Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
“NON MI VOGLIO ARRENDERE, MA BISOGNA GARANTIRE LA SICUREZZA”… “LE PERSONE PERBENE DEVONO SAPERE CHE SUCCEDE”
«Il calcio tira fuori il peggio delle persone: ho letto di genitori che insultano i ragazzini della squadra
avversaria. Io sono straniero e faccio l’arbitro. Ho diciotto anni, vado sui campi da uno e mi è successo di peggio: mi hanno urlato “albanese di merda”, mi hanno minacciato, mi hanno rincorso fin negli spogliatoi. Io ero chiuso dentro e sentivo i calci e i pugni contro la porta. Domenica ho espulso un giocatore, un suo compagno mi ha tirato un pugno nello stomaco. Altri insulti, altre minacce, altro razzismo: ho pensato che non era giusto stare zitto, che era il momento di parlare. Sono in Italia da quando avevo sette anni, ho giocato a pallone per un po’: prima in porta, poi in attacco. Mai avuto problemi, ma adesso sta cambiando tutto. Nelle categorie giovanili sono molti gli arbitri stranieri, a volte ci sentiamo. Io sono bianco, vi lascio immaginare che cosa si sentono dire i miei colleghi che vengono dall’Africa».
Seldi Coku è un ragazzo albanese di origine greca. Vive a Cuneo, studia odontotecnica a Mondovì.
È albanese e fa l’arbitro: per questo lo insultano, lo minacciano, ora lo hanno pure picchiato. «Mi sono detto che dovevo fare qualcosa».
La sua reazione è stata un post sulla pagina Facebook della «Stampa»: «Sono stato in questura, ho fatto delle denunce – ha scritto – Ma le persone perbene devono sapere quello che succede: così, magari, le cose potrebbero cambiare».
Seldi ha preso il tesserino da arbitro il 1° aprile dell’anno scorso. Era partito bene. «Ho diretto anche un paio di partite importanti per la classifica: non ho fatto errori, nessuno mi ha criticato. Certo, qualche parolaccia mi è arrivata, ma sono cose che fanno parte del gioco. Non sono cose che fanno paura. Poi c’è stata la partita a Madonna dell’Olmo».
Madonna dell’Olmo è una frazione di Cuneo, nel Settecento ci fu una battaglia dove i francesi e gli spagnoli sconfissero i Savoia.
La battaglia, il 2 febbraio scorso, si è scatenata su un campetto di periferia. Madonna dell’Olmo-Area Calcio, categoria giovanissimi. In campo ragazzini di quindici anni, due di loro si azzuffano, Seldi tira fuori il cartellino rosso.
«Un attimo dopo sono entrate in campo due persone: sono stato insultato e minacciato. Hanno detto che mi aspettavano fuori. Ho sospeso la partita, ho telefonato al presidente della mia sezione arbitri per sapere che cosa fare. Lui mi ha detto di chiamare la polizia, e io l’ho fatto. All’arrivo degli agenti è tornata la tranquillità . Poi è ricominciato tutto. Allora mi sono chiuso a chiave negli spogliatoi. Sono rimasto lì fino a quando un dirigente della sezione è venuto a portarmi via in macchina. A casa mi hanno consigliato di smettere. Chi te lo fa fare, dicevano. Ma a me arbitrare piace. Ho chiesto un turno di riposo, per riprendermi. Gentilmente me lo hanno concesso. Poi ho ricominciato: una partita giovanile in un paese tra Cuneo e Mondovì. Qualche incomprensione in campo, proteste. Poi un paio di fischi che non sono piaciuti ai sostenitori locali e tutto è ricominciato. Tu sei l’albanese di Madonna dell’Olmo, urlavano. I dirigenti locali mi hanno supportato, ho ricevuto solidarietà da parte di alcuni genitori e dirigenti di società . La solidarietà è bella, fa bene, ma ci vorrebbe anche un po’ di sicurezza. Quella volta sono di nuovo tornato a casa pieno di paura. Ho preso un periodo di congedo, ma alla fine la passione ha avuto la meglio, e domenica scorsa sono tornato. Mi aspettavano dall’inizio: tu sei l’albanese, sei quello di Madonna dell’Olmo. Ho dovuto espellere un giocatore, mi hanno dato un pugno. Ho di nuovo sospeso la gara, di nuovo mi sono chiuso nello spogliatoio. Qualcuno ha bussato alla porta chiedendomi il referto di gara, ho risposto di no, non ho aperto, non mi sono fidato. Dopo un’ora e mezzo se n’erano andati tutti e sono riuscito ad andare via. Ma ancora una volta sono stato in pericolo. Ancora una volta mi hanno insultato e minacciato perchè sono straniero. Sono albanese, ma vivo qui da quando ero piccolo. Non voglio avere paura di arbitrare».
(da “La Stampa”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
DISSE ALL’ARBITRO: “NON ANNULLI IL GOL CHE MI HANNO APPENA SEGNATO: E’ VALIDO”… IN UN PAESE DOVE FANNO NOTIZIA SOLO BALLISTI E DISONESTI UN’ECCEZIONE CONFORTA
Il capo della squadra mobile che ha salvato una persona appesa ad una finestra in un intervento da film. Un assistente capo che tira fuori gli occupanti da un’auto finita da una scarpata.
E via così: sono i riconoscimenti e gli attestati di merito assegnati ieri agli uomini della questura di Vercelli durante la cerimonia per il 166° anniversario della fondazione della polizia di Stato. Finita la lista degli eroi in divisa, ecco la sorpresa.
C’è ancora qualcuno da premiare: è Gianluca Crittino, 8 anni. Fa il portiere per il Borgovercelli.
Oltre alla maglia del Napoli, sua squadra del cuore, si è guadagnato scena ed applausi per un episodio di fair play che nel calcio che conta si farebbe fatica a vedere.
Una storia raccontata a febbraio da La Stampa che ha molto colpito i funzionari della questura.
Durante una partita del «Memorial Ugo Ferrante» contro il Bianzè (in campo piccoli calciatori classe 2009-10), subisce un gol che per l’arbitro è irregolare.
Ma lui ci ha visto bene e confessa: «No, è valido. È gol».
Non si può tirare direttamente in porta dalla rimessa laterale, ma lui spiega all’arbitro: «L’ho toccata io la palla, il gol lo deve proprio assegnare».
Il direttore di gara lo ringrazia dandogli la mano: la gara finisce 1 a 1, Gianluca in campo ha pareggiato, ma ha comunque vinto su tutta la linea.
Ieri alla festa della polizia ha ricevuto gli applausi che meritava, incarnando perfettamente i valori di cui i grandi avevano parlato fino a poco prima.
A premiarlo con la maglia del Napoli è il stato questore Rosanna Lavezzaro, che poco prima aveva tenuto il discorso ufficiale.
(da “La Stampa”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
L’EX DIPENDENTE E AMICO DEL PADRE GIANROBERTO: “IL PADRE COSTRETTO A CHIEDERE SCUSA AI DIPENDENTI PER L’ARROGANZA DEL FIGLIO”… “IACOBONI DEVE ESSERE FIERO DI ESSERE STATO DEFINITO MESCHINO DA UN SOGGETTO DEL GENERE”
Ieri, l’Ereditiere Davide Casaleggio ha confermato di aver cacciato di proposito Jacopo Iacoboni dalla
convention di Ivrea, dandogli del meschino e ricordando l’ultimo comunicato stampa di suo padre, Gianroberto Casaleggio, che lo chiamava sciacallo e smentiva le ricostruzioni del giornalista.
Tenete a mente questo dettaglio, ci torniamo fra un attimo.
Vi racconto intanto un episodio su Davide che mi riguarda.
Siamo nel 2009 e io sono un dipendente di Casaleggio Associati. Ad aprile, un mio parente stretto – già malato – si aggrava. La situazione era tale per cui chiesi a un collega di poterlo sostituire in un viaggio aziendale a Roma, dove vive quel ramo della mia famiglia, per poterlo salutare, cosa che grazie a quel collega potei fare.
Informai, inoltre, tutti i miei capi che entro poco tempo avrei potuto avere bisogno di qualche giorno di ferie, facendo intendere l’imminente possibile funerale. Per qualche motivo che ignoro, la cosa irritò Davide. Il mio caro mancò a metà maggio.
Quel fine settimana chiesi tre giorni di ferie, sempre informando tutti i soci via mail e Davide di persona la domenica, visto che entrambi ci trovavamo a Torino alla fiera del Libro. Spensi quindi il telefono e andai di nuovo a Roma.
Per scrupolo, la mattina del funerale controllai la posta. In replica alla mia richiesta formale di ferie, mi viene chiesto di tornare a Milano la mattina seguente entro le 10 per improrogabili impegni. Rispondo che l’unico modo sarebbe stato, per motivi organizzativi, lasciare la cerimonia funebre. Cosa che feci.
Davide mi rispose quindi privatamente ammettendo che il problema non era lavorativo, ma che non avevo risposto a una sua telefonata che mi fece mentre mi trovavo nella camera mortuaria.
Del resto, quale momento più opportuno per telefonare a un proprio dipendente, se non quando sai che sta piangendo un parente defunto.
Tornato al lavoro, infatti, non ebbi consegne al di fuori della routine per 10 giorni. Non c’era nessuna urgenza.
Questo è il modo in cui capitava venissero trattati i dipendenti di Davide, che lo sappiano coloro che pensano di fare accordi con queste persone.
Se non sbaglio c’è una parola precisa per definire questo genere di atteggiamento da parte delle aziende nei confronti dei loro dipendenti.
Ma non è tutto.
Tornato in ufficio Davide insinuò che non avessi mai avuto alcun parente malato o morto. A quel punto mi recai nello studio di Gianroberto – col quale avevo un ottimo rapporto e che era il presidente dell’azienda– e gli raccontai tutta la vicenda dall’inizio alla fine, pretendendo le scuse di suo figlio, che era anche suo socio.
Mi disse: “Ti chiedo io scusa per lui e per conto dell’azienda. Davide fatica a nascondere la gelosia nei confronti delle persone con cui vado d’accordo. Ti assicuro che gli farò pesare tutto il mio disagio per quanto accaduto e, di nuovo, ti chiedo scusa”.
Mi è tornato in mente questo episodio proprio a causa della citazione di quel suo ultimo comunicato. Gianroberto smentiva con forza, dandogli addirittura dello sciacallo, la ricostruzione di Iacoboni secondo cui Davide avrebbe assunto il controllo delle attività relative al Movimento di lì a breve.
È da notare che non si trova una sola dichiarazione di Gianroberto Casaleggio sul figlio. Nessuno, o quasi, sapeva in quel momento chi fosse. La notizia era quindi clamorosa, se confermata, come poi si è incaricata di fare la Storia.
Tutti coloro che andavano d’accordo con Gianroberto, in un modo o nell’altro sono stati allontanati. Io me ne andai a un anno da quell’episodio (continuando però a lavorare con Gianroberto, sentendolo settimanalmente). Così fece il mio collega David. Lo stesso è capitato a Matteo Ponzano, Nicola Biondo e Filippo Pittarello.
Eppure, mai Gianroberto aveva parlato di suo figlio in relazione al M5S.
Mai aveva fatto sapere di voler fondare l’associazione Rousseau, costituita mentre Roberto è sul letto di morte a poche ore dal suo trapasso, consentendo a Davide, aiutato dai suoi avvocati, di diventarne il dominus.
Lui, un figlio di cui Gianroberto era costretto a scusarsi coi propri dipendenti, che raramente il padre presentava ai suoi uomini di fiducia, che quasi nessuno, prima di quel momento, conosceva tra i parlamentari M5S.
L’unico riferimento pubblico a questo suo figlio è quel comunicato di smentita di Iacoboni. L’ultima cosa che Gianroberto ha voluto fare nella sua vita, dalla clinica in cui si era fatto registrare come Gianni Isolato, è negare con forza di voler lasciare la sua creatura politica, frutto del lavoro di vent’anni, a suo figlio, che invece riuscirà a ereditarla con un atto notarile per soli trecento euro.
Proprio il comportamento coerente che ci si aspetta da una persona lucida nelle sue ultime ore di vita.
Quello che tutti noi penseremmo di fare se fossimo consapevoli di aver poco tempo prima del commiato da questa Terra: un atto notarile e un comunicato stampa per negarlo.
Se fossi Iacoboni, andrei fiero di essere chiamato meschino da un soggetto come Davide Casaleggio.
Marco Canestrari
(da “Medium”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
NON RINUNCIANO MAI A UNA POLTRONA, SOLITO INCIUCIO DELLA CASTA… PERFETTO ASSIST PER IL PD: “ACCORDO SPARTITORIO DA CUI NOI RESTIAMO FUORI”
Ennesimo accordo tra centrodestra e Movimento 5 stelle.
Giancarlo Giorgetti, capogruppo della Lega a Montecitorio, è destinato alla presidenza della commissione Speciale della Camera. Lo riporta l’agenzia di stampa Dire che cita fonti parlamentari del centrodestra
L’intesa, spiega un deputato, rientra nel discorso generale che si era fatto anche sulle presidenze delle camere e sul sostegno che Forza Italia, Lega e Fdi avevano garantito a Vito Crimi a Palazzo Madama, sempre per la commissione Speciale.
Al Pd, che reclamava la presidenza per Francesco Boccia, per consolidare una prassi delle ultime legislature in quanto numero uno uscente della commissione Bilancio, potrebbe andare una vice presidenza.
La commissione Speciale si riunirà alla camera giovedì alle 11, mentre quella al Senato è già operativa.
“Per la presidenza della Commissione speciale è chiaro che c’è un accordo spartitorio a cui noi non partecipiamo”. Protesta il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio.
“Noi nel 2013 – ricorda – lasciammo all’opposizione la presidenza della Commissione, adesso questo criterio non viene rispettato. Siamo allo stesso metodo che ha contraddistinto l’elezione dell’Ufficio di presidenza”.
La commissione, ha annunciato Roberto Fico, è di “40 componenti. Al M5S spettano 15 membri, alla Lega 8, al Pd 7, a Forza Italia 7, a Fratelli d’Italia 2, al Misto 1, così come a LeU 1. Le designazioni dovranno pervenire entro le 16 di domani e la commissione è convocata per le ore 11 di giovedì”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
CARTE E INTERCETTAZIONI SVELANO IL MECCANISMO CORRUTTIVO … E’ IL MODELLO SANITA’ CHE PIACE TANTO A SALVINI E CHE VUOLE ESPORTARE IN TUTTA ITALIA
Quattro primari (due dell’ospedale Galeazzi e due del Pini), il direttore sanitario del Pini e un
imprenditore sono stati arrestati dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza nelll’ultima inchiesta milanese su tangenti e sanità .
L’accusa per è corruzione. L’imprenditore titolare di una ditta specializzata nel settore delle apparecchiature sanitarie è finito in cella, i medici, invece, sono agli arresti domiciliari, l’inchiesta è dei procuratori aggiunti Maria Letizia Mannella ed Eugenio Fusco e nasce dall’indagine che lo scorso anno ha portato in carcere il primario del Pini, Norberto Confalonieri, recentemente rinviato a giudizio.
Gli arrestati. Tra gli arrestati c’è anche Paola Navone, direttore sanitario dell’Istituto ortopedico Gaetano Pini-Cto, fiore all’occhiello della sanità milanese. Sempre al Pini è finito Giorgio Maria Calori, primario di ortopedia, unità chirurgia ricostruttiva – revisione protesica e Carmine Cucciniello, direttore del dipartimento di ortopedia.
Gli arrestati del Galeazzi, invece, sono Lorenzo Drago, direttore laboratorio analisi e Carlo Luca Romanò, responsabile del centro di chirurgia ricostruttiva.
L’mprenditore, infine, è Tommaso Brenicci, presidente della Eon medica srl di Monza che si occupa di apparecchiature elettromedicali.
Il meccanismo corruttivo. Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’imprenditore e i due primari del Galeazzi erano insieme soci di una società che aveva il brevetto di una sorta di medical detector, un macchinario per l’individuazione delle infezioni ossee.
I due dirigenti medici lo hanno introdotto al Galeazzi. E successivamente, tramite il primario di Ortopedia del Pini, Giorgio Maria Calori, che era socio di Brennici in altre società , anche di diritto estero, è stato introdotto anche al Pini. I medici si prodigavano anche in studi scientifici e pubblicazioni in cui si esaltavano le qualità del macchinario. Un conflitto di interessi che ha portato oggi agli arresti.
“Al Pini non ci sono gare, se sei amico…”. “Il Pini è l’ospedale più facile del mondo! (…) perchè non ci sono gare, se sei amico di un chirurgo usi i prodotti che vuole, cioè è tutto libero, tutto libero!”: secondo l’ordinanza d’arresto, si esprimeva così l’imprenditore Brenicci al telefono senza sapere di essere intercettato parlando della “scarsa trasparenza e legalità nelle pubbliche forniture dell’Istituto Ortopedico Cto-Pini” di Milano.
Il medico e la borsa per la moglie: “La Vuitton ce la regalano”. “La Vuitton non ti piace? (…) Stefi è possibile che me lo regalino (…) e allora c…. non mi rompere i co…..!”.
Così il chirurgo Calori si rivolgeva alla moglie che lo rimproverava per una borsa di lusso che le aveva regalato “evidenziando la necessità di essere parchi e limitare le proprie spese voluttuarie”.
Emerge dall’ordinanza d’arresto e da un’intercettazione nella quale il medico faceva, però, capire alla consorte “come si trattasse di un regalo ricevuto” da lui da altre persone.
Il cesto di Natale da mille euro e gli altri favori. La promessa di uno stage per la figlia in una delle società dell’imprenditore Brenicci, un cesto di Natale da 1000 euro e il pagamento spese per un congresso a Parigi e uno in Alto Adige.
Sono le ‘utilità ‘, come scrive il gip nell’ordinanza, percepite da Paola Navone, direttore sanitario del Cto-Pini per introdurre all’Istituto ortopedico il dispositivo per la diagnosi di infezioni articolari commercializzato dallo stesso imprenditore.
Navone e il piano anticorruzione in tv.
Il direttore sanitario del Pini era tra i firmatari del ‘Piano triennale per la prevenzione della corruzione e dell’illegalità 2016-2018’. Il 27 marzo, dopo il rinvio a giudizio di Confalonieri, la dirigente interveniva alla trasmissione televisiva ‘Porta a Porta’ e assicurava: “Il Piano anticorruzione verrà attuato al Pini al più presto”. “Abbiamo fornito alle autorità che ce l’hanno chiesta – aveva aggiunto l’ex responsabile del Noc (Nucleo operativo di controllo della Asl di Milano) – la lista di tutte le attività sugli impianti protesici, che fanno parte di un flusso di dati che è controllato”.
Il progetto Domino. Infine, scrive il gip De Pascale, per aumentare il bacino di utenza dei pazienti e potenziare l’uso del dispositivo al Cto-Pini, Navone e Calori si sarebbero rivolti a Gustavo Cioppa, sottosegretario alla presidenza della giunta lombarda durante il mandato di Roberto Maroni, affinchè intercedesse presso l’assessore al Welfare Giulio Gallera e il direttore generale del settore per ottenere dal Pirellone l’approvazione del ‘Progetto Domino’ che nel marzo 2017 accreditava il reparto diretto dallo stesso Calori come punto di riferimento regionale per il trattamento delle infezioni articolari.
Per questo Calori avrebbe ricevuto, dall’imprenditore, oltre a una borsa di Vuitton per la figlia, il pagamento delle spese sostenute per partecipare a convegni, per una intervista televisiva in Rai, un contratto di consulenza come ‘opinion leader’ per una società tedesca e anche 30 mila euro, come prestito infruttifero, per sostenere parte delle spese per aver acceso un mutuo per un importo di 1 milione e 350 mila euro.
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
“BISOGNA SAPER RICONOSCERE GLI ERRORI FATTI”
Debora Serracchiani ha parlato oggi a 24Mattino su Radio 24 dello stato dell’arte del Partito Democratico e dei suoi rapporti con Matteo Renzi, accusando l’ex segretario del PD di averla messa da parte perchè aveva criticato la sua gestione: “Credo che Matteo Renzi abbia fatto molto e tante cose le abbia fatte bene e credo che adesso sta rispondendo anche oltre quel che è giusto rispetto alle responsabilità che ha”.
“Credo che sia una persona che ha investito tantissimo sul cambiamento di questo Paese. Devo riconoscere, però, come riconosco gli errori che faccio io, che errori ne sono stati fatti e alcuni di quegli errori hanno investito anche la mia persona perchè non sono riuscita a far capire che magari le cose andavano fatte diversamente. In una comunità — continua — ci deve essere anche qualcuno che dica al leader che le cose non vanno bene o che le cose non si fanno in quel modo. E non è giusto che quando lo si fa, si venga messi da parte“.
E questo è accaduto a lei?, domanda Luca Telese.
“Penso che nei rapporti umani e nei rapporti politici si debba essere sinceri sempre, quindi, quando non si è convinti di una cosa la si debba dire”, e conclude a Radio 24: “Io sono fatta così”.
Alla domanda di Luca Telese se non ha escluso di poter essere lei il nome su cui si coalizza una nuova leadership, la Serrachiani risponde: “Quando ci saranno le primarie farò una valutazione molto attenta della possibilità di essere tra le persone che si candidano a cambiare il Partito Democratico, ritrovare un’identità che evidentemente abbiamo smarrito, dei valori che ci tengano insieme, ragionare di nuovo con chi ha pensato di uscire dal Partito Democratico”.
E conclude: “Credo che ci sia veramente tanto lavoro da fare e non intendo sottrarmi”.
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
LA VICENDA RACCONTATA DA LE IENE… RICHIESTA UNA ISPEZIONE DELL’INPS PER LA NEOSENATRICE VITTORIA BOGO DELEDDA
In malattia per quasi un anno, guarisce appena eletta tra le file del M5s. La protagonista della vicenda
raccontata dalle Iene in un servizio di Filippo Roma è la senatrice sarda pentastellata Vittoria Bogo Deledda. Oggetto di un duro attacco da parte del deputato Pd Michele Anzaldi.
Un testimone, che è voluto rimanere anonimo, ha raccontato al programma Mediaset che la donna, dirigente dei servizi sociali del Comune di Budoni (Sassari), per circa un anno non è andata a lavorare presentando un certificato di malattia per “stress da lavoro”.
Poi l’improvvisa guarigione dopo la candidatura. Documenti del comune accertano che Deledda risulta in malattia per 243 giorni consecutivi fino al 2 febbraio.
La sua candidatura con i 5Stelle risale al 29 gennaio.
“Accerteremo tutto”, ha assicurato Luigi Di Maio alle Iene, mentre il marito della donna ha aggredito il cameraman della trasmissione.
La senatrice ha spiegato di soffrire della sindrome da “bournout”, che può interessare chi per lavoro deve intrattenere quotidianamente relazioni interpersonali.
“Il ministero del Lavoro e l’Inps avviino un’ispezione sul caso”, afferma Anzaldi che aggiunge: “Quanto reso pubblico è sufficiente per procedere d’ufficio, ma se non ci sarà una risposta a breve presenterò un’interrogazione parlamentare”.
“È tutto regolare? Diagnosi e prescrizioni mediche – prosegue l’esponente dem- sono regolari? La coincidenza tra candidatura M5s e guarigione, dopo una malattia così lunga, non può che alimentare sospetti.
Il 29 gennaio Bogo Deledda viene candidata, il 2 febbraio guarisce e si mette in ferie per la campagna elettorale.
Dopo un’assenza per malattia durata mesi e mesi, l’esponente M5s torna in salute e per settimane gira in lungo e in largo la Sardegna per comizi con Luigi Di Maio e i candidati del partito di Grillo.
Delle rassicurazioni del leader M5s – aggiunge il deputato dem – alla “Iena” Filippo Roma, la cui troupe è stata aggredita peraltro dal marito di Deledda e merita innanzitutto le scuse, non sappiamo che farcene: tutti ricordano gli impegni solenni di Di Maio alla rinuncia e alle dimissioni dei super furbetti di Rimborsopoli, ma a un mese dal voto non si ha notizia nè di rinunce alla proclamazione, nè di dimissioni dalla poltrona nè delle tanto annunciate cause per danno d’immagine promesse da Di Maio in tv”, conclude Anzaldi.
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
PER SUPERARE LO STALLO IL QUIRINALE CERCA UNA PROPOSTA DI MEDIAZIONE CHE NON SI PUO’ RIFIUTARE O UNA FIGURA ISTITUZIONALE TRASVERSALE
I nomi sono quelli di Raffaele Cantone, Giovanni Maria Flick, Giancarlo Giorgetti. Oppure Elisabetta Alberta Casellati e Roberto Fico. Più su, fino ad Antonio Tajani e Mario Draghi.
Circolano sui giornali più che nelle classiche segrete stanze, e sono le personalità che potrebbero diventare presidente del Consiglio se la fase di stallo messicano tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio dovesse risolversi in un nulla di fatto.
I nomi dei presidenti delle Camere sono quelli classici che escono in una situazione del genere; Casellati e Fico hanno anche il vantaggio di essere stati già votati da una maggioranza trasversale composta da centrodestra (con alcune defezioni) e MoVimento 5 Stelle: la stessa maggioranza che oggi il M5S ha disconosciuto per la formazione del nuovo governo, però, e non si capisce come si possa superare un veto del genere se non chiamando in causa il nome di Fico, che però dovrebbe essere disponibile per un’operazione del genere.
Altrimenti si parla di Giovanni Maria Flick, chiamato ripetutamente in causa dai retroscena dei giornali nei giorni scorsi e oggi in un articolo di Goffredo De Marchis su Repubblica: l’ex guardasigilli del governo Prodi poi presidente della Corte Costituzionale si è avvicinato molto ai 5 Stelle ultimamente e per questo potrebbe essere un nome potabile per un’eventuale maggioranza che vada dal M5S al Partito Democratico.
Ma nei suoi confronti dovrebbe comunque cadere la pregiudiziale di Di Maio, che in molte interviste ha sottolineato che a Palazzo Chigi dovrebbe andare “un uomo votato dal popolo” (qualunque cosa ciò voglia dire).
Un altro nome spendibile potrebbe essere quello di Giancarlo Giorgetti, già uscito nei giorni scorsi come il personaggio di mediazione che poteva mettere d’accordo Lega e MoVimento 5 Stelle.
Lo stesso Giorgetti ha rivelato da Lucia Annunziata domenica di essere stato delegato da Matteo Salvini a comparire nelle occasioni pubbliche per parlare a nome della Lega. Potrebbe anche essere l’uomo giusto per una mediazione con il PD, che però è stato fuori dal discorso delle alleanze proprio da Salvini.
E allora la caccia all’uomo potrebbe spostarsi dalle parti dell’Autorità Anticorruzione: Raffaele Cantone è un altro di quei nomi che non sarebbe sgradito al MoVimento 5 Stelle e potrebbe costituire l’uomo su cui costruire la mediazione che porterebbe al governissimo del Quirinale, che sarebbe un’ipotesi non sgradita anche per Matteo Renzi.
Anche qui però mancherebbe la legittimazione democratica e dovrebbe cadere per lo meno il veto del M5S per poter andare avanti su questa strada.
Infine ci sono le ipotesi europee in campo e sono le più fantasiose. Antonio Tajani, candidato con insuccesso negli ultimi giorni di campagna elettorale da Forza Italia a Palazzo Chigi, rappresenterebbe una vittoria personale per Silvio Berlusconi e una sconfitta per Matteo Salvini, che già durante la corsa alle urne lo aveva bollato come un uomo di Bruxelles a cui la Lega non guardava certo con favore. Anzi, lo aveva utilizzato come spauracchio proprio per convincere l’elettorato a votare Lega invece di Forza Italia.
Super Mario Draghi invece è stato già molto evocato. Ieri a rilanciarlo è stato l’ex parlamentare e consigliere di amministrazione della Rai Giancarlo Mazzuca sul Giornale. Il capo della BCE sarebbe il garante dei nostri conti sui mercati nel momento in cui la situazione finisse nel mirino della speculazione.
Ma proprio perchè il suo incarico a Francoforte non si è ancora concluso e per la somiglianza con l’operazione Monti varata a suo tempo da Napolitano pare davvero difficile che possa avverarsi oggi l’ipotesi di un approdo a Palazzo Chigi per il banchiere centrale del bazooka.
Anche perchè ad oggi non ci sono le condizioni (che dovrebbero essere drammatiche) affinchè la politica opti per un passo indietro.
Oggi no. Domani, chissà .
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 10th, 2018 Riccardo Fucile
LEGA E M5S RASSEGNATI A TEMPI LUNGHI E SENZA TROPPE CERTEZZE
Il tentativo di archiviare gli equilibri del passato rimane forte: almeno quanto la difficoltà di riuscirci. 
E il modo in cui Luigi Di Maio e Matteo Salvini si muovono riflette il potere e i limiti del mandato elettorale ricevuto il 4 marzo.
Contano di fare un governo insieme, ma le condizioni politiche, i numeri e il tempo non bastano a perfezionare il loro «contratto». Anzi, in apparenza sembrano allontanarlo.
Nell’impazienza e nei timori che si avvertono nel Movimento 5 Stelle, traspaiono l’incertezza per una soluzione ancora sfuggente. Per quanto soddisfatti per la giornata in memoria di Gianroberto Casaleggio a Ivrea, i seguaci di Beppe Grillo appaiono ipersensibili.
È bastato il vertice del centrodestra a Arcore, da Silvio Berlusconi, per metterli in allarme.
Già avevano borbottato per la scelta di Matteo Salvini di andare con Giorgia Meloni nella residenza del fondatore di Forza Italia. Suonava come la replica di un film vecchio di vent’anni; una concessione eccessiva del leader leghista e del centrodestra a un primato berlusconiano smentito dagli elettori; e soprattutto la conferma che il Carroccio non riesce a staccarsi dall’alleato di sempre.
Poi c’è stato il comunicato che parlava di unità e di Salvini candidato premier; e l’irritazione è cresciuta.
Solo quando, poche ore dopo, Salvini si è smarcato dal documento diramato dopo quel vertice, Di Maio e i suoi hanno ripreso a pensare che un accordo sia possibile.
È significativo che per le nuove consultazioni al Quirinale, probabilmente giovedì e venerdì, non sia stato ancora fissato l’ordine col quale i partiti saranno ricevuti. Potrebbe cambiare, o forse no: si saprà nelle prossime ore.
Il fatto che il centrodestra si presenterà unito, non più diviso, non lo «promuove» automaticamente a primo partito.
Dunque, il M5S potrebbe essere ricevuto di nuovo alla fine, come forza che ha ottenuto più voti.
Ma il dialogo con la Lega rimane guardingo. Anzi, forse lo è più di una settimana fa.
I Cinque Stelle cominciano a rendersi conto che per capire quale sarà la ricaduta finale del voto, ci vorrà più tempo di quanto pensassero.
Salvini, ma non solo, ne ha bisogno per definire meglio i contorni di un centrodestra del quale oggi è l’azionista di maggioranza. E quando annuncia che c’è il «51 per cento di possibilità » di formare un esecutivo tra centrodestra e M5S, provoca in Di Maio l’ennesimo moto di stizza.
Più si va avanti, più il suo Movimento arretra rispetto ai possibili «contraenti». No a Forza Italia, non solo a Berlusconi. No a Fratelli d’Italia. E no allo stesso Pd, «perchè non abbiamo intenzione di abbracciare un Matteo Renzi sconfitto nel Paese».
Per questo, mentre Salvini annuncia che chiederà «volentieri» un incontro a Di Maio e esclude altri vertici della sua coalizione, il candidato premier dei Cinque Stelle nicchia.
Fa filtrare che non ci sarà incontro con Salvini: almeno fino a quando il leader della Lega e del centrodestra proporrà un governo tra il suo schieramento nella sua interezza, e il Movimento.
Messa così, la trattativa sembrerebbe incanalata in un vicolo cieco. L’aut aut della forza di maggioranza relativa avrebbe come unico sbocco la presa d’atto che non si può fare un governo; e dunque che sarebbe meglio tornare alle urne. Ma anche in questo schema si nota un eccesso di schematismo, simmetrico all’idea della «diarchia» Di Maio-Salvini.
Non è da escludersi che il limbo tra dopovoto e governo possa dilatarsi per un paio di settimane; e che, di fronte a una rigidità che non accenna a sciogliersi, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, riceva la richiesta dei partiti di sondare quali siano i veri margini di trattativa.
Il problema è quanto tempo sarà necessario per capire se e come i veti incrociati cadranno o almeno si attutiranno; e a quali condizioni.
Non è da escludersi che alla fine si renda necessario un terzo giro di consultazioni, o magari che gli stessi partiti chiedano al Quirinale di affidare un incarico esplorativo di tipo istituzionale.
Il M5S rimane dell’idea che a Palazzo Chigi debba andare Di Maio. In teoria potrebbe toccare anche a Salvini, se non rappresentasse solo il 17 per cento dei voti; comunque, a qualcuno che abbia il consenso popolare, dopo una legislatura di premier cooptati. Non sarà facile uscire da una richiesta così perentoria: sebbene in realtà il sistema parlamentare non preveda l’elezione del presidente del Consiglio, e comunque nessuno abbia consensi sufficienti per rivendicare l’incarico.
L’Europa osserva e aspetta, confidando in Mattarella. Ma prima o poi, il capo dello Stato chiederà agli interlocutori di assumersi le loro responsabilità . E esigerà risposte e soluzioni, non solo veti: sempre che non siano destinati a cadere magicamente dopo le Regionali di aprile.
(da “Il Corriere della Sera”)
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