Destra di Popolo.net

ESPLOSIONE DI ROCCA DI PAPA: GLI OPERAI CHE HANNO CAUSATO LA TRAGEDIA SONO FUGGITI INVECE CHE DARE L’ALLARME

Giugno 11th, 2019 Riccardo Fucile

IL RAGAZZINO EROE CHE SI E’ PRECIPITATO A SCUOLA E HA FATTO USCIRE IN TEMPO VENTI BIMBI

Ci sono due storie interessanti nell’esplosione nel palazzo del comune di Rocca di Papa che ieri ha causato una ventina di feriti, danni a negozi e palazzi e ustioni sul 34% del corpo del sindaco Emanuele Crestini.
La prima è quella degli operai che hanno causato il danno e la seconda è quella del ragazzino di 13 anni che ha aiutato gli altri a fuggire.
Il Messaggero racconta oggi che potrebbero finire già  oggi sul registro degli indagati i tre operai che ieri mattina avevano iniziato i carotaggi sulla pavimentazione di corso Costituente a Rocca di Papa.
Almeno due persone, sentite poi dai carabinieri, che abitano nei palazzi di fronte al Comune, li avrebbero visti bucare la conduttura e scappare via.
Non a caso i tre, tutti italiani e impiegati in una ditta molisana a cui aveva fatto ricorso la “TecnoGeo” per eseguire i carotaggi del terreno, sono stati rintracciati dopo diverse ore dalla deflagrazione dai militari della compagnia di Frascati a 150 chilometri dal piccolo comune dei Castelli: avevano quasi raggiunto Isernia.
Che si fossero dati alla fuga dopo aver compreso il danno recato alla conduttura del gas? È questa una delle principali domande che si è posto il procuratore capo di Velletri, Francesco Prete.
Ieri sera sono stati ascoltati per ore dal pm Giuseppe Travaglini — insieme al responsabile della “TecnoGeo” con sede a Monte San Giovanni Campano in provincia di Frosinone — nella caserma del nucleo operativo dell’Armadi Grottaferrata.
Gli investigatori hanno messo sotto sequestro le loro apparecchiature.
Dalle prime ricostruzioni compiute dagli inquirenti sulla dinamica della deflagrazione, i tre operai avevano da poco bucato il terreno con una trivella, intaccando la conduttura di metano. Secondo la ricostruzione del quotidiano hanno ricoperto il foro con uno straccio e sono scappati senza dare l’allarme.
E poi c’è la storia di Cristian, 13 anni, volontario della Protezione Civile:
Alle 11 di ieri, chiamato per una sorta di esercitazione, si è ritrovato improvvisamente ad agire: «Dal tubo nello scavo davanti al municipio usciva un getto di gas. Ho fatto una corsa fino alla scuola, la porta era chiusa, l’ho forzata con una pedata e ho cominciato a gridare: “Tutti fuori, tutti fuori”. C’era una maestra con una ventina di bambini. Si sono alzati ma poi è venuto giù tutto. Tanti bimbi erano già  in corridoio, tre sono stati travolti dal tetto».
È stato merito di Cristian o forse un miracolo se l’esplosione che ha letteralmente sventrato il municipio di Rocca di Papa facendo crollare anche la parete dell’asilo confinante (unico aperto dopo la fine delle scuole), non ha ucciso nessuno.
Sedici feriti, tra cui tre bimbi, la più grave (ma non in pericolo di vita) una piccola di cinque anni che dovrà  essere operata alla testa all’ospedale Bambino Gesù dove è stata trasportata in elisoccorso.
Grave, con ustioni di primo e secondo grado al viso e sul 35 per cento del corpo anche il sindaco Emanuele Crestini.

(da “NextQuotidiano”)

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PRIMA GLI ITALIANI: NONNO DI 71 ANNI ABUSA DELLE TRE NIPOTINE PER DIECI ANNI

Giugno 11th, 2019 Riccardo Fucile

LA VICENDA EMERSA GRAZIE ALLE INSEGNANTI…SONO I VALORI CHE DOBBIAMO PRESERVARE DALL’INVASIONE DEGLI “INCIVILI”?

Con l’accusa di aver abusato delle tre nipotine per circa dieci anni, un nonno di 71 anni di Fasano (Brindisi) è stato arrestato e posto ai domiciliari dai Carabinieri, indagato per violenza sessuale su minori.
Due delle nipoti avevano all’epoca meno di 10 anni, una meno di 14.
Secondo quanto ricostruito, gli episodi di violenza sarebbero cominciati nel 2009 con la maggiore delle tre e si sarebbero susseguiti anche sulle altre due fino all’aprile del 2019, avvenuti quando le tre bambine venivano temporaneamente affidate ai nonni.
Le nipoti hanno raccontato a scuola quanto accaduto, si sono rivolte alle loro insegnanti precisando di aver dovuto chiudere a chiave la porta della stanza se restavano a dormire dal nonno, in qualche circostanza, per paura.
Le bambine sono state ascoltate anche da un consulente della Procura di Brindisi.

(da agenzie)

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IL VERTICE A PALAZZO CHIGI E’ FINITO MALE

Giugno 11th, 2019 Riccardo Fucile

COSA ASPETTA CONTE A DIMETTERSI PRIMA DI DOVER ANNNOTARE SUL SUO CURRICULUM CHE E’ STATO COMPLICE DELLA RAPINA AI RISPARMI DEGLI ITALIANI?

Il vertice tra Giuseppe Conte e i suoi azionisti di maggioranza è finito male. Le intenzioni del premier erano chiare e semplici: mettere a cuccia Matteo Salvini e Luigi Di Maio   sulla questione della procedura d’infrazione e avere le mani libere per cercare di chiudere un accordo con l’Unione Europea attraverso la promessa di una manovrina per mettere a posto i conti oppure con l’ipoteca dei soldi “avanzati” da quota 100 e reddito di cittadinanza.
Una missione che il presidente del Consiglio si era dato con l’avallo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e guardata con simpatia anche a Francoforte, dove Mario Draghi da qualche tempo comincia a dimostrare insofferenza nei confronti delle opzioni di finanza creativa come i minibot, ma che rischia di infrangersi nelle difficoltà  oggettiva di una politica il cui orizzonte temporale di lungo periodo è domani mattina. Carmelo Lopapa su Repubblica racconta che il presidente del Consiglio ha messo sul tavolo l’offerta con annessa minaccia di dimissioni:
Gioca d’anticipo, perchè non ha altra via d’uscita. Mette subito in chiaro i suoi paletti: non accetterà  di ritrovarsi a trattare con la Commissione mentre Salvini o Di Maio lo impallinano con un Facebook live. Per questo, chiede una delega in bianco ai due ministri. E la pretende pubblica, immediata, definitiva.
«Perchè stavolta, a differenza dell’ultima legge di bilancio, sarà  difficile evitare la procedura. In Europa il clima è cambiato, serve un miracolo».
Senza mandato pieno, insiste, si dice pronto a consegnare il pallino al Quirinale. A cui per paradosso proprio lui — “l’avvocato del popolo” — ormai guarda come unico faro nella notte populista.
I due però non sono sembrati poi così impressionati, anzi:
Il pressing dei due vice e la resistenza del presidente del Consiglio confliggono violentemente attorno al tavolo del salone presidenziale. Salvini sceglie il registro di sempre, quello degli slogan. «Tu puoi trattare a nome del governo — il senso del suo ragionamento — ma devi tenere il punto. Non possiamo cedere su tutto, dare l’impressione di accettare i diktat di Bruxelles». E Di Maio: «Devi difendere gli italiani, alzare la voce!». Conte tiene il punto. Disponibile a trattare, ma mettendo paletti anche sulla flat tax che è invece priorità  leghista. «E comunque — ribadisce, citando il ministro dell’Economia Giovanni Tria — non potrà  essere fatta in deficit».
Ma c’è un punto dirimente che il trattativista Conte non può ignorare: la realtà  è fatta di numeri e impegni da assumere. In particolare, ci vogliono tre miliardi e una manovra correttiva da offrire alla Commissione Europea. Se l’Italia non si muove, arriva la procedura d’infrazione. E con essa, visto che nel frattempo ci sono 24 miliardi di clausole IVA da annullare e 30 miliardi di promesse sulla flat tax da mantenere, anche il ritorno della paura dello spread. Amedeo La Mattina su La Stampa spiega che il punto è sempre lo stesso:
Come trovare un’intesa con l’Europa è ancora un punto interrogativo. Ma qualche idea già  c’è: ad esempio spiegando di avere qualche risparmio in più da Quota 100 e reddito di cittadinanza (circa 3 miliardi) che si potrebbe investire in un assestamento di bilancio per ridurre quel debito oggetto della procedura d’infrazione. O, ancora, si sta cercando di verificare se ci siano entrate maggiori del previsto.
Una strada di dialogo su cui Conte sa di avere la benedizione del presidente Sergio Mattarella. Dal Colle più alto il capo dello Stato osserva e tace, ma spera che la linea del premier sia sposata anche da Salvini e Di Maio. Chi lo conosce bene, però, è convinto che non gradisca il fatto di essere tirato in ballo continuamente, come fosse attore di una vicenda che, invece, riguarda solo il governo.
Il vertice a Palazzo Chigi non si conclude con una fumata bianca. E a Conte a questo punto non resta che una strada: quella di dare le dimissioni. Ma in Italia le dimissioni non si danno mai, si minacciano e basta perchè se si minacciano c’è il rischio che qualcuno le accetti.

(da “NextQuotidiano“)

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VERTICE ROVENTE, SALVINI E DI MAIO CONTRO CONTE, MA IL PREMIER RESISTE

Giugno 11th, 2019 Riccardo Fucile

“SULLA UE E TASSA SI FA COME DICIAMO NOI”: L’ARROGANZA DEI DUE NEMICI DEGLI ITALIANI CHE VOGLIONO IL FALLIMENTO DEL PAESE

Manca un quarto d’ora a mezzanotte. Le scorte, sigarette in bocca, buttano i mozziconi a terra e si precipitano dentro, verso le auto.
Nel cortile di Palazzo Chigi si materializzano Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il primo con la giacca che sembra cucita addosso, anche nell’afa tropicale di Roma, il secondo in camicia bianca.
Camminano l’uno accanto all’altro, si fermano, parlottano, si stringono la mano. È la sceneggiatura di un film studiato bene. Perchè mai i due vicepremier avevano dato vita a simili siparietti nell’unico punto della sede della presidenza del Consiglio ben visibile a fotografi e operatori.
Una pellicola che si completa qualche secondo dopo, quando svaniti dall’inquadratura i due si materializza, solo, Giuseppe Conte, che se ne va.
Il canovaccio nel giro di due settimane si è completamente ribaltato. Lo schema adesso non vede più i leader di Lega e Movimento 5 stelle l’un contro l’altro armati. Sembra il remake di quel che si è già  visto prima con il Def e poi con la manovra: i due partiti a braccetto nello sfidare l’Europa, il premier e il ministro dell’Economia a tirare il freno a mano.
Dal balcone al cortile, lo schema non cambia. Perchè è sulla risposta a Bruxelles, tra procedura di infrazione, manovrina e mini bot, che si è giocata gran parte della discussione . “Non sarò io il presidente che porterà  il paese dritto verso la procedura d’infrazione”, ha messo in chiaro Conte. Un uomo vicinissimo al capo politico M5s allarga le braccia: “Ormai è il signorsì di Bruxelles”.
Sia l’inner circle di Di Maio sia quello di Salvini hanno visto come un dito in un occhio il colloquio concesso al Corriere della Sera in cui ha ribadito di non voler portare il paese allo scontro con l’Europa.
“È bello saperlo dai giornali”, ha ironizzato Salvini con i suoi. Di Maio ha fatto spallucce: “Siamo una repubblica parlamentare, decide il Parlamento, e le forze politiche che sono in maggioranza”.
Nel quartier generale 5 stelle si guarda con preoccupazione alla “tecnicizzazione” di un presidente che ha sempre ribadito il suo voler essere politico, all’incidenza della moral suasion quirinalizia, al fatto che un asse Conte-Tria-Moavero possa nei fatti cambiare la natura dell’esecutivo.
L’intesa sull’agenda messa in scena nel vertice serale è pressochè totale. Tutte e tre le campane accreditano il via libera al decreto sicurezza bis, già  oggi in Consiglio dei ministri, un’accelerazione sul salario minimo, l’orizzonte prioritario del taglio delle tasse.
È qui che però iniziano i problemi. Perchè secondo Palazzo Chigi i due vicepremier vogliono la botte piena e la moglie ubriaca.
“Non si può volere di evitare la procedura d’infrazione e insieme pretendere già  da ora una misura espansiva”. Salvini ha ribadito seccamente un concetto già  ribadito in chiaro: “Io alla logica degli zerovirgola non ci sto, i voti alla Lega arrivano per cambiare sul serio le cose, Europa compresa”.
Appena più sfumata la posizione di Di Maio: “Siamo responsabili, ma non ci facciamo mettere i piedi in testa da nessuno. Abbiamo ascoltato per anni e abbiamo visto i risultati tra tagli alle pensioni e altro ancora. Adesso facciamo in modo che l’Europa ascolti noi”.
“Non ho sentito aut aut”, ha spiegato Conte al suo staff subito dopo l’incontro. E ha spiegato di voler fissare già  in settimana un incontro con Tria e i tecnici del Tesoro. Con i due vicepremier presenti.
Per rendere manifesta la scarsità  di soluzioni creative adottabili in un momento delicatissimo nei rapporti comunitari. E per mettere da subito le carte in tavola in vista di settembre e di una legge di stabilità  su cui grava la pesantissima ipoteca di oltre venti miliardi da trovare per evitare l’aumento dell’Iva.
È per questo che nell’unico accenno fatto durante al vertice sul rimpasto, la sostituzione della poltrona vacante degli Affari europei, rivendicata dalla Lega con il placet stellato, il presidente ha avvertito: “Fino alla chiusura della vicenda sulla procedura d’infrazione le deleghe le tengo in mano io”.
Nel frattempo, a qualche metro da lui sulla facciata di Palazzo Chigi, la bandiera dell’Europa spostata dal vento si attorcigliava sull’asta smettendo di sventolare, mentre i due vicepremier, dopo la stretta di mano in favore di fotografi, si allontanavano in macchina in una Roma notturna immobile come l’afa che l’avvolge.

(da “Huffingtonpost”)

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L’INCHIESTA DI FANPAGE SVELA I RAPPORTI TRA LOBBY, ‘NDRANGHETA E LEGA DI SALVINI: CHI C’E’ NEL BUSINESS DEL COMPOST IN VENETO

Giugno 10th, 2019 Riccardo Fucile

FINANZIAMENTI ALLA LEGA, SENATORI LEGHISTI CON RUOLI DIRIGENZIALI NELLE SOCIETA’, UNA MUNICIPALIZZATA CON UN GIRO DI AFFARI DI 90 MILIONI DI EURO FONDATA DA UN IMPRENDITORE VENETO ARRESTATO PER ‘NDRANGHETA…   E L’OFFERTA DI 300.000 EURO PER UNA CAMPAGNA PUBBLICITARIA SU FANPAGE PER “VEDERE IN ANTEPRIMA I RISULTATI” DELLA NOSTRA INCHIESTA

Il nostro viaggio nella terra del compost parte da Este, una cittadina veneta a pochi chilometri da Padova. È qui che sorge la Società  Estense Servizi Ambientali, più conosciuta con l’acronimo S.e.s.a., un’azienda di rifiuti che ogni anno fa utili per otto milioni di euro.
Cifre importanti per una municipalizzata di un paese con poco più di 16 mila anime. La fortuna di questa società  è stata lanciarsi più di 20 anni fa in un business che prometteva lauti dividendi: il compostaggio industriale, ovvero la trasformazione in terriccio della frazione umida dei rifiuti solidi urbani.
Questo processo permette di guadagnare due volte dagli stessi rifiuti, non solo smaltendo ingenti quantità  di umido, ma anche dalla produzione di energia tramite il biometano.
“Il processo di formazione del compost noi lo dobbiamo immaginare — ci spiega il professore universitario Gianni Tamino, esperto in biologia — come la digestione che avviene nel nostro intestino, solo che al posto dello stomaco qui vengono utilizzati degli enormi digestori anaerobici”.
Il business è semplice: più rifiuti raccogli, più compost produci e più guadagni.
Non è un caso che dalle 386 mila tonnellate del 2011, i rifiuti in ingresso in Sesa sono saliti a 473 mila in cinque anni, con una produzione nel 2018 di 68 mila tonnellate di compost per un fatturato di più di 96 milioni di euro.
Per produrre tutto questo materiale non bastano i rifiuti della bassa padovana, per questo Sesa ha chiuso accordi per importare rifiuti urbani da mezza Italia: in particolare con le aziende della Campania dove la mancanza di impianti di compostaggio fa sì che il 95% della raccolta differenziata debba emigrare fuori regione con un inevitabile levitamento dei costi.
Quando si nomina Sesa non diciamo solo comune di Este, che ne detiene il 51% delle quote, ma anche un privato, Angelo Mandato, veneziano, classe 1966, che, tramite la holding Finam, ne detiene il 49%.
Mandato arriva nella società  estense nel 1995 insieme ad uno dei fondatori, un personaggio molto conosciuto negli ambienti malavitosi dei rifiuti: Sandro Rossato, soprannominato “il Calabrese” per via dei suoi contatti con la ‘ndrangheta, nonostante fosse purosangue veneto.
E’ nel nord est che Rossato aveva costruito un impero tramite società  di rifiuti, dove lo stesso Mandato inizia la sua carriera che lo porta alla nomina di amministratore delegato di quella che sarebbe diventata una delle più grandi aziende d’Europa attive nel mercato della raccolta differenziata e delle bioenergie.
Nel 1995, infatti, quando Rossato diventa il vicepresidente della Sesa, Mandato viene chiamato come consigliere, per poi diventare qualche anno dopo amministratore delegato. Sandro Rossato per nove anni condivide con Mandato la pianificazione degli affari della società  estense prima di lasciare l’incarico di vicepresidente nel 2004, pochi anni prima dell’inizio dei guai con la giustizia.
Nel 2006, “il Calabrese” viene arrestato per la prima volta insieme ad alcuni membri delle famiglie ‘ndranghetiste.
Rossato si salva con un proscioglimento, ma nel 2014 viene arrestato di nuovo all’interno della stessa indagine con l’accusa di essersi aggiudicato con le cosche degli Alampi-Libri appalti illeciti a Reggio Calabria.
Secondo gli inquirenti calabresi che hanno indagato sugli affari del fondatore della Sesa, “Rossato in qualità  di proprietario della Rossato Fortunato Srl (e di altre aziende) si poneva al costante servizio dell’associazione mafiosa per la realizzazione dei suoi fini illeciti ricevendo disposizioni”.
L’indagine calabrese gli costa l’eliminazione delle sue aziende dalla “White list”, per decisione del prefetto di Venezia . Una delle sue società  viene dunque eliminata dalla lista dei fornitori di servizi perchè non considerata immune dal tentativo di infiltrazione mafiosa.
Sandro Rossato muore nel 2015 prima della conclusione del processo. La Sesa rimase esclusa dalle vicende giudiziarie, anche perchè “il Calabrese” non aveva più nessun ruolo nella società , mentre la Finam di Mandato si sostituisce nel 49% delle quote di Sesa che prima erano riconducibili a Rossato.
L’holding di Mandato è la capostipite di un castello di società  che hanno un comune denominatore, l’indirizzo di Mirano, via Stazione, 80. È in questo anonimo civico situato nell’area industriale in provincia di Venezia che trovano sede legale tutte le aziende legate in qualche modo al patron del compost.
La Finam che possiede il 49% di Sesa e che è posseduta al 45% da Mandato. La Biogreen con proprietà  per l’80% di Vallette, società  al 45% di Mandato, oltre ad altre quattro aziende tutte legate alle biomasse e al compostaggio: la Bioman, di cui oltre il 50% è di Finam, la Agriman, controllata sempre da Finam, la Agrival, al 100% di Agriman e la già  citata Vallette.
È scartabellando nella mole gigantesca di documenti raccolti intorno a queste società  che prende forma l’intreccio tra il maleodorante mondo dei rifiuti e quello della politica.
Mentre lavoriamo sulla Sesa scopriamo che un assistente personale di Mandato, Fabrizio Ghedin, classe 1971, oltre ad essere il responsabile delle relazioni esterne della Sesa, è anche consulente del governo gialloverde di Giuseppe Conte.
Nel dicembre 2018, infatti, ha firmato un contratto di collaborazione con la sottosegretaria del Ministro per l’ambiente e la tutela del territorio, la leghista Vannia Gava.
Per questo incarico, come si può leggere dal sito del Ministero delle politiche ambientali, oggi Ghedin gode di uno stipendio di 40 mila euro di soldi pubblici in qualità  di suo assistente per la comunicazione.
In un video istituzionale pubblicato dalla stessa sottosegretaria si sente il suo spin doctor Ghedin ringraziarla per il suo operato a nome dell’intera categoria: “Lei sta svolgendo un’opera di cui tutto il comparto le è riconoscente per aiutare la messa in atto del decreto sul biometano”
Chissà  se il Ministro dell’ambiente, il generale Sergio Costa (vicinissimo al Movimento 5 Stelle), è a conoscenza che a consigliare la sua sottosegretaria sulle politiche ambientali è un consulente che nei video istituzionali parla non nell’interesse pubblico, ma a nome delle aziende private per cui lavora.
Ghedin quando non è nelle aule ministeriali, infatti, è responsabile delle relazioni esterne non solo della Sesa, una delle più grandi aziende europee che investono risorse proprio nel biometano, ma anche della Bioman.
I legami con la Lega di Matteo Salvini
La sottosegretaria Gava e il suo spin doctor non hanno nascosto il loro interesse nel business dei rifiuti, lo si evince anche da un video pubblicato sui social in cui Fabrizio Ghedin accompagna   l’esponente leghista allo stabilimento Bioman di Maniago: “Ho visitato un impianto meraviglioso all’avanguardia. Io credo che questo sia un fiore all’occhiello in Friuli Venezia Giulia e in tutto il territorio nazionale. Dobbiamo guardare in questa direzione se vogliamo considerare il rifiuto non più un problema ma una risorsa”.
La Bioman di Pordenone, con sede sempre nella famosa via di Mirano, produce energia pulita tramite il recupero dei rifiuti che arrivano dalla raccolta differenziata e ha tra i suoi più importanti azionisti la Finam di Angelo Mandato.
Leggendo i nomi del board del gruppo non ci si meraviglierà  a questo punto che un esponente di spicco della Lega vi abbia ricoperto la carica di vice presidente fino a qualche settimana prima delle elezioni europee: il trevigiano Gianpaolo Vallardi, oggi presidente della Commissione agricoltura e produzione agroalimentare in Senato.
Vallardi non è nuovo nel settore green visto che già  nel 2012 dagli scranni dell’aula aveva spinto per incentivare gli investimenti nel settore del compost e della produzione elettrica ottenuta utilizzando il biogas
I legami tra la Lega del vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini e il sistema dello smaltimento dei rifiuti nel Nord Est non si fermano solo alle poltrone di Roma. Perchè oltre agli incarichi istituzionali ci sono anche i soldi che si muovono dal Veneto
La Biogreen, un’azienda agricola che produce biomasse in Veneto, con sede in via Stazione 80 a Mirano, nell’inverno del 2018 ha donato alla Lega 30 mila euro.
Anche dietro questa società  spunta l’ingegner Angelo Mandato che tramite “Vallette” detiene l’80% di Biogreen. Quando abbiamo chiesto se l’ingegner Mandato fosse a conoscenza del finanziamento alla Lega, il suo amministratore unico, Leonardo Tresoldi, si è rifiutato di rispondere, adducendo come motivazione quella di essere un “sostenitore dell’indipendentismo”.
E infine il nome della Lega ritorna nelle elezioni della sindaca di Este, Roberta Gallana, che nel 2016 fu sostenuta nella corsa a uno dei municipi più floridi d’Italia da Lega e Forza Italia e che oggi nel ruolo di primo cittadino si ritrova a possedere il 51% della Sesa, motivo per il quale sarebbe la persona più titolata a parlarne.
A lei avremmo voluto portare le istanze che i suoi concittadini le hanno mosso in questi anni, ma si è tirata indietro di fronte ad una nostra richiesta d’intervista, così come gli altri vertici della società .
La Sesa prova a “controllare” la nostra inchiesta
Ghedin, però, proprio mentre chiedevamo interviste ai responsabili della Sesa, organizza un incontro con la direzione di Fanpage per avanzare un’offerta commerciale con l’obiettivo di controllare la pubblicazione della nostra inchiesta.
Un’offerta commerciale intavolata alla presenza di Angelo Mandato, che conclude il suo discorso passando il testimone al suo sottoposto: “Spero che siamo stati abbastanza chiari, per tutto il resto segue Fabrizio (Ghedin, ndr)”, sono le parole esatte con cui viene lasciata carta bianca a Ghedin per continuare la trattativa.
E, infatti, ecco Ghedin ritornare qualche giorno dopo, liberatosi dai suoi impegni istituzionali, per proporre a Fanpage una campagna da 300 mila euro, in cambio — ci tiene a precisare — “vogliamo solo vedere l’inchiesta prima della pubblicazione, l’importante è che non pensiate che vogliamo comprarvi”.

(da “Fanpage”
)

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IL PROIETTILE RECAPITATO DAI RAZZISTI A PATRONAGGIO E I DELINQUENTI CHE SUI SOCIAL SI RAMMARICANO CHE FOSSE STATO SOLO SPEDITO: “NELLE GAMBE E’ PIU’ EFFICACE”

Giugno 10th, 2019 Riccardo Fucile

C’E’ CHI VUOLE CHE SIA “MANDATO AL CONFINE”, TALMENTE COGLIONE DA NON SAPERE CHE SI DICE “AL CONFINO”… POI QUANDO LI IDENTIFICANO PIAGNUCOLANO

Non piace a sovranisti e patridioti il PM di Agrigento Luigi Patronaggio. Non piace da quando hanno scoperto che è stato lui ad avviare l’inchiesta su Matteo Salvini per il caso Diciotti. Non piace perchè ha aperto un’altra indagine su Salvini e sulla Sea Watch 3. Non piace insomma perchè è un magistrato che indaga sul Capitano. E sappiamo quanto sono suscettibili i fan di Salvini in questi casi.
La notizia di oggi è che a Patronaggio è stata recapitata (un’altra) busta di minacce con dentro un proiettile. Il magistrato vive già  sotto scorta, la protezione gli è stata assegnata negli anni Novanta quando era in servizio a Palermo e faceva parte del pool antimafia.
Eppure ai piccoli commentatori dell’Internet la cosa suona lo stesso incredibile.
Perchè per i sovranari Patronaggio è un nemico del Paese, uno che “aiuta i muslim”. Probabile quindi che la busta se la sia spedita da solo. Una tattica tipica di quelli del PD, e ovviamente Patronaggio viene definito un magistrato “del PD”.
«Vorrà  la scorta rinforzata fa molto radical chic» scrive un arguto e attento esperto di questioni di criminalità  organizzata.
Questo Pm è proprio uno che non si accontenta insomma. E del resto, spiega un altro «dato che si è schierato politicamente perchè ci dobbiamo preoccupare?».
In fondo non siamo mica più negli anni Settanta, scrive. Che sottinteso vuol dire che i tempi in cui alle minacce seguivano le azioni sono ormai passate. Come spiega un altro infatti « a Terranova e Livatino, i proiettili direttamente in corpo; a Chinnici , Falcone e Borsellino direttamente tritolo» a Patronaggio invece solo minacce in busta.
È evidente che siccome il Pm agrigentino non sta “simpatico” a chi sostiene l’attuale governo allora non merita nemmeno la solidarietà  d’ufficio che si è soliti esternare in questi casi.
Anzi, proprio perchè è “un giudice del PD” c’è chi propone di mandarlo al confine (ovvero al confino) assieme alla sua famiglia così da consentirgli di “riflettere e meditare sul mondialismo”.
Per altri invece è tutta una farsa, una commedia una messinscena. Partronaggio vuole continuare a fare quello che fa? Allora si candidi e si faccia eleggere, scrive una commentatrice che non   ha ben chiaro il concetto di separazione dei poteri in uno Stato come il nostro.
Inquietante il commento di una che suggerisce che “il proiettile in busta non serve a nulla, nelle gambe è più efficace“.
Altri sono dello stesso avviso e parlano di “vittima” tra virgolette perchè “chi fa sul serio non manda bossoli”. Tutta la solita “sceneggiatura” fatta in modo che i soliti buonisti accorrano a difendere l’operato del magistrato.
La frase poi si fa confusa ma sembra che l’autore intenda suggerire che Patronaggio non rispetta le leggi indagando su Salvini invece che aprendo inchieste sulle terribili Ong. E anche oggi si è riversato un po’ di odio su Facebook, un altro giorno ben speso a difesa della democrazia.

(da “NextQuotidiano”)

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CUOR DI LEONE LANCIA I MINIBOT E POI NASCONDE LA MANO

Giugno 10th, 2019 Riccardo Fucile

INVECE CHE PAGARE I DEBITI CON CARTA STRACCIA, BASTEREBBE INCASSARE I SOLDI DAGLI EVASORI FISCALI, INVECE CHE FARE CONDONI

Matteo Salvini ha delle idee, ma se non piacciono a Confindustria, alle aziende, alla BCE e alla Commissione Europea ne ha altre.
Dopo aver buttato lì l’ideuzza di pagare i debiti della Pubblica Amministrazione stampando “Minibot” di piccolo taglio, senza scadenza e senza interessi.
La cosa davvero bella dei minibot è che non sono soldi veri e quindi dal punto di vista concettuale è come se una persona che vi deve dei soldi decidesse di pagarvi con i soldi del Monopoli che — ha deciso — valgono tanto quanto il debito che ha con voi.
Ma siccome da che mondo è mondo è il creditore e non il debitore a decidere come e se cartolarizzare un debito la genialata della Lega non è gradita a chi quei soldi li vorrebbe (magari per usarli per pagare dipendenti e fornitori).
Ecco quindi che il nostro Capitano, Ruspa della grande pianura Padana, distruttore di Campi Rom, chiuditore di Porti e leader dell’Europa dei Popoli decide di aprire a possibili soluzioni alternative.
«Siamo disponibilissimi ad accogliere suggerimenti» dice il leader della Lega commentando i tanti mugugni e le reazioni negative su quella che pensava fosse un’idea geniale.
Salvini spiega che «c’è un problema di miliardi di euro di arretrati della Pubblica Amministrazione e vogliamo mettere i soldi nelle tasche delle imprese e dei cittadini. Noi abbiamo proposto un’idea, se ce ne sono di migliori, siamo felici. E lo dico ai “signor no”».
Il vicepremier dimostra quindi di non aver capito un concetto molto semplice: i minibot non sono soldi quindi emettere questi titoli di Stato (che hanno il discutibile vantaggio di non essere conteggiati immediatamente come debito pubblico) non significa “mettere dei soldi nelle tasche delle imprese”.
Ma Salvini non è uno che si perde in chiacchiere e tecnicismi, quello che conta per lui è il risultato. «Io bado alla sostanza e non alla forma, a me interessa l’obiettivo, noi abbiamo proposto un’idea che è nel contratto di governo, se ci sono idee migliori siamo felici», convinto come è che i minibot «sono migliaia di euro che entrano nel circuito reale dell’economia». Cosa che naturalmente è falsa visto che non si tratta di moneta, nè potrebbero esserlo.
Che si decidano: servono per mettere migliaia di euro nelle tasche degli italiani, servono per pagare i debiti della PA, servono per preparare l’uscita dall’Euro (di cui non si può parlare altrimenti ci scoprono) oppure servono per fare la vocetta grossa in Europa? Quando al governo si saranno decisi sulla questione teleologica dei minibot ci facciano sapere. Poi se riescono a pagare i debiti della Pubblica Amministrazione con soldi veri è meglio.
Basterebbe far pagare agli evasori fiscali le tasse e lo Stato avrebbe denaro in abbondanza per pagare non solo tutti i debiti, ma dare pure l’anticipo per futuri lavori.
Dimenticavano che questo è il governo dei condoni fiscali: gli evasori li premia.

(da “NextQuotidiano”)

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AMA IL PROSSIMO TUO: I BRAVI SEDICENTI CATTOLICI LEGHISTI PICCHIANO IL GIOVANE CHE CITA IL VANGELO A CREMONA

Giugno 10th, 2019 Riccardo Fucile

INDEGNO COMMENTO DI SALVINI DAL PALCO MENTRE DIECI DELINQUENTI SI ACCANIVANO CONTRO UN GIOVANE DELL’ORATORIO

Un ragazzo è stato picchiato dai militanti e attivisti della Lega durante il comizio di Matteo Salvini a Cremona. La sua colpa? Aver “provocato” i sostenitori del ministro dell’Interno mostrando una sciarpa bianca con scritto ama il prossimo tuo come te stesso. Schiaffi, calci, pugni e spintoni nei confronti di un ragazzo inerme che non stava inneggiando a Stalin, a Juncker o alla Boldrini con Salvini e che a quanto pare frequenta il vicino oratorio.
Tutto tranne che un pericoloso comunista o black bloc insomma, ma per Salvini è indifferente. Anzi: quel ragazzo non deve nemmeno essere uno dei sessanta milioni di figli di Salvini visto che dal Palco il titolare del Viminale si è divertito a sfottere quel “poverino” di un comunista: «lasciatelo da solo poverino, un applauso a un comunista, non ci divertiamo se non c’è almeno un comunista ai giardinetti». Bell’atteggiamento da padre responsabile.
Ma al di là  dell’episodio si dimostra per l’ennesima volta come il popolo della Lega se ne freghi degli insegnamenti evangelici.
Eppure quasi su ogni palco e ad ogni intervista il leader della Lega fa bella mostra di rosari, crocefissi, icone sacre, foto di Padre Pio e copie del Vangelo. Ed è proprio in quel libro che Salvini agita in faccia alle folle adoranti come se fosse un pezzo di carne sanguinolenta da utilizzare per aizzare la sua Bestia che è contenuta la frase scritta sul “pezzo di carta igienica” mostrato a Cremona.
Una frase che aveva già  fatto capolino durante la manifestazione della Lega di Piazza del Popolo a Roma nel dicembre 2018. All’epoca un altro ragazzo aveva scelto di andare in piazza con un cartello con scritto ama il prossimo tuo.
La Digos e la Polizia intervennero per portare di peso quella persona fuori dalla manifestazione. Ma davvero quella frase può essere una provocazione per i leghisti. In fondo il cattolicissimo ministro della Famiglia Lorenzo Fontana ne ha già  spiegato il senso. Il prossimo non è mica il migrante, il povero o quello che vive nelle baracche dei campi Rom. No, il prossimo è quello che ti è vicino geograficamente (e culturalmente, quindi attenzione ad aiutare il vicino di casa musulmano). Insomma per i leghisti “ama il prossimo tuo” significa prima gli italiani.
Ma anche prendendo per buona questa curiosa interpretazione non si spiega come mai un ragazzo italiano sia stato identificato come nemico per il solo fatto che stava citando una frase del Vangelo.
E non si capisce bene a cosa serva giurare sul Vangelo davanti ai tuoi elettori se questi dimostrano di non conoscere e comprendere il senso del comandamento nuovo che Gesù ha lasciato ai cristiani.
Qualcuno potrebbe dire che alla fine la la lezione di Cristo può essere riassunta con poche parole: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi. Chi non ha capito questo può anche buttare la sua copia del Vangelo e smettere di difendere le radici cristiane da invasioni immaginarie.
Stupisce soprattutto il silenzio di cattolici coraggiosi come Simone Pillon, persone sempre pronte a denunziare casi di “oscuramento” dei simboli religiosi e a condannare “l’agire politico della sinistra anticristiana” nemica dei “nostri simboli”.
Commentando un fatto di cronaca oggi Pillon scrive che per la sinistra il crocifisso è “considerato divisivo, arcaico, demodè”. Ma il vantaggio del crocifisso è che non può parlare. Perchè se parlasse direbbe ama il prossimo tuo e probabilmente finirebbe cacciato da una manifestazione della Lega. Difendiamo le nostre radici da chi le vorrebbe cancellare riducendole a simboli vuoti senza significato, difendiamo le nostre radici da chi le usa solo per fini politici, difendiamo le nostre radici dalla Lega.

(da agenzie)

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QUANDO ERAVAMO NOI I MIGRANTI: MILLE STORIE ITALIANE IN UN ARCHIVIO

Giugno 10th, 2019 Riccardo Fucile

NASCE “ITALIANI ALL’ESTERO, I DIARI RACCONTANO”: UN SITO PER NAVIGARE, STORIE DIMENTICATE DI DISCRIMINAZIONE, DOLORE, CORAGGIO E VOGLIA DI RIPARTIRE

Ci sono i transatlantici entrati nella storia della navigazione e le banchine di porti che oggi vedono solo container. C’è il coraggio di partire e c’è la voglia di raccontare come, alla fine, si è riusciti a farcela, a garantire un futuro a sè stessi e ai propri figli. C’è sofferenza e disperazione, ma anche speranza e spregiudicatezza. Ci sono generosità  ed egoismo, amore e violenza.
Sono mille storie di italiani che al di là  dei confini della penisola hanno cercato un po’ di quel benessere che in patria non trovavano. O che hanno soddisfatto il loro desidero di aiutare il prossimo, di vivere un’avventura, di arricchire il proprio bagaglio di esperienze.
Mille storie che da oggi, lunedì 10 giugno, sono a disposizione di tutti su un sito dal titolo semplice e diretto: “Italiani all’estero. I diari raccontano”.
Si tratta di un sito nato dalla collaborazione tra un ministero e un luogo dove da decenni si conservano i diari, le memorie e le lettere che, a oggi, novemila italiani hanno deciso di non tenere per sè ma di mettere a disposizione di chi voglia conoscere, attraverso i percorsi individuali, pezzi di storia del nostro paese.
Il ministero è quello degli Affari esteri, la Farnesina, in particolare la direzione generale che si occupa degli italiani all’estero e delle politiche migratorie.
Il luogo dei diari è l’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano fondato nel 1984 dal giornalista Saverio Tutino, per dieci anni inviato di Repubblica.
Aprendo il sito, ma verrebbe da chiamarlo scrigno per il senso di intimità  e di preziosità  trasmesso dai testi che contiene, ci si imbatte subito in quello che è senz’altro il principale strumento di navigazione.
La carta geografica del mondo cosparsa di tanti pallini verdi che sono le chiavi per entrare nelle mille storie dello scrigno. Centinaia in Europa e Sud America. Poi il Canada e gli Stati Uniti, l’Australia, l’Estremo oriente, l’Africa, non solo i paesi occupati nel passato dall’Italia, ma anche Congo, Ruanda, Burundi. E ancora: Yemen, Arabia Saudita, Turchia, India, Pakistan…
Per iniziare ci si può lasciar guidare, nel viaggio di scoperta che si inizia aprendo “I diari raccontano”, dalla densità  delle storie. Si arriva subito nel cuore dell’Europa, nel quadrilatero più famoso e più dolente dell’emigrazione italiana: Francia, Belgio, Germania e Svizzera. I brani selezionati tra migliaia e migliaia di pagine conservate a Pieve raccontano le partenze in treni speciali dopo aver fatto tutta la trafila burocratica necessaria per ottenere un posto di lavoro.
Una volta arrivati si annotano le discriminazioni subite, le piccole e grandi umiliazioni. Ma anche i successi che a molti hanno consentito di tornare a casa meno poveri. Si annotano sul quaderno o solo dentro di sè per ritirarle fuori anni dopo, quando si deciderà  di scrivere la storia della propria vita.
Poi le miniere, il sentiero di sudore e sangue che ha unito l’Italia alle viscere dei paesi ricchi di carbone. Prima di tutto il Belgio, il sentiero più recente, e di cui è emblema la tragedia di Marcinelle, la miniera in cui, nel 1956, morirono, tra gli altri, 136 immigrati italiani.
Ludovico Molari era lì e racconta quando si trova davanti alla bara del fratello “dove in un biglietto sopra il coperchio c’è il nome di Molari Antonio riconosciuto per la mancanza della prima falange del dito anulare della mano sinistra e dall’abbigliamento”.
Quasi 50 anni prima un’altra miniera e altri morti, al di là  dell’Atlantico, a Cherry, Illinois, Stati Uniti d’America. Antenore Quartaroli ha seguito il sentiero del carbone ed è lì nel novembre del 1909 quando un incendio nelle gallerie uccide 259 minatori tra cui 73 italiani, per buona parte emiliani come Antenore che è arrivato nell’Illinois dalla provincia di Reggio Emilia.
Antenore resta sepolto vivo per otto giorni e racconta così il suo ritorno alla vita: “Sempre all’oscuro si siamo incaminati di nuovo fatto una cinquantina di metri vi era una volta via e arrivati in quella posizione con gran gioia abbiamo scoperto che vicino al pozzo d’usita vi era Gente che lavorava… il primo che io conobi fu mio Cognato Giulio Castelli che quel giorno era a lavorare nel lavoro di Salvattaggio”.
Lasciarsi trasportare dai pallini verdi della mappa dei “Diari raccontano” porta anche ai giorni e ai luoghi segnati nel calendario della storia.
A piazza Tienanmen il giorno della rivolta contro il regime. In Kuwait nei giorni dell’invasione irachena. A Bruxelles quando i tedeschi la invadono nel 1914. In Francia il 10 giugno del 1940 quando gli italiani che lavoravano là  da amici diventano, in un minuto, i “nemici”. In Vietnam con la divisa della Legione straniera. Ma anche più indietro nel tempo. Tutto da leggere il racconto di un garibaldino nato a Vicenza che si imbarca per gli Stati Uniti e combatte la guerra di secessione americana in un reggimento di cavalleria.
La storia di emigrazione più antica conservata a Pieve è quella di Angelo Rebay, nato sulla riva del lago di Como nel 1788. Di lui non ci sono fotografie ma un ritratto fatto da una nuora. Per 11 anni, dal 1800 al 1811 cercò fortuna in Germania insieme a suo fratello per poi tornare a vivere nel suo paese, Pognana Lario.
Prima di “Gli italiani all’estero. I diari raccontano”, ideato da Nicola Maranesi e di cui chi scrive è consulente editoriale, l’archivio di Pieve Santo Stefano aveva realizzato, con L’Espresso e i quotidiani locali del gruppo, un sito che ne è sicuramente il genitore, o il prototipo: “La Grande Guerra 1914-1918”.
E così come quello dedicato alla guerra anche questo dà  il via a un progetto aperto. Utilizzando un’apposita pagina del sito si potrà  arricchirlo inviando le testimonianze di emigrazione personali o di propri antenati. Testimonianze che verranno pubblicate ed entreranno a far parte del patrimonio dell’archivio diaristico di Pieve Santo Stefano.

(da agenzie)

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