista non rinuncia alla sua di scorta che costa agli italiani centinaia di migliaia di euro, considerati gli uomini che vengono impiegati a sua tutela ogni volta che si sposta in Italia?
O forse se la fa sotto come a Bologna quando è scappato a gambe levate di fronte a quattro ragazzotti?
3) La chiosa finale è il massimo: Saviano dovrebbe “farsi una vita a spese sue”.
Si dà  il caso che Saviano faccia lo scrittore e abbia un mestiere per il quale paga anche i rischi delle sue denunce contro la camorra.
Non è figlio di un dirigente benestante con seconda casa a Recco che non ha mai lavorato in vita sua, non ha mai avuto “un mestiere”, ha bazzicato i centri sociali da “comunista padano” ed è stato 13 anni fuori corso all’università .
Saviano non vive alle spalle dei contribuenti, qualcun altro sì.

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