Aprile 23rd, 2018 Riccardo Fucile
“NON HO EREDI POLITICI”… “LEU? LA VITTORIA DEL PENSIERO DEBOLE”
“L’avvento di Berlusconi ha ritardato la morte della sinistra politica, che si è lentamente dissolta
nell’anti-berlusconismo, sostituendo al conflitto classico tra lavoro e capitale quello tra berlusconiani e anti-berlusconiani. Da lì hanno cominciato a confondersi i piani, la sinistra è diventata da garantista a giustizialista, da pacifista ad atlantista, da classista a governativa”.
Lo dice, in una lunga intervista a Libero, Fausto Bertinotti.
Sulle trattative per la formazione del nuovo governo, ride e commenta
“I tentativi […] a cui stiamo assistendo sono puro avanspettacolo. Però piango anche a vedere la politica così impoverita e pensare che la mia parte è scomparsa”.
Colpa anche sua?
“È invece merito anche nostro se i comunisti italiani sono durati così a lungo, unici in Europa. Abbiamo resistito trent’anni dopo il crollo del Muro di Berlino e quaranta dopo la sconfitta del movimento operaio alla fine alla fine degli anni ’80. Ancora nel 2005, Rifondazione era l’unico partito comunista ammesso a firmare il documento del forum altermondista di Porto Alegre. Sopravviviamo solo in Sud America”.
Bertinotti afferma poi di non avere eredi.
Potere al Popolo?
“Sono certamente interessanti, ma non possono essere i miei eredi perchè il nostro mondo è politicamente morto”.
Durissimo invece il giudizio su LeU, in cui Bertinotti non vede “nulla” della sinistra rifondarola:
“Nella sinistra politica italiana, in ogni sua componente, in basso mancano il radicamento territoriale e l’inserimento sociale, in alto i vertici mancano di una cultura politica forte. LeU rappresenta la vittoria del pensiero debole che propone politiche di benpensanti. Anche battaglie necessarie, come quelle sui diritti civili, gli immigrati, le nozze gay, se separate dalla lotta per la giustizia sociale e l’uguaglianza, non sono in grado di costruire un’alternativa di società . Si tratta di radicali a cui manca la radicalità , come si è visto sullo ius soli, mollato sul più bello”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: Politica | Commenta »
Aprile 23rd, 2018 Riccardo Fucile
LA LOGICA CONCLUSIONE DI DELLA CANANEA, IL “SAGGIO” A CUI DI MAIO HA AFFIDATO UN ESAME DEI PUNTI IN COMUNE TRA I PROGRAMMI DI M5S , CENTRODESTRA E PD… NON C’ERA BISOGNO DI UN “SAGGIO” PER CAPIRLO, MERA OPERAZIONE PER GUADAGNARE SOLO TEMPO
Dal lavoro rapido e approfondito del team guidato dal prof Giacinto della Cananea nasce un documento per dire che, tutto sommato, i partiti a parole non sono così distanti sui programmi.
Specie sui fini, anche se possono esserci ricette diverse sui mezzi per raggiungerli.
Le divergenze però ci sono e sono particolarmente rilevanti, “non sono poche nè di trascurabile rilievo” secondo il professore.
“Vi sono divergenze che derivano da diverse, se non opposte, concezioni della vita associata e di ordine morale”.
Vengono fatti gli esempi della giustizia penale, dei vaccini, dell’Ue e delle pensioni. “Il punto di fondo è chiaro: le divergenze che si sono manifestate ben prima dell’ultima campagna elettorale, riguardano temi e problemi tra quelli più rilevanti per l’azione dello Stato, all’interno e all’esterno, e sono quindi tali da rendere ardua la formazione di un governo coeso”.
Un contratto alla tedesca è possibile. Sia con il Pd, sia con la Lega.
“In alcuni casi sussistono significative convergenze per quanto concerne i fini (per limitarsi ad alcuni esempi, il miglioramento dei rapporti tra i cittadini e il fisco e il potenziamento delle infrastrutture materiali), sia per i mezzi – si legge nel report – In altri casi le divergenze sono molto accentuate, se non radicali, per quanto concerne i fini (per esempio, nel modo di concepire il sistema pensionistico) o i mezzi (per esempio, gli strumenti per contrastare la povertà e l’organizazzione della giustizia penale).
Una volta risolta la prima questione, concernente il ‘se’ vi sia un nucleo di convergenze programmatiche sufficiente per passare alla predisposizione di un’agenda per il governo del Paese, ci si è chiesti ‘come’ si possa provvedere in tal senso”.
Le divergenze più significative riguardano giustizia penale, vaccini, Ue e pensioni.
“Il punto di fondo è chiaro: le divergenze che si sono manifestate ben prima dell’ultima campagna elettorale, riguardano temi e problemi tra quelli più rilevanti per l’azione dello Stato, all’interno e all’esterno, e sono quindi tali da rendere ardua la formazione di un governo coeso”.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Aprile 23rd, 2018 Riccardo Fucile
CONTAMINAZIONE DEI SAPERI E VALORI ETICI, UN MODELLO NATO ALLA OLIVETTI DI IVREA CHE PORTO’ L’ITALIA ALL’AVANGUARDIA NEL MONDO
L’opera e il pensiero di Adriano Olivetti (e del figlio Roberto) costituiscono un patrimonio
preziosissimo, ancora oggi fonte di ispirazione per i cittadini e per chi è impegnato nelle attività destinate a creare impresa, conoscenza, benessere e giustizia sociale.
Analizziamo, in rapida sintesi, i pilastri del modello olivettiano.
La Olivetti è stata innanzitutto un’azienda leader mondiale nelle tecnologie
Le produzioni dell’azienda — macchine per scrivere e da calcolo, calcolatori elettronici, meccatronica (Olivetti Controllo Numerico) e persino mobili per ufficio — hanno conquistato tutti i mercati del mondo.
Rimane il rammarico che, a partire dal 1960, insipienze e persino boicottaggi della politica e dell’establishment nazionale, e non solo, abbiano impedito all’azienda di conseguire successi in settori d’avanguardia (si pensi all’occasione perduta con il primo calcolatore elettronico da tavolo nel mondo, la “P101” di Piergiorgio Perotto).
Il modello Olivetti nasce dalla lungimiranza dell’ing. Adriano e dalla sua scelta di investire nei talenti e nei giovani laureati — capaci di garantire creatività , nuove energie e persino quella ventata di incoscienza necessaria per la costruzione di progetti di natura sperimentale (citiamo per tutti Mario Tchou, che aveva 30 anni quando gli fu chiesto di tornare dagli Stati Uniti per avviare le attività nel settore elettronico).
Le attività di formazione consentivano ai dipendenti più meritevoli di progredire nella carriera interna. E senza dimenticare che Olivetti, assieme ad ENI, è stata la più grande scuola di management in Italia.
Poi accadde che un geniale operaio, Natale Capellaro, inventò la “Divisumma 24”, calcolatrice rivoluzionaria, capace di conquistare il mondo e assicurare i profitti necessari per finanziare le diverse attività dell’azienda.
La contaminazione dei saperi e la ricerca della bellezza.
Il sapere scientifico e tecnologico, nella visione di Adriano Olivetti, richiedeva il sostegno di altre discipline, che avrebbero migliorato la funzionalità e l’estetica dei prodotti e dei luoghi di lavoro, nonchè le condizioni di vita dei lavoratori: design, architettura, grafica, logistica, sociologia, medicina del lavoro, cultura in senso esteso. L’azienda pubblicava libri (Edizioni di Comunità — e qui il ricordo va a Renzo Zorzi) e riviste scientifiche e culturali di alto valore (Tecnica e Organizzazione e Zodiac su tutte), finanziava periodici culturali (Metron, Urbanistica, Sele arte), ospitava dibattiti e mostre d’arte.
Scriverà Franco Fortini: “La Olivetti è stata ed è anche questo: il luogo dove è possibile attribuire alla scelta di un colore per una copertina, di un aggettivo per uno slogan, di un profilato per uno stand o di una linea per una carrozzeria di una macchina, un’importanza non troppo diversa di quella che si dà alla scelta di una soluzione meccanica, di un acciaio, di un procedimento di fusione.”
La strategia “local→global”
La Olivetti è stata una multinazionale — l’unica italiana ad aver conquistato tutti i mercati — con una visione “local→global”: radicata nel territorio e nella comunità (concetto fondamentale per l’ing. Adriano) canavesana, sin dagli anni ’30 ha costruito stabilimenti e centri di ricerca in Italia e all’estero — Argentina, Brasile, Spagna, Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, Giappone, Messico, Singapore, Cina (anche in questi casi la progettazione degli edifici era affidata ad architetti del livello di Kanh, Stirling, Tange).
Le produzioni venivano esportate in tutti i continenti, dove l’azienda era presente con proprie filiali ed una autonoma rete di distribuzione.
L’attenzione maniacale al marchio, alla reputazione e alla comunicazione
Olivetti è diventata il simbolo nel mondo di un’azienda che investe nella comunicazione d’impresa per promuovere il proprio marchio e la propria reputazione. A Ivrea hanno lavorato — la lista è impressionante, qui ci limitiamo a qualche citazione — i migliori architetti (Figini e Pollini, Vittoria, Zanuso), grafici (Pintori, Ballmer, Bassi), designer (Nizzoli, Sottsass, Bellini), registi e musicisti (N. Risi, Ragghianti, Berio), scrittori (Sinisgalli, Pampaloni, Ottieri), sociologi (Pizzorno, Ferrarotti, Novara), fotografi (Berengo Gardin, Mulas, Cartier-Bresson) che si sono impegnati a dare forma e immagine alla bellezza creata ogni giorno ad Ivrea e nei diversi stabilimenti italiani e stranieri.
I negozi Olivetti, progettati da grandi architetti e designer (Gae Aulenti, Nivola, Scarpa) sono diventati luoghi di culto — antesignani degli Apple Store, ma con la differenza che ciascun negozio Olivetti era un unicum.
L’uso delle informazioni, la capacità di misurarsi con i casi di successo internazionali, la curiosità per tutto ciò che è diverso
Il modello organizzativo Olivetti era costruito su metodologie organizzative particolarmente innovative: la ricerca continua di condivisione delle informazioni fra le diverse strutture interne (documentate nel libro del 1960 di Luciano Gallino “Progresso tecnologico ed evoluzione organizzativa negli stabilimenti Olivetti, 1946-1959. Ricerca sui fattori interni di espansione di un’impresa”); lo studio dei casi di successo internazionali, e quindi la curiosità per la diversità , ai fini del perfezionamento della qualità delle attività — a Ivrea era in funzione la migliore emeroteca d’Italia. Vi è poi una pagina poco conosciuta della storia della “Ditta” (mio padre, uscendo da casa la mattina diceva “vado in Ditta”, come se questa fosse una seconda casa).
Roberto Olivetti — entusiasta sostenitore delle attività nel settore elettronico — all’inizio degli anni ’70 aveva intuito l’avvento della Società dell’Informazione, come testimoniano gli investimenti nell’informatica distribuita, gli scritti e le campagne pubblicitarie.
Il rispetto per i lavoratori e la loro partecipazione alla vita dell’impresa
La Olivetti — come è noto — è stato il simbolo dell’azienda sensibile ai diritti dei lavoratori (e dei loro figli), a cui venivano offerti ambienti di lavoro, salari, servizi sociali — asili nido, colonie e borse di studio, servizi sanitari, biblioteche ed emeroteche — senza eguali nel mondo, la possibilità di crescita professionale e persino le abitazioni.
Erano stati avviati progetti di partecipazione attiva dei lavoratori alla gestione aziendale. Ad Ivrea non erano consentite discriminazioni sulla base delle idee politiche (alcuni tra i maggiori collaboratori di Adriano Olivetti erano comunisti — Fortini e Volponi i casi più noti).
La politica per il mezzogiorno
Sin dall’inizio degli anni ’50 Adriano Olivetti ha avuto una particolare attenzione per la rinascita del Mezzogiorno. Si pensi al progetto di riqualificazione del quartiere Martella di Matera. E quando decise di costruire la fabbrica di Pozzuoli chiamò il geniale architetto (comunista) Luigi Cosenza, incaricandolo di progettare una fabbrica a misura d’uomo, in cui nessun operaio dovesse lavorare a più di sette metri da un punto luce, nonchè le case destinate ai dipendenti. L’industriale eporediese sarà ripagato dal fatto che in breve tempo Pozzuoli diventerà lo stabilimento più efficiente del gruppo.
Ripartire dalla “nazione” e dalla visione “local→global”?
Viviamo in un tempo caratterizzato dalla ridefinizione del concetto di nazione, dalla delegittimazione delle istituzioni e della politica, dal predominio del capitalismo finanziario, dall’acuirsi delle differenze tra pochi ricchi — sempre più ricchi —, la classe media, che ha perso benessere e speranze, e ceti sociali sempre più poveri. La precarietà impedisce ai giovani, spesso costretti ad emigrare all’estero, di costruire un progetto di vita.
Fenomeni frettolosamente definiti come sovranismo e populismo segnalano la reazione diffusa di politici, intellettuali e cittadini che rivendicano la volontà di ripartire dalla valorizzazione del ruolo della “nazione” nella comunità globalizzata (local→glocal).
L’elezione di Donald Trump, il successo di Bernie Sanders e Jeremy Corbyn e in Italia del M5S e della Lega, nonchè l’ascesa in Europa di numerosi movimenti critici sulla globalizzazione, rappresentano una risposta, ognuna con proprie specificità , a queste lacerazioni.
Si è creato uno strapotere della finanza e delle multinazionali che controllano tecnologie, brevetti, informazioni, social network e logistica, e che, grazie a questi strumenti, sono in grado di influenzare la formazione degli orientamenti politici (e non solo) dei cittadini e quindi i meccanismi che regolano il funzionamento delle singole democrazie.
Le reti e le nuove tecnologie hanno disarticolato gerarchie e modificato distanze, ad ogni livello, e consentono ora un accesso generalizzato alle informazioni (quelle pregiate rimangono sovente nella disponibilità di pochi) e influenzano l’agire e il pensiero delle giovani generazioni.
La Quarta Rivoluzione Industriale, con lo sviluppo di servizi e prodotti, offre tuttavia inedite opportunità ai Paesi in grado di garantire la partecipazione popolare ai processi decisionali, e promuovere il sistema educativo, la ricerca scientifica e il proprio sistema industriale.
Interesse nazionale e politiche industriali
Il successo di scienze, tecnologie e metodologie innovative (big data, Intelligenza Artificiale, robotica, machine learning, genetica, nanotecnologie, logistica) trasformano gli assetti geopolitici, con il protagonismo dei Paesi emergenti, e determinano nuovi fenomeni economici e sociali — quali la riduzione dei posti di lavoro e la necessità di professionalità sofisticate. I
l modello occidentale, con il parallelo invecchiamento della popolazione, è entrato in crisi, con l’eccezione della Germania, che invece ha saputo cogliere le opportunità del nuovo “ordine mondiale”, a partire dalla promozione del sistema educativo, della R&S e della grande industria e degli investimenti strategici in Cina.
Le rivoluzioni in atto richiedono sinergie e integrazioni tra i saperi scientifici, tecnologici e umanistici; investimenti significativi nell’istruzione, nella ricerca e nella cultura (consapevoli che gli innovatori iniziano a formarsi sin da bambini); alleanze internazionali win-win.
Siamo di fronte ai grandi temi dell’interesse nazionale e delle politiche industriali settoriali, in Italia troppo spesso sacrificati sull’altare del liberismo, della subalternità ad altri Paesi, e della mancanza di progetti a lungo termine, in favore della politica del “day by day”.
Il rilancio della Olivetti come simbolo della rinascita dell’Italia
Veniamo alla storia recente. Tutto è iniziato nel febbraio 1999, quando la Olivetti, cedute a Mannesmann le partecipazioni in Omnitel e Infostrada, acquisisce il controllo, tramite Tecnost, di Telecom Italia — lo strumento è una OPAS in gran parte a debito. Da quel momento l’azienda inizia il suo inarrestabile declino.
Tralasciamo i dettagli sulle vicende successive e arriviamo al 4 agosto 2004, quando, a seguito della fusione con Telecom Italia, il nome Olivetti scompare dalla borsa.
La relazione tra Telecom Italia e Olivetti non ha dato i frutti che, forse, qualcuno auspicava. Il sito di Olivetti S.p.A., oggi controllata da Telecom Italia, informa che l’azienda offre “soluzioni in grado di automatizzare processi e attività aziendali per le PMI, le grandi aziende e i mercati verticali” e impiega 450 dipendenti; il fatturato del 2016 è stato di 264 milioni di euro. I timidi segnali di ripresa nell’ultimo biennio dimostrano che nel Dna della società è rimasta una forte tensione verso l’innovazione.
In Italia il dibattito sull’Europa spesso evade il tema del contributo concreto il nostro Paese intende offrire per fronteggiare la competizione mondiale.
L’Italia ha necessità di rilanciare politiche industriali selettive, in grado di promuovere l’innovazione nelle nuove tecnologie e l’integrazione fra i saperi, per riportare il Paese nel posto che gli compete nella comunità internazionale.
La Olivetti — che ha subito per decenni di ostracismi di ogni genere — rimane il modello di impresa moderno più ammirato e citato, oggetto ogni anno di numerose monografie.
Un progetto per il rilancio di Olivetti potrebbe costituire un segnale di forte discontinuità , da parte del nuovo Esecutivo, rispetto alla scarsa attenzione prestata dai governi, a partire dal 1990, alla promozione del nostro patrimonio industriale e tecnologico. Un simile progetto potrebbe rappresentare un segnale di speranza e di fiducia rivolto ai cittadini e ai ceti produttivi.
Poichè Telecom Italia non ha mai considerato davvero strategica Olivetti, non sarebbe forse auspicabile uno scorporo, con un intervento guidato da CDP e con la partecipazione di imprenditori virtuosi, per dar vita ad un nuovo grande progetto di industria, capace di reinterpretare i processi di innovazione?
Il rilancio di Olivetti potrebbe correre in parallelo con un progetto strategico di una rete di eccellenze nazionali — magari coordinato dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova —, in grado di scommettere sulle nuove frontiere della conoscenza.
L’Unesco nella prossima sessione di giugno-luglio deciderà se dichiarare “Ivrea, Città industriale del XX Secolo” patrimonio dell’umanità .
La Olivetti S.p.A. quest’anno ha organizzato una mostra presso la Galleria d’arte Moderna di Roma dal titolo “Looking forward — Olivetti — 110 anni di immaginazione”, focalizzata sul Dna continuamente proteso verso l’innovazione dell’azienda di Ivrea.
E’ auspicabile che la storica ricorrenza dei 110 anni — l’anniversario cade ad ottobre 2018 — diventi un’occasione di ripartenza per l’Italia, per le politiche industriali selettive, per la Olivetti.
E che il cambiamento sia ispirato dalla partecipazione popolare e guidato da un nuovo potere politico, dotato di “vision” e immaginazione di lungo periodo.
(da “Business Insider”)
argomento: Lavoro | Commenta »
Aprile 23rd, 2018 Riccardo Fucile
MENTRE M5S PERDE VOTI RISPETTO ALLE POLITICHE
La chiave del Molise è questa: lo stallo, nel grande negoziato sul governo, rallenta i vincitori delle politiche, intesi come Cinque Stelle e Lega.
Trionfa invece il centrodestra nel suo insieme, con Forza Italia – e non è un dettaglio – davanti alla Lega.
Il Movimento 5 Stelle è la prima forza politica, ma scivola dal 44,8 % raccolto alle Politiche (dato Camera dei Deputati) al 31,6, passando da 78 mila a 45 mila voti.
Il Partito Democratico non c’è più.
Per carità , il Molise è in Molise, una regione piccola, raramente ha rappresentato un test nazionale. Stavolta però, complice la palude nella quale si sono arenate le trattative per il governo, ha tenuto banco per settimane.
Leader e parlamentari di tutti i partiti si sono fatti vedere tra Campobasso e Isernia per dare una mano al proprio candidato presidente.
Il Molise non sarà l’Ohio, lo swing-state in grado di determinare l’esito delle elezioni americane, ma dalla piccola regione incastonata tra Puglia e Abruzzo un segnale per il governo arriva.
È un soffio di vento, che gonfia le vele della nave del centrodestra.
Esulta Silvio Berlusconi: “Risultato significativo, il centrodestra cresce e Forza Italia è la prima lista”. I numeri rendono assai complicata la rottura tra Salvini e il resto del centrodestra.
E non a caso gli azzurri insistono proprio su questo: “In Molise Forza Italia e il centrodestra registrano una grande vittoria che ribalta il risultato delle politiche e infligge una forte frenata al M5S”, dice la capogruppo al Senato di Fi, Anna Maria Bernini, festeggiando la vittoria di Donato Toma, nuovo presidente.
Tradotto: uniti si vince, e al leader della Lega non conviene andare a fare la stampella di Di Maio.
Rispetto al 4 marzo la musica è cambiata. In Molise, alle elezioni politiche il centrodestra non aveva eletto neppure un parlamentare.
Quattro li avevano ottenuti i 5 Stelle, uno Liberi e Uguali.
I grillini, grandi favoriti della vigilia, sembrano aver pagato la tradizionale flessione nel voto locale. La mancanza di radicamento nel territorio li ha condannati anche alle Regionali in Sicilia e nel Lazio, nonostante i risultati lusinghieri ottenuti alle Politiche.
Luigi Di Maio, che puntava sul Molise per pareggiare il conto con il Friuli, dove domenica prossima il centrodestra sembra destinato a vincere, si dichiara comunque soddisfatto. Di Maio punta il dito contro le “grandi ammucchiate”, facendo riferimento alle nove liste a sostegno di Toma.
Il candidato del centrodestra alla fine strappa il 43,5 %: 73 mila voti, contro i quasi 65 mila del grillino Andrea Greco, fermo al 38,5. Forza Italia arriva davanti alla Lega di circa duemila voti, attestandosi al 9,4 per cento contro l’8,2 del Carroccio.
Niente sorpasso dunque, com’era nei desideri di Matteo Salvini, che raccoglie 12 mila voti, 3 mila in meno rispetto alle Politiche.
Gli incentivi a rompere la coalizione e a stringere un patto solitario con i 5 Stelle sono sempre più scarsi.
Il segretario del Carroccio, parlando a Trieste in vista delle Regionali friulane di domenica, rilancia la sua formula preferita per il governo: “Centrodestra e Cinquestelle comincino a governare già da questa settimana, senza perdere altro tempo”, aggiungendo però “l’impegno che a guidare il Paese, a guidare il governo siano i primi arrivati, perchè la Lega non è a fare da subalterna a nessuno”.
Forza Italia perde quasi 7 punti percentuali e 15 mila voti rispetto alle Politiche.
Ma il dato è deformato dalle liste civiche di centrodestra, per la maggior parte riconducibili a Fi.
Alla vittoria di Toma contribuiscono gli oltre diecimila voti (7%) ottenuti dai Popolari per l’Italia dell’ex senatore Mario Mauro.
Un’alleanza tra Popolari e centrodestra anche alle Politiche avrebbe potuto, secondo Mauro, regalare alla coalizione qualche parlamentare molisano.
“I principali partiti del centrodestra non sono stati capaci di includere movimenti come il mio”, dice Mauro all’HuffPost. Movimenti di ispirazione cristiano democratica “esclusi perchè è ormai estranea alla vita del centrodestra la logica che aveva dato vita al Pdl”.
Una spinta a superare la logica delle tre punte e ad allargare, magari cambiando modulo: “Va superato l’assetto del centrodestra, bisogna dare una casa comune a tanti elettori”. L’unico partito del centrodestra in crescita è Fratelli d’Italia, che passa dal 3 % del 4 marzo al 4,4. Per Giorgia Meloni “è un’altra indicazione chiara per il Presidente Mattarella: gli italiani vogliono un governo guidato dal centrodestra”.
Come si diceva, il Pd incassa l’ennesima batosta. Il 4 marzo i dem avevano conquistato il 15% e 26 mila voti in totale. Al pari del centrodestra, il Pd non era riuscito a eleggere parlamentari malgrado l’ormai ex governatore, Paolo Di Laura Frattura, fosse stato eletto nelle sue liste.
Oggi i democratici dimezzano i voti e si attestano appena al 9%. Il candidato Carlo Veneziale, sostenuto anche da Leu, raccoglie circa 29 mila preferenze (17,1 %).
(da “Huffingtonpost”)
argomento: elezioni | Commenta »
Aprile 23rd, 2018 Riccardo Fucile
ZAMPA: “VOTI LA BASE”… I DEM SI INTERROGANO SUL DIALOGO CON IL M5S
Il Pd è pronto a sedersi al tavolo con i 5 Stelle, ma la prima condizione è che il “forno” con la Lega e
il centrodestra venga chiuso.
“Io da quasi due mesi vedo un gran lavoro di Lega e M5S per sdoganare Forza Italia e comporre una maggioranza” afferma al Messaggero Ettore Rosato, sottolineando che “fin quando quel fronte non si considera completamente chiuso, qualunque approccio con il Pd lo considero una perdita di tempo”.
Se Roberto Fico avrà il mandato da Sergio Mattarella “il Pd si siederà e ascolterà “, prosegue Rosato, “il partito è quanto mai compatto sul fatto che non si può trattare con noi e allo stesso tempo con la Lega”. Dopo di che “discutere non fa mai male e lo faremo, se verremo convocati” da Fico.
Chi si dice ostile a un avvicinamento fra Pd e M5S è Giorgio Gori, il sindaco di Bergamo che dalle pagine della Stampa segnala che sarebbe “molto a disagio se il mio partito accettasse di fare un governo” con i 5 Stelle, perchè sono “un elemento totalmente cangiante, privo di una propria idea, che aggiorna le proprie posizioni in base a quello che un algoritmo sul web gli dice di fare. Possono sembrare di sinistra oggi, e domani apparire assolutamente il contrario. Possono sbianchettare pezzi di programma, diventare improvvisamente europeisti e filoatlantici, ma io ricordo quello che Di Maio diceva fino a qualche settimana fa…”.
Secondo Sandra Zampa, invece a decidere dovrebbe essere il popolo democratico. “Basta con tatticismi e furbizie, che hanno tenuto il Paese firmo fino ad oggi. Il M5s deve venir fuori con chiarezza e trasparenza” e “il Pd deve aprire all’interlocuzione, non deve rifiutare un’ipotesi di confronto” dice al Corriere della Sera l’ex vice presidente del Partito Democratico e portavoce di Romano Prodi.
Un governo Pd-M5s, afferma, è “inimmaginabile. Ma il Pd deve pretendere dei chiarimenti dai 5 Stelle sui grandi temi: l’Europa, la povertà , l’immigrazione. Noi non siamo la Lega. Per fortuna, neppure Di Maio e Di Battista sono mai andati a trovare Orban”.
Secondo Zampa è giusto “che il Pd lasci nascere un governo a 5 stelle. Con l’astensione, l’appoggio esterno, non so…”. Un primo passo si potrebbe fare interpellando la base del partito, conclude: “Facciamo un referendum”, propone. “Sono passati 50 giorni dalla sconfitta del 4 marzo e non si è fatta ancora una discussione interna. Credo che la Direzione debba riunirsi al più presto. Molti nostri elettori hanno votato per i 5 stelle, ma non sono loro ad averci voltato le spalle, forse siamo stati noi”.
(da agenzie)
argomento: Partito Democratico | Commenta »
Aprile 23rd, 2018 Riccardo Fucile
MANDATO ESPLORATIVO PER GUARDARE ANCHE AL PD
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato per le 17 di oggi, al Palazzo del Quirinale, il presidente della Camera Roberto Fico.
Ne dà notizia un comunicato, aggiungendo che la sala stampa aprirà alle 15.30.
La decisione è arrivata dopo che il capo dello Stato ha riunito i suoi consiglieri per valutare come procedere dopo il fallimento dei due giri di consultazioni e del mandato esplorativo della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati.
L’ipotesi più accreditata è che Fico riceverà un mandato più ampio e non “a progetto” come nel caso della Casellati.
Più chiaramente potrebbe avere l’incarico di avvicinare le posizioni del M5s, primo partito in Parlamento, con tutti gli altri schieramenti, compresi i partiti del centrosinistra.
L’obiettivo di Mattarella è spingere i protagonisti di questa prima fase, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, a chiudere il ping-pong che prosegue da giorni con fughe in avanti, presunti bluff, mezze verità , retromarce, veti ripetuti.
Il capo dello Stato ha superato il primo ostacolo al dialogo che consisteva nelle Regionali in Molise e, almeno nelle intenzioni, non vorrebbe consentire altre perdite di tempo per aspettare anche le Regionali in Friuli Venezia Giulia.
La preoccupazione è soprattutto mettere i partiti, soprattutto quelli che dicono di aver vinto, davanti alle proprie responsabilità e quindi — come spiegava ieri l’Ansa — considera un atto responsabile — 50 giorni dopo le elezioni politiche — l’apertura di un “serio tavolo di incontri in trasparenza e alla luce del sole”.
Quindi, primo passo: verificare — in modo che sia chiaro anche per l’opinione pubblica — se se esiste un’ultima possibilità di arrivare a un patto tra Lega e M5s. Ma Fico potrebbe essere l’uomo giusto anche per “scongelare” il Pd che — non solo nell’ala renziana — dimostra di tener fede alle intenzioni già espresse all’indomani del voto: tocca ai vincitori, se chiama il Quirinale dialoghiamo.
Ma ora la condizione è ben precisa, come spiega Ettore Rosato: “Il Pd si siederà ed ascolterà — dice al Messaggero — ma chiederà pregiudizialmente che ci sia una chiarezza sui rapporti con la Lega. Sin quando non c’è una chiusura totale di quel fronte, qualunque discussione è inutile. Il partito è quanto mai compatto sul fatto che non si può trattare con noi e al tempo stesso con la Lega”.
Parlando con l’Ansa, poche ore dopo, è ancora più netto: “L’idea che si possa continuare a dialogare su due fronti dimostra il disinteresse assoluto del M5s al confronto con il Pd. Ribadisco inoltre che le distanze programmatiche e di impostazione politica tra il Pd e il M5S sono enormi: mi sembra quasi impossibile colmarle. Una cosa è dunque aprire a un confronto con M5s quando avrà chiuso il dialogo con la Lega, altra cosa è il risultato”.
Mattarella cerca di accelerare anche perchè — oltre che dei cittadini — si fa garante anche nei confronti degli sguardi delle istituzioni internazionali. “Il procedimento previsto dalla Costituzione” in Italia “è in corso”, dice Margaritis Schinas, portavoce della Commissione Europea.
“Non direi mai alcunchè” sulla questione, aggiunge, “nè aggiungerei una virgola a quanto detto. Abbiamo il massimo rispetto per il presidente della Repubblica Italiana e per il procedimento costituzionale, che è in corso”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: elezioni | Commenta »
Aprile 23rd, 2018 Riccardo Fucile
CON LA POLITICA DEI DUE FORNI ALLA FINE DI MAIO HA BRUCIATO L’ARROSTO
Ecco finalmente il Molise. Lo aspettavano, molto oltre il senso della misura, sia Salvini che Di Maio. 
Avrebbe dovuto regolare i rapporti di forza, per l’uno nel centrodestra e per l’altro nel Parlamento.
Il voto regala ai due vincitori delle politiche due sonori ceffoni.
Il centrodestra vince, ma deve ringraziare Aldo Patriciello, l’imprenditore della sanità titolare di un partito transumante che ogni cinque anni sceglie con chi transitare al traguardo.
Salvini che voleva fare le scarpe a Berlusconi, arriva terzo senza un voto in più. Amen. E Luigi Di Maio prova sulla sua pelle cosa significhi mettere giacca e cravatta al movimento e imbarcarlo in trattative infinite, fargli poggiare i piedi nella palude della prima Repubblica.
I Cinquestelle dovevano vincere, potevano avere il primo governatore regionale e invece eccoli di nuovo al punto di partenza: primo partito ma arretrato di molti punti rispetto alle politiche. Opposizione era e opposizione sarà .
I Cinquestelle perdono soprattutto perchè l’astensione è giunta a un livello record. Metà degli elettori ha rinunciato a votare. In questa moltitudine tanti sono quelli storici del centrosinistra che hanno scelto, a differenza del 4 marzo, di non scegliere, come ultima chance, il Movimento.
Se Di Maio voleva provare i costi della sua spregiudicata tesi dei due forni, l’idea che Lega e Pd siano uguali, che il governo sia una forma neutra sulla quale adagiare ogni possibile alleanza, eccolo accontentato.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: elezioni | Commenta »
Aprile 23rd, 2018 Riccardo Fucile
“IL NOSTRO CANDIDATO ERA DA SOLO, A SOSTENERE QUELLO DEL CENTRODESTRA ERANO IN NOVE”… ANCHE OGGI CI REGALA UNA PERLA DI SAGGEZZA… UNICA COSA CHE HA CAPITO E’ CHE SALVINI HA PERSO E HANNO VINTO I CENTRISTI DEL CENTRODESTRA
Il risultato è casuale, la prestazione no: ogni volta che escono i risultati di qualsiasi elezione, il giorno dopo il MoVimento 5 Stelle dirà che ha vinto anche se ha perso.
La regola vale anche per le elezioni in Molise, dove il centrodestra è riuscito a portare a casa un risultato lusinghiero anche se i favoritissimi erano i grillini dopo le elezioni politiche del 4 marzo, ma per Luigi Di Maio tutto ciò non è importante.
Quello che è importante è sottolineare che il M5S si è presentato da solo contro tutti e quindi ha vinto perchè è arrivato primo.
Il fatto che le alleanze abbiano determinato invece il suo secondo posto e la vittoria di Donato Toma è irrilevante.
“Donato Toma era sostenuto da una coalizione composta da 9 liste, di queste nemmeno una è riuscita a raggiungere il 10% dei voti. I partiti che insieme rappresentano il centrodestra a livello nazionale — Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia — insieme superano appena il 22%. Il nostro Andrea Greco, da solo, supera il 38%. Il MoVimento 5 Stelle si conferma anche in Molise prima forza politica della Regione.
Per Di Maio infatti il fatto che ci siano liste civiche nelle elezioni regionali e comunali che normalmente abbassano i risultati dei partiti maggiori ma concorrono lo stesso alla vittoria dei candidati altrui è qualcosa che non va considerato ai fini della valutazione del risultato elettorale.
Il che è curioso, anche perchè queste liste sono alleate di quelle che il leader M5S individua come le forze del centrodestra a livello nazionale.
Ma soprattutto, è curioso perchè mentre Di Maio se la prende con le alleanze altrui sta cercando disperatamente un alleato che gli permetta di varare il suo governo.
Ma, certo, lui l’alleato lo cerca dopo le elezioni per varare un contratto con un programma di governo che gli elettori non hanno votato. Questo sì che è serio e democratico.
Anche i capogruppi M5S alla Camera e al Senato, Giulia Grillo e Danilo Toninelli, si disinteressano dell’esito delle elezioni e dei meccanismi elettorali democratici: “Non ha vinto il centrodestra ma il centrodestra coalizzato con una miriade di liste come Orgoglio Molise, Popolari per l’Italia, Unione di Centro, Iorio per il Molise, Movimento nazionale per la sovranità , Il Popolo della Famiglia. Il cosiddetto centrodestra, alle elezioni del Molise che per sua natura non si possono neanche comparare con elezioni politiche, ha ottenuto circa il 22% dei voti. E sia Fi che la Lega non hanno superato il 10%”.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: elezioni | Commenta »
Aprile 23rd, 2018 Riccardo Fucile
VINCE IL CANDIDATO DEL CENTRODESTRA CON IL 43,5%, MA I PARTITI DI CENTRO HANNO PORTATO INSIEME IL 34% DEI VOTI, LEGA CALA DALL’8.7% ALL’8,2%… IL PD DAL 15,2% ALL’8,9%
Donato Toma, candidato di Forza Italia alla presidenza della Regione Molise, a due seggi dalla fine
dello scrutinio, è al 43,6%, Andrea Greco del Movimento 5 stelle al 38,4%. Carlo Veneziale (centrosinistra) è al 17% e Agostino Di Giacomo (Casapound) allo 0,4%.
Per il Movimento 5 Stelle è una sonora sconfitta, bocciata la linea di Di Maio di accordo con la Lega: il M5S passa dal 44,8% delle politiche al 31,6% in appena 50 giorni.
Fa meglio il suo candidato che prende 7 punti in più, a dimostrazione dell’appeal mediatico di Greco ma della “sfiducia” di molti elettori grillini a come si sta muovendo Di Maio nell’ambito nazionale.
Decisamente positivo, invece, il risultato del centrodestra.
La coalizione di 9 partiti è nettamente in testa al 49,6%, con Forza Italia primo partito al 9,4% , con il buon risultato della lista centrista Orgoglio Molise all’8,4%,e Lega appena terza all’8,2%, poi Popolari per l’Italia al 7,1% , l’Udc al 5,1%. FdI è al 4,4%, Lista Iorio 3,6%
Da segnalare che la vittoria del centrodestra è dovuta per il 34% alla somma delle liste di Centro più che di destra, la Lega addirittura perde voti e passa dall’8,7% delle politiche all’8,2%.
Male il Pd con l’8,9% (alle politiche era al 15,2%). Leu rimane alle stesse percentuali delle politiche, sopra il 3%.
Per Ettore Rosato, deputato Pd e vicepresidente della Camera “è un bruttissimo risultato, un risultato che ci aspettavamo; andrà meglio in Friuli Venezia Giulia per il Pd”.
Erano chiamati alle urne 331mila molisani, di cui 78.025 residenti all’estero. E c’è un vincitore indiscusso: l’astensione.
Solo un molisano su due ha deciso di votare, il 52,16% per la precisione.
Ben venti punti in meno rispetto alle politiche del 4 marzo, anche se a pesare potrebbe essere stato il voto all’estero, consentito per le politiche e non per le regionali.
(da agenzie)
argomento: elezioni, emergenza | Commenta »