Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
I SUOI PER ORA LO RICONFERMANO, POCA AUTOCRITICA, DI BATTISTA IN PRIMA LINEA… “CHE SI FA CON IL GOVERNO? ANDIAMO AVANTI O NO?”
La verità è che una strategia vera e propria ancora non c’è. Il ceffone subito dal Movimento 5
stelle alle europee, quell’asticella drammaticamente crollata sotto il 20%, è stato troppo violento e repentino perchè Luigi Di Maio e la sua cerchia più stretta abbiano ancora elaborato una risposta complessa.
La domanda provocatoria che ha rivolto a tutte le figure chiave con le quali ha interloquito, e con cui ha aperto una sorta di gabinetto di guerra riunito in fretta e furia oggi (“Che facciamo, andiamo avanti?”) testimonia il momento d’incertezza.
Una riunione tesa, nervosa. Nella quale la sorte dell’esecutivo è stata realmente messa sul piatto.
Al momento l’unica cosa certa è che una vera autocritica non c’è stata, e che alla domanda la gran parte delle risposte è stata un secco no. “Dobbiamo tornare a essere Movimento”, spiega il capo politico, “a recuperare i nostri temi e la nostra pelle, le nostre battaglie che sono quelle per cui ci hanno sempre premiato”.
In mattinata il vicepremier fa quattro telefonate: a Beppe Grillo, Davide Casaleggio, Roberto Fico, Alessandro Di Battista. Quando convoca una conferenza stampa al ministero dello Sviluppo economico dopo il silenzio e la grande fuga della notte, li elenca tutti e quattro.
Perchè tutti e quattro, a loro modo, rappresentano un contropotere interno, tutti possibili collettori di un malumore interno che dopo il risultato più magro dai tempi del 2013 non può che essere fisiologico.
Da tutti, dicono i suoi, incassa parole di stima e di fiducia: la sua leadership non è in discussione. Il solo fatto che lo si debba sottolineare è un’ammissione che le pale del frullatore in cui si è immerso il Movimento sono ben lungi dal fermarsi.
Nel pomeriggio converge al ministero tutto lo stato maggiore. Ci sono Alfonso Bonafede, Riccardo Fraccaro, Paola Taverna, Gianluigi Paragone, Carlo Sibilia, Stefano Buffagni, Vinecenzo Spadafora, Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli.
Il conclave ne dura tre ore, Di Maio ne riesce papa. Alla fine fonti vicine al leader parlano di una fiducia confermata, e della necessità di continuare sulla falsariga delle ultime due barricadere settimane di campagna elettorale.
Ma c’è chi spiega che i dubbi se continuare o meno nell’esperienza gialloverde siano reali, e alberghino nella testa di più di uno fra i colonnelli pentastellati.
C’è anche Di Battista, l’unico a esporsi un po’ al termine: “Nessun processo a Luigi, il governo deve andare avanti, ci siamo ripresi da scoppole peggiori”.
Dall’interno dei 5 stelle filtra una novità : che “Dibba”, come lo chiamano tanti dei suoi, potrebbe tornare in prima linea. Aveva detto di no appena venerdì scorso, nella piazza semivuota della chiusura della campagna elettorale. Ma il mondo da allora è cambiato, il punto di fusione delle stelle è lì a un passo.
L’ex deputato globetrotter potrebbe così accettare un ruolo nella riorganizzazione incombente del Movimento. Perchè, oltre a un’assemblea prevista per la giornata di mercoledì con tutti i parlamentari, già questa settimana potrebbero esserci i primi passaggi sul blog per la costruzione di una vera e propria cabina di regia che affianchi il vicepremier.
La linea abbozzata è “tornare a fare il Movimento”. Non mettersi di traverso pretestuosamente alla volontà di Matteo Salvini di passare all’incasso del trionfo elettorale, ma non cedere i un millimetro sulle proprie battaglie storiche e sui vincoli del contratto di governo.
Un Movimento che non potrà “essere l’ago della bilancia in Europa” come detto in campagna elettorale per lo sgretolamento del gruppo, che vede un solo eletto fra i cinque partiti alleati.
Al punto che sta circolando in queste ore l’idea comunque di effettuare sondaggi con le famiglie politiche già esistenti, anche se la strada sembra stretta. Così come stretta sembra quella da percorrere in Italia, e complicato l’equilibrio da dover mantenere. Nei prossimi giorni il sottosegretario Edoardo Rixi, leghista, potrebbe essere condannato. Che si fa? Risponde un uomo vicino al leader: “Il contratto di governo parla chiaro: deve dimettersi”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
“SE TIRI A CAMPARE TIRI LE CUOIA”
Stavolta a dare la linea sul Fatto quotidiano non è Marco Travaglio, ma il cofondatore del giornale, Antonio Padellaro, con un fondo senza equivoci, sostenuto da un titolo di apertura altrettanto lapidario: “Per i Cinque stelle una strada obbligata: l’opposizione”.
Scrive Antonio Padellaro: “Se i 5Stelle vogliono tentare di ritrovare se stessi e i propri elettori (sapendo che molti fuggitivi difficilmente saranno recuperati) devono tornare a essere opposizione”. Per Padellaro non c’è altra strada anche se “potrebbe sembrare fuori dal mondo”.
In sette punti, invece, Padellaro spiega perchè è una necessità , a partire dal fatto che farà ulteriormente male “restare al governo con chi, in poco più di un anno, ti ha succhiato il sangue ricavandone energia e vigore e lasciandoti sul terreno esanime”. Del resto, sottolinea Padellaro, “l’elettorato ha soronamente bocciato i %Stelle di governo, mentre aveva promosso a pieni voti i 5Stelle di opposizione. Perchè non prenderne atto?”.
Tav, Autonomie, tutti rospi che il movimento dovrà ingoiare per forza vista la forza ora della Lega. “Non sarebbe più razionale staccare la spina al governo su una questione identitaria per i grillini come per esempio il Tav?”.
E nel frattempo – suggerisce Padellaro – ritornare a una sana battaglia di opposizone contro Salvini e il salvinismo” evitando di lasciare tutto lo spazio di opposizone al Pd. “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia, diceva Giulio Andreotti – chiosa Padellaro-. Ma se restano paralizzati dalla sconfitta i 5Stelle rischiano entrambe le cose”.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
LA BORSA ITALIANA PEGGIORE IN EUROPA, ALTRI MILIARDI BRUCIATI, COMPRESI QUELLI DEI CAZZARI SOVRANISTI CHE LO HANNO VOTATO
Piazza Affari apre in calo rispetto alle altre borse europee e Milano è la peggiore nel
continente. La Borsa italiana apre con – 0,5 rispetto al rialzo dello 0,25% di Parigi, dello 0,3% di Francoforte o dello 0,25% di Londra.
Nonostante il 34% alle elezioni europee, e le rassicurazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini, sulla tenuta della borsa italiana pesano i rumors di Bloomberg che parlava di una possibile procedura Ue nei confronti del Paese.
Continua ad allargarsi lo spread tra i Btp decennali e i Bund tedeschi. La quota del differenziale è salita a quota 290 poco dopo l’apertura. Il tasso aumenta fino al 2,74%, Pesa tra gli investitori il successo elettorale della Lega, sostenitrice di una violazione dei parametri europeiche si prepara a guadagnare maggiore spazio all’interno della maggioranza di governo.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
I SOVRANISTI RUSSI AMANO FALSIFICARE LA REALTA’
Dopo essersi fatto dichiarare guerra dalla Svezia, il Tg2 di Gennaro Sangiuliano torna a stupire grandi e piccini sostenendo che il Fronte Sovranista “smuove lo status quo di Strasburgo” perchè, a parere di Christiana Ruggeri, ha vinto le elezioni.
Naturalmente si tratta di una balla.
Il fronte sovranista attualmente conta 59 deputati eletti, che diventeranno di più se siglerà l’intesa con Nigel Farage, su 751 seggi totali.
Come hanno spiegato tutti i notisti politici, Popolari e Socialisti potranno facilmente raggiungere la maggioranza alleandosi con l’ALDE o con i Verdi (protagonisti, loro sì, di una grande vittoria: infatti il loro gruppo ha attualmente più deputati dei sovranisti)
In particolare è la voce dei giovani a erigere la diga, spinti al voto per evitare che i più vecchi compromettano il loro futuro, per come era avvenuto nel 2016 con la Brexit. Ad esempio in Germania gli under 30 votano in massa per i Verdi (33%) o per i grandi partiti europeisti come la Spd e la Cdu.
Simile dinamica in Francia. Non sembra esagerato parlare di effetto Greta. La ripartizione dei seggi al Parlamento europeodice che i verdi possono diventare la quarta gamba di un’alleanza di 500 deputati che zittisce i sovranisti. Con buona pace del Tg2.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
TOTI: “TUTTI A CASA”, TAJANI: “TACI, HAI FATTO CAMPAGNA ELETTORALE CONTRO”
“Ora basta scuse e bugie, tutti a casa e cambiamo davvero per ripartire”. Con queste parole
sui social, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti ha scoperchiato il vaso di Pandora del malumore dentro Forza Italia.
“Stiamo assistendo alla seconda tornata elettorale in meno di un anno in cui il centrodestra stravince, Forza Italia perde. E perde molto”, ha sottolineato dando voce al malumore crescente all’interno del partito di Silvio Berlusconi contro lo “staff” dei fedelissimi di Arcore e contro la gestione del partito di Antonio Tajani che hanno gestito la ‘campagna di Bruxelles’: “E’ davvero bizzarro vedere e sentire gente che parla di Forza Italia e poi ha fatto campagna elettorale per altri partiti”.
Passata la notte elettorale, dati definitivi alla mano, il mancato raggiungimento della soglia del 10 per cento (il conto si è fermato a 8,8), nonostante le oltre 500mila preferenze incassate dal leader Silvio Berlusconi in appena due settimane in tv, l’autocritica e l’apertura di una riflessione interna sul futuro è una necessità .
Il risultato raggiunto evita il tracollo, ma fa male lo stesso, scuote big e peones. Non preoccupa più solo la ‘salvinizzazione’ già in atto da tempo, ma l’asse sovranista Lega-Fdi uscito rafforzato proprio dalle europee, che insieme ai ‘totiani’ e senza il Cavaliere, punta a diventare il nuovo soggetto politico attrattivo della destra filosalviniana (anche moderata), alternativa al Pd e ai Cinque stelle.
Nel mirino: l’assenza di una strategia chiara, di governo e di partito; una campagna elettorale solo ‘contro’ i Cinque stelle, che ha portato consensi a Matteo Salvini; la gestione di Antonio Tajani, specialmente per il flop al Centro.
Senza contare il ‘fuoco amico’, che ha sottratto voti a tutti, facendo il gioco della coppia Salvini-Meloni.
“Dalle elezioni dello scorso anno chiedo – afferma il governatore – a tutti i dirigenti un’inversione di rotta, un confronto democratico per stabilire la linea politica, apertura alle tante liste civiche di area che non ci votano e non ci voteranno mai più, spazio ai tanti bravi amministratori locali e parlamentari coraggiosi. Risposte? Nessuna. Anzi, peggio – incalza – anche in queste ore ho sentito e letto dirigenti e parlamentari del partito difendere scelte indifendibili. Peggio ancora: accusare chi ha avuto il coraggio di chiedere in questi mesi un cambiamento per evitare lo schianto ampiamente prevedibile”.
Insomma, secondo Toti la colpa ormai è chiara a tutti: “E’ di una classe dirigente che ha difeso ad oltranza le proprie poltrone, che ha occhieggiato alla sinistra per far dispetto ai nostri alleati, che ha scelto ancora una volta dall’alto candidature con arbitrio totale, che ha emarginato chiunque avesse l’ardire anche solo di sussurrare che qualcosa non andava”.
“Quella classe dirigente – aggiunge – ha mentito ai nostri militanti, ai nostri elettori, a se stessa e al leader Silvio Berlusconi. Nessuno ha avuto neppure il coraggio di dire al fondatore del partito, che ha condotto una campagna elettorale eroica, che la sua candidatura sarebbe stata un sacrificio inutile (tranne il sottoscritto e qualche amico). Per cinismo e opportunismo un anno è stato consumato con la testa sotto la sabbia, tra menzogne e ipocrisie”.
“Presto con tanti amici ci riuniremo in una grande assemblea pubblica dove ognuno potrà dire la sua, senza gradi, mostrine e notabili”, dice il governatore ligure annuncindo la prossima azione politica per scrivere il futuro di Forza Italia dopo il risultato delle Europee. “E da lì ripartiamo con gli amici che si sentono di centrodestra, con regole nuove, primarie, partecipazione. Per scrivere insieme il nostro manifesto di libertà , perchè serve un’offerta politica nuova. Solo così si salva una storia”.
Ma il presidente del parlamento Ue non ci sta: “Servono soprattuto idee, non è una questione di incarichi, di poltrone”, replica Antonio Tajani.
Il vicepresidente azzurro, che ieri ha trascorso la notte elettorale nella sede nazionale di piazza San Lorenzo in Lucina, in stretto contatto telefonico con Arcore, rinvia ogni decisione sul futuro del partito al Comitato di presidenza convocato da Silvio Berlusconi in settimana per giovedì, a palazzo Grazioli.
Tajani rivendica le oltre 500mila preferenze ottenute dal Cavaliere che ne blindano la leadership e bacchetta chi rema contro, a cominciare da Giovanni Toti, senza citare il suo nome: “Questo voto dimostra che Berlusconi è e resta il leader. E’ davvero bizzarro vedere e sentire gente che parla di Forza Italia e poi ha fatto campagna elettorale per altri partiti”.
Tajani commenta anche Giorgia Meloni che rilancia l’asse sovranista con la Lega salviniana e parla di futura maggioranza senza Fi: “Non esiste un centrodestra senza Fi, il problema è creare un’alternativa al governo Conte, basta con la campagna elettorale, pensiamo a lavorare”.
“Se Berlusconi non si fosse sottoposto a questo sacrificio il risultato poteva essere peggiore. Comunque chi da Berlusconi ha avuto viatici vari dovrebbe avere più eleganza nell’affrontare il dibattito. E non aggiungo altro”, dice Maurizio Gasparri, parlamentare di Forza Italia e presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari.
Ma in queste ore di confusione e grande nervosismo non è solo Toti a chiedere un “Congresso nazionale vero”. Lo fa anche l’ex ministra Mariastella Gelmini, che aveva lanciato questa proposta già prima delle elezioni: “Fi deve riaffermare la sua identità , la sua connotazione liberale avviando una nuova stagione che passi da un congresso nazionale di rilancio”. Dello stesso avviso la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, (capofila dell’ala sudista in contrapposizione a quella del Nord, filoleghista): “Mai come ora ci appare chiaro che Fi deve fare punto e a capo”.
Gelmini indica le prossime mosse che passano tutte per un rapido cambiamento dell’assetto organizzativo: “Serve un “percorso nuovo” e va avviata “una costruttiva autocritica sui limiti della nostra azione”, attraverso una “profonda riflessione sulla riorganizzazione del nostro movimento”.
“Il partito – aggiunge Carfagna – non può più essere gestito da uno staff, ha bisogno invece di una nuova struttura politica in grado di prendere decisioni e di valorizzare le energie e le competenze che si sono formate in questi anni e dalle quali non è più possibile prescindere”. E ancora:” Sui territori e in Parlamento esiste una classe dirigente che non ha nulla da invidiare a nessuno, va valorizzata e messa alla prova. Persino le liste per le elezioni europee sono passate in ufficio di presidenza soltanto per una formale ratifica. È evidente – conclude l’ex ministra – che così non può funzionare, a meno che non si voglia calpestare la storia di Forza Italia”.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
CI AVEVA MESSO LA FACCIA PURE GIORGETTI: SCONFITTI 34% CONTRO I 66%
Il centrodestra perde ad Induno Olona, paese di 10mila abitanti alle porte di Varese da cui è originario l’attuale governatore della Regione Lombardia Attilio Fontana.
La lista guidata da Rosa Ferrazzi e sostenuta dalla coalizione di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia dal nome “Cambiamo Induno” ha ottenuto il 34% dei consensi contro il 66% ottenuto dalla lista civica “Viviamo Induno Olona”.
§La patria del governatore della Lombardia non elegge così un candidato sindaco di centrodestra da 20 anni, ovvero da quando la Lega ottenne la sua ultima vittoria proprio dopo il mandato di Attilio Fontana. Si conferma quindi sindaco del comune il sindaco uscente Marco Cavallin, che ha avuto la meglio sull’unica sfidante Rosa Ferrazzi.
Eppure, la campagna elettorale del centrodestra era stata supportata da alcuni tra i più importanti esponenti della Lega.
Ad aprirla era stato proprio Attilio Fontana lo scorso 26 aprile, mentre alla chiusura venerdì 25 maggio era presente il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti.
Un supporto che non ha avuto però l’esito sperato dal momento che il loro candidato ha raggiunto solo poco più del 30% delle preferenze. Una sconfitta che contrasta con quello che è stato invece l’esito del voto per le elezioni europee dove, al contrario, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno superato il 60% dei consensi.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
MANCATO RISPETTO DEI CONTI PUBBLICI E DEL MANCATO TAGLIO DEL DEBITO
Puntuale, arriva la lettera di Bruxelles. Puntuale, torna a salire lo spread. Al ministero
dell’Economia sono in attesa nelle prossime ore della missiva, già largamente annunciata, da parte della Commissione Europea sui conti pubblici italiani.
Ancora non del tutto smaltita l’euforia per il successo elettorale che lo ha consacrato di fatto primo azionista del Governo, Matteo Salvini si è subito calato nella trincea della prossima sfida: quella che si apre ufficialmente il prossimo 5 giugno e si protrarrà fino all’autunno sul mancato rispetto della regola del debito da parte dell’Italia.
Da Bruxelles è filtrata, tramite Bloomberg, la possibilità di una multa da 3,5 miliardi di euro per l’Italia a causa del mancato taglio del debito pubblico nel 2018.
La lettera in arrivo a Roma non comporterà l’apertura di nessuna procedura ma sarà una sorta di memento delle regole Ue da rispettare e delle procedure in cui rischia di incorrere l’Italia.
È opinione diffusa che questa Commissione Ue non affonderà il colpo nei confronti del Governo e lascerà la patata bollente nelle mani dei prossimi Commissari.
Nè sorprende la cifra fatta trapelare da Bruxelles su una possibile multa a danno dell’Italia: la procedura per debito eccessivo – che l’Italia ha già schivato durante la stesura della scorsa legge di Bilancio – prevede, nel caso arrivi alla conclusione del suo iter, una sanzione che può oscillare tra lo 0,2 e lo 0,5% del suo Pil.
Tanto è bastato però a dare una spinta verso l’alto allo spread. L’impennata è avvenuta subito dopo le indiscrezioni di stampa secondo cui per l’Italia sarebbe pronto l’avvio della procedura per debito eccessivo.
In realtà con la lettera Bruxelles non adotterà alcun provvedimento. La Commissione chiederà al governo come pensa di giustificare il mancato taglio l’anno scorso in aperta violazione del patto di stabilità .
In particolare vorrà conoscere formalmente il punto di vista del governo sui ‘fattori rilevanti’ che la giustificherebbero. Dopodichè la Commissione deciderà se tali fattori (tra cui bassa crescita e bassa inflazione) esistono effettivamente e possono evitare all’Italia l’apertura di una procedura per violazione della regola del debito.
Una prima posizione sarà ufficializzata il 5 giugno prossimo, quando saranno rese pubbliche le raccomandazioni per i vari Paesi Ue. Ma la decisione definitiva dovrà essere presa dal Consiglio, a maggioranza qualificata. Passerebbero molti mesi, nel caso, prima che l’Italia arrivasse a quella fase, ma a quel punto – ragionano a Bruxelles – sarebbero già intervenuti i mercati finanziari, facendo lievitare i rendimenti dei titoli di Stato e schizzare gli spread.
Stime Ue alla mano, il debito italiano dovrebbe salire al 133,7% quest’anno e al 135,2% nel 2020. In rialzo anche il deficit: al 2,5% nel 2019 e al 3,5% nel 2020.
Peggiora poi anche il disavanzo strutturale (parametro di riferimento Ue perchè incide sul debito) che nel 2018-19 doveva essere tagliato almeno dello 0,4% e invece è peggiorato dello 0,3%. Sull’aggiustamento di questo parametro il Governo italiano era riuscito ad evitare l’apertura della procedura per debito eccessivo alla fine dell’estenuante negoziato con Bruxelles sulla manovra.
Molto dipenderà dall’impostazione del negoziato da parte della Commissione, anche alla luce del voto europeo.
Sarà una partita che si giocherà parallelamente a quella delle alleanze nel prossimo Europarlamento in vista delle nomine nelle istituzioni Ue. L’Italia a guida Lega ha già avanzato alcune richieste. Il Carroccio vorrà esprimere il rappresentante italiano nella prossima Commissione Ue e reclama per l’Italia anche un membro nel board della Banca Centrale Europea, quando il mandato del presidente Mario Draghi arriverà a scadenza a novembre. Partita complessa, perchè all’Italia è già andata la Vigilanza Bancaria con Andrea Enria. E la Francia sarà priva di membri nel Board quando lascerà Coeure. Se la presidenza di Francoforte non andrà nè alla Francia nè, soprattutto, alla Germania, le richieste italiane potrebbero uscirne indebolite.
Ma se dovesse saltare la nomina di Manfred Weber alla presidenza della Commissione, ipotesi per nulla peregrina, è noto che la Germania punterà alla carica oggi ricoperta da Draghi con il presidente della Bundesbank Jens Weidmann. In quel caso i progetti italiani di riforma della mission della Bce avrebbero ancora meno chance di quante ne abbiano oggi.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2019 Riccardo Fucile
CON IL “CAMPO CIVICO E PLURALE” INTERCETTA IL VOTO IN USCITA GRILLINO
È qualcosa di più di un voto di “tenuta”. Per la prima volta, da diversi anni a questa parte, si è invertito il trend. E il centrosinistra torna in gioco proprio dove era iniziato il declino quattro anni fa, con la frana alle amministrative che annunciò la grande “sconnessione sentimentale” col paese.
Il centrosinistra vince al primo turno a Firenze, Bergamo e Bari, Pesaro, Lecce e Modena. È avanti a Reggio Emilia, Cesena, Foggia e Livorno, dove va al ballottaggio col centrodestra. Mentre a Ferrara e Forlì è avanti la Lega.
Dati per nulla scontati, alla luce del risultato europeo, con la Lega primo partito in tutto il Nord e in Emilia Romagna.
Che rappresentano una indicazione politica. E cioè che funziona lo schema del “campo largo” costruito attorno alla buona amministrazione, con alleanze, come si suol dire, plurali e civiche.
Diciamola così: più ci si avvicina alla dimensione territoriale del voto, più il centrosinistra ha un valore aggiunto. Più ci si allontana e si politicizza, più c’è ancora una difficoltà a intercettare un elettorato in uscita dagli altri partiti o a recuperarlo dall’astensione.
E infatti, Chiamparino ha delle difficoltà a recuperare e ad allargare rispetto al voto europeo. Nei comuni più piccoli invece accade il contrario.
Un dato su tutti: su settanta comuni sotto i 15mila abitanti, in Emilia Romagna, il centrosinistra ne vin
ce l’80 per cento, aumentando consensi rispetto al voto europeo nello stesso giorno. Per dirne una, a Castel San Pietro Terme, nel voto europeo la Lega è al 38 per cento e il Pd al 24, alle amministrative vince il Pd col 56 per cento al primo turno.
Lo stesso a Fidenza, Sant’Arcangelo, Carpi. A livello locale cioè è più facile rompere quella diga che c’è, invece a livello nazionale. Semplificando. È più facile per un buon amministratore far votare centrosinistra a un elettore dei Cinque Stelle che portarlo sul Pd in uno schema nazionale.
Il civismo, cioè, è un valore aggiunto per il centrosinistra, assai più della contrapposizione ideologica, come ci dice il caso di Riace.
Funziona, insomma, la cultura e la capacità di governo e la cultura civica, unico antidoto alla rabbia delle tante periferie del paese, dove la Lega è il grande catalizzatore della rabbia sociale e della chiusura verso lo straniero e il diverso.
Vince cioè la sinistra che propone modelli di integrazione più che l’indignazione ideologica, da Casal Bruciato a Mirandola.
Altro dato non scontato. Il Pd torna ad essere primo partito nelle grandi città . Roma, Milano, Torino (oltre Bologna e Firenze) con un balzo avanti rispetto alle politiche dello scorso anno.
A Roma dal 21,6 al 30 (rispetto al 25 della Lega). A Milano passa dal 26,6 dello scorso anno al 35 per cento (rispetto al 27 della Lega). A Torino dal 26,1 al 33 (rispetto al 26 della Lega). A Bologna dal 28,9 al 40 (rispetto al 21 della Lega). A Firenze dal 36,5 delle politiche al 43 (con la Lega al 20).
È presto per parlare di una alternativa compiuta, che necessita ancora di una piattaforma politica, di una forma organizzativa, e di un profondo rinnovamento della classe dirigente. Però, e non è banale, questo turno elettorale è un segnale di vitalità , in un campo dato, fino a poco tempo fa, per sepolto.
Dopo il voto del 4 marzo si parlò, in modo un po’ precipitoso, di un nuovo bipolarismo o meglio di questo governo come l’embrione di un nuovo bipolarismo, Lega e Cinque stelle, sulle ceneri dei protagonisti del vecchio bipolarismo degli ultimi 20 anni, Forza Italia da un lato, Pd dall’altro.
Ebbene, se da un lato la strategia di prosciugamento di Forza Italia da parte di Salvini ha funzionato, dall’altro è accaduto l’inverso.
La crisi strutturale, identitaria dei Cinque Stelle, ha riaperto lo spazio a sinistra. L’analisi dei flussi mostra che il grosso del loro elettorato è in uscita verso Salvini, in particolare i giovani e gli operai, il grosso al Sud verso l’astensione e, per la prima volta, qualcosa tra il ceto medio si indirizza verso il Pd. È accaduto a livello nazionale, ma anche a livello locale dove i penstastellati non raggiungono il ballottaggio nelle due città che governavano, Livorno e Avellino.
Questa tornata elettorale non disegna un nuovo sistema politico, ma innesca una dinamica politica nuova che archivia l’Italia del 4 marzo, a livello nazionale e, ancor di più, a livello amministrativo.
L’alternativa è tra una destra, radicale e sovranista, a vocazione maggioritaria. E un campo di centrosinistra che, nel suo complesso (sommando al Pd Più Europa e Verdi) è attorno al trenta per cento, con i Cinque Stelle intrappolati in una sorta di dilemma del prigioniero, tra rimanere nel governo in un ruolo ancillare e rompere senza avere numeri, prospettiva, e potenziali alleanze.
È una doppia novità per il centrosinistra. A livello sistemico apre nuovi spazi di agibilità politica, dopo il lungo autunno dell’irrilevanza. E chiude, per ora, dibattiti, retropensieri, manovra interne, allontanando il fantasma di questi mesi: una scissione “al centro”, fondata sul fallimento del nuovo corso di Nicola Zingaretti.
Per ragioni oggettive, di spazio e logica politica: sei euro-parlamentari “renziani” eletti, una valanga di sindaci e amministratori locali, un partito che compie, unito, un passo in avanti renderebbero incomprensibile, poco conveniente e avventuristica la rottura del Pd anche per gli avventurieri più spericolati. Non è solo un voto di “resistenza”. È una novità politica vera, che crea le condizioni per ricostruire.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 27th, 2019 Riccardo Fucile
IL 38% HA CONFERMATO IL VOTO DI UN ANNO FA, IL 38% SI E’ ASTENUTO, IL 14% SCEGLIE LA LEGA, IL 4% IL PD… HA PERSO IL 15-25% DEL VOTO DEI GIOVANI E IL 20% DI QUELLO OPERAIO
Che cosa è successo nelle viscere della società italiana che, a poco più di un anno dall’ultima
competizione elettorale, ha generato un nuovo terremoto politico?
I dati di analisi dei flusso di voto, dei mutamenti nei blocchi sociali e delle motivazioni di scelta elettorale, aiutano a tratteggiare il quadro.
M5s perde complessivamente 6 milioni e 180mila voti (1 milione e 700mila al Sud, più di 1 milione a Nordovest, Nordest e Centro Italia e 944mila nelle Isole).
Rispetto al 2018 il partito di Di Maio ha una conferma di voto risicata, pari al 38% dei votanti.
Un altro 38% opta per l’astensione, il 14% trasloca sulla Lega e il 4% sceglie il Pd (il restante 6% si sparpaglia nei vari partitini). Lo smottamento elettorale è complessivo.
M5s perde al Sud e lungo tutto lo stivale, ma, soprattutto, perde per strada pezzi importanti del suo blocco sociale.
Lascia sul campo, per esempio, i giovani: lo abbandonano il 15% dei Millennials (in parte conquistati da Lega e Pd) e il 25% dei ragazzi della Generazione Z.
Perde parte degli operai (con un meno 20%) e vede assottigliare i consensi nei ceti sociali medio-bassi e poveri.
Tra i primi perde il 12%, mentre tra i secondi lascia sul campo il 17%. In uscita anche una parte di quella middle class urbana e professionale che aveva scelto M5s per la sua spinta anti-sistema (-14%).
Il complessivo processo di sfarinamento del peso elettorale che ha coinvolto il partito uscito vincitore dalle urne lo scorso anno, ha determinato una variazione nella composizione del suo blocco politico, sempre più dominato dall’identità apolitica (35%) e di centrosinistra (31%), mentre appaiono residuali le auto-collocazioni a centrodestra (17%) e centriste (17%).
Per completare il quadro analitico delle cause dello smottamento elettorale di M5s è utile soffermarsi sulle motivazioni che hanno spinto il 62% degli elettori del 2018 a non votare il partito di Di Maio.
In primo luogo c’è un giudizio non lusinghiero sull’esperienza di governo: il 36% afferma che si è dimostrato incompetente o non ha fatto molto al governo.
Segue la valutazione negativa del rapporto con la Lega: per il 16% è stato troppo subalterno e per un altro 13% è stato sbagliato dar vita all’attuale esecutivo.
Un ulteriore 10% punta il dito sulle posizioni contro la Tav e sulla freddezza rispetto alle grandi opere.
Altri elementi che hanno infastidito l’elettorato pentastellato sono stati gli scontri dell’ultimo periodo e la sensazione che M5s non sia in grado di garantire stabilità e serenità al nostro Paese.
Per comprendere il quadro che emerge dalle elezioni europee è necessario zumare sulle dinamiche che hanno determinato il successo della Lega.
In primo luogo si deve evidenziare il ruolo di indubbio traino del suo leader: il 76% di quanti hanno votato per la Lega sottolinea l’importanza e il ruolo di Salvini (il ruolo di Di Maio sul voto a M5s è del 46%).
La Lega conquista il 17% dei nuovi voti da M5s, mentre sottrae a Forza Italia il 10% dei consensi.
Il partito di Salvini, rispetto al 2018, conquista tre milioni di voti (7,4 milioni di votanti in più rispetto al 2014), aumentando i consensi in tutte le aree del Paese: + 897mila a Nordovest, + 686mila a Nordest, + 810mila al Centro, + 828mila a Sud e + 236mila nelle Isole.
La Lega, con questa tornata elettorale, diviene un partito nazionale, con il suo centro propulsore al Nord (40% dei consensi in media), un peso importante al Centro (33,5%), al Sud (23,5) e nelle Isole (22,4%).
Il partito guidato da Salvini ha conquistato voti tra i baby boomers (+19%), i Millennials (+11%), i giovanissimi della Generazione Z (+21%), gli operai (+29%), i professionisti (+12%), i ceti poveri (+18%), i ceti medio-bassi (+18%) e le donne (+17%).
A sospingere il voto per la Lega sono stati diversi fattori: il no all’immigrazione (45%); il bisogno di mettere al primo posto gli italiani (26%); la convinzione che solo la Lega sia in grado di rilanciare l’economia e il lavoro (21%); la volontà , di una quota non minoritaria di elettori, di sostenere e dare forza a Matteo Salvini (27%).
Per quanto attiene il Pd, il quadro è quello di una sostanziale tenuta rispetto al 2018 (è il partito con il maggior tasso di riconferme di voto: 68%).
In termini di flussi di voti, il partito guidato da Zingaretti, ha recuperato il 7% dei consensi da M5s, il 10% dall’astensione, il 6% dai partiti di sinistra e il 4% da quanti avevano votato per +Europa.
Il Pd ha riconquistato un po’ di Millennials (+6%) e di giovanissimi della Generazione Z (+9%).
Continua a non parlare con il mondo operaio (solo il 13% vota per il Pd), mentre ha ricominciato a ritessere il dialogo con i ceti poveri (+6%) e medio-bassi (+3%).
Se osserviamo le appartenenze politiche che compongono la base elettorale del Pd e le confrontiamo con quelle del 2014, scopriamo che si è prosciugata la vena centrista (-8%), mentre si è rafforzata l’anima di sinistra (+16%).
A sospingere il voto per il partito di Zingaretti è stata, soprattutto, la polarizzazione dello scontro con Salvini: il 40% ha votato il Pd per contrastare l’avanzata del populismo, il 29% per fermare il leader della Lega, il 34% per costruire un nuovo centrosinistra.
Il quadro delle dinamiche emerse dal voto di domenica 26 maggio, ci mostra un Paese nel pieno di una fase di transizione politica, in un interregno gramsciano tra non più e non ancora.
Un processo evolutivo che ha dapprima corroso e deperito gli assetti e i protagonisti che hanno caratterizzato il campo politico della Seconda Repubblica, per iniziare a edificare, mattone su mattone, i contorni di un nuovo quadro politico-identitario.
Si tratta di una metamorfosi che supera i riferimenti storici del confronto destra-sinistra, riposizionando il campo politico lungo l’asse comunità chiusa e comunità aperta. Un ridisegno che, pur contenendo la distinzione storica destra-sinistra, si caratterizza per il confronto tra i propugnatori del “prima gli italiani” e i sostenitori di società marcata da forme di “comunanza umanistica”.
Con le elezioni europee, la Lega di Matteo Salvini ha portato a compimento uno dei processi di ridisegno del quadro politico nazionale, riconfigurando l’identità maggioritaria del centrodestra: da neo-liberista a protezionistico-primatista.
Il fronte contrapposto all’offerta Salviniana, invece, è in via di ricomposizione. Si è aperta, tra M5s e Pd, la lotta per l’egemonia politica di questa parte del campo politico nazionale, che propende per una visione di comunità aperta, europeista e ambientalista.
I pentastellati, in questi mesi di doppia identità (partito arginatore di Salvini e al governo con Salvini) hanno subito un appannamento della sua dimensione identitaria trasversale (nè di sinistra nè di destra) e del suo posizionamento antisistema.
M5s non solo ha deluso parte del suo elettorato, ma ha anche infragilito il proprio profilo identitario originario.
Il gruppo, nato sotto la spinta di Beppe Grillo, ha edificato il proprio consenso intorno alla dimensione dello scontro popolo-èlite (il cuore dell’offerta politica M5s è sempre stato l’essere anti-casta e anti-corruzione).
Nel corso dell’ultimo anno il movimento guidato da Di Maio ha evidenziato, agli occhi dei suoi elettori, elementi di dubbia tenuta sui fattori fondanti e non è riuscito a sostituire l’inevitabile appannamento del profilo anti-sistema, con determinanti dosi di cambiamento nel modo di governare le città e il Paese.
Il M5s si è ritrovato così all’interno di una doppia morsa. Da un lato, sul fronte di centrodestra, ha sbattuto contro il muro leghista e si è visto soffiare quote consistenti di elettori che hanno trovato in “prima gli italiani” un approdo credibile, con un leader confacente alle loro esigenze.
Dall’altro lato, sul fronte di centrosinistra, il M5s si è trovato a fare i conti con la resilienza e il mutamento d’indirizzo assunto dal Pd.
Il gruppo guidato da Zingaretti, spostandosi dall’asse puramente modernista-centrista ha marcato maggiormente il territorio, iniziando a ridisegnare la propria mission al centro delle pulsioni per una comunità aperta e marcata da una maggiore equità sociale.
Lo scontro tra M5s e Pd per l’egemonia in questo campo è solo agli inizi. I prossimi atti e le scelte dei diversi attori ci diranno quale direzione e quali contorni prenderà questa vasta parte del campo politico nazionale (stiamo Parlando comunque di oltre il 40% dell’elettorato) e ci permetteranno di comprendere come procederà il ridisegno degli assetti politici nel nostro Paese.
(da “Huffingtonpost”)
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