Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
VOCI DAL PARTITO: “FONDAMENTALE IL PIENO COINVOLGIMENTO DI RENZI”
Il Pd milanese è un partito in salute. Ha 10mila iscritti e 164 circoli disseminati lungo tutta la città metropolitana.
Alla guida di Milano c’è il sindaco Beppe Sala, eletto con il centrosinistra e successore di Giuliano Pisapia. Alle ultime elezioni politiche, il Pd ha conquistato più voti sia della Lega che del Movimento 5 Stelle nel capoluogo lombardo.
Anzi, sommando il suo 27 per cento all’8 ottenuto da +Europa, ha superato i consensi di leghisti e grillini messi assieme.
Sull’ipotesi di alleanza con i 5 Stelle “il sentimento largamente prevalente è di contrarietà “, spiega il segretario metropolitano Pietro Bussolati, di area renziana, che in questi giorni ha tastato il polso degli iscritti.
E al ritorno in scena di Matteo Renzi, che domani sera andrà in tv da Fabio Fazio, il partito regionale guarda con favore. “È fondamentale il pieno coinvolgimento di Renzi in un passaggio così difficile”, spiega il senatore Alessandro Alfieri, numero uno del Pd Lombardia.
“In questi giorni Renzi sta facendo un lavoro di ascolto. Siamo in una fase delicata, nella quale non possono essere fatte scelte affrettate”, aggiunge Alfieri, pure lui legato all’area che fa capo all’ex premier. Insomma, non è detto che il segretario dimissionario spinga il partito verso l’Aventino, ma già il fatto che sia in campo per i vertici del Pd lombardo è una buona notizia.
Il Pd di Milano si è dato un’immagine più unitaria rispetto ad altri raggruppamenti locali del partito, che spesso cadono preda degli scontri tra correnti.
C’è coesione non soltanto all’interno ma anche nei rapporti con gli alleati: “Governiamo tutti assieme dal 2011 e parte della coalizione sta a sinistra del Pd. Tutti mostrano un sentimento di unità “, spiega l’assessore alle Politiche sociali, Pierfrancesco Majorino, uno che nella “maggioranza” non è mai stato. Gli spazi per i 5 Stelle sono stretti nel capoluogo lombardo, e neppure la Lega riesce a fare man bassa di voti. Su cosa fare di fronte all’offerta dei 5 Stelle di sedersi al tavolo a trattare per il governo, le differenze di opinione ci sono.
Negli ultimi giorni il sindaco Giuseppe Sala si è espresso più volte a favore di un tentativo di dialogo con Luigi Di Maio.
Sala era inizialmente visto come un “uomo” di Renzi, ma da quando è sindaco ci ha tenuto a marcare le distanze dal suo primo mentore. L’ex ad di Expo, parlando a “Un giorno da pecora”, ha sottolineato di non essere iscritto al Pd.
Ma il 25 aprile ha voluto comunque dare un consiglio al partito chiave della sua maggioranza: “La cosa più sbagliata è che il Pd si metta in un angolo e non voglia dialogare con nessuno. Io credo che il tentativo con i 5 stelle si debba fare”.
Chi ha assistito alla manifestazione organizzata per la festa della liberazione racconta di una grande freddezza tra i militanti dem e quelli del Movimento.
Una distanza fisica che diventava anche politica tra i due spezzoni del corteo. Il segretario regionale Alfieri parla di “contrarietà diffusa” a un patto con i grillini, che accomuna militanti e classe dirigente.
Il senatore ha in mano le cifre del no ai 5 Stelle da parte dei 30 mila iscritti lombardi: “Abbiamo fatto un sondaggio una quindicina di giorni fa. Emergeva che quasi l’ottanta per cento è per stare all’opposizione”.
Pesano troppo sulle opinioni dei tesserati dem gli ultimi cinque anni. Una legislatura intera al governo, nella quale ci si è sentiti “attaccati e derisi”, dice Alfieri. Tutto ciò in un contesto nel quale si è poco disposti di natura alle alleanze: “Abbiamo fatto una campagna elettorale da maggioritario, ma siamo in una Repubblica nella quale le maggioranze si fanno dopo e nessuno ha vinto”.
Neppure il leader cittadino Bussolati sembra entusiasta dell’ipotesi di alleanza, anche se sarebbe “giusto capire, nell’interesse del Paese, cosa si propone e se i 5 stelle hanno cambiato idea su alcuni punti imprescindibili”.
E per Milano, città che volge lo sguardo oltre le Alpi, le priorità sono due: il lavoro e il rapporto con l’Europa. Nello stato maggiore del Pd lombardo anche il deputato Emanuele Fiano si è schierato per il no al dialogo, assieme al sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto.
La vede in modo diverso l’assessore Majorino. Sedersi al tavolo con i grillini “non credo sarà facile. Il Pd deve affrontare unito questo passaggio”.
Il confronto non deve esserci a tutti i costi, anzi. Ma è doveroso fare i conti con la realtà : “Se ne rimani fuori non metti alla prova il Movimento 5 Stelle, non parli in maniera efficace a due milioni di loro elettori che, secondo le stime più realistiche, vengono da un voto per il centrosinistra”.
A cosa servirebbe nella pratica aprire le porte a Di Maio? “Io mi occupo di politiche sociali e di lotta alla povertà : Il Rei (Reddito di inclusione) così com’è non basta. Avrebbe senso se nascesse un patto di governo contro l’esclusione sociale”. Un governo grillo-leghista, poi, bisognerebbe tentare di evitarlo: “Il rischio è che la Lega esprima l’egemonia politica, malgrado il Movimento sia più forte”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
CHI SI SPOSTA PER GITE DI PIACERE RAPPRESENTA IL 26,5% DEL TOTALE
Se durante la settimana i treni vengono utilizzati soprattutto da pendolari diretti al lavoro o
all’Università nel fine settimana i regionali italiani stanno acquistando una nuova dimensione.
Sono sempre di più i turisti che scelgono di spostarsi con i treni locali: nel 2017 l’aumento è stato del 7 per cento, mentre in tre anni i passeggeri che hanno scelto il treno nel tempo libero sono saliti dei 21%.
E anche il ponte del 25 aprile ha visto un boom del 18,6% rispetto allo scorso anni.
La quota di passeggeri leisure, ossia coloro che scelgono il treno regionale per gite di piacere, rispetto alla componente commuters: viaggiatori per lavoro e studio vede i primi rappresentare il 26,5% del totale, gli altri il 73,5.
Così nel 2018 l’obiettivo del Gruppo Fs Italiane è di incrementare ancora di più la percentuale puntando sulla storia e sulla cultura dei borghi italiani.
Non tutti i borghi più belli, infatti, sono anche poco accessibili.
Su 282 località inserite nella lista dei “Borghi più belli d’Italia” 23 sono facilmente raggiungibili con i treni regionali.
Si può andare in treno a Vipiteno, in provincia di Bolzano e a Campo Ligure, in Liguria. Ma anche a Grottammare, nelle Marche e nel perugino a Castiglione del Lago, Passignano sul Trasimeno e Spello.
Ma si può lasciare l’auto a casa e viaggiare sui regionali anche in Toscana, verso Buonconvento e in Campania dove Vietri sul Mare apre le porte della Costiera Amalfitana.
A Barcellona Trenitalia nel corso del 1 Toprail Forum organizzato dall’Union Internationale Chemins de fer ha illustrato la collaborazione con l’associazione I Borghi più belli d’Italia che prevede una serie di festival, mostre, fiere e conferenze per portare turisti nei tesori italiani e far rivivere quei territori.
E ha anche presentato l’offerta del 5 Terre Express, che permette di visitare il tratto della costa ligure delle Cinque Terre, dichiarato Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.
Il turismo ferroviario, negli ultimi anni, sta vivendo un periodo di grande espansione. Tra il 2016 e il 2017 sono stati 130 mila, tra italiani e stranieri, i turisti che hanno viaggiato a bordo dei treni storici della Fondazione Fs Italiane.
Il 45% in più rispetto al biennio 2014-2015. Locomotive a vapore e littorine storiche che stanno facendo riscoprire la bellezza dei viaggi slow, con finestrini aperti e su linee ferroviarie prima in disuso e ora recuperate come la Ferrovia della Val d’Orcia in Toscana, fra Asciano e Monte Antico, la Ferrovia del Parco tra Sulmona e Carpinone che collega Abruzzo e Molise e la Ferrovia dei Templi tra Agrigento e Porto Empedocle, in Sicilia. A Barcellona le Ferrovie hanno poi presentato anche il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa, restaurato con un investimento di circa 20 milioni di euro e che nel 2017 ha registrato il record di presenze: oltre 110 mila visitatori, +647 per cento rispetto al 2014.
Secondo quanto annunciato da Trenitalia il primo trimestre del 2018 ha visto anche l’aumento dei ricavi (+2,1%) e dei passeggeri dei treni regionali con una puntualità reale e percepita all’89,8 per cento nonostante i problemi dovuti al maltempo di quest’inverno
La regolarità del servizio, dai dato aziendali, si attesta al 97,83%, limitando le corse cancellate per responsabilità di Trenitalia a circa tre su mille, mentre toccano il minimo storico anche gli stop causati da problemi tecnici, che si attestano a una media giornaliera di 6,8 sulle 6.500 corse circolanti in tutta Italia
Tra le migliori performance del trimestre, vanno registrate quelle ottenute in Calabria, dove la puntualità reale è aumentata di 1,8 per cento rispetto al 2017, mentre quella teorica, realizzata da Trenitalia considerando i soli ritardi imputabili all’azienda, è migliorata di ben 3,3 per cento (99,3%)
L’aumento dei ricavi del 2,1% è riconducibile sia all’efficacia degli stringenti controlli aziendali per contrastare l’evasione sia all’aumento dei passeggeri. Crescono del 21% in circa tre anni i clienti che scelgono il treno regionale per spostamenti nel tempo libero (2015: 78,2% pendolari e 21,8% tempo libero vs 2018: 73,5% pendolari e 26,5% tempo libero).
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
I DATI DI EUROSTAT CERTIFICANO LE DEBOLEZZE DEL SUD… E LA MEDIA EUROPEA RESTA LONTANA
Cominciamo con una magra consolazione.
La Calabria abbandona il podio, tutt’altro che prestigioso, delle regioni europee con il maggior tasso di disoccupazione giovanile e si colloca al quinto posto.
Catanzaro, a livello europeo, si mette dietro solo quattro aree. Il campanello d’allarme che segnala una delle maggiori debolezze del tessuto economico italiano, la disoccupazione giovanile (che comprende i giovani dai 15 ai 24 anni), squilla per altre due regioni meridionali. La Campania, settima, e la Sicilia, decima.
I NUMERI ITALIANI
A mettere nero su bianco i dati occupazionali delle singole regioni del Continente è Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europa. Guardando il bollettino che rende noti i tassi di disoccupazione del 2017 è palese come il basso livello occupazionale tra i giovani rappresenti un grande problema nel Sud della penisola.
La Calabria, come detto, registra un tasso di disoccupazione giovanile molto alto, pari al 55,6%, in calo in ogni caso rispetto al 2016, quando la percentuale raggiungeva il 58,7%.
A ruota la Campania, con un tasso che nel 2017 raggiunge il 54,7%, in aumento rispetto all’anno precedente, quando il dato corrispondeva al 49,9%.
Decima tra le regioni europee e terza tra quelle italiane è la Sicilia con una parcentuale pari al 52,9%, in calo rispetto al 57,2 % dell’anno precedente. In generale il dato complessivo italiano mostra un miglioramento tra il 2016, quando la media nazionale raggiungeva il 37,8%, e il 2017, che si chiude con un livello di disoccupazione giovanile pari al 34,7%.
Scendendo nello specifico è possibile osservare come l’area italiana agli antipodi rispetto alla Calabria sia la Provincia autonoma di Bolzano, che registra un livello pari al 10,2%, in aumento in ogni caso rispetto al 2016, quando si fermava al 8,8%. Il divario netto tra Nord e Sud diventa evidente dividendo la penisola in 5 grandi macroaree.
Il Nord Ovest (Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia) fa segnare un livello di disoccupazione giovanile pari al 26,7% (dal 32,1% del 2016.
Il Nord Est (Provincia autonoma di Bolzano, Provincia autonoma di Trento, Veneto, Friuli Venezia Giulia ed Emilia-Romagna) fa segnare un tasso pari al 20,6%, in aumento di due decimi rispetto al 20,4% dell’anno precedente.
Il Centro (Toscana, Umbria, Marche e Lazio) raggiunge una percentuale del 31,1%, decisamente in discesa rispetto al 37,1% del 2016. Il Sud (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria) raggiunge un livello decisamente allarmante con un tasso medio del 51,6%, un dato migliorato dalle performance di Basilicata e Abruzzo, entrambe sotto il 40%, ma in aumento rispetto al 2016, chiuso con un livello pari al 49,2%.
Chiudiamo con le isole, con la Sardegna fa meglio della Sicilia con una media pari al 39,6%, in discesa verticale rispetto al dato del 2016, un poco lusinghiero 56,3%.
IN EUROPA
Peggio della Calabria fanno solo l’exclave spagnola in Marocco Melilla (62,7%), le isole greche del Voreio Aigaio (58,2%), la regione sempre greca dell’Epiro (58%) e il territorio francese d’oltremare Mayotte (57,7%).
Completano la graduatoria delle peggiori regioni europee per occupazione giovanile, oltre a Campania (settima) e Sicilia (decima), la regione ellenica Dytiki Makedoni (55%), la Ciudad Autonoma de Ceuta, in Spagna, con il 54,4%, e un altro territorio d’oltremare francese, Guadalope, con il 53,3%
Le regioni più virtuose in Europa sono invece quelle di Praga (Repubblica Ceca) e di Oberbayern (Germania), entrambe con l’invidiabile media del 3,8%. A seguire altre due regioni tedesche, quella di Weser-Ems e quella di Stoccarda, rispettivamente con il 4,6 e il 4,7%.
CONFRONTO TRA PAESI
La media della disoccupazione giovanile tra gli stati dell’Unione europea nel 2017 è pari al 16,8%, in discesa rispetto al 18,7% del 2016. Tra i vari Paesi ci sono però ancora distanze enormi.
Il dato migliore è quello della Germania, che con il suo 6,8% si dimostra lo stato dell’Unione più adatto al lavoro giovanile. Dietro alla locomotiva tedesca si posizionano la Repubblica Ceca, con un tasso del 7,9%, e i Paesi Bassi, con l’8,9%. All’estremo opposto troviamo invece la Grecia, con un livello di disoccupazione giovanile pari al 43,6%, in discesa rispetto al 47,3% del 2016, la Spagna, con un 38,6% che migliora il dato del 2016 del 44,4%, e appunto, l’Italia, al 34,7%.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
NOVE ERANO IN CASSA INTEGRAZIONE, QUATTRO ERANO STATI REINTEGRATI
La crisi finanziaria del Pd travolge (da tempo) anche la struttura regionale siciliana e, in
particolare, i dipendenti. Per loro scatta il licenziamento.
Una lettera inviata ai lavoratori dal tesoriere e legale rappresentate dell’Unione regionale Sicilia, l’ex deputato Calogero Speziale, certifica “l’impossibilita’ di un rientro dalla cassa integrazione alla scadenza della proroga autorizzata e, pertanto, si comunica che il rapporto di lavoro cessera’ dal 15 giugno 2018, data di scadenza dell’intervento della Cigs”.
La crisi, spiega Speziale, “ha coinvolto drammaticamente anche questa Unione e in particolare i lavoratori dipendenti, i quali, da anni, sono stati chiamati a pesanti sacrifici nel tentativo di riorganizzazione del partito stesso, tentativo vanificato dal pressocche’ azzerarsi di ogni entrata necessaria a consentire la prosecuzione dell’attivita’”.
Pertanto, “si e’ costretti, nostro malgrado, ad assumere la determinazione di cessare l’attivita’ di questa Unione regionale, e conseguentemente, di risolvere il rapporto di lavoro di tutti i dipendenti”.
La cassa integrazione dei dipendenti del Pd siciliano e’ iniziata nel giugno 2014, dopo la chiusura dei rubinetti del finanziamento pubblico. Erano 13 allora i dipendenti: due, in aspettativa da anni, sono stati licenziati, gli altri (6 amministrativi, 2 addetti stampa, di cui un part time, 2 autisti, un addetto alle pulizie) messi in cassa integrazione.
Dopo appena un giorno, un amministrativo, full time, e’ stato reintegrato integralmente; dopo un mese reintegrato integralmente un altro amministrativo, part time, e i due autisti al 50% di cassa integrazione.
Gli altri in cassa integrazione a zero ore fino ad oggi. Ora questo risvolto disarmante e drammatico, anche alla luce del passaggio, carico di implicazioni ancora non chiare, sulla cessazione dell’attivita’ dell’Unione regionale del partito.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
NON SI TROVANO PIU’ LE CARTE DELL’IRRUZIONE DEL 1980 DURANTE LA QUALE VENNERO UCCISI QUATTRO BRIGATISTI DELLA COLONNA GENOVESE… APERTA UN’INCHIESTA PER FURTO AGGRAVATO
Il fascicolo d’indagine con gli atti di via Fracchia è sparito nel nulla.
Le carte sul blitz di 38 anni fa – il 28 marzo del 1980 a Genova durante un conflitto a fuoco vennero uccisi quattro brigatisti della colonna genovese delle Br – non si trovano più. E ora la Procura di Genova ha aperto un’inchiesta per furto aggravato.
L’ipotesi degli investigatori, l’inchiesta è affidata allo stesso procuratore capo di Genova Francesco Cozzi, è che qualcuno lo abbia sottratto dall’archivio.
Il furto, secondo quanto ricostruito sarebbe avvenuto dopo il 2016 quando nell’ambito di una riorganizzazione giudiziaria alcuni fascicoli sono stati trasferiti da Genova a Morimondo nell’hinterland milanese.
La Procura si è accorta dalla scomparsa solo nei mesi scorsi quando ad agosto, 37 anni dopo i fatti, ha riaperto l’inchiesta per omicidio su input di un esposto presentato dal ricercatore Luigi Grasso.
(da “La Stampa”)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
L’ABBRACCIO A TRIESTE TRA SALVINI E BERLUSCONI PER FAR CREDERE CHE IL CENTRODESTRA E’ UNITO
Dopo aver chiuso la campagna elettorale separatamente e fatto a gara a evitarsi, Silvio Berlusconi e
Matteo Salvini si incontrano all’Harry’s Bar, in piazza dell’Unità d’Italia a Trieste, in tarda serata.
Abbracci, risate e un breve colloquio per i leader di FI e della Lega. “Il centrodestra è unito, nessuno lo dividerà “, sono state le parole, a quanto si apprende, di Berlusconi, seduto al tavolo con tutta la delegazione parlamentare azzurra che lo ha accompagnato nella giornata elettorale a Trieste.
Salvini si è seduto per alcuni minuti al tavolo di Berlusconi, nella piazza centrale di Trieste. Con il leader della Lega anche il candidato del centrodestra alle Regionali Massimiliano Fedriga. “Vinceremo in Friuli Venezia Giulia e andremo al governo”, ha sottolineato, a quanto si apprende, l’ex premier che ha lasciato il bar triestino poco dopo Salvini concedendosi ai selfie chiesti dai passanti.
Passa dal Friuli Venezia Giulia la tenuta del centrodestra.
Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, in campagna elettorale a sostegno del leghista Massimiliano Fedriga nella Regione al voto domenica, ribadiscono l’unità della coalizione e, a fine campagna elettorale, venerdì poco prima della mezzanotte, ecco un breve incontro e un abbraccio nel cuore di Trieste, alla fine del tour che vede impegnata anche la presidente di FdI, Giorgia Meloni.
Sembra smentita la voce di una rottura della Lega, ma il risultato è un’altra pace armata tra il Cav e il segretario del Carroccio.
Resta il fatto che la partita da giocare con i “secondi arrivati”, i Cinquestelle, vede i due leader su posizioni ancora lontane. E, se al Cavaliere non vanno giù i “veti” dei grillini, il segretario del Carroccio non digerisce la loro politica dei due ‘forni’.
Mollare Berlusconi? “No, non vedo perchè dovrei cambiare idea ogni quarto d’ora, non faccio come Renzi e Di Maio. Mi presento alle elezioni con una squadra e vado con quella squadra”, chiarisce il leader leghista.
E il numero uno di Forza Italia sentenzia: “Non è vero che Salvini abbandonerà il centrodestra. È una persona leale che mai spezzerà il voto che ha messo insieme gli italiani”.
E il rapporto con i Cinquestelle? A detta di Berlusconi, con i pentastellati “non c’è nessuna possibilità visto che io non ho posto veti, ma Di Maio dice che sono il male assoluto e non si vuole sedere a un tavolo”. Poi il leader azzurro ribadisce: “Vengo raggiunto quotidianamente da tante telefonate dei colleghi” in Europa che chiedono “che l’Italia possa avere un argine al Movimento 5 Stelle, al movimento populista italiano”.
Dal canto suo, Salvini è sicuro del fatto che Pd e Cinquestelle hanno “zero” possibilità di formare il governo, perchè “è un accordo contronatura”. Ma, nel contempo, tende un’altra volta la mano al leader pentastellato: “Di Maio faccia un bagno di umiltà e torni al tavolo con il centrodestra unito”.
E proprio intorno a un tavolo Salvini e Berlusconi si sono ritrovati per un breve colloquio e un abbraccio, a fine giornata, all’Harry’s Bar di Trieste.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
I PRIMI STIPENDI ARRIVATI AI NEOELETTI ALLONTANANO IL RITORNO AL VOTO… IN UN MESE 14 ORE DI LAVORO AL SENATO, 20 ALLA CAMERA E 13-14.000 EURO DI STIPENDIO
Sono in arrivo 18 milioni di buoni motivi per non andare al voto a breve. Ma sostenere la nascita d’un governo, purchè sia.
Ai neoletti della XVIII Legislatura il 20 aprile è stata accreditata la parte retributiva per il primo mese di “lavoro”, il grosso arriverà intorno al 30, quando gli sarà bonificata anche la componente non soggetta a trattenute come diaria, rimborso forfettario e indennità per “esercizio del mandato“.
Il tutto, va detto, senza essersi proprio stancati più di tanto, visto che nessuno, tra neosenatori e deputati, nel primo mese ha lavorato più di 24 ore.
Proprio così: alla Camera ci si è fermati intorno alle 20 ore, addirittura 9 al Senato. Per gli Uffici competenze parlamentari però fa lo stesso. E prontamente, pagano.
Del resto dal 23 marzo in Parlamento non c’è poi molto da fare, proprio perchè l’assenza di un governo e di una maggioranza tiene in stallo la formazione di assemblee, giunte e commissioni.
Quasi un mistero, quindi, come abbiano riempito il tempo del primo stipendio. Nessuno in Parlamento ha detto nulla, neanche le forze politiche che han riempito le urne martellando sui tagli a costi e privilegi della politica.
Un silenzio trasversale che alimenta la lettura più malevola dello stallo in corso: che anche quell’accredito funga da collante invisibile per unire forze assai diverse a sostegno di un governo qualunque, fossero Lega-M5S come è sembrato per due settimane o M5S-Pd, come sembra ora. Alla fine, un altro mese passerà . Resta agli atti il poco lavoro svolto finora e la molta pecunia che ne deriva.
Dal 23 marzo il Senato si è riunito cinque sedute per i lavori della commissione provvisoria per la verifica dei poteri (durata due ore) e della commissione sugli Atti urgenti del governo (quattro ore). In totale: 14 ore e 27 minuti.
E a fine mese, puntuali, hanno incassato il loro stipendio: 5.767 euro di indennità , 3,500 di diaria, 2.090 di rimborso per le spese di mandato e 1.650 di rimborso forfettario. Dal bilancio 2017 di Palazzo Madama si ricava a spanne il costo tra competenze e rimborsi di un mese da senatori: 6,5 milioni.
Le sedute alla Camera sono state 7 per un totale di 20 ore di “presenza”, compresa quella di un 15 minuti per leggere i nomi dei componenti della Commissione speciale e ratificare la composizione dell’Ufficio di presidenza.
Quanto ci è costata questa presenza?
Il bilancio 2017 indica che un deputato tra indennità liquidate e rimborsi costa all’Erario 12 milioni e passa. Fanno 1,7 milioni a seduta, 705mila euro l’ora, l’equivalente per testa di 1.119 euro lordi l’ora (ma c’è chi può arrivare a 3mila grazie a missioni di studio o all’estero).
È uno scandalo o è il giusto costo della democrazia? Si dirà che alcuni governi hanno impiegato diversi mesi a vedere la luce (Dini, 127 giorni). Ma è pur vero che nella storia d’Italia non s’era mai visto un Parlamento così “populista”. Nel quale il silenzio sullo stipendio parlamentare per poche ore di lavoro rimbomba e alimenta il sospetto.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
LE PROTESTE DEGLI ABITANTI DEL PALAZZO: “STIAMO VIVENDO UN INCUBO, PERENNEMENTE SOTTO ASSEDIO, NON NE POSSIAMO PIU'”
Hanno tirato avanti di fronte alle manifestazioni di protesta, i cortei e i blocchi stradali, accettando
e forse cercando di approfittare politicamente delle provocazioni. Ma a costringere gli iscritti e i simpatizzanti di CasaPound a fare le valigie dalla contestata sede di via Montevideo, alla Foce, sarà il mancato rispetto del regolamento di condominio e del contratto di affitto.
Stando al rapporto contrattuale firmato dalla proprietà dell’immobile, che nulla sapeva della presenza di Casa Pound (anche perchè, formalmente, il contratto è stato sottoscritto dall’associazione “La Cambusa”), e la controparte, si fa riferimento ad un uso esclusivo di “negozio”.
Dunque non una sede politica ma un punto vendita, con aperture a orari stabiliti e attività commerciali.
«Noi abbiamo contestato un uso diverso dei locali rispetto a quanto contrattualmente previsto. Quell’unità immobiliare va utilizzata come negozio, e così non è. Per questo abbiamo avviato le procedure necessarie per arrivare anche a una previsione di sfratto» – dice l’avvocato Giuseppe Giachero, legale della famiglia De Donno, proprietaria dei muri oggi utilizzati da CasaPound.
La lettera, formale e chiara, non lascia dubbi interpretativi: «I miei assistiti hanno appreso, principalmente dagli organi di informazione, che all’interno dei locali di loro proprietà di cui all’oggetto e da Voi condotti in locazione, è stata ufficialmente stabilita la sede del movimento politico denominato “CasaPound”. Se ciò dovesse corrispondere al vero, va da se che verrebbero a realizzarsi quelle condizioni paventate nella su citata mia precedente lettera e che porterebbero, inevitabilmente, alla risoluzione del contratto di locazione in essere ai sensi e per gli effetti del citato art. 80 della legge 392/78, in quanto detto locale non sarebbe destinato all’uso esclusivo di “negozio”, in detto atto dichiarato e pattuito, ma ad ospitare manifestazioni, convegni, riunioni, assembramenti di propaganda politica di estrema destra. Pertanto, sono preliminarmente a chiedervi di voler smentire la circostanza suindicata, se possibile anche in forma pubblica, pena l’inevitabile immediata risoluzione per inadempimento del contratto in essere».
Da CasaPound, però, finora sono sempre state respinte le accuse di mancata ottemperanza del contratto d’affitto. E, nel caso dell’ultima richiesta di chiarimento, non ha ancora risposto.
L’avvocato Graziano Lercari, incaricato di seguire la vicenda per conto dell’associazione politica replica in maniera netta: «Ho spiegato verbalmente al mio collega che riteniamo di avere agito correttamente. Siamo pronti ad arrivare in giudizio nel caso dovesse partire una richiesta di sfratto. Anche se non si può escludere una transazione o un accordo prima di arrivare in Tribunale».
Insomma, almeno in questa fase CasaPound sembra prendere tempo.
A fare il tifo per una soluzione che possa allontanare definitivamente l’associazione di destra dall’immobile sono i condomini di via Montevideo.
Nel corso dell’ultima assemblea di condominio le proteste e le espressioni di preoccupazione sono venute praticamente da tutti gli inquilini e residenti.
«Stiamo vivendo un incubo. Ogni volta che CasaPound organizza un evento ci troviamo la polizia e la Digos sotto casa, poi arrivano i contestatori e quando tutto finisce ci ritroviamo con i muri imbrattati di scritte e la sensazione di essere stati sotto assedio. È assurdo stare in questo clima» racconta uno degli abitanti.
(da “Il Secolo XIX”)
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Aprile 28th, 2018 Riccardo Fucile
SARA’ L’ANNO PEGGIORE DA QUANDO ESISTE LA LEGGE… NOVE SU DIECI SONO IN CAMPANIA, CALABRIA E SICILIA
La mafia uccide solo d’estate ma si infiltra nei piccoli Comuni italiani tutto l’anno. L’allarme l’ha lanciato Avviso pubblico, associazione di enti locali per la formazione civile contro le mafie.
Solo nei primi quattro mesi del 2018 il Consiglio dei ministri ne ha già sciolti dodici. Gli ultimi cinque, il 26 aprile, tutti nel Sud Italia.
Tra questi ci sono anche Platì, in provincia di Reggio Calabria, già sciolto quattro volte per infiltrazione mafiosa e Limbadi, nel vibonese, dove lo scorso 9 aprile un’autobomba piazzata su una Ford Fiesta uccise Matteo Vinci che aveva denunciato la sorella di un boss dopo una lite per questioni di vicinato.
Dal 1991 a oggi sono stati 308 gli enti locali commissariati per infiltrazioni mafiose. Più di un terzo negli ultimi sei anni (101).
Solo l’anno scorso sono stati 21, ovvero una media di due scioglimenti al mese. E se il buongiorno si vede dal mattino, a questo ritmo il 2018 rischia di superare il record storico di Comuni sciolti: 34 nel 1993. In quell’anno ci furono sette attentati mafiosi, tra cui uno agli Uffizi di Firenze che provocò cinque morti.
Oggi la situazione è diversa ma rimane l’emergenza. E la legge, nata in un momento storico particolare, rischia di non essere più efficace così com’è.
Il governo Andreotti VII la approvò nel maggio del ’91 per sciogliere il Comune di Taurianova (Rc) dove era in corso una faida tra bande mafiose che aveva portato alla morte del salumiere Giuseppe Grimaldi, la cui testa era stata lanciata più volte dai suoi killer nella piazza del paese. Una scena che aveva fatto rabbrividire l’opinione pubblica italiana. La procedura di scioglimento è stata una misura adatta per l’emergenza delle bombe di Cosa Nostra tra il ’92 o ’93, ma oggi rischia di essere troppo drastica per affrontare un problema diventato costante.
«Servono altre misure intermedie e graduali per reintrodurre il Comune sciolto alla democrazia. Lo scioglimento deve essere solo un atto estremo per risolvere una situazione irrimediabile perchè crea sempre un trauma finanziario e operativo per l’ente che lo subisce.
Il rischio è che poi il Comune ci ricaschi, come è successo a Platì», dice Roberto Montà , sindaco di Grugliasco (To) e presidente di Avviso Pubblico. «A volte è meglio usare un cartellino giallo invece di uno rosso per cambiare un comportamento. Il prossimo governo dovrebbe riformare quella legge approvata in pochi giorni perchè scioglie il consiglio comunale ma rimane intatta la struttura amministrativa. La vera gestione degli appalti e dei bandi non le fanno i politici, ma i dirigenti amministrativi».
Il 92% degli scioglimenti di questi 27 anni è avvenuto in Campania, Calabria e Sicilia, ovvero le tre regioni delle principali organizzazioni criminali operanti in Italia.
Ma dal 2011 sono stati commissariati anche otto enti locali nel centro e nord Italia tra Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia-Romagna e Lazio.
Da decenni ormai la mafia è un fenomeno nazionale, ma nell’immaginario comune pensiamo che le cosche agiscano solo nelle grandi città . Le serie tv ci fanno vedere le bande mafiose mentre si contendono le periferie di Napoli e Roma o si uccidono a colpi di mitra nel centro di Palermo.
«Ma ormai le organizzazioni criminali scelgono sempre più i comuni medio piccoli per i loro affari. Perchè queste amministrazioni gestiscono allo stesso modo delle grandi città gli appalti, i bandi e i finanziamenti ma hanno strutture più fragili perchè hanno bacini elettorali minori e più influenzabili» conclude Montà .
(da “La Stampa”)
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