Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
MA IL LEADER LEGHISTA SMENTISCE: “VADO AVANTI CON LA STESSA SQUADRA”
Luigi Di Maio continua a dire che il forno della Lega è chiuso e aspetta, come ha promesso al Capo
dello Stato, che la prossima settimana la direzione del Pd si pronunci.
Ma cosa farà il leader dei 5 Stelle quando Matteo Salvini annuncerà di essere disponibile a un accordo di governo senza Silvio Berlusconi?
L’annuncio verrà fatto subito dopo le elezioni in Friuli Venezia Giulia, quindi tra lunedì o martedì, prima della riunione dei Democratici fissata per il 3 maggio. Nessuno scommette un euro sul via libera di Matteo Renzi: in casa leghista ci si prepara alla svolta e alla rottura con Forza Italia.
Il conto alla rovescia è iniziato. «Si apre una fase nuova», spiega Salvini che critica il Presidente della Repubblica per il tempo concesso al «surreale» dialogo M5S-Pd. «Una perdita di tempo per consentire un raccapricciante esecutivo alla faccia del voto degli italiani».
La svolta di Salvini è maturata negli ultimi giorni quando è stata sempre più chiara l’intenzione di Berlusconi di boicottare ogni possibile intesa con i pentastellati e di lavorare «per un altro, ennesimo inciucio con il Pd».
Senza escludere, da parte dell’ex Cavaliere, l’ipotesi del governissimo o di esecutivo del presidente che sarebbe «un altro esperimento dei tecnici sulla pelle degli italiani». Questa è la convinzione del segretario della Lega, che è consapevole di non godere della benevolenza del Capo dello Stato.
Sa che mai gli darebbe l’incarico come premier del centrodestra per cercarsi i voti che gli mancano in Parlamento. Ma al Quirinale, dice Salvini, dovranno farsene una ragione se fallirà , come è probabile, il tentativo di scongelare Renzi e tornerà in primo piano la possibilità di costruire una maggioranza M5S-Lega.
E questa volta Salvini non aspetterà la disponibilità di Berlusconi nei confronti dei grillini, ai quali farebbe pulire i cessi di Mediaset o paragonati a Hitler.
Sono numerose le voci che danno credito a questa possibilità , anche se stamane Salvini esprime un’opinione di senso differente: «Non vedo perchè dovrei cambiare idea ogni quarto d’ora: non faccio come Renzi o Di Maio. Mi presento alle elezioni con una squadra e vado avanti con quella squadra».
Ora voce agli elettori del Friuli Venezia Giulia che, secondo il leader del Carroccio, plebisciteranno con percentuali quasi bulgare il suo ex capogruppo Massimiliano Fedriga.
Soprattutto regaleranno alla Lega il sorpasso ai danni di Forza Italia. Sorpasso che Berlusconi teme come la peste. E infatti si è tuffato da giorni nella campagna elettorale delle regionali. Non è un caso che ieri abbia ricordato il «risultato molto basso» di Forza Italia alle politiche del 4 marzo. «Abbiamo un distacco troppo forte dalla Lega. Di questo Salvini potrebbe approfittarsi se rimanesse un distacco così grande per imporci le sue visioni», ha detto l’ex premier, invitando i friulani a votare per gli azzurri alle regionali di domenica.
Poi a Trieste è tornato alla sua visione della coalizione a guida moderata, con Forza Italia «unico argine italiano al populismo, interno al centrodestra (leggi la Lega, ndr) e al populismo rappresentato dai 5 Stelle».
Le distanze crescono nel centrodestra. Anche le valutazioni delle mosse del Presidente della Repubblica sono diametralmente opposte.
§Intanto vengono sondate in maniera informale le basi parlamentari e il responso è univoco. Giancarlo Giorgetti racconta delle conversazioni tra deputati e senatori della Lega e del Movimento 5 Stelle. «Mi dicono che la stragrande maggioranza dei grillini vuole fare il governo con noi. E noi un governo al Paese dobbiamo darlo, non possiamo rimanere senza ancora per settimane».
Gli italiani, aggiunge Salvini, sono «ostaggio dei litigi del Pd e delle ambizioni di potere dei 5 stelle». Ma non chiude la porta in faccia nemmeno all’ambizione di potere di Luigi Di Maio.
Sì, perchè il leader leghista ora è disposto pure a concedere a Di Maio la presidenza del Consiglio in cambio di forti punti programmatici e ministeri pesanti.
Circola pure l’idea di una «staffetta» tra Salvini e Di Maio durante la legislatura. Idea già bocciata dal capo grillino quando era ancora aperto il primo forno. Un’altra ipotesi è che Salvini rimanga fuori dal governo e continui a fare quello che finora ha fatto meglio: il leader di partito, pungolando dall’esterno l’esecutivo.
Matteo ha messo in conto l’ira di Berlusconi e la retromarcia di Di Maio. Il suo annuncio di voler fare un governo con i grillini sarà accompagnato da un appello a seguirlo in un nuovo rassemblement politico.
(da “La Stampa”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
GLI SCHIERAMENTI INTERNI IN VISTA DELLA RIUNIONE DEL 3 MAGGIO
In questa infografica del Messaggero si riepilogano gli schieramenti all’interno della Direzione del Partito Democratico, convocata per il 3 maggio allo scopo di discutere la proposta di un contratto di governo tra MoVimento 5 Stelle e PD.
Secondo l’infografica dei 209 componenti 117 sono attualmente schierati con Matteo Renzi e quindi sarebbero decisivi per bocciare qualsiasi ipotesi di accordo con i grillini.
Nel mezzo, oltre alla pausa del Primo Maggio, ci sono anche le elezioni in Friuli che secondo alcuni potrebbero riaprire una riflessione nel centro-destra tra Lega e Forza Italia: Matteo Salvini non ha mai chiuso la porta al Movimento 5 Stelle, e al Colle hanno registrato anche questo passaggio.
Nessuna intesa, è il tam tam che ripetono i parlamentari vicino all’ex segretario del Pd che, conti alla mano, evidenziano come un eventuale governo tra i due partiti al Senato avrebbe a disposizione 161 voti, la maggioranza assoluta sul filo.
Si potrebbe avere qualche voto in più coinvolgendo MDP, che per ora però non è citata negli schemi e nelle ipotesi di accordo tra grillini e DEM.
Ma nonostante questo, l’appuntamento del 3 maggio rischia di diventare una resa dei conti interna.
Anche se non ci sarà l”anticipo’ dei gruppi parlamentari: l’assemblea del Senato del 2 maggio resta convocata ma per completare l’ufficio di presidenza. “Il 3 potrebbe esserci uno scontro duro”, non nasconde uno dei big più vicini all’ex segretario.
I renziani restano granitici su posizioni critiche, forti dei numeri che brandiscono sui rapporti di forza in Direzione.
Su 209 componenti (maggioranza 105), 117 sarebbero i delegati renziani ‘doc’; 8 quelli vicini a Matteo Orfini, 3 a Graziano Delrio, 35 a Andrea Orlando, 14 a Michele Emiliano, 20 a Dario Franceschini, 9 a Martina, 2 i veltroniani e 5 i ‘cani sciolti’.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
PROSSIMO UN SERVIZIO DE LE IENE SU UN CASO DI LAVORO NERO CHE RIGUARDEREBBE IL PRESIDENTE DELLA CAMERA
Ieri su Dagospia è uscita una lettera non firmata attribuita a un giornalista che seguiva il presidente
della Camera Roberto Fico durante i giri per le consultazioni.
Nel nostro gruppo di sciagurati (e annoiati) che hanno fatto il flipper tra il Quirinale e Montecitorio, in molti hanno notato che il gagliardo Presidente della Camera era tallonato dalla iena Antonino Monteleone, che ha provato più volte a intervistarlo.
Io stesso ho sentito il barbudo di Italia1 chiedergli una domanda su lavoro nero e precariato, lui che è così attento alle cause sociali e ai temi cari alla (fu) sinistra.
La lettera si concludeva con l’annuncio che il programma era stato spostato a “stasera” ovvero ieri, giovedì e si attendeva il servizio che però non è andato in onda perchè probabilmente Monteleone sta ancora lavorando al servizio.
Sulla Stampa di oggi, però, in un boxino si racconta a grandi linee l’argomento del servizio:
Contattati, gli autori tv preferiscono non commentare, mentre nel M5S cominciano a circolare voci di un servizio su una collaboratrice domestica che non sarebbe stata contrattualizzata.
Cosa c’entra il presidente della Camera, che ieri ha completato il mandato esplorativo affidatogli dal Colle?
Da quanto si riesce a ricostruire, il lavoro in nero riguarderebbe una colf in servizio in una abitazione di Napoli dove Fico, di ritorno da Roma, a volte risiede.
Insomma, ci sono due gialli. Il primo è di cosa parla il servizio delle Iene e chi ha assunto la colf in nero. Il secondo è chi ha mandato la lettera a Dagospia. L’ultimo quesito ha una soluzione molto più facile del primo.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
EUROFLOP, NON E’ TUTTO ROSA E FIORI…CRITICHE DEI VISITATORI, LETTERE AI GIORNALI: “LA FIERA ERA UN’ALTRA COSA”
Tutto bello: tranne i fiori. Si potrebbe sintetizzare con questo paradosso, la stroncatura di tanti visitatori agli allestimenti di Euroflora.
Perchè il leitmotiv delle lettere e delle recensioni che si leggono sulla pagina Facebook della manifestazione è proprio questo: la floralie non è all’altezza della ricchezza e dell’elaborazione delle scorse edizioni alla Fiera.
E non vale il prezzo (giudicato molto caro) del biglietto.
Mentre i numeri degli ingressi venduti continuano a salire – siamo a quota 195 mila – i riscontri di molti visitatori sono impietosi: l’accusa, infatti, è quella di non reggere il confronto con le precedenti edizioni organizzate alla Fiera di piazzale Kennedy.
Scrive a Repubblica Roberto Mezzadri: “Sono molto deluso, mi sento ingannato e truffato. Al costo di 23 euro, oltre alle spese di viaggio da Piacenza, ho visto una esposizione che non ha nulla a che vedere con le precedenti tanto da non meritare, per onestà e rispetto verso i visitatori, nemmeno di essere chiamata Euroflora, e da giustificare persino la richiesta di rimborso del biglietto: opinione condivisa da numerosi visitatori provenienti da Emilia, Lombardia, Piemonte, Veneto”.
Abbiamo visitato la pagina Facebook ufficiale della manifestazione che si è aperta sabato 21 aprile ai parchi di Nervi e il rating ottentuto attraverso 155 recensioni del pubblico è, al momento, pari a 3,2 stellette. In 67 hanno definito Euroflora eccellente. Ma in 42 l’hanno votata con appena una stella, e altri 27 con due.
Le critiche esistono, insomma. E riguardano, nella maggior parte dei casi, il contenuto stesso della floralie.
“A Euroflora pensavamo di trovare dei fiori”, è un po’ il concetto che si ripete da una recensione all’altra. Perchè i Parchi di Nervi sono stupendi, la cornice meravigliosa, il mare e il sole fantastici, ma secondo molti visitatori le piante sono tutto sommato poche e poco particolari. Insomma, non esistono — dicono i detrattori di Euroflora — quelle scenografie che, alle edizioni precedenti, toglievano il fiato.
Commenti negativi anche riguardo al mercato delle piante, limitato e piuttosto costoso, a detta di alcuni.
Feedback con pollice verso per via del roseto non fiorito. “Sì, è aprile — scrive una visitatrice — ma si sarebbe potuta inserire qualche rosa in vaso per rendere l’idea”.
Il tutto al costo di 23 euro di biglietto (l’intero), una cifra considerata piuttosto alta. Dando una scorsa ai commenti on line, quello che emerge è la netta separazione tra “foresti” molto delusi e genovesi abbastanza soddisfatti: se l’organizzazione ha retto, e la logistica risulta generalmente apprezzata, per chi è stato costretto a fare centinaia di chilometri la delusione è tanta.
I commenti sono molto variegati, ma tra i fattori comuni c’è il contrasto tra la grandiosità dei parchi e la “pochezza” dell’allestimento: “Scadente! Avete perso una grande opportunità — dice Zaira Antonucci, appioppando una sola stella sulla pagina Facebook dell’evento — il finto prato rosso del labirinto puzzava e il il paesello ricreato(non ricordo il nome) sembrava il classico presepio. Per chi viene da fuori come me è stato un viaggio a vuoto, 24 euro rubati”.
“Una grandissima delusione — scrive Giulia Mitrugno, arrivata a Nervi da Bologna — Abbiamo fatto centinaia di chilometri con l’aspettativa di rimanere a bocca aperta per la grandiosità degli allestimenti e la varietà di piante esposte, come è sempre stato ad Euroflora. Invece, le aiuole sono tutte uguali, le piante sempre le stesse e anche piuttosto comuni. Nulla si può dire della location: il parco è davvero molto bello. L’organizzazione, invece, pietosa, con l’area mostra-mercato minuscola, con piante che si trovano in qualsiasi vivai di provincia vendute qui a prezzi altissimi”
C’è addirittura chi trova più interessanti le aiuole cittadine: “Allestimento di Euroflora praticamente inesistente — segnala Luca Agostini, dopo aver dato due stelle su cinque alla kermesse — dopo un’ora son riuscito ad uscire e ad aver il tempo per visitare la bella Nervi con la sua passeggiata lungo mare, la via dei commercianti e la bellissima piazza Vittoria, nonchè la scalinata delle “Tre Caravelle” Bellissime aiuole! peccato non fossero ad Euroflora”.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
HA UN SEGUITO L’ESPOSTO DEL SINDACO E DEL M5S
La Procura di Lecce ha posto sotto sequestro una parte del cantiere per la realizzazione del gasdotto
Tap, a Melendugno. Si tratta dell’area in località Le Paesane, in cui era stato recentemente avviato l’espianto di 448 ulivi che si trovano sul tracciato del gasdotto.
Lunedì scorso alcuni parlamentari del Movimento Cinque Stelle avevano visitato il cantiere insieme al sindaco di Melendugno, Marco Poti, e avevano poi presentato un esposto alla magistratura per valutare la legittimità degli ulteriori espianti, dopo i 200 circa effettuati nella scorsa primavera in località San Basilio.
A seguire, i carabinieri forestali avevano effettuato un sopralluogo sul cantiere, dal quale è scaturito il provvedimento di sequestro, firmato dal Procuratore della Repubblica, Leonardo Leone de Castris, è dalla pm Valeria Farina Valaori.
Immediata la reazione del gasdotto. “Tap, nella convinzione di aver operato nel pieno rispetto delle disposizioni legislative in materia e delle autorizzazioni ricevute, ribadisce l’assoluta fiducia nella magistratura e fornirà tempestivamente alla Procura tutti i chiarimenti necessari volti ad ottenere il dissequestro dell’area”.
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
IMPOSTE E CONTRIBUTI PESANO PER IL 47,7%… IL RAPPORTO MISURA LA DIFFERENZA TRA IL COSTO SOSTENUTO DAL DATORE DI LAVORO E QUELLO CHE PERCEPISCE IL LAVORATORE … SIAMO PEGGIO DI GRECIA E PORTOGALLO
L’Italia è al terzo posto tra i paesi Ocse per il peso del cuneo fiscale sul costo del lavoro. Che è più alto che in Grecia, Spagna e Portogallo.
Nel nostro paese, secondo il rapporto ‘Taxing Wages’ presentato a Parigi, nel 2017 il costo per un lavoratore single è stato di 69.421 euro, con tasse e contributi che hanno pesato per il 47,7% sullo stipendio. Una percentuale in calo di appena lo 0,09% rispetto al 2016, ma oltre dieci punti sopra la media Ocse del 35,9% (nel 2016 era al 37).
Il rapporto misura la differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e il corrispondente reddito netto che arriva effettivamente nelle tasche del lavoratore, dopo aver quindi sottratto l’imposta personale sui redditi e gli oneri sociali e contributivi a carico di entrambe le parti, ma tenendo anche presente qualsiasi forma di agevolazione fiscale.
Peggio dell’Italia fanno Belgio (53,7%) e Germania (poco sotto il 50%).
L’Italia perde anche il duello con la Spagna, dove il costo medio di un lavoratore è stato di 63.949 dollari.
Il cuneo fiscale per i single senza figli è superiore al 45% anche in Austria, Francia e Ungheria, mentre è al 20% o anche più basso in Cile (minimo del 7%), Messico e Nuova Zelanda.
Il peso di tasse e contributi scende al 38,6% per le famiglie di 4 persone con un unico reddito, ma anche qui siamo ben oltre contro la media Ocse del 26,1 per cento. In generale, nei 17 anni di osservazione del rapporto, in Italia il cuneo fiscale è aumentato, seppur debolmente, per i lavoratori single e diminuito, altrettanto lievemente, per i nuclei familiari con due figli ed una sola persona che percepisce un reddito.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 27th, 2018 Riccardo Fucile
KIM E MOON SI IMPEGNANO A TRASFORMARE L’ARMISTIZIO DEL 1953 IN TRATTATO DI PACE: “SIAMO LO STESSO POPOLO”
Siamo uno stesso popolo che deve vivere unito. Sono queste le parole pronunciate dal leader
nordcoreano Kim Jong-Un durante la conferenza stampa finale dello storico vertice con il presidente sudcoreano Moon jae-in a Panmunjon.
“Siamo lo stesso popolo, con lo stesso sangue, che deve vivere unito”, ha dichiarato Kim parlando di “una nuova pagina”. “L’intero mondo ci guarda – ha poi aggiunto – non ripeteremo gli errori del passato”.
Inoltre le due Coree di sono impegnate a trasformare entro il 2018 l’armistizio siglato nel 1953 in un vero e proprio trattato di pace.
Moon Jae-in e Kim Jong-un hanno piantato un pino a sud del confine di Panmunjom, simbolo dei migliori auspici per la penisola, scoprendo una roccia su cui sono scolpiti i nomi dei leader e la frase “qui piantiamo pace e prosperità “.
Alla base dell’albero, germogliato nel 1953, alla fine della Guerra di Corea, i leader hanno sistemato il terreno del monte Halla nell’isola di Jeju e del monte Paektu, i punti più a sud e a nord della penisola. Sul pino è stata poi versata acqua dei fiumi Han di Seul e Taedong di Pyongyang.
Il presidente sudcoreano Moon Jae-in si recherà poi in visita a Pyongyang quest’anno, in autunno, 11 anni dopo che il suo mentore politico Roh Moo-hyun si recò nella capitale nordcoreana per il secondo summit intercoreano.
(da agenzie)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
OLTRE C’E’ UN GOVERNO BALNEARE CHE PORTA ALLE URNE… E RENZI HA PRONTO IL SIMBOLO DEL SUO PARTITO “IN CAMMINO” (VERSO DOVE NON SI SA)
In fondo, il capo dello Stato non poteva fare altro che concedere altro tempo. Perchè l’esploratore Roberto Fico, diversamente dalla sua omologa al Senato, non si è presentato al Colle per dire, allargando le braccia, che “non ci sono le condizioni per andare avanti”.
Ha rappresentato una situazione diversa: certo complicata ma, insomma, qualcosa tra Pd e Cinque Stelle si è mosso. Il classico spiraglio di dialogo, sia pur avvolto da una nube di pessimismo per un esito che appare annunciato
Come si dice in questi casi, Mattarella non poteva che prenderne atto, concedendo altro tempo in attesa che si pronunci la direzione del Pd.
Del resto, è stato questo l’approccio seguito sin dal primo giorno di questa lunga e inedita crisi: tentarle tutte, ma proprio tutte, anche semplicemente per mettere agli atti, quando sarà , che ogni via è stata percorsa, anche se non ha portato a nessuna meta.
Nè quella del confronto tra centrodestra e Cinque Stelle che tra tattiche, puntigli e veti, si è protratto, a conti fatti, almeno per una ventina di giorni.
Nè, eventualmente, quella tra Pd e Cinque Stelle che si consumerà in una decina di giorni.
Parliamoci chiaro, il titolo della giornata è Aspettando Renzi.
Perchè le consultazioni sono appese a quel che farà l’ex segretario del Pd, così come il precedente giro è stato appeso alla questione Berlusconi: al suo nome ingombrante, al suo ruolo da nascondere, alla sua presenza da camuffare in un governo a trazione Salvini-Di Maio.
I due partner del Nazareno che fu, sepolti come due impresentabili nella retorica dei due vincitori dimezzati, con troppa fretta e ottimismo, sono risuscitati, perchè la politica è, innanzitutto, rapporti di forza.
E i rapporti di forza raccontano l’ovvio, palese già la sera del voto.
E cioè che nessuno dei due vincitori aveva i numeri e l’autosufficienza per formare un governo e, dunque, per formarlo era, ed è, necessario un accordo.
Che, a rigor di logica, si sigla con i titolari delle ditte, si chiamino Forza Italia e Pd, non con i soci di minoranza.
Ecco, può piacere o no, ma in questo supplemento di consultazioni c’è già una vittoria di Renzi, come al precedente giro, ci fu una vittoria di Berlusconi: ha atteso che tornassero indispensabili i voti del suo partito, ha dimostrato di controllarlo ancora (in questi giorni si sarebbe dovuta tenere l’assemblea di cui ha imposto il rinvio), ha tirato per le lunghe la convocazione della direzione che in parecchi avrebbero voluto già nella giornata di lunedì, insomma ha dimostrato che senza il suo consenso non ci sarà intesa possibile tra Pd e M5s.
È, letta dal suo punto di vista, una vittoria e uno sfoggio di leadership. Ecco il punto. Tra i frequentatori del Colle in parecchi si domandano: “Anche se in direzione dovesse prevalere, ed è difficile, la linea di Martina, che cosa farà Renzi? Anche se dovesse perdere la metà dei suoi senatori, comunque sarebbe in grado di impedire l’intesa”.
Attorno alla questione del governo si sta consumando l’ennesima tappa di un infinito congresso del Pd, confuso e scomposto, o meglio l’inizio del prossimo, dall’esito non scontato se sono vere le voci che l’ex segretario avrebbe già depositato il suo simbolo di un movimento In Cammino e che ha deciso di puntare sul voto anticipato, nella convinzione o illusione che lo stallo dei due vincitori favorisca la sua risurrezione elettorale.
E c’è un motivo se il Quirinale ha accordato altro tempo, pur sapendo che l’esito della direzione è scontato. La verità è che non c’è un “piano B”, inteso come un “governo del presidente”.
Al momento non c’è un Parlamento pronto ad accogliere un nome indicato dal capo dello Stato, in un rigurgito, si sarebbe detto una volta, di “responsabilità nazionale”. Anzi, al momento un governo del genere rischierebbe di essere figlio di nessuno. Salvini e Di Maio hanno già messo agli atti la loro contrarietà . E senza Lega e Cinque Stelle, mancano i numeri per un tentativo del genere.
Detta in modo tranchant: se fallisce questo tentativo tra Pd e Cinque Stelle all’ordine del giorno non c’è la grande manovra istituzionale di un governo di tutti, in nome dell’interesse nazionale, ma una sorta di governo di nessuno.
Ovvero il capo dello Stato che mette su un accrocco “balneare” che nasce con l’obiettivo limitato di riportare il paese al voto dopo l’estate.
Con la stessa legge elettorale che assicura una nuova non vittoria, e dunque la difficoltà di far nascere un governo in tempi brevi che vari la manovra.
Come in un gioco dell’oca, drammatico e costoso, perchè a quel punto sarà scaduta la pazienza dei mercati e, con essa, l’attesa degli speculatori.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 26th, 2018 Riccardo Fucile
I RENZIANI: “SE ANCHE FOSSE AMORE SINCERO, NON SAREBBE RICAMBIATO”…MA QUESTI SI RENDONO CONTO CHE STANNO PER SCOMPARIRE?
“Esito positivo, dialogo avviato”, dice Roberto Fico al Quirinale mentre, dopo aver riferito a Sergio
Mattarella, ‘impacchetta’ davanti alle telecamere il suo mandato esplorativo di una maggioranza tra Pd e M5s.
Ma dalle parti di Matteo Renzi, che anche oggi è rimasto nella sua Firenze, il dialogo con il M5s è finito, insieme al mandato del presidente della Camera. Chiuso, ammesso che sia mai stato aperto.
Fico è l’ultimo a seminare stupore e irritazione nel fronte Democratico contrario alla trattativa. Prima di lui, c’è stato Luigi Di Maio.
La giornata insomma rafforza le ragioni del no in un Pd che si avvia a discutere nella direzione nazionale del 3 maggio con un esito che al momento appare scontato: nessun ponte con il M5s. Anzi, i renziani scommettono che da lunedì, all’indomani delle regionali in Friuli, Luigi Di Maio tornerà al suo primo ‘amore’ di questa crisi istituzionale: Matteo Salvini.
I Dem contrari all’accordo con i pentastellati si ringalluzziscono ascoltando il discorso del leader del M5s alla Camera, subito dopo il suo turno di consultazioni con Fico. Ci ritrovano tutte le sponde che vogliono. Soprattutto quando Di Maio torna a criticare l’operato dei governi Renzi e Gentiloni, sottolineando che “non ci si può fossilizzare sull’idea di difendere per partito preso tutto quello che hanno fatto i governi in questi anni: dal voto del 4 marzo sono emerse delle richieste chiare sui problemi del precariato, sugli insegnanti che devono fare mille chilometri per andare a lavorare, sulle grandi opere inutili”.
Qui si infastidiscono non solo gli ultrà del no al M5s. Ma anche mediatori come il coordinatore della segreteria Dem Lorenzo Guerini, che ci dice: “Forse Di Maio pensa di essere ancora in campagna elettorale e cerca di rassicurare la pancia dei suoi. Per me l’impianto riformatore dei governi Renzi e Gentiloni è stato un valore per il nostro paese e per quanto mi riguarda non potrà mai essere oggetto di abiure”.
Fine della storia.
E poi c’è quell’attacco di Di Maio al “conflitto di interessi di Berlusconi”, impostato in maniera tale da agitare i sospetti del Pd sul suo dialogo mai interrotto con Salvini. Qui si impensieriscono anche il reggente Maurizio Martina, Dario Franceschini e Piero Fassino, i capofila del ‘partito del sì’.
Certo, loro non mollano, ci sperano ancora. Dopo il secondo round di consultazioni con Fico, Martina esordisce parlando di “passi in avanti” in attesa della direzione del 3 maggio.
Fassino dice che “il no a prescindere non è una posizione politicamente utile, la politica è fatta di confronto. E poi quali prospettive apre? Ricacciamo nuovamente Di Maio nelle braccia di Salvini favorendone, noi, un governo M5S-Lega?”.
Cesare Damiano, altro esponente del fronte aperturista, evidenzia che non tutto è perduto: “Abbiamo poche buone notizie ma le abbiamo — dice – la prima è che, su richiesta di Martina, Di Maio abbia dichiarato di aver chiuso il ‘forno’ di Salvini. La seconda, è la convocazione della Direzione del Pd il 3 maggio, dopo l’improvvida cancellazione dell’Assemblea Nazionale, per decidere se proseguire o meno il confronto. Io penso che non possiamo sottrarci al dialogo, ovviamente partendo dai nostri contenuti. La cosa più difficile non è la stesura di un programma, se esiste la volontà di arrivare a un accordo: la questione, come si dice nel nostro linguaggio, è esclusivamente politica”.
Ecco, appunto. Chi dice no urla più forte, convinto di avere la maggioranza in direzione: oltre 110 su un totale di 209. E Renzi e i suoi hanno anche ottenuto che la direzione si tenga il 3 maggio e non prima: Martina aveva chiesto di convocarla già lunedì 30 aprile, per bruciare i tempi e bloccare un’eventuale nuova interlocuzione tra Di Maio e Salvini. Niente.
Poi, quando Fico esce nella Loggia d’onore del Quirinale per parlare con la stampa dopo il colloquio con il presidente della Repubblica, il fronte del no nel Pd si scatena. “L’ottimismo del presidente Fico è sorprendente – dice il capogruppo al Senato Andrea Marcucci – Con la logica del fatto compiuto non si va da nessuna parte. La direzione del Pd, che è una cosa seria, dovrà decidere se aprire o meno un confronto con il Movimento 5 Stelle. A questo proposito va ricordato che le distanze programmatiche erano e restano profonde”.
Da lunedì, scommettono nel Pd, parte di nuovo il film già visto nei due mesi trascorsi dal voto: il dialogo tra Di Maio e Salvini.
E il leader della Lega sembra dare ragione a questo ragionamento quando dice: “Io non chiudo la porta in faccia a nessuno, spero che la telenovela tra Renzi e Di Maio non duri troppo e secondo me sarebbe un governo irrispettoso per gli italiani. Quando avranno finito il loro amoreggiamento, se gli andasse male come io penso, io ci sono”.
Sembra tutto scritto, anche se Mattarella si prenderà dei giorni di riflessione in attesa di sviluppi da parte del Pd e del M5s. “Se anche quello di Di Maio fosse amore sincero verso il Pd, non sarebbe corrisposto”, rimarcano dalla cerchia del segretario dimissionario Renzi.
E nel partito già si scaldano i motori per il congresso, che evidentemente viaggia insieme ad un’accelerazione sul voto anticipato che già si scorge all’orizzonte, almeno come possibilità . Il governatore Nicola Zingaretti interviene sul dibattito nazionale con un blog su Huffpost: “Il modo migliore per non essere subalterni ai 5 Stelle è vincere, sconfiggerli alle elezioni. Il modo più eclatante per essere subalterni è diventare come loro; mutuare le loro forme, il loro modo di essere: come a volte sembra stia accadendo”.
Perchè se la direzione si concludesse con una spaccatura e i no prevalessero sui sì, ne uscirebbe sconfitta la linea di Martina e la sua reggenza decadrebbe, chiaro.
Il presidente Matteo Orfini, uno dei quattro delegati Pd ai colloqui con Fico insieme ai capigruppo Delrio e Marcucci e lo stesso Martina, spera in una soluzione unitaria.
“Io sono contrario ad un accordo con M5s, per me Di Maio è come Salvini — dice in Transatlantico alla Camera – ma in Direzione ci confronteremo, la convochiamo apposta. E spero in un esito unitario”.
(da “Huffingtonpost”)
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