Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
STAVA DOCUMENTANDO IL PRESIDIO DAVANTI AL CPR DI TORINO E AVEVA RIPRESO LE FOLLI MANGANELLATE DELLA POLIZIA A DUE RAGAZZI INERMI
Si chiama Roberto Chiazza, è un reporter e ieri sera ha raggiunto il presidio convocato all’esterno del Centro di Permanenza e Rimpatrio di Torino per documentare la protesta contro la morte di un detenuto di 32 anni.
Roberto aveva con sè la sua macchina fotografica, lo strumento con cui lavora, e dopo essersi qualificato agli agenti di polizia in assetto antisommossa come un giornalista ha iniziato a fare delle riprese: “La situazione era tutto sommato molto tranquilla. I manifestanti stavano urlando degli slogan di solidarietà con i migranti all’interno del CPR. Frasi contro il razzismo e per la loro liberazione, niente di violento. Dopo mezz’ora il presidio si è spostato da corso Brunelleschia via Monginevro e io l’ho seguito. Come si può vedere dal video, ero accanto al cordone delle forze dell’ordine.
Poi cosa è successo?
I manifestanti stavano defluendo. Non c’erano stati nè scontri nè violenze, solo slogan, ma all’improvviso un poliziotto ha dato l’ordine di caricare a freddo. Ho iniziato a registrare. Ho ripreso il momento in cui gli agenti manganellavano un ragazzo in bicicletta e un altro con le mani alzate, inerme.
E’ stato in quel momento che sei stato colpito?
Sì, in quel momento lo stesso agente che aveva dato il via alla repressione si è avvicinato a me, mi ha dato una manata in faccia, un calcio a una mano e poi ha colpito la macchina fotografica danneggiando il motore della messa a fuoco automatica. Un danno importante, soprattutto per chi come me lavora usando una macchina fotografica. Per fortuna un gruppo di ragazzi torinesi ha già organizzato una cena per aiutarmi nel pagamento della riparazione. Come se non bastasse mi ha intimato di sparire.
Pensi che sia stato violato il tuo diritto di raccontare quello che stava avvenendo?
Sono molto amareggiato. Ho avuto la sensazione che i poliziotti non stessero intervenendo per risolvere una situazione di pericolo, ma quasi mossi da motivazioni “personali”. Erano carichi di rabbia. Mi è stato riferito, ma non l’ho visto personalmente, che uno di loro a un certo punto ha lasciato il manganello e ha sfidato i manifestanti a mani nude, mostrando i pugni. E’ assurdo. Quelle persone stavano protestando per una tragedia che si era consumata poche ore prima, con un ragazzo morto in circostanze non chiare.
(da “FanPage”)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
COME I CRIMINALI DI PINOCHET CHE SPEZZAVANO LE DITA AL CANTAUTORE VICTOR JARA
Tra qualche anno, forse più di cinque, sicuramente meno di dieci, la notizia che nel 2019
qualcuno volesse ritirare la patente nautica a Tommaso Stella, il capitan Tommy di Mediterranea ci farà lo stesso effetto straniante dei roghi e delle corde saponate agitate dal Ku Klux Klan contro i bianchi che aiutavano i neri in Alabama.
Ci chiederemo: ma è accaduto davvero? E ci domanderemo, come è successo a molti democratici silenti negli anni sessanta del secolo scorso: ma io ho fatto sentire la mia voce? Io ho protestato come potevo?
L’idea che un capitano che salva dai fondali del Mediterraneo e dalla morte certa 54 vite sia multato per 16mila euro è già in se inquietante. Ma l’idea che questo salvataggio possa portare qualcuno ad agire per distruggerlo e togliergli il suo lavoro per sempre è una idea quasi oscena, miseria che fa ribollire il sangue.
Tuttavia sta accadendo: la patente nautica di capitan Tommaso in queste ore viene sospesa: visto che hai raccolto i naufraghi, adesso non potrai più navigare.
Mi vengono in mente i gorilla di Pinochet che nello stadio di Santiago, nel settembre de 1973 spezzavano le mani del cantautore Victor Jara, per dare una lezione a tutti quelli che avevano amato la sua musica è le sue idee di uomo libero.
Per far capire con una immagine che il vento era cambiato: “Adesso facci vedere come suoni la tua chitarra”.
Visto che le Ong in questi mesi hanno salvato poco più di 200 migranti su 3mila, mentre gli altri li ha tratti in salvo la Marina italiana nelle diverse declinazioni dei suoi corpi, dovremmo prendere in considerazione l’idea che se si seguisse lo stesso parametro, un intero esercito dovrebbe essere degradato e tradotto in catene davanti alla Corte Marziale.
Entrambi infatti — i civili e i militari — obbediscono ai principi della dichiarazione dei diritti dell’uomo, a quelli della Costituzione italiana e alla legge del mare. Entrambi hanno fatto sbarcare donne e bambini.
Dunque non è chiaro la ratio di questo feroce ribaltamento di senso, che suona più o meno così: 1) Non ci va bene che salvi i neri. 2) Non ci va bene che tu li salvi e li fai approdare in Italia (invece di riportarli nel lager da cui provengono o in un paese che non riconosce i diritti dell’uomo). 3) Non possiamo accettare che a farlo sia una Ong.
Perchè il tacito sottinteso è che se una Ong salva delle vite, qualcun altro le aveva trascurate. Quindi bisogna spaccare le gambe ai volontari delle Ong, bisogna punire chi collabora con loro, perchè solo facendo sparire le Ong dal Mediterraneo spariranno i testimoni e le prove della vergogna europea.
Ovvero l’indifferenza al dolore dell’Africa, la complicità con le dittature più feroci, la responsabilità nei conflitti, il rifornimento delle armi nei paesi delle guerre civili, lo sfruttamento delle ricchezze e — infine — il desiderio di voltarsi da un altra parte mentre uomini donne e bambini rischiano di affogare perchè fuggono ai trafficanti di uomini.
Tommaso Stella ha raccontato con parole moto semplici, a Stefano Mensurati di La Repubblica cosa lo ha mosso: “Ho guidato le barche più belle e più ricche del mondo, ma non mi dimentico da dove vengo: ho voluto aiutare i più deboli”.
Non ha guadagnato nulla per la sua missione, ha agito da volontario. Ha preso il mare su una barca da ricognizione traendo in salvo persone che stavano andando a fondo, e gestendo una situazione di emergenza, con 80 tra naufraghi ed equipaggio ammassati su una barca da venti metri.
Potete togliergli la patente nautica, forse. Non potete scalfire la sua dignità .
Potete agitare le corde saponate, sequestrare le navi, forse.
Ma non vi salverete dalla vergogna che più ferisce.
Quella che i vostri figli proveranno sapendo che in questo squarcio di secolo eravate ad applaudire, e non a combattere.
Luca Telese
(da TPI)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
SOLO UN MIGRANTE SU DIECI ARRIVA IN ITALIA CON LE ONG… NEI PRIMI SEI MESI VIA MARE NE SONO ARRIVATI OLTRE 4.000 (PIU’ QUELLI CHE NESSUNO HA VISTO)… DALLA SLOVENIA ALTRI 3.000
Solo un migrante su dieci arriva in Italia con le Ong. Nel 2019, con sei sbarchi, le navi hanno portato a terra solo 297 persone sulle 3.082 approdate in Italia nei primi sei mesi dell’anno, ovvero meno del 10 per cento.
Gli altri arrivano attraverso gli sbarchi-fantasma.
Questi sono i numeri sul tavolo del ministero dell’Interno, che dimostrano come mentre Matteo Salvini fa la guardia alle navi delle ONG gli sbarchi fantasma continuano in gran parte dell’Italia del Sud attraverso i barchini e i rintracci a terra: 1284 soltanto in Sicilia, 540 in Calabria, 349 in Puglia e così via
Poi ci sono i rintracci a terra, che hanno portato 425 sbarcati in Sicilia, 296 in Puglia e 277 in Calabria.
Spiega oggi Alessandra Ziniti su Repubblica che da mesi Salvini ha ben chiaro che i trafficanti libici e tunisini hanno cambiato il loro modus operandi spedendo i migranti o su barchini spesso agevolati da navi madri o su pescherecci solidi che partono dalle spiagge di confine tra Libia e Tunisia e non hanno difficoltà ad entrare indisturbati in acque italiane.
E lì il gioco è fatto. O si arriva direttamente a terra ( a Lampedusa o sulle coste dell’Agrigentino) o si viene intercettati dalle motovedette italiane che, a quel punto, non possono fare altro che trainare in porto le imbarcazioni.
Anche qui i numeri dei primi sei mesi del 2019 non lasciano spazio ad interpretazioni. Sono ben più di due terzi, esattamente 2.486 dei 3.082, i migranti arrivati in Italia così, quasi tutti migranti economici che (se i rimpatri fermi a quota 2.839 funzionassero) dovrebbero essere rispediti indietro.
Ed è un numero per difetto perchè, ovviamente, una parte delle persone arrivate con i cosiddetti sbarchi fantasma riesce a dileguarsi a terra senza essere intercettata dal le forze dell’ordine.
E se c’è qualche imbarcazione da definire «non inoffensiva per la sicurezza nazionale», come recita la formula che sta alla base del divieto di ingresso in acque italiane per le navi che trasportano migranti, sono proprio queste.
Gli sbarchi, tra l’altro, continuano. Dopo i 10 approdati in Sicilia due giorni fa, ieri ne sono arrivati altri 19 a bordo di una piccola imbarcazione. E in 47 arriveranno a Pozzallo, dopo essere stati soccorsi dalle motovedette della Guardia costiera e della Finanza.
(da “NextQuotidiano“)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
LA PROCURA DI AGRIGENTO TRAMUTA IL SEQUESTRO DELLA ALEX DA PREVENTIVO A PROBATORIO, ALTRO SCHIAFFO A SALVINI… ARRIVATI ALTRI 47 PROFUGHI A POZZALLO
La lotteria dei soccorsi in mare è già ripresa. In 47 sono stati portati a Pozzallo nella notte da
una motovedetta italiana e in 44 sono stati soccorsi all’alba dalla Alan Kurdi , la nave della Ong tedesca Sea eye in zona Sar maltese e dovrebbero essere sbarcati a La Valletta nelle prossime ore.
Così riferisce la Sea eye, secondo cui una nave della Marina maltese andrà a prendere i migranti e li porterà a terra. Il soccorso, infatti, sarebbe avvenuto sotto il coordinamento delle autorità maltesi che proprio due giorni fa avevano acconsentito a far scendere altri 65 migranti salvati dalla nave umanitaria e che sono già stati redistribuiti tra vari Paesi europei.
Tra le 44 persone salvate ci sono quattro donne e tre bambini. I migranti hanno raccontato di essere in viaggio da sabato scorso e di aver finito il carburante.
Concluso intanto a Pozzallo lo sbarco dei migranti che erano a bordo del pattugliatore della Guardia di Finanza. Nessun al momento è stato ospedalizzato mentre sono in corso le procedure di identificazione con personale Frontex presso l’hot spot della città siciliana.
Una parte dei migranti sbarcati (circa il cinquanta per cento è di origini tunisine) non sarebbe transitata dalle cosidette ‘connection house’ libiche, i centri di detenzione da cui i trafficanti fanno partire i migranti. Lo riferiscono fonti di polizia. Apparentemente a Pozzallo non sarebbero sbarcati minori ma la certezza si avrà al completamento delle procedure
L’imbarcazione era stata intercettata ieri pomeriggio in acque italiane mentre si dirigeva alla volta di Lampedusa e, come ormai accade quasi quotidianamente, alle motovedette italiane non è rimasto altro da fare che accompagnarla verso le nostre coste.
E’ stato però deciso di deviare sulla più lontana Pozzallo perchè l’hot spot di Lampedusa è da giorni in overbooking. Ben oltre 200 le persone che vi sono ospitate a causa degli sbarchi quotidiani che, come denuncia il sindaco Salvatore Martello, vanno avanti da mesi senza che al Viminale nessuno se ne preoccupi.
Martello ha denunciato di aver più volte scritto e chiesto di essere ricevuto dal ministro Salvini ma di non avere mai ricevuto neanche risposta. E ieri ha accusato anche la Rai di volerlo censurare. ” Uno degli inviati delle testate presenti a Lampedusa – ha denunciato – mi ha detto di aver ricevuto indicazioni di non intervistarmi”.
A Lampedusa è ancora ferma la Alex, la barca a vela di Mediterranea sottoposta ad un duplice sequestro: penale, di iniziativa della Guardia di finanza che ieri è stato convalidato dalla Procura di Agrigento che l’ha però tramutato da preventivo a probatorio ( cioè legato esclusivamente al tempo necessario alla raccolta delle prove), ma anche amministrativo a firma del prefetto di Agrigento che ha applicato il decreto sicurezza bis contestando alla Ong una doppia violazione del divieto di ingresso in acque italiane.
Secondo il verbale che è stato notificato a Mediterranea, infatti, la nave prima di entrare verso il porto di Lampedusa, avrebbe scarrocciato per circa 500 metri il giorno prima quando era ferma al confine delle acque territoriali. Una contestazione che i legali di Mediterranea impugneranno e che è costata anche il raddoppio della multa, circa 65.000 euro.
Per far fronte alle spese legali, Mediterranea Saving Humans ha aperto un crowfunding su Facebook e ha già raccolto oltre 33.000 euro di donazioni.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
CON QUESTA LEGGE ELETTORALE NON CONTANO SOLO I VOTI MA COME SONO DISTRIBUITI SUL TERRITORIO
Il Sole 24 Ore riepiloga oggi gli ultimi sondaggi degli istituti che danno Lega e Fratelli d’Italia tra il 40 e il 45 per cento.
In questa ottica c’è però da segnalare che non è tutto oro quello che luccica dalle parti di Fratelli d’Italia, come segnala Alessandra Ghisleri: «Meloni soffre per la concorrenza dei messaggi leghisti che si sovrappongono ai suoi stessi temi. Per questo motivo Fdi è costretto a virare verso messaggi più duri e ancora più orientati a destra per non farsi cannibalizzare da Salvini».
Roberto D’Alimonte, sulla scorta dei conti sulla maggioranza assoluta con il Rosatellum fatti all’epoca, spiega che con questo sistema elettorale non basta contare i voti. Bisogna vedere come sono distribuiti.
Rispetto alla coalizione di centro-destra del 2018 la coalizione Salvini-Meloni può puntare a vincere un numero maggiore di collegi uninominali al Sud.
Come abbiamo visto recentemente la Lega di Salvini è cresciuta in questa parte del Paese e il Movimento è calato. Lega e Fdi possono contare approssimativamente su un 30-35% dei voti. Potrebbero essere sufficienti per strappare al Movimento una quota significativa di seggi, tale da garantire la maggioranza assoluta a livello nazionale. Ma non è detto. In un contesto tripolare l’esito del voto nei collegi è una lotteria.
E poi esiste sempre il rischio che M5S e Pd trovino una intesa, anche solo parziale, nei collegi del Sud. Una sorta di patto di desistenza che potrebbe cambiare le carte in tavola.
Al momento non sembra un rischio molto probabile, visti i rapporti, ma non si sa mai. In più Salvini non può non tener conto del fatto che il M5s farebbe una dura campagna contro la Lega del Nord che vuole prendersi i voti del Sud per fare l’autonomia.
In sintesi, i pronostici sono favorevoli alla destra. Ma la partita delle elezioni anticipate non ha ancora un esito scontato.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
NEL MIRINO NON SOLO FORZA NUOVA MA ANCHE LEGIO SUBALPINA… SEQUESTRATO DIVERSO MATERIALE
È in corso, da questa mattina, un’operazione della Digos di Torino nell’ambito della destra
oltranzista, con diverse perquisizioni di abitazioni e sedi di militanti d’area di Torino e Ivrea.
Il blitz è scattato nella sede cittadina di Legio Subalpina, in corso Allamano, nelle abitazioni di militanti di Forza Nuova e di rappresentanti del gruppo di estrema destra Rebel Firm di Ivrea.
Un controllo dopo quello dello scorso 20 giugno nella sede torinese di Forza Nuova, la sede di Rebel Firm e le case di quattro militanti tra Torino e Cuneo.
Luigi Cortese, coordinatore cittadino di Forza Nuova, era stato denunciato per apologia di fascismo.
Tra i gruppi perquisiti questa mattina c’è anche l’ultimo arrivato in città , la Legio Subalpina di corso Allamano, centro di estrema destra di origine milanese inaugurato a marzo anche a Torino con una festa che aveva portato interi bus di militanti dal capoluogo lombardo.
Durante l’operazione era stato rinvenuto e sequestrato diverso materiale come mazze da baseball e 25 scudi in plexiglass recanti emblemi di estrema destra.
Sono dieci le perquisizioni che la polizia sta eseguendo da questa mattina all’alba nei confronti di altrettanti militanti dell’area di estrema destra, appartenenti a Forza Nuova, ai Rebel Firm di Ivrea, nel torinese, e alla compagine tornese d’area skinhead ‘Legio Subalpina’.
L’operazione ad opera della Digos insieme a personale della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, che verrà estesa anche alla sede di quest’ultimo sodalizio, costituisce l’esito di ulteriori approfondimenti investigativi condotti dalla Digos di Torino nei confronti di alcuni attivisti di Forza Nuova indagati per apologia di fascismo e sfociata lo scorso 20 giugno in analoghe perquisizioni che hanno interessato anche la sede forzanovista torinese e quella di Rebel Firm.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
CON IL 31,5% DEI VOTI HA RECUPERATO 5 PUNTI RISPETTO ALLE EUROPEE… IL CENTROSINISTRA AVREBBE LA MAGGIORANZA SE NON SI FOSSE PRESENTATO DIVISO
Un’economia che cresce da tre anni ininterrottamente, a un ritmo più elevato della media dell’Eurozona.
Investimenti che a fine anno dovrebbero raggiungere il 10,1% del Pil, dieci volte quanto previsto dall’Italia.
Un tasso di disoccupazione passato da quasi il 25% al 16,8% previsto per il 2020. E se nel 2015, al massimo della sua ascesa politica, Syriza aveva ottenuto 1,9 milioni di voti, dopo 4 anni di governo gli elettori sono stati quasi 1,8 milioni.
Un calo di consensi per l’ormai ex premier ellenico Alexis Tsipras che non è certo quel tramonto politico o quella “punizione per l’austerity” che i media di mezza Europa si sono affrettati a bollare subito dopo i primi risultati delle elezioni in Grecia.
Le urne, è vero, hanno decretato la vittoria del partito di centrodestra Nuova Democrazia guidato Kyriakos Mitsotaki con quasi il 40% dei voti. Ma i numeri dicono che Tsipras “non esce di sicuro con le ossa rotte”, per dirla con il giovane ministro dell’Interno uscente Alexis Charizis.
Chi preannunciava la morte politica del partito di Tsipras dopo quattro anni di governo e soprattutto dopo aver abbandonato il muro contro muro con Bruxelles e la Troika, avviando un percorso di riforme contestato dalla sinistra estrema ai moderati di centrodestra (per opposte ragioni), si è dovuto ricredere.
Syriza è rimasto in piedi e ha raccolto intorno a sè un terzo dei voti del Paese.
Se il centrosinistra in Grecia è ancora vivo, il merito è anche, se non soprattutto, di Tsipras. I socialisti del Pasok, che insieme a Nuova Democrazia hanno governato il Paese prima dell’arrivo di Syriza, hanno cambiato nome e creato un nuovo soggetto, Kinima Allagis, allargato ad altri pezzi del centrosinistra. Ma si sono fermati all’8,1%.
Le forze tacciate di populismo di sinistra, dal Partito comunista al movimento MeRA25 dell’ex ministro Yanis Varoufakis, hanno ottenuto rispettivamente il 5,3% e il 3,4%. In altre parole, non c’è stata quell’emorragia di voti verso questi soggetti che si pensava potesse avvenire con le scelte ‘riformiste’ di Tsipras.
Anche il populismo di destra è andato male: gli ultra-cattolici e pro-Russia di Elliniki Lysi hanno raccolto appena il 3,7%, mentre gli estremisti di Alba Dorata non hanno superato la soglia di sbarramento e resteranno fuori dal Parlamento greco.
In termini assoluti, il centronistra ellenico unito sarebbe la maggioranza del Paese. E questo dato non potrà non condizionare le scelte future del premier in pectore Mitsotaki.
Ma i numeri più importanti per misura l’operato di Tsipras sono quelli economici.
Tra il 2010 e il 2014, prima del suo arrivo al potere, la Grecia governata da Nuova Democrazia con il sostegno del Pasok aveva portato il Paese sull’orlo del baratro: il Pil si era contratto quasi del 5%.
La risposta era stata un taglio agli investimenti pubblici del 15,4% in 5 anni, ma i risparmi nella spesa avevano contribuito a far crescere la disoccupazione fino al dato record del 24,9% nel 2015, ossia quando Tsipras vinse le sue prime elezioni.
Con Syriza al governo, il trend è stato invertito. Certo, le promesse di ribellione all’Unione europea e alla Troika non sono state mantenute, ma il percorso riformatore di Tsipras ha avuto i suoi effetti sull’economia, ribaltando le previsioni pessimistiche di Bruxelles.
A certificarlo, oggi, sono gli stessi dati Eurostat: Mitsotaki si troverà a guidare un Paese che cresce al ritmo del 2% all’anno, al di sopra della media dell’Eurozona (l’Italia è ferma allo 0,1% secondo le previsioni).
Gli investimenti pubblici per il 2019 sono sopra il 10%, cinque volte più alti della media del resto dell’area Euro (da noi -0,3%). E il tasso di disoccupazione è sceso costantemente negli anni di governo di Syriza fino al 18,2% atteso per quest’anno.
“Le aspettative del Paese erano molto alte – dice Charizis, che per la sua giovane età è tra i possibili successori di Tsipras alla guida di Syriza – Si pensava forse a un’uscita dalla crisi più rapida. Tutti pero’ si dimenticano di una cosa: le condizioni in cui abbiamo preso la guida del Paese a inizio 2015. Allora c’era una crisi umanitaria, noi l’abbiamo combattuta e risolta. Oggi la Grecia è in grado di camminare con le sue gambe. Noi siamo stati battuti, è ovvio quindi che questo messaggio ha faticato a passare. Ma sono sicuro che il tempo aiuterà a riconoscere le buone cose che abbiamo fatto”.
Tra le ‘buone cose’, per esempio, qualcuno un giorno potrebbe citare anche l’accordo storico con la Macedonia del Nord, osteggiato da larghi pezzi dell’opinione pubblica greca. Oggi, questo accordo è costato consensi a Tsipras. Ma governare significa anche guardare al di là delle urne.
(da agenzie)
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