Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
IN TOSCANA IL PD RESTA IL PRIMO PARTITO, MA NON CI SONO PIU’ GARANZIE PER NESSUNO
La Toscana, Firenze.
Il “centro di gravità permanente” di Matteo Renzi direbbe Franco Battiato, che nel 1981 incluse questo famoso brano nell’album “La voce del padrone”.
E la voce del padrone l’ex premier è andato a farla sentire ai fiorentini il 25 aprile, in piazza Santa Croce a chiedere un’opinione su un governo con il Movimento 5 Stelle.
I no ai grillini si sono sprecati, e il segretario dimissionario li ha offerti ai giornalisti come prova che l’accordo non s’ha da fare.
Nel merito si pronuncerà la direzione convocata per il 3 maggio e in Toscana, come nel resto d’Italia, la divisione tra “aperturisti” e “aventiniani” c’è e si sente.
Nella terra del “Giglio magico” il partito non è contendibile. Il fronte renziano si mostra compatto sul no ai 5 Stelle, mentre chi fa riferimento ad Andrea Orlando vorrebbe andare a vedere le carte in mano a Luigi Di Maio.
Alle scorse elezioni politiche il Pd toscano è riuscito a rimanere in piedi.
Il 4 marzo è stato il primo partito con quasi il 30 per cento dei voti e il centrosinistra ha superato il centrodestra nella sfida tra coalizioni.
Ciò nonostante il segretario regionale dem, il renziano Dario Parrini, ha dato le dimissioni. A Firenze il Pd ha trionfato superando il 35 per cento e lo stesso Renzi ha conquistato senza problemi un seggio al Senato.
La città è governata da Dario Nardella, vice di Renzi ai tempi di Palazzo Vecchio.
Nel 2017 il partito cittadino aveva 3500 iscritti, quello regionale oltre 40 mila. C’è una cosa sulla quale a Firenze non si transige. Prima di sedersi al tavolo, i 5 Stelle dovrebbero rimangiarsi le critiche sui governi a guida dem.
“Dicano che la riforma costituzionale era giusta e che oggi paghiamo il conto del no al referendum”, dice il segretario del Pd fiorentino, Massimiliano Piccioli. Piccioli ha scritto una nota nella quale dice di aver trovato “un popolo unito nel respingere ogni forma di accordo con il Movimento 5 Stelle”.
Lui però non chiude a priori al negoziato: “Ma se non si passerà da una consultazione degli iscritti allora mi dimetterò”, sottolinea.
Poi aggiunge: “La politica è fatta di fasi. Quello che inizialmente sembrava impossibile può sembrare possibile”. Sabato scorso a Firenze c’era Andrea Orlando, che ha partecipato a un’iniziativa della minoranza. Chi fa parte dell’area del ministro della Giustizia non chiude ai grillini. “Nessuno ci ha mandati all’opposizione, il sistema elettorale non lo prevede. Abbiamo il dovere di capire se ci sono dei margini, anche se i Cinque stelle sono molto lontani dalla nostra politica”, dice la consigliera comunale Cecilia Pezza.
La compattezza della roccaforte toscana è essenziale per Renzi. Non a caso “ha annunciato la Leopolda di ottobre in largo anticipo. E lo ha fatto per lanciare un messaggio, come a dire: io sono sempre qui”, spiega un esponente regionale del Pd. Fino all’apparizione di Renzi a Firenze, nelle conversazioni private tra i dem toscani non si registrava un accanimento sulla linea del no. Poi è cambiato tutto.
Antonello Giacomelli, vicino a Luca Lotti, ha invitato il segretario dimissionario a riprendere le redini del partito. Anche il capogruppo Pd al Senato Andrea Marcucci, originario della provincia di Lucca, continua a dire no al governo con Di Maio.
In Regione Toscana non si registrano cedimenti rispetto alla linea di chiusura: “Veniamo da una campagna elettorale e da anni nei quali il Movimento 5 Stelle identificava il Partito democratico come il partito della casta”, dice il presidente del Consiglio regionale, Eugenio Giani. Adesso, aggiunge il consigliere di area renziana, “non si può cambiare perchè il Movimento non ha raggiunto la maggioranza e ha bisogno di qualcuno che gli faccia un po’ da ruota di scorta”.
Per il no si è schierato anche il governatore Enrico Rossi, tra i protagonisti della scissione che ha dato vita a Liberi e uguali: “A sinistra decidano gli iscritti. Io sono contrario e penso che alla fine non si farà “, ha scritto su Facebook a proposito dell’accordo con i grillini.
Da quando Parrini ha dato le dimissioni, il partito regionale è retto da cinque persone. Tre sono espressione della maggioranza e due della minoranza interna. Tra i reggenti c’è l’orlandiano Valerio Fabiani: “Io sono a favore del negoziato, perchè nelle condizioni date porterebbe al miglior governo possibile”.
La priorità , spiega, è “rovesciare lo schema populisti- anti populisti, spazzato via da elettori il 4 di marzo. Non ci siamo accorti che sotto la voce populisti c’è un pezzo del nostro elettorato”. Serve “ragionare su uno schema esclusi-inclusi, e pensare a come far tornare gli esclusi dalla nostra parte”. È su posizioni opposte un altro dei reggenti, il sindaco di Prato Matteo Biffoni: “Pur facendo lo sforzo di mettere da parte le offese anche aggressive che in questi anni ci hanno rivolto, io faccio fatica a vedere i punti di un accordo”.
C’è un abisso tra 5 Stelle e Pd: “Vorrei fare un ragionamento politico su Jobs act, Europa, vaccini, diritti civili, euro, politica internazionale. Mi sembra che le posizioni siano enormemente distanti”.
A giugno si elegge il sindaco a Massa, Pisa e Siena. “Non ci sono più garanzie per nessuno”, sintetizza Biffoni. Livorno è già passata ai 5 Stelle, e tutti nel Pd si aspettano che anche Massa diventi città grillina. Pistoia, Arezzo e Grosseto sono in mano al centrodestra.
Tutta la zona costiera, nella quale i renziani sono più deboli, è diventata terra di conquista per avversari che un tempo non avevano speranze di vittoria. “E l’anno prossimo rischiamo di perdere anche la Regione”, commentano preoccupati dal partito.
Ai dem piacerebbe gridare “No Pasarà¡n”, ma i nemici sono già passati.
(da “Huffingtonpost“)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
LO STRANO CASO DI UN ASSISTENTE PARLAMENTARE CHE VIENE ASSUNTO PER 55.000 EURO DAL COMUNE DI ROMA MA LAVORA CON L’EX PROVINCIA
Sulla “bio” del suo profilo Facebook Angelo Capobianco ha scritto «avendo tante cose da fare a
volte dimentico dei pezzi, ma giuro che le faccio tutte con amore».
E che di cose ne abbia parecchie da fare non c’è dubbio.
Capobianco infatti oltre ad essere, dal 2014, consigliere comunale per il MoVimento 5 Stelle nel comune di Monterotondo dal 2013 è assistente parlamentare del deputato Alberto Zolezzi (sempre M5S) che il 4 marzo è stato rieletto alla Camera al proporzionale nel collegio elettorale di Mantova.
Ma non finisce qui, perchè il poliedrico architetto Capobianco è stato nominato nell’ottobre 2017 (quindi quando era già consigliere comunale e assistente parlamentare) dalla sindaca di Roma Virginia Raggi addetto ai rapporti con la Città Metropolitana, con la Regione Lazio e con il Parlamento, con enti pubblici e società private.
Nel 2015 inoltre Capobianco era subentrato ad Enrico Stefà no in qualità di consigliere della città metropolitana (l’ex provincia di Roma) incarico che ha esercitato a titolo gratuito fino al 2016.
Attualmente Capobianco non fa più parte del consiglio metropolitano che è stato rinnovato in seguito alle amministrative del Comune di Roma Capitale.
Capobianco, denuncia il consigliere metropolitano Carlo Passacantilli, continua ad aggirarsi per Palazzo Valentini (la sede dell’ex Provincia).
Eppure a nominare Capobianco non è stata Virginia Raggi in qualità di Sindaco della Città Metropolitana ma Virginia Raggi sindaco di Roma Capitale.
L’atto di nomina di Capobianco infatti è contenuto nella delibera 226 della giutna capitolina (16 ottobre 2017).
Nell’atto di nomina si legge che Capobianco è addetto: «alla cura dei rapporti con la Città Metropolitana di Roma Capitale e tutti i Comuni facenti parte del territorio metropolitano, con le istituzioni Provinciali e Metropolitane del territorio nazionale, con la Regione Lazio ed il Parlamento, nonchè con i portatori di interessi collettivi, quali Enti pubblici, società private, organismi rappresentativi di cittadini; al raccordo istituzionale con gli Organi e gli Uffici della Città Metropolitana di Roma Capitale». Per uno stipendio lordo pari a poco più di 55mila euro l’anno (55.158,83 euro).
Si dirà che visto il ruolo di Capobianco è perfettamente normale che abbia acceso alla sede della Città Metropolitana. Ma secondo Passacantilli Capobianco esercita — per conto della Raggi Sindaca Metropolitana — l’attività e la convocazione dei dirigenti della Città Metropolitana.
Ruolo che però spetta esclusivamente ai vertici dell’amministrazione metropolitana mentre l’architetto Capobianco è assunto (a tempo determinato) dal Comune di Roma e fa parte dell’Ufficio di diretta collaborazione della Sindaca, ovvero dello staff, della Raggi.
Nel frattempo però la Raggi non ha ancora provveduto a nominare il vicesindaco metropolitano (ruolo che era ricoperto dal sindaco di Pomezia Fabio Fucci) nè ha conferito gli incarichi di Capo di Gabinetto e di Direttore Generale.
Quindi riassumendo: un assistente parlamentare prima ottiene un posto in lista alle elezioni comunali poi — contemporaneamente al suo incarico alla Camera — viene assunto nello staff della sindaca di Roma e finisce per lavorare alla Città Metropolitana.
E poi dicono che il M5S non è in grado di risolvere il problema della disoccupazione.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
LE STORIE DEI QUATTRO INSERITI DA POETS & QUANTS TRA I MIGLIORI DOCENTI DI ECONOMIA AL MONDO: “NOI ALL’ESTERO PER LIBERA SCELTA, NON SIAMO CERVELLI IN FUGA”
Giovani, talentuosi e sconosciuti. Paolo Aversa, Ileana Stigliani, Paolo Taticchi e Stefano Tasselli sono stati inseriti nella lista dei 40 migliori professori del mondo di business dalla rivista americana Poets & Quants, considerata la «Bibbia» del settore. Ma in Italia non li conosce nessuno.
Non chiamateli «cervelli in fuga» perchè hanno scelto loro di studiare, fare ricerca e insegnare nelle migliori università del mondo. Segnatevi questi nomi, perchè ne sentiremo parlare in futuro.
PAOLO AVERSA
“Studio la Formula 1 per capire quando è il momento di innovare”
Cosa c’entra la Formula 1 con l’innovazione?
«Alla Cass Business School, dove tuttora insegno ho scoperto che quando c’è un cambiamento nel mercato del lavoro importante, non sono le innovazioni radicali a dare più benefici, ma quelle più semplici e meno ambiziose. Tante imprese innovative hanno fallito per questo motivo. Si ricorda il Concorde, considerato il più veloce degli aerei? O il Betamax che all’epoca era molto più avanzato come tecnologia del vhs?».
E la Formula 1?
«Ogni anno in Formula 1 gli ingegneri adattano la macchina dell’anno prima in base al nuovo regolamento: dall’elettronica al design, fino al motore. Nel 2009 diedero la possibilità a tutte le squadre di mettere un motore ibrido. Ferrari e McLaren lo fecero, mentre la povera Brawn cambiò solo il diffusore. Risultato? Quei team ebbero la monoposto in panne una gara sì e l’altra pure. Mentre la Brawn del modesto Jenson Button riuscì a vincere il mondiale. Ma quando l’ambiente di mercato è più stabile, le innovazioni radicali sono quelle più giuste».
Tornerebbe in Italia?
«Sto bene qui. Prenderei in considerazione un ritorno solo se ci fossero le condizioni giuste e l’opportunità di fare bene».
ILEANA STIGLIANI
“Insegno ai futuri manager come risolvere i problemi. Le soluzioni sono nel design”
Ileana Stigliani, dopo la Bocconi e un anno al Mit di Boston ha iniziato a insegnare il «Design thinking» all’Imperial College di Londra.
Di cosa si tratta?
«Insegno le migliori pratiche usate dai designer per sviluppare nuovi prodotti e servizi di successo. Modi di pensare applicabili anche ai manager quando devono risolvere dei problemi delle aziende, come il calo delle vendite».
In teoria quello dei designer è un altro lavoro.
«Siamo abituati al problem solving analitico: uno parte da un problema, sviluppa delle ipotesi, le testa, le conferma o le confuta. Invece i designer hanno un altro approccio: passano molto tempo nell’esplorare la radice del problema».
E come si fa?
«Mettendosi nei panni del consumatore. Oggi tutto cambia continuamente, così come i gusti e le richieste delle persone, ormai sempre più sofisticati. Andando a fondo nelle cose, si capiscono quali sono i veri bisogni che magari gli stessi consumatori nemmeno conoscono».
Come fa a insegnarlo ai suoi studenti?
Li mando nei musei di Londra, chiedendo di mettersi nei panni di visitatori ciechi e di riprogettare l’esperienza museale per loro. Se crei un’esperienza soddisfacente per una categoria particolare, lo farai anche per tutti gli altri».
STEFANO TASSELLI
“Ho osservato che in ufficio la personalità cambia in base ai vicini di scrivania”
Da poco Stefano Tasselli è stato nominato «Alumnus» del mese dall’Università di Cambridge. Di solito si conferisce a ex studenti anziani, mentre lui ha solo 35 anni.
Perchè?
«Forse qualcosa di buono l’ho fatto qui all’Università di Rotterdam studiando il comportamento personale e delle organizzazioni nei luoghi di lavoro».
Cioè?
«Studio come l’interazione tra le nostre personalità , motivazioni e percezioni contribuiscono a sviluppare relazioni con gli altri e come queste hanno un impatto su quello che facciamo. Ovvero se avremo successo o meno, ma non solo questo».
Qual è stato l’aspetto più originale della ricerca?
«Siamo abituati a pensare che la nostra personalità sia immutabile, ma non è così. Le esperienze all’interno dell’organizzazione e le relazioni con i colleghi possono cambiare la nostra personalità . Se per esempio lavori con persone depresse è più probabile che tu abbia sintomi di depressione, se hai invece un capo carismatico è più probabile che tu stesso possa mostrare comportamenti carismatici».
Perchè ha scelto Rotterdam e non l’Italia?
«Non è una questione di fuga di cervelli, anzi. L’ambito di cui mi occupo è di natura internazionale. Per questo ho scelto una soluzione che mi consentisse di coniugare il tempo per sviluppare la mia ricerca con l’insegnamento».
PAOLO TATICCHI
“Creo modelli per le imprese che rispettino l’ambiente facendo quadrare i conti”
Paolo Taticchi, è stato il più giovane direttore di MBA al mondo, a soli 29 anni.
Perchè ha deciso di lasciare l’Italia?
«Da semplice ricercatore nel 2009 ho lanciato un master MBA a Spoleto, in Umbria, con la prestigiosa Bradford School of Management e l’Università di Perugia. Per problemi amministrativi e politici dalla sera alla mattina mi sono sentito dire «Ti dobbiamo staccare l’email perchè non hai più il contratto da ricercatore». Ma non mi considero un cervello in fuga, all’epoca avevo un incarico a New York. Ora sono contento di essere qui all’Imperial College di Londra»
Dove insegna Management e sostenibilità d’impresa. Di cosa si tratta?
«Dal 2008 sviluppo e insegno modelli di business più sostenibili affinchè le aziende possano cambiare le proprie strategie ed essere più sostenibili dal punto di vista economico, ambientale e sociale. Ma sono sempre rimasto legato all’Italia. In questi anni ho fatto anche studi e progetti nella mia regione, l’Umbria».
Quali?
«Per esempio ho aiutato una piccola e media impresa umbra che si trovava ad affrontare la tremenda crisi del settore costruzioni a diversificare il proprio business e sviluppare un nuovo ramo di impresa caratterizzato da prodotti sostenibili e un modello di business legato all’economia circolare. Il progetto è diventato un caso di studio internazionale».
(da “La Stampa”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’ESPERTO DELL’IAI LORENZO MARIANI: “SIA KIM CHE MOON HANNO GIOCATO SULLA VANITA’ DI TRUMP”
“Kim ha dato prova di razionalità : attraversando la linea di demarcazione militare, ha contribuito a
sfatare il mito che la Corea del Nord sia un paese irrazionale guidato da un pazzo che non persegue nessun tipo di strategia”.
Lorenzo Mariani, ricercatore esperto di relazioni intercoreane all’Istituto Affari Internazionali (IAI), non si sbilancia sui possibili esiti del vertice odierno tra il presidente sudcoreano Moon Jae-in e il leader di Pyongyang Kim Jong-un, ma è convinto che si tratti di un primo passo fondamentale per comprendere la Corea del Nord e avviare un vero dialogo.
“È ancora presto per capire bene quali siano le reali intenzioni di Kim Jong-un. Non è la prima volta che la Corea del Nord si siede al tavolo dei negoziati. E non è neanche la prima volta per Kim: già nel 2012 c’era stato un rilassamento, anche nel rapporto con gli Stati Uniti, che poi è sfumato in pochi mesi. Quello che possiamo fare è individuare i fattori che ci hanno portato fin qui, e quindi da un lato le motivazioni di Kim, dall’altro lo sforzo diplomatico di Moon Jae-in”.
Partiamo dal primo punto. Quali sono le motivazioni del leader nordcoreano?
“Innanzitutto, Kim potrebbe ritenere di aver raggiunto i suoi obiettivi nel processo di sviluppo militare e nucleare, facendo diventare la Corea del Nord — come da lui stesso dichiarato a novembre dello scorso anno — una potenza nucleare, in grado di negoziare da un punto di forza. In secondo luogo, Kim potrebbe aver intrapreso la via del dialogo per anticipare l’effetto delle sanzioni sull’economia nordcoreana. Di certo ha influito il fatto che la Cina stia diligentemente seguendo lo sforzo internazionale per mettere la massima pressione al regime di Pyongyang, anche se gli effetti di queste sanzioni si manifesteranno solo verso la fine dell’anno. In questo senso Kim potrebbe aver deciso di giocare d’anticipo per evitare pesanti ripercussioni sull’economia”.
Entrambe sembrano motivazioni reali. Dobbiamo quindi desumere che Kim fa sul serio?
“C’è anche una terza ipotesi che non possiamo escludere… A guidare le mosse di Kim potrebbe essere la cosiddetta strategia del rischio calcolato, una tattica che la Corea del Nord utilizza da anni e che Kim ha ereditato dal padre e dal nonno. È una strategia che prevede l’alternarsi di picchi di pensione — con provocazioni, test, lancio di missili — a fasi di apertura e diplomazia in cui la Corea del Nord cerca di estorcere aiuti o favori internazionali”.
Cosa dire invece dello sforzo diplomatico d Moon Jae-in?
“Il presidente sudcoreano ha saputo aprire alla Corea del Nord senza concedere nulla o facendo minime concessioni. E lo ha fatto continuando a supportare gli Usa nella loro politica della massima pressione, senza creare una rottura tra Seul e Washington. Moon è protagonista della svolta almeno quanto Kim”.
Torniamo sull’altro protagonista allora. Cosa ha guadagnato Kim da questo summit?
“Kim ha dato prova di razionalità : attraversando la linea di demarcazione militare, ha contribuito a sfatare il mito che la Corea del Nord sia un paese irrazionale guidato da un pazzo che non persegue nessun tipo di strategia. Kim ha dimostrato di saper sfruttare abilmente anche la carta diplomatica. Ha visto nell’inizio di quest’anno un momento propizio per aprire i negoziati. Sapeva che prospettando un miglioramento dei rapporti con Seul, Moon non si sarebbe tirato indietro. Come sapeva che anche Trump difficilmente avrebbe rifiutato in prima istanza un’apertura al dialogo”.
Come cambia dopo oggi l’immagine della Corea del Nord?
“Sfatare il mito che la Corea del Nord sia un attore irrazionale ci aiuta a sviluppare una strategia per comunicare, per rispondere a quelle che sono le sue azioni. Ferma restando la condanna per le violazioni dei diritti umani, è anche vero che bisogna conoscere il proprio ‘nemico’ per poter agire. Se non conosciamo la persona con cui stiamo dialogando, e pensiamo che prenda decisioni in base a come si sveglia la mattina, finiamo nella trappola della sua strategia. Bisogna capire la Corea del Nord, il suo funzionamento, i suoi valori (per quanto possano essere non condivisibili). Additare Kim, il padre e il nonno come dei pazzi non ci aiuta certo a stabilire una strategia per avere a che fare con loro. Tra l’altro, semmai, oggi è il presidente Usa a decidere cosa fare in base a come si sveglia al mattino… Ci troviamo nella situazione paradossale in cui la Corea del Nord ha una strategia, mentre sono gli Usa ad arrancare”.
Si può dire che Kim abbia giocato con la vanità del presidente Usa?
“In un certo senso lo hanno fatto entrambi, sia Kim che Moon. Il leader nordcoreano sa bene che a Trump, in questo momento, fa gola una vittoria in ambito internazionale, soprattutto su un nodo irrisolto da 65 anni come la Corea del Nord. Moon, dal canto suo, è stato abile nello sforzo diplomatico ad attribuire parte del successo anche a Trump, in modo da riconoscergli una parte di merito. Entrambi hanno giocato sulla vanità di Trump, ma per un fine pacifico, quindi ben venga”.
Kim ne esce quasi come uno statista…
“È ovvio che non dobbiamo e non possiamo dimenticare il comportamento della Corea del Nord. Ma è sbagliato anche attribuire a Pyongyang tutta la colpa per il fallimento dei negoziati passati. Ci sono stati altri fattori – come l’avvento di Bush e la decisione di inserire la Corea del Nord tra gli Stati canaglia — che certamente non hanno contribuito al dialogo.
La Corea del Nord deve riconquistare la fiducia, ma bisogna darle questa opportunità . Si tratta di una soluzione diplomatica che scongiura altri tipi di confronti. Abbiamo passato tutto lo scorso anno a parlare di missili e attacchi preventivi, ora la situazione appare molto diversa. Tenendo sempre un certo grado di diffidenza verso la Corea del Nord, sarà compito di Kim e Moon dare gradualmente prova delle loro reali intenzioni”.
Nella dichiarazione si indica come obiettivo una “penisola coreana completamente denuclearizzata”? Quanto è credibile?
“Questa dichiarazione congiunta deve essere vista come un primo passo, avremo bisogno di altri incontri e altri negoziati più specifici per entrare nel dettaglio. La parte sul nucleare non è ben chiara, è stata scritta così appositamente per accomodare le due parti. È difficile pensare che la Corea del Nord intenda la denuclearizzazione nello stesso modo in cui la intendono gli Usa. È difficile pensare che Kim voglia cedere il suo arsenale dopo tutta la fatica fatta per averlo, e soprattutto è difficile credere che sia disposto a rinunciare al significato che quell’arsenale ha. Il valore aggiunto di questa dichiarazione è che delinea le regole di ingaggio tra la Corea del Nord e del Sud e apre vari tavoli negoziali a cui bisognerà dare seguito: si parla di cooperazione economica, cooperazione umanitaria, demilitarizzazione di entrambe le Coree, per poter arrivare a sostituire l’armistizio con un trattato di pace a cui dovranno per forza di cose partecipare anche gli Usa e la Cina”.
Cosa ci dobbiamo aspettare dall’incontro tra Kim e Trump?
“Prima di tutto bisognerà vedere se questo incontro ci sarà oppure no. La cerimonia di oggi ha spianato la strada, ma non possiamo esserne certi finchè non li vedremo stringersi la mano. Ci sono alcune premesse non favorevoli, a cominciare da quello che pensano Bolton e Pompeo sulla Corea del Nord, come anche sull’Iran. Bolton ha più volte detto di essere favorevole a un cambio di regime e/o a un attacco preventivo contro la Corea del Nord; nella sua prospettiva, l’incontro tra Trump e Kim è l’occasione per gli Usa di smascherare il leader nordcoreano e svelare le sue vere intenzioni (che, secondo lui, sono solo un altro modo per contrarre tempo e cercare di essere alleviati dalle sanzioni). Bisognerà vedere quanto Trump si farà influenzare da questi giudizi”.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
IL LEADER LEGHISTA DOVRA’ TORNARE ALLE FELPE… E’ VENUTO MENO L’ASSE DA STIRO, MIRACOLI DELLA RAI
Ha dato prova di saper stirare. E, in tutte queste settimane, di saper stare nell’ombra. Quella cinquantina di scatti che sono scappati dalle mani del suo compagno e sono finiti su Instagram e sui rotocalchi rappresentano il frutto della distrazione più che della esibizione.
Una coppia normale, come tante, con mille cose da sbrigare. E i pochi istanti di intima conversazione, lui in poltrona e lei in dècolletè davanti al ferro da stiro, lui in camicia e lei pure, lui al mare e lei di lato, lui avanti e lei dietro, è il pedaggio che lei paga a Matteo e alla sua ossessione di fotografare ogni cosa che gli si muove intorno: una camicia, una ruspa, un immigrato o anche lei, Elisa batticuore.
Nonostante tutto Elisa Isoardi sta resistendo nell’ombra anche se gli sfregi alla sua decisione non si contano.
L’ultimo quello della Rai di trascinarla sotto il cono di luce della Prova del cuoco, trasmissione alla quale Antonella Clerici ha donato 18 anni di fila.
Elisa dovrà condurre, lei che vorrebbe essere condotta, e dovrà stare alla luce, lei che è nata nell’ombra e lì vorrebbe essere lasciata.
Sembra una vendetta, una ritorsione, l’ultima provocazione del sistema, del potere pubblico contro Matteo Salvini, il leader contro, colui che sta col popolo, tra il popolo sovrano.
Matteo non avrà più le camicie stirate dall’adorata Elisa, impegnata con i bucatini all’amatriciana.
Fortuna che gli restano le felpe.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
ECCO PERCHE’ I SOVRANISTI SONO LE GUARDIE BIANCHE DELLA SPECULAZIONE: I POVERI DEVONO CONTINUARE A ESSERE SFRUTTATI NELLE TERRE DI ORIGINE CON SALARI DA FAME, NON DEVONO EMIGRARE
Solo nel 2016 in tutto il mondo sono stati uccisi 200 difensori della terra. Non sono supereroi, ma
contadini e attivisti, spesso donne, che si sono battuti, e hanno perso la vita, per evitare che i loro campi, soprattutto nei Paesi nel Sud del mondo, venissero venduti o dati in affitto a imprese, spesso multinazionali con sedi in piccoli stati che operano come piattaforme per le operazioni delle multinazionali e di società finanziarie.
Non è un caso, allora, che al quarto posto tra i maggiori investitori ci sia Singapore, città -stato che conta 63 contratti per oltre 3 milioni di ettari in 27 paesi, soprattutto in Africa centrale e Asia sud-orientale.
E al decimo posto ci sia il Liechtenstein che controlla quasi 1,5 milioni di ettari sparsi nel mondo.
La classifica dei «padroni della terra» è contenuta nel rapporto realizzato dalla Focsiv, la federazione dei volontari nel mondo e dal Cidse, l’alleanza delle ong cattoliche internazionali, che fotografa il fenomeno dell’accaparramento della terra, meglio conosciuto come «land grabbing».
Ad oggi 88 milioni di ettari, cioè una porzione di mondo grande otto volte il Portogallo, non è più nelle disponibilità delle comunità locali.
I nuovi proprietari, o i gestori incontrastati, sono imprese americane, o di Malesia, Cina, Singapore. E c’è anche l’Italia che non è nella top 10, ma gioca comunque la sua partita: le imprese tricolori hanno in mano 30 contratti stipulati in 13 Paesi per 1,1 milioni di ettari concentrati soprattutto in Romania e in Gabon, Liberia, Etiopia e Senegal.
Per i ricercatori, «buona parte degli investimenti italiani riguardano la produzione di legname e fibre, e i bio-carburanti».
GLI ATTORI E GLI OBIETTIVI
Il fenomeno del «land grabbing» si diffonde in un contesto dove la terra, soprattutto quella fertile, e l’acqua, in particolare quella salubre, si stanno esaurendo. I protagonisti di questa espansione sono governi di Paesi che vogliono garantirsi l’approvvigionamento alimentare, esternalizzando la produzione di cibo.
Ad esempio «gli Stati petroliferi che con i loro fondi sovrani affittano terreni in Africa ed Asia», spiega Andrea Stocchiero, che ha curato la ricerca.
E poi ci «sono governi di Paesi ricchi ed emergenti ed imprese multinazionali, che investono per aumentare le produzioni di monocolture intensive (mais, soia, olio di palma, canna da zucchero, ma anche prodotti agricoli per la trasformazione in biocarburanti) a costi bassi e destinate al mercato internazionale».
E poi «società finanziarie che vedono e trovano sbocchi redditizi per i loro capitali».
NUMERI SOTTOSTIMATI
La ricerca si basa sul database Land Matrix aggiornato a marzo ma molti contratti (le informazioni partono dal 2000) sfuggono alla rilevazione, perchè nessuno Stato o impresa è obbligato o impegnato a registrare le operazioni di investimento in un organismo internazionale.
Dunque «i numeri sono «sottostimati» ma significativi: 2231 contratti conclusi per oltre 68 milioni di ettari e altre 209 intese in corso di negoziazione, per oltre 20 milioni di ettari. Per la maggior parte si tratta di investimenti per l’agricoltura, lo sfruttamento delle foreste, la realizzazione di zone industriali o il turismo.
GLI EFFETTI SULLE COMUNITà€
Secondo la ricerca, «anche se le operazioni di accaparramento rispettano le normative internazionali, prevedendo consultazioni e compensazioni delle comunità locali, gli investimenti sono realizzati secondo modelli agroindustriali o speculativi, orientati al mercato internazionale e non a soddisfare il diritto al cibo delle popolazioni locali». Secondo Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti che collabora con l’Osservatorio sul «land grabbing»: «Le pressioni sostenute dalle speculazioni sui prezzi in occasione delle crisi internazionali, alimentano gli investimenti agro-industriali su grande scala a danno dei consumatori più poveri e di tutte le comunità contadine anche di quelle dei Paesi ricchi».
(da “La Stampa”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
DA MESI E’ VITTIMA DI UNA CAMPAGNA DI ODIO DELLA FOGNA RAZZISTA E OMOFOBA PER LE SUE DENUNCE CONTRO IL BULLISMO E LA XENOFOBIA… OVVIAMENTE NESSUNO DEGLI AUTORI E’ FINITO IN GALERA
Luca Paladini è il fondatore e il portavoce dei Sentinelli di Milano, un gruppo di attivisti per i diritti civili delle persone omosessuali e della comunità LGBT.
I Sentinelli di Milano sono nati come risposta al movimento della Manif pour tous che in Italia ha preso il nome di Sentinelle in Piedi. Un’associazione fortemente religiosa che combatte per la difesa dei valori cattolici contro l’assalto della teoria del gender e di quello che loro definiscono “omosessualismo”.
Vale a dire l’operazione — occulta o manifesta — di omosessualizzazione della società che comporta un attacco all’istituto della “famiglia tradizionale”.
Da qualche tempo Paladini è vittima di messaggi e post, in una parola attacchi omofobi.
Qualcuno ha creato una pagina Facebook (ora rimossa) dal nome inequivocabile “Luca Paladini pederasta ha l’AIDS” dove vengono pubblicati messaggi violenti. In un post Paladini viene definito “frocio” e oltre ad essere scritto che ha “contratto l’epatite” è scritto che “a noi ci faranno sempre schifo esseri ripugnanti e invertiti come Luca Paladini”.
Secondo l’anonimo autore del post infatti i gay “oltre ad essere malati sono anche infetti e portatori di malattie come l’epatite e l’AIDS”.
Sempre nello stesso commento l’autore si rallegra del fatto che “una moltitudine di froci come Luca Paladini continuano a morire (per fortuna) di AIDS”.
Un altro utente, dal profilo probabilmente fake, ha lasciato un commento indirizzato a Paladini nel quale lo chiama “frocio pederasta”.
L’utente fa anche delle minacce esplicite di violenza fisica quando si dice convinto di non poter essere identificato e ci tiene a far sapere che “noi a te sì che possiamo arrivare. E stai tranquillo che prima o poi qualche dente te lo facciamo ingoiare per davvero spione di merda”.
Chi sono queste persone che da mesi minacciano Luca Paladini? I Sentinelli di Milano fanno sapere di avere “qualche sospetto” ma nessuna certezza.
Dopo aver meditato a lungo sull’opportunità di pubblicare insulti e minacce. La questione però non è semplicemente una questione privata: «Non intendiamo mettere le minacce e l’odio sotto il tappeto ma al contrario far conoscere quanto rancore, quanta inutile cattiveria viene vomitata”
In un comunicato stampa diffuso ieri i Sentinelli di Milano si dicono certi che l’autorità giudiziaria riuscirà ad identificare gli autori delle minacce «ma crediamo che a ognuno di noi spetti un pezzo di responsabilità per far si che il mondo reale e quello virtuale diventino luoghi in cui non c’è spazio per l’omofobia, il razzismo e il sessismo. La diversità di vedute non può essere declinata con le decine di minacce fisiche e verbali ricevute da Luca Paladini».
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
LE CARROZZE TRAINATE DA CAVALLI SONO ANACRONISTICHE E HANNO CAUSATO INCIDENTI E LA MORTE DEGLI ANIMALI, MA CONTINUANO A CIRCOLARE IN UN CONTESTO URBANO DOVE TRAFFICO E BUCHE LA FANNO DA PADRONI
Sono chiamate botticelle a Roma le carrozze trainate dai cavalli che gli animalisti vogliono da
sempre abolire: particolarmente attiva in questa battaglia è la LAV. Nell’ottobre 2016, quando la Giunta Raggi era insediata già da qualche mese, il presidente della Commissione Ambiente Daniele Diaco aveva promesso: “Parliamo di un anacronistico mezzo di trasporto che è causa di sofferenza per questi animali, costretti a trainare anche oltre 800 chili di peso. Non bastano le limitazioni nel servizio delle botticelle, imposte grazie all’intervento di numerose associazioni animaliste, a scongiurare ai cavalli malori ed anche morti durante il servizio. Ribadiamo la nostra volontà di dismettere le botticelle, è uno dei punti fermi del nostro programma”.
Dall’ottobre 2016 è passato già un anno e mezzo.
E oggi in Campidoglio non è passata la proposta di delibera di iniziativa popolare per istituire il “Divieto di esercitatare servizi di trasporto a trazione animale e l’attivita’ delle botticelle”.
Questa mattina la commissione capitolina Mobilita’ ha espresso parere negativo alla bozza di deliberazione proposta dal presidente della Lav, Gianluca Felicetti.
La proposta dell’associazione ambientalista prevedeva “l’abolizione da parte del Comune del servizio delle botticelle con la riconversione delle licenze in altre attivita’ di trasporto”.
Secondo gli animalisti “i cavalli delle botticelle sono costretti a lavorare in un contesto urbano pericoloso per via del traffico intenso, i forti rumori e la pavimentazione sdrucciolevole. E numerosi sono stati gli incidenti che in alcuni casi hanno causato il ferimento e la morte di cavalli”.
Il testo ha ricevuto parere negativo dal M5S.
Insomma, il M5S in campagna elettorale ha promesso l’abolizione. In Campidoglio, dopo tre mesi, continuava a prometterla nonostante avesse la possibilità di chiedere pareri all’Avvocatura. Poi a un anno e mezzo di distanza si è rimangiato tutto. Come per molto del programma elettorale: non vi preoccupate, le aboliranno non appena arriverà il miliardo di Frongia.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
L’EX SEGRETARIO APRE MA CHIEDE AL GRILLINO DI SFILARSI E FRANCESCHINI E’ PRONTO A PROPORRE FICO COME PREMIER
Il sistema va in tilt quando il presidente della Camera esce dal colloquio con Mattarella e dichiara urbi et orbi che il suo mandato ha avuto un «esito positivo», si mostra ottimista e annuncia che tra Pd e M5s «il dialogo è avviato».
Da quell’istante, le cose si complicano, anche se il Capo dello Stato di fatto congela la situazione per un’altra settimana, fino alla direzione dem.
In un Pd già scosso da turbolenze, l’apertura di Fico suona infatti come una provocazione. Perfino Delrio, uno di quelli pronti ad andare al confronto programmatico, balza sulla sedia: «Noi abbiamo dialogato attraverso l’esploratore, il dialogo inteso come rapporto tra i due soggetti può derivare solo da un voto della Direzione».
Renzi fa sapere che non è vero che le cose stiano così, tanto che l’uscita di Fico viene bombardata dai renziani di complemento.
Passo indietro: nello studio del presidente di Montecitorio, prima di pranzo, il clima è disteso: Martina ripete che il Pd assumerà una scelta in Direzione, Fico chiede come mai sia stata convocata il 3 maggio e Orfini gli risponde con una battuta sui millenials che affollano l’organismo dirigente e che nei ponti sono soliti fare altro. Della serie, «i nostri meccanismi di gestione sono lenti…».
Quando stanno per uscire, Orfini avverte Martina, «attento che faccio come Berlusconi, prendo il microfono e dico che quelli non sono democratici».
Il reggente incassa, esce e sentenzia che grazie alla chiusura del forno con la Lega si sono fatti «passi in avanti importanti», altro slogan che fa imbestialire Renzi.
Il quale, se pure nei giorni scorsi può avere coltivato l’idea di prendere in mano la situazione per provare a gestirla, a sentire l’impronta data da Martina sbarra la porta.
Il 3 maggio, in Direzione, di fronte alla richiesta di Martina di aprire alla trattativa con i grillini, Renzi dirà di sì, ma a due condizioni: 1) il Jobs Act non si tocca di una virgola. 2) Il Pd non accetta Di Maio premier.
Due clausole capestro, pensate apposta per ricevere un rifiuto. Renzi ha raccontato ai suoi che Dario Franceschini avrebbe già pronta una contromossa, quella di proporre in alternativa la premiership di Roberto Fico.
Tanto che il ministro dei beni Culturali si sarebbe fatto avanti con lo stesso Renzi, nella vesti di sensale dell’accordo, offrendo anche all’ex premier un ruolo importante nella futura compagine: gli Esteri o l’Economia. Ma la risposta è stata no ed è la stessa risposta che risuonerà in Direzione.
Se non bastasse, c’è pure il carico messo da Di Maio.
Il capo dei 5Stelle ha sostenuto ieri che «non ci si può fossilizzare sull’idea di difendere tutto quello che hanno fatto i governi in questi anni: dal voto del 4 marzo sono emerse delle richieste chiare sui problemi del precariato, sugli insegnanti che devono fare mille chilometri per andare a lavorare, sulle grandi opere inutili». Insomma alza la posta, con una richiesta di discontinuità che allarga il solco.
E con un giudizio lusinghiero su Martina che sottintende una critica a Renzi. «Chiedo uno sforzo al Pd, non si può chiedere al Movimento 5 stelle di negare le battaglie storiche. E non mi riferisco alla linea espressa dal segretario Martina che apprezziamo».
Renzi legge queste parole come una chiusura e continua a sospettare che Di Maio confidi in Salvini. Il partito dei “governisti” è convinto invece che da qui a sette giorni vi sarà «un’evoluzione».
Che il Pd deve difendere la dignità ma anche mollare alcune cose, che si può discutere a partire dai cento punti, per poi arrivare a un accordo di programma e magari a una figura terza come premier con la benedizione del Colle…
(da “La Stampa”)
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