Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile
GIURISTI ED ECONOMISTI PER GUIDARE L’ESECUTIVO DEL PRESIDENTE
Nonostante un flebile filo di dialogo sia rimasto tra Lega e M5S, la giornata di ieri ha – se possibile –
reso ancora più pesante lo stallo politico.
Nè ci sono segnali che un possibile incarico esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico sull’asse Pd-5 Stelle possa produrre una rapida soluzione di governo.
Per questa ragione nelle ultime ore nei palazzi sta riprendendo quota l’ipotesi di un governo istituzionale, del presidente, che accompagni il Paese almeno fino alla primavera del 2019.
Un’ipotesi (per alcuni un incubo) molto presente tra i principali partiti.
Non è un caso che Salvini ieri in serata si sia detto disposto a fare un tentativo in prima persona, pur di stoppare «l’ennesimo governo tecnico destinato a spennare gli italiani».
Ventiquattro ore prima il suo vice Giancarlo Giorgetti, assai più diplomatico, aveva invece spiegato che «questa ipotesi non ci piace, ma la Lega è una forza responsabile».
Per il Quirinale trovare una personalità autorevole a cui affidare un incarico sarebbe forse più semplice che mettere d’accordo il trio Salvini-Di Maio-Berlusconi.
Di nomi ne circolano tanti e cambiano a seconda dell’ipotesi sulle forze che potrebbero sostenere il governo.
Se l’esploratore Roberto Fico dovesse registrare qualche possibilità di dialogo tra il suo partito e il Pd, uno dei nomi più quotati è quello di Alessandro Pajno, presidente del Consiglio di Stato dal 2016, pensionando a fine agosto.
Giurista palermitano, classe 1948, è da sempre molto vicino a Sergio Mattarella (è stato suo capo di gabinetto al ministero dell’Istruzione a fine Anni Ottanta), che aveva pensato a lui tre anni fa per il ruolo di segretario generale del Quirinale, poi affidato a Ugo Zampetti.
Quando il suo nome fu in predicato a fine 2015 per il ruolo di giudice costituzionale, dal M5S fu giudicato «di alto profilo».
Pajno ha coltivato buoni rapporti con Alfonso Bonafede, l’uomo che per Di Maio segue il dossier giustizia, ma anche con il braccio destro di Renzi Luca Lotti.
Fortissimo anche il nome dell’ex ministro della Giustizia Paola Severino, apprezzata dai grillini per la legge che porta il suo nome e che esclude i condannati per alcuni reati gravi dalle cariche pubbliche (l’esempio più noto è la decadenza di Berlusconi da senatore). Severino attualmente è rettore della Luiss di Roma e sarebbe la prima donna premier nella storia italiana.
Sabino Cassese, decano del diritto amministrativo, professore emerito alla Normale di Pisa, è un altro nome di cui si continua a parlare nell’ottica di una maggioranza tra Pd e M5S: in una intervista a Repubblica ieri ha invitato le forze politiche a seguire il modello tedesco di un «contratto sul programma» e ha sottolineato la capacità delle forze antisistema di «istituzionalizzarsi» in tempi molto rapidi: «Un grande successo della nostra democrazia». L’unico vero ostacolo sulla strada di Cassese è l’anagrafe: a ottobre infatti compirà 83 anni.
Fuori dal campo dei giuristi restano alte le quotazioni dell’economista Carlo Cottarelli, già dirigente del Fmi e commissario alla spending review col governo Letta (poi sostituito da Renzi).
Letta ieri l’ha ospitato alla lettura annuale della sua Scuola di politiche e ha detto che «la sua indipendenza lo rende una figura molto utile al Paese, ne abbiamo bisogno». In campagna elettorale Berlusconi tentò di arruolarlo come ministro in pectore del centrodestra e anche il M5S ha apprezzato alcuni aspetti del suo piano di tagli. «Bisogna congelare la spesa della pubblica amministrazione per tre anni», ha ammonito Cottarelli. «Tenere i conti pubblici a posto non è nè di destra nè di sinistra», il suo slogan.
Sullo sfondo restano altri nomi, a partire da quello dell’ex Guardasigilli ed ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick, entrato qualche mese fa nel “board cultura” del Campidoglio a guida grillina.
«Sarei un buon premier, ma il concetto di contratto non mi piace», ha spiegato. «Meglio parlare di compromesso». Dalla Consulta arrivano altri nomi papabili: gli ex presidenti Giuseppe Tesauro e Gaetano Silvestri, la vicepresidente Marta Cartabia e Silvana Sciarra, relatrice della sentenza del 2015 contro la legge Fornero.
(da “La Stampa”)
argomento: elezioni | Commenta »
Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile
LA RESPONSABILITA’ E’ ASSEGNATA A DI MAIO PER IL 35%, A BERLUSCONI PER IL 27%, A SALVINI PER IL 12%, AL PD PER IL 7%
Il Messaggero pubblica oggi i risultati di un sondaggio SWG sulla crisi di governo in cui il suo campione sostiene che la colpa dell’attuale impasse, che ieri ha vissuto un’altra giornata campale nonostante l’offerta di appoggio esterno di Berlusconi a un governo M5S-Lega, è responsabilità del MoVimento 5 Stelle.
La colpa dello stallo è, maggioritariamente, assegnata a Di Maio (35%) e Berlusconi (27%). , a Salvini (12%) e al Pd (7%).
Dal profondo dei blocchi elettori, però, iniziano ad emergere pattuglie di contrariati: 18% tra i pentastellati e 14% tra il centrodestra
Nonostante i giudizi e le responsabilità assegnate, per ora, non ci sono sostanziali mutamenti negli equilibri elettorali
Il quadro d’impasse fa ritornare in auge l’ipotesi del ritorno alle urne, con il 55% degli italiani che ritiene probabile questo epilogo (all’interno di questa quota, il 30% valuta come molto alta la probabilità di ritorno al voto).
In generale, per adesso gli elettori sono ancora pazienti mentre la situazione di stallo, dopo l’accelerazione e la frenata di ieri, è ancora sul tavolo.
Il tempo però passa. E non è sempre galantuomo.
(da “NextQuotidiano”)
argomento: elezioni | Commenta »
Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile
RONZULLI: “TENTATIVO FALLITO, BASTA PRENDERE SCHIAFFI IN FACCIA”
Mentre Elisabetta Casellati va al Colle per riferire al presidente Sergio Mattarella l’esito degli
incontri “esplorativi” con i partiti, dalla senatrice di Forza Italia Licia Ronzulli, fedelissima di Silvia Berlusconi, arriva uno stop a qualsiasi altro spiraglio di trattativa con il M5s: “Il tentativo è fallito. Non si può continuare a prendere schiaffi in faccia – spiega a Circo Massimo su Radio Capital – l’apertura di Di Maio è durata meno di sette ore”.
E difende la posizione di Forza Italia: “Noi non abbiamo mai bluffato. Abbiamo sempre giocato a carte scoperte, chiedendo pari dignità all’interno della coalizione. Non si può mancare di rispetto a 5 milioni di persone che ci hanno votato”.
Nega la possibilità di un appoggio esterno del suo partito: “Non faremo i portatori d’acqua nè oggi nè domani”.
Si dimostra infine scettica rispetto al “ci penso io” di Matteo Salvini
Quanto alla prospettiva di nuove elezioni, afferma: “Ho rispetto per le decisioni del Capo dello Stato ma non sarebbe giusto per gli italiani tornare al voto”.
E sulla possibilità di un governo M5s- Pd conclude: “Nessuno tifa per questa ipotesi che non ci riguarda, ci siamo presentati agli italiani per governare non per andare all’opposizione”.
“Nelle prossime ore sapremo. Il partito deve posizionarsi” afferma intanto Andrea Orlando, esponente della minoranza Pd. “Se si chiude il tentativo di accordo in corso dobbiamo capire che profilo di opposizione fare. Se non si chiude bisogna capire come si sta nella fase nuova”, conclude il ministro della Giustizia uscente a Omnibus su La7.
(da agenzie)
argomento: elezioni | Commenta »
Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile
SUBISSATO DI MESSAGGI DEI SUOI: “NON RIESCO A TENERLI”
La storia ha messo Luigi Di Maio di fronte a una paradossale verità : solo Silvio Berlusconi potrebbe permettergli di diventare premier. Ha capito, il capo politico del M5S, che, se nelle prossime 48 ore chiuderà i conti con la Lega, gli toccherà aprire una trattativa con chi, il Pd, pone come unico veto che lui si faccia da parte.
Bisogna tener ferma questa prospettiva, che rimette in gioco l’ambizione personale di un ragazzo di 32 anni che si vede sulla soglia di Palazzo Chigi, per capire cosa è successo ieri.
I passi in avanti, i passi indietro, i presunti fraintendimenti, le smentite. Soprattutto il buco di un’ora tra la convocazione nello studio della presidente del Senato a Palazzo Giustiniani e l’arrivo della delegazione grillina. Sullo sfondo di tutto ciò: l’offerta – indicibile- che Di Maio aveva pronta per Silvio Berlusconi.
Ai vertici dei 5 Stelle c’è poca voglia di fare un governo con il Pd.
Di Maio va ripetendo di volere «un governo del cambiamento», che ha ribattezzato «dei vincitori», che può realizzarsi solo con la complicità della Lega. Ma i buoni rapporti costruiti con Sergio Mattarella lo costringono a muoversi sui binari indicati attraverso il mandato a Elisabetta Casellati , limitato per timing e perimetro d’azione. Il presidente ha fissato una scadenza alle trattative tra M5S e Lega.
Da lunedì, se non avrà nulla in mano, Di Maio dovrà parlare con il Pd, ma in esclusiva, incenerendo il forno prediletto con il Carroccio.
Dunque, Di Maio ieri mattina sapeva di avere solo due giorni di fronte a sè. Giancarlo Giorgetti gli fa arrivare le rassicurazioni di Salvini: «Berlusconi sta riflettendo sull’appoggio esterno, ma serve un gesto in suo favore». Tocca a Di Maio studiare quale possa essere: una mossa distensiva, che cancelli le cannonate sparate da Alessandro Di Battista, sette giorni prima.
Va detto che proprio una settimana fa, prima delle consultazioni, il M5S era convinto che l’ex Cavaliere avesse accettato l’offerta di Di Maio: appoggio esterno e ministri chiave (leggi: Sviluppo economico), indicati dall’alleato Salvini, e «garantiti» da lui. Questa era la formula scelta.
Ma tutto precipita nella notte tra mercoledì e giovedì scorso. I 5 Stelle sono spiazzati, sanno che quella frase di Di Battista – «Berlusconi è il male assoluto» – non ha aiutato, e infatti Di Maio non la prende bene. Ma c’è altro. L’ex Cavaliere vuole una legittimazione.
E si arriva a ieri. La formula è la stessa di una settimana fa: appoggio esterno (preferibilmente con Fi che esce dall’aula per evitare la fiducia), in cambio di ministri d’area, tecnici che piacciono a Berlusconi, blindati da Salvini, perchè l’unica cosa sulla quale i 5 Stelle non lasciano nemmeno uno spiraglio è la possibilità che il leader di Fi si sieda al tavolo con loro.
Concedono però a Salvini un punto: che lui vesta i panni del leader del centrodestra, non più della Lega. Ed è quello che Di Maio ribadisce uscendo dalla stanza di Casellati: un contratto firmato solo con il leghista, a cui possono partecipare Fi e Fdi ma senza sedersi al tavolo.
È il «limite massimo» entro il quale Di Maio si può muovere. Lo dice chiaramente riferendosi «ai militanti e ai parlamentari» che gli si scatenerebbero contro, se riabilitasse del tutto Berlusconi. «Non terrei i miei».
Ma un piccolo sdoganamento avviene: non definisce più il centrodestra «un artifizio», ma lo tiene dentro rappresentato solo da Salvini. «Non ti chiediamo più di rompere con Berlusconi». È questo l’altro artifizio che Di Maio propone a Salvini.
Ed è quello che intende quando si sente al telefono con il leader della Lega. Un tavolo programmatico con Salvini in rappresentanza del centrodestra. La Lega invece dice che a quel tavolo i grillini avevano accettato di far sedere anche le capigruppo di Fi. Qui le versioni si contraddicono.
Di certo il cellulare di Di Maio viene subissato di messaggi di panico: «Non è che facciamo l’accordo con Berlusconi?». Ma in quell’ora di ritardo, concordata con Casellati, che ha bisogno di riordinare le idee, cambia anche altro. Perchè quando si siedono davanti a lei, la presidente del Senato elenca ai grillini le richieste del centrodestra: tavolo comune a quattro, ministri scelti dai singoli partiti, no al reddito di cittadinanza e premier deciso dal centrodestra. «Accettate Berlusconi, è la storia di questo Paese» dice Casellati: «Non posso – risponde Di Maio – sarebbe la fine della nostra storia».
(da “La Stampa”)
argomento: elezioni | Commenta »
Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile
IL RETROSCENA DI UNA GIORNATA DA COMMEDIA DELL’ARTE
Il dubbio squassa, alle otto di sera, due palazzi non distanti tra di loro. Il Quirinale e Grazioli. Il capo
dello Stato e il Condannato.
Il dubbio è: “Ma Salvini a che gioco sta giocando, questo è modo di fare politica?”. Il dubbio implica un sospetto: “A Salvini del governo non importa nulla, pensa solo a sè e alla Lega”.
È lo stesso identico film della settimana scorsa al Colle, al secondo giro di consultazioni del presidente Sergio Mattarella. Salvini che dice a Di Maio che “è fatta” sul fatidico passo di lato di B., Di Maio che lo riferisce al capo dello Stato e poi Berlusconi che fa saltare tutto con la nota pantomima alla Totò e Peppino.
Di qui dubbi e sospetti sulla vera strategia del leader leghista, che nel tardo pomeriggio di ieri, al bis dell’esplorazione di Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, ribalta la scontata prospettiva funebre e promette “spiragli”. Luce. Ottimismo. Che sarà successo?
Questo.
Prima scena, secondo il racconto di alcune fonti azzurri. Salvini che tenta di rassicurare l’ex Cavaliere: “Silvio, i grillini stanno facendo cadere il veto su di te, vedrai che ce la faremo”. Testuale. Berlusconi, che nei momenti topici raddoppia crudelmente diffidenza e pragmatismo, risponde: “Mah, io la vedo ancora impossibile. Loro non reggeranno mai me e io non potrò mai reggere l’appoggio esterno, vediamo”.
Il cauto “vediamo” di B. è racchiuso poi all’uscita dallo studio di Casellati. A mani giunte e un passo indietro rispetto a Salvini che parla ai giornalisti. Niente gesti, niente esternazioni non concordate. Una posizione di attesa, meno di rottura.
Seconda scena. Salvini che si “gioca” Di Maio per la seconda volta in sette giorni: “Luigi è fatta, Berlusconi fa il passo di lato”. Tra i due, comunque, resta sospesa una cruciale zona d’ambiguità : chi fa il premier? Per varie fonti, infatti, Salvini non promette Palazzo Chigi all’altro “vincitore”.
Ed è su queste basi che Salvini recita la seconda sceneggiata dopo quella al Colle. Stavolta a Palazzo Giustiniani, da Casellati. A quel punto, nel tardissimo pomeriggio di ieri, diventa decisivo l’incontro tra la delegazione grillina e la presidente del Senato.
Alla fine è Di Maio a fotografare i retroscena di questi giorni: “Se Forza Italia vuole dare il sostegno lo faccia ma io non tratto con loro”. È lo smascheramento del secondo bluff salviniano.
Al Quirinale le reazioni mischiano sgomento e preoccupazione. È un film già visto, appunto. In ogni caso, oggi Mattarella riceverà Casellati per il resoconto ufficiale del mandato esplorativo affidatole mercoledì dopo quattro giorni di riflessione intensa.
A Palazzo Grazioli, invece, prevale di nuovo la rabbia.
Questa volta B. è stato silenzioso “ma quello lì mi ha preso lo stesso a schiaffi dopo”. “Quello lì”, ovviamente, è Di Maio.
In base a valutazioni provenienti da Forza Italia il retropensiero è che “Salvini voglia continuare a guadagnare tempo in vista delle regionali in Molise e in Friuli Venezia Giulia”. Cioè la fine del mese.
È la strategia dell’annessione “morbida” di Forza Italia per invertire ancora di più i rapporti di forza nel centrodestra. Allo stesso tempo, “Di Maio vuole tenere lontana il più possibile l’ipotesi di un mandato esplorativo a Fico”.
Insomma, lo schema Lega-Cinquestelle, e non centrodestra, non sarebbe del tutto spirato. E per capirlo, fanno notare da più ambienti, l’unico modo è dare un pre-incarico a Salvini o Di Maio. È lo stesso leader leghista a farlo capire: “Scendo in capo direttamente io”.
Ipotesi estrema ma che in teoria può essere un’opzione del Colle, anche se c’è da tenere conto che il giudizio su Salvini lassù è molto negativo, per le questioni di politica estera e per il doppiogiochismo manifestato nelle consultazioni. Non solo.
Un pre-incarico implicherebbe la rottura tra B. e Salvini se lo schema è “tra i due soltanto”, almeno a sentire gli azzurri che hanno parlato con l’ex Cavaliere ieri sera.
Ascoltata Casellati, Mattarella si prenderà un altro weekend di riflessione e poi affronterà la prossima settimana con le due carte ancora a sua disposizione.
Il mandato esplorativo a Roberto Fico, presidente della Camera, per rispettare la simmetria ed esplorare l’altro perimetro possibile, Pd e Cinquestelle, oppure il nome terzo per cominciare la discussione su un governo di transizione che porti non prima di un anno il Paese alle urne.
(da “il Fatto Quotidiano”)
argomento: elezioni | Commenta »
Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile
REDDITO PROCAPITE SALITO A 38.286 DOLLARI CONTRO I 38.140 DELL’ITALIA…E NEI PROSSIMI ANNI SARA’ ANCHE PEGGIO
La Spagna sorpassa l’Italia per Pil procapite. Lo schiaffo di Madrid a Roma è arrivato lo scorso anno, nel 2017. Lo indicano i dati sul reddito pubblicati dal World economic Outlook dell’Fmi e rielaborati ieri dal Financial Times.
La tabella del Fondo dà soltanto l’indicazione del ritmo di crescita del Pil pro capite che tuttavia non lascia spazio a dubbi: dal 2015 in Spagna ha segnato tassi di incremento superiori al 3 per cento, più del doppio rispetto all’Italia.
Così nel 2017, dopo tre anni di incrementi più forti, è avvenuto il sorpasso: la Spagna ha raggiunto un reddito pro capite, calcolato secondo la tecnica della parità del potere d’acquisto, di 38.286 dollari contro i 38.140,3 dollari dell’Italia. Dunque una differenza di oltre 140 dollari.
Secondo il Financial Times le cose andranno peggio nei prossimi anni: nel 2022 la Spagna sarà il 7 per cento più ricca dell’Italia. Purtroppo se si guarda a dieci anni fa l’Italia era il 10 per cento più ricca della Spagna.
Guardando ai tassi di crescita del Pil complessivi c’era tuttavia da aspettarsi il sorpasso. Secono il World Ecomic Outlook, diffuso a Washington martedì scorso, la Spagna quest’anno crescerà al 2,8 per cento contro circa la metà dell’Italia.
In comune hanno il problema del debito: l’Fmi ha richiamo entrambi anche se oggi la direttrice generale dell’Fmi Christine Lagarde, in un dibattito con il nostro ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha tenuto a sottolineare che “sembra essersi stabilizato e inizia a calare”.
La questione della crescita dell’Italia, che nel corso dell’ultima legislatura è passata dal segno meno ad un buon segno più, sembra trasformarsi in un giallo proprio a legislatura conclusa
Ieri, secondo alcune indiscrezioni, il governo sarebbe pronto a presentare martedì prossimo il Def, a legislazione vigente, con un aumento della stima della crescita dall’1,5 all’1,6 per cento. Il Tesoro è subito intervenuto spiegando che “il quadro tendenziale del Documento di economia e finanza non è ancora stato definito ed è al momento oggetto di analisi dei tecnici del Mef” e che si tratta di tutte “ipotesi allo studio”.
Lo stesso “caso” si è aperto nei giorni scorsi quando l’Fmi ha dato il Pil italiano in crescita all’1,5 per cento con una revisione al rialzo dello 0,1 per cento. In entrambe le circostanze, secondo ambienti economici bene informati, si tratta di dati superati dagli eventi del primo trimestre dell’anno che ancora non sono stati incorporati dalle previsioni. Tanto è vero che Bankitalia, Confindustria e Ref negli ultimi giorni hanno dato stime della crescita del Pil del primo trimestre di 0,1-0,2 per cento compatibili con una crescita dell’1,2-1,3 per cento. Il motivo è che la produzione indusriale, che pesa per il 20 per cento sul Pil, è stata negativa a gennaio e a febbraio. C’è anche da considerare che, seppure con governo uscente, le stime dovranno essere “validate” dall’Ufficio parlamentare di bilancio.
(da agenzie)
argomento: denuncia | Commenta »
Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile
“MODELLO LIGURIA? LUI E’ SOLO IL PROGRAMMA DI NIENTE”
Dopo le polemiche dei giorni scorsi, le accuse a distanza e le “frecciate” reciproche, attacco frontale
di Claudio Scajola contro il governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti, sulla questione della candidatura dell’ex ministro a sindaco di Imperia : «Per restare nel linguaggio della savana che a lui piace tanto, dirò che per me Toti è un facocero (una sorta di cinghiale africano, ndr)», ha detto Scajola ai microfoni di Telenord.
Ancora: «Io non lo avevo mai conosciuto, e si è opposto alla mia candidatura alle elezioni europee di 5 anni fa. Poi, nel corso degli anni, mi ha sempre insultato e calunniato a distanza. Io mi sono controllato e non ho mai risposto. Adesso replico: sarò il sindaco di Imperia e farò il mio mestiere e il mio dovere. Lui faccia il suo, e ognuno vada per la sua strada. Gli sta bene la frase che lui ripete: “Il modello di niente”».
(da “il Secolo XIX”)
argomento: Genova | Commenta »
Aprile 20th, 2018 Riccardo Fucile
SIAMO ARRIVATI A QUESTO: LA PAURA DI NON RAGGIUNGERE GLI OBIETTIVI LAVORATIVI ED ESSERE PUNITI PER “TEMPO DI INATTIVITA'”
Jeff Bezos, fondatore di Amazon, potrebbe essere la persona più ricca del mondo, con un patrimonio netto di circa $ 112 miliardi, ma almeno alcuni di coloro che lavorano nei suoi magazzini sono apparentemente così disperati che per non perdere il loro lavoro non si prendono nemmeno il tempo per usare un bagno.
Il giornalista e scrittore James Bloodworth è andato sotto copertura in un magazzino Amazon nello Staffordshire, nel Regno Unito, per un libro sui salari bassi in Gran Bretagna. Ha scoperto che gli addetti allo smistamento del magazzino, che si aggiravano nei giganteschi depositi di Amazon raccogliendo prodotti per la consegna, avevano organizzato un sistema di “toilette in bottiglia” perchè i bagni erano troppo lontani per arrivarci rapidamente.
“Per quelli di noi che lavoravano all’ultimo piano, i bagni più vicini erano giù quattro rampe di scale”, ha detto Bloodworth al The Sun. “La gente si limitava fare pipì nelle bottiglie perchè viveva nella paura di essere punita per via del ‘tempo di inattività ‘ e di perdere il lavoro solo perchè aveva bisogno del bagno”.
Amazon è noto per monitorare la velocità con cui i suoi magazzinieri riescono a prelevare e impacchettare gli articoli dai propri scaffali, imponendo pause e obiettivi rigorosamente a tempo.
Assegna punti di avvertimento a coloro che non raggiungono i suoi obiettivi o che prendono pause prolungate.
Un altro sondaggio ha rilevato che quasi i tre quarti dei membri del personale del centro di distribuzione del Regno Unito temevano di usare il bagno perchè preoccupati del tempo necessario. Un rapporto pubblicato lunedì con i risultati del sondaggio ha detto che sono stati intervistati 241 impiegati del magazzino Amazon in Inghilterra.
Il sondaggio citava anonimamente una persona che aveva riferito che gli obiettivi erano “aumentati drammaticamente” e “non bevo acqua perchè non ho il tempo di andare in bagno”.
Un altro ha detto: “L’obiettivo lavorativo cresce ogni anno, mi ci vorrebbero due gambe in più per raggiungere il 100% della raccolta, per cui devi effettivamente correre e andare in bagno solo durante la pausa. L’imballaggio di 120 prodotti all’ora è terribilmente pesante.
“Devi imballare due prodotti al minuto, non hai il tempo di bere acqua perchè poi devi andare in bagno, ogni sera mandi messaggi allo scanner con l’obiettivo da raggiungere e ti dice di sbrigarti.”
Il sondaggio, compilato dalla piattaforma della campagna per i lavoratori Organize, ha anche rilevato che gli intervistati hanno dichiarato di sentirsi molto più ansiosi dopo essere entrati in Amazon
Alcuni lavoratori sostengono di essere stati puniti per essere malati
Un’altra dipendente ha detto di essere stata male mentre era incinta e di aver ricevuto un avvertimento.
E ancora un altro ha detto: “Mi sono presentato per il mio turno anche se mi sentivo di m… e sono riuscito a fare 2 ore, poi non potevo più fare altro, l’ho detto al mio supervisore e mi ha messo di malattia, ho avuto un virus intestinale (vomito e diarrea, molto brutto) ha visto il mio dottore. Ho un certificato medico con una spiegazione, ma mi hanno tolto lo stesso un giorno.”
(da “Business Insider”)
argomento: denuncia | Commenta »
Aprile 19th, 2018 Riccardo Fucile
“NON POSSO SEDERMI CON BERLUSCONI”, MA INTANTO HA PUBBLICAMENTE ACCETTATO I VOTI DEL CAV
Quando Luigi Di Maio esce dal Salone degli specchi di Palazzo Giustiniani e si infila con i suoi
nell’ennesimo vertice di giornata, prende in mano lo smartphone.
Il numero di Salvini è fra quelli chiamati in giornata. Lo pigia.
E gli spiega chiaro e tondo che le condizioni poste per iniziare un percorso di governo sono inaccettabili.
Poco prima, davanti alle telecamere, aveva declinato l’ennesimo no a un esecutivo con Silvio Berlusconi. Sciorinando una frase, fra tutte, che segnalava il profondo travaglio di questi giorni: “Non possiamo andare oltre. Per la tenuta di una forza politica come la nostra ci sono passi che non possiamo fare”.
Il ragionamento è semplice e ha una sua logica: il Movimento 5 stelle è partito dalle barricate, dal rifiuto tout court di trattare con chicchessia, dai “Rodotà Rodotà “, ed è arrivato a proporre un patto di governo a due acerrimi nemici come Pd e Lega. Più in là di così il leader politico stellato non può andare.
Messa così non fa una piega. Ma occorre riavvolgere il nastro di una lunga giornata per cogliere la frustrazione di un traguardo che sembrava a un passo ed è sfumato in poche ore.
E ripartire dalla prima telefonata fra i due leader, a metà mattina. Quando i 5 stelle hanno intravisto aprirsi un portone. “Sediamoci a un tavolo, io e te – il ragionamento dei vincitori delle elezioni – e facciamo partire la macchina del contratto”.
L’idea era quella di accantonare in un primo momento il nodo Forza Italia e quello della premiership, intavolare una discussione che non mandasse a gambe all’aria il tentativo di Elisabetta Casellati, e prendere qualche altro giorno di tempo per trovare un punto di caduta accettabile per tutti.
Con la prima vera apertura del Movimento a Berlusconi, che per il momento si fermava al non rifiuto di un appoggio esterno.
Quando intorno alle 15.00 il segretario del Carroccio è uscito dall’incontro con la presidente del Senato, la war room di Di Maio ha capito che qualcosa non andava. Perchè, Giorgia Meloni alla sua destra e Silvio Berlusconi alla sua sinistra, Salvini ha sì menzionato il tavolo programmatico da far partire, ma non non ha esplicitato l’esclusività dei due capi politici nel potercisi sedere.
La fibrillazione è stata tale che l’incontro con l’esploratrice quirinalizia è slittato di quasi un’ora.
Il gelo quando la Casellati ha esplicitato le condizioni poste dal centrodestra: tavolo del programma a quattro, presidente del Consiglio indicato dalla coalizione avversaria, nessun veto a ministri di Forza Italia.
Una doccia fredda. Tutt’altro film da quello passato sugli schermi stellati fino all’ora di pranzo.
Che ha costretto Di Maio a un discorso piuttosto sulla difensiva: “Non ci si può chiedere di ricominciare su piani che non abbiamo mai condiviso – ha spiegato – Per noi è molto complicato sederci con gli altri tre interlocutori, ci siamo sempre detti disponibili a farlo con Salvini”. Si è spinto fino alla “non ostilità ” ai voti di Fi e Fdi, “ma il rapporto deve essere tra noi e la Lega”.
Poi il riferimento soffertissimo alla tenuta del Movimento. E la chiosa: “Nulla si chiude, andremo avanti”.
Verso dove, non è chiaro.
Si rincorrono i boatos che vogliono tutte le carte puntate sul Pd. Ma se era difficile oggi, da domani diventa ancora più complicata dopo la frana che si è abbattuta al fotofinish sulla strada di un governo gialloverde.
Tuttavia è l’ultima puntata disponibile nel lotto delle scommesse a 5 stelle. Una scommessa vera. Tanto che c’è ancora chi sottolinea: “L’ultimatum di Luigi a Salvini scade domenica, c’è ancora tempo”. Un altro film. Quello precedente e superato.
Ora serviranno gli effetti speciali.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: elezioni | Commenta »