Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
UNO AVEVA GIA’ UNA CONDANNA DEFINITIVA PER MAFIA, MA IL NIPOTE AVEVA SOSTENUTO DI NON ESSERE A CONOSCENZA CHE FOSSERO MAFIOSI
Nel 2014 Matteo Salvini va a Maletto, un piccolo comune catanese alle pendici dell’Etna, per festeggiare il primo exploit elettorale della Lega Nord in Sicilia: l’imprenditore Antonio Mazzeo, classe 1989, alle europee ha preso ben il 36% dei consensi sotto il vessillo del Carroccio.
Ad accompagnare il leader nella sua visita ci sono nel 2014 il deputato nazionale Angelo Attaguile, fondatore del movimento Noi con Salvini, e l’allora consigliere comunale di Maletto Salvatore Gulino, che è anche zio acquisito del giovane leghista Antonio Mazzeo. Ieri proprio Gulino è stato arrestato per concorso in estorsione aggravata dal metodo mafioso, con l’accusa di avere chiesto il pizzo a un imprenditore edile della zona, insieme a un altro zio acquisito di Mazzeo: Mario Montagno Bozzone, che alle spalle ha già una condanna definitiva per mafia.
Intervistato da Claudia Di Pasquale per l’inchiesta di Report “Nel nome di Matteo” del 10/12/2018 (https://bit.ly/2S4GdiQ), Mazzeo aveva assicurato di non avere particolari rapporti con Montagno Bozzone, aggiungendo: “Mi fa schifo la mafia”.
Nel 2018 però Mazzeo si era candidato a sindaco di Maletto, e ad applaudire a un suo comizio c’era proprio lo zio condannato.
Anche Salvatore Gulino, arrestato ieri, era presente ai comizi elettorali di Mazzeo.
Sui profili social è possibile trovare foto di Mazzeo con Gulino, e di Gulino con Montagno Bozzone. Dal suo canto, Antonio Mazzeo tiene a ribadire che lui è contro la mafia e che non era a conoscenza dei presunti comportamenti illeciti dello zio Salvatore Gulino.
(da Report)
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
SE SI VOTA, SALVINI VINCE E POI E’ COSTRETTO A MANTENERE LE BALLE CHE HA RACCONTATO: QUINDI MEGLIO NON VOTARE
Domani, 20 luglio 2019, è il termine ultimo per aprire la crisi di governo che Matteo
Salvini sta fingendo di minacciare e Luigi Di Maio sta fingendo di voler evitare.
Si tratta dell’ultima data disponibile per permettere il voto a settembre e quindi un governo in carica nei tempi necessari per poter approvare una legge di bilancio che si preannuncia complicata visto che ci sono ventiquattro miliardi di clausole IVA da annullare e, finora, nessun piano concreto da parte del governo Conte per farlo.
Sono quindi 48 le ore disponibili per Salvini per rendere concrete le minacce che ieri ha fatto pervenire al MoVimento 5 Stelle e a Di Maio in nome di un’opportunità unica per il Capitano: vincere le elezioni visto che i sondaggi lo danno con il vento in poppa, installarsi a Palazzo Chigi e fare la flat tax, il taglio delle accise e tutti gli altri miracoli promessi oltre all’annullamento delle clausole IVA.
Solo che c’è un problema: se si vota e Salvini vince, poi queste cose gli tocca farle davvero perchè altrimenti rischia di finire incatramato e impiumato come nel Vecchio West. È proprio per questo che questa crisi puzza tantissimo di invenzione letteraria per far dimenticare i soldi alla Lega dalla Russia e Salvini sembra invece impegnato nel percorso politico che era tipico del suo predecessore Umberto Bossi.
Il quale Bossi a intervalli regolari dava di matto contro Berlusconi per qualche settimana minacciando tuoni e fulmini finchè, al momento decisivo, si trasformava da tigre feroce a gattino caruccio quando bisognava passare dalle parole ai fatti.
Esattamente come farà Salvini in questa occasione, visto che in questo momento si trova nell’invidiabile condizione di essere all’opposizione del suo stesso governo e di poter dare al MoVimento 5 Stelle la colpa di qualsiasi cosa (ieri se l’è presa con Danilo Toninelli per i cantieri non ancora aperti…) facendo la figura del grande politico frenato dagli avversari. L’alternativa è terrorizzante: dover fare quello che ha promesso nelle campagne elettorali fino a qui, ovvero cose che è impossibile fare.
Per questo siamo passati dall’epoca delle convergenze parallele a quella delle sceneggiate parallele: da una parte Salvini che minaccia di andare al Quirinale e poi annulla tutto, dall’altra Di Maio che passa le giornate a fare appelli su Facebook perchè alla fine quando gli ricapita un’occasione del genere visti i sondaggi grillini.
Marzio Breda fa sapere sul Corriere della Sera che la crisi è talmente credibile che nessuno ha finora investito formalmente della questione il presidente della Repubblica.
Nè il premier Conte, nè i suoi vice Di Maio o Salvini. Claudio Tito su Repubblica invece dettaglia meglio le intenzioni del Quirinale in caso di crisi:
Se e quando si aprirà una crisi, il capo dello Stato sarà obbligato dalla Costituzione a verificare l’esistenza di una maggioranza. Semmai farà presente a tutti che un passaggio importante per il Paese e per la tenuta dei conti pubblici sarà rappresentato dalla legge di Bilancio. Ma se i partiti non ne vorranno tenere conto, la sua scelta non prevede alternative. Questa linea riguarda la fase attuale in cui si sta aprendo la finestra elettorale per votare il 29 settembre e che si chiude a fine luglio, ma non cambierà anche dopo l’estate. Lo scioglimento del Parlamento è una decisione di cui il presidente della Repubblica prende atto e non provoca, nè in un non senso nè nell’altro. «La palla è tra i piedi dei partiti».
Salvini, però, da quell’orecchio non ci sente. È la sindrome dell’accerchiamento. Ai ferri corti con i grillini, a un passo dallo strappo. Tanto a un passo che nella giornata di ieri è anche circolata la possibilità che possa lasciare — solo lui per ora — la squadra di Conte.
Questa ipotesi appartiene probabilmente agli sfoghi di un politico in agitazione più che al novero delle soluzioni realmente praticabili.
Ma resta il fatto che lo stato dei rapporti nella maggioranza non ha mai raggiunto tali livelli. Lo stesso ministro dell’Interno che da sempre si è considerato il baluardo anti-crisi dentro il suo partito, ora ha cambiato opinione. «Da adesso in poi non sarò più un argine. Tutti gli esponenti più importanti della Lega vogliono andare al voto, io mi limiterò a verificare se le cose si fanno oppure no».
È il solito gioco del cerino. Non vuole assumersi la colpa di uno show-down. Aspetta semmai un incidente, sulle Autonomie o sul decreto sicurezza. O magari sull’informativa che il premier farà mercoledì prossimo su “Moscopoli”, si sostiene. Ma così si va oltre il 20 luglio, la data ultima. O meglio, l’ennesimo penultimatum di una sceneggiata infinita.
(da “NextQuotodiano”)
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
FERLENGHI A TAVOLA CON SALVINI LA SERA PRIMA DEL METROPOL … E PRIMA DELLA CENA SALVINI SCOMPARE PER IL TEMPO NECESSARIO A UN INCONTRO RISERVATO
Ernesto Ferlenghi, presidente di Confindustria Russia e numero uno di Eni a Mosca.
Il direttore generale della stessa associazione, Luca Picasso. Claudio D’Amico e Gianluca Savoini, leghisti, «promotori» di Lombardia-Russia, il primo è anche consulente di Palazzo Chigi a 65 mila euro all’anno.
Più il ministro dell’Interno Matteo Salvini, il suo capo di gabinetto Andrea Paganella e altri due collaboratori del ministro.
Sono i partecipanti alla cena del 17 ottobre scorso al ristorante Ruski di Mosca, secondo quanto La Stampa ha potuto ricostruire.
Cena avvenuta durante le 12 ore di «buco» della visita di Salvini a Mosca.
Prima della cena, il ministro si sarebbe separato dal suo staff per un incontro della «massima riservatezza».
La ricostruzione della serata fa un po’ di luce sulla vicenda Lega-Russia. E smonta una serie di versioni ufficiali circolate finora: dalla presenza «casuale» di Savoini all’assemblea di Confindustria all’incontro di nuovo casuale al Metropol.
A quel tavolo s’intreccia infatti la matassa del caso che sta agitando la Lega e la politica italiana.
Savoini lo ritroviamo il giorno dopo all’hotel Metropol, con l’avvocato Gianluca Meranda e il suo «collaboratore» Francesco Vannucci, a trattare la compravendita di gasolio che doveva servire per finanziare il Carroccio.
Vannucci compare inoltre nella foto, pubblicata in quei giorni da La Stampa, con Savoini e il filosofo Alexandr Dugin, scattata a pochi passi dall’hotel Lotte dove si teneva l’incontro di Confindustria Russia con Salvini ospite d’onore.
(da “La Stampa“)
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
LE INTERCETTAZIONI E GLI INTRECCI CON IL DONBASS… ALEKSANDR DUGIN E’ L’IDEOLOGO DI PUTIN
C’è stato un tempo in cui Gianluca Savoini univa l’utile al dilettevole. Abbinando agli
incarichi ottenuti dal Consiglio regionale, e all’ufficio pubblico con telefono annesso, le chiamate in orario di lavoro a un sospetto reclutatore di mercenari, per organizzare incontri con il filosofo Aleksandr Dugin, il cosiddetto «ideologo» di Vladimir Putin. Un’attività evidentemente poco compatibile con il suo ruolo istituzionale (e retribuito) in primis di direttore stampa, che prova come i gradi di separazione tra alcuni big della Lega e i miliziani filorussi impegnati nel Donbass fossero assai ridotti.
Nelle carte di un’inchiesta condotta dalla Procura di Genova su un gruppo di combattenti partiti da varie regioni italiane per dar manforte ai separatisti anti-Ucraina a Donetsk e a Lugansk, è contenuta un’intercettazione del 22 giugno 2015.
Da una parte si sente appunto la voce di Savoini, al tempo già presidente dell’Associazione Lombardia-Russia; dall’altra c’è Orazio Maria Gnerre, tuttora indagato dai magistrati del capoluogo ligure per reclutamento non autorizzato. Discutono d’una conferenza che Lombardia-Russia ha organizzato per quel giorno allo spazio Melampo di via Carlo Tenca a Milano.
E nel riportare gli stralci più significativi della conversazione, i carabinieri del Ros coordinati dal pm antiterrorismo Federico Manotti si soffermano su tre dettagli.
Primo, «Savoini chiama dall’utenza 0267482… intestata al Consiglio regionale della Regione Lombardia».
Secondo, a parere di chi indaga è insieme a Dugin, tanto da ribadirlo al telefono: «Sono qui con il professore – spiega a Gnerre – eee… volevo confermare…».
Terzo, si accordano per un incontro post-evento ufficiale, come ancora Savoini puntualizza: «Lei si può fermare a cena dopo… vediamo la conferenza e poi viene con noi».
Ricapitolando: Gianluca Savoini, in base agli atti d’indagine, in quei giorni raggiunge gli uffici del consiglio regionale lombardo insieme al pensatore ultrasovranista Aleksandr Dugin, da sempre sostenitore delle operazioni militari condotte dalla Russia in Ucraina oltre che presenza fissa della tv Tsargrad (canale patriottico voluto dal Cremlino e finanziato dall’oligarca Konstantin Malofeev, nella black-list di Usa e Ue per il sostegno ai separatisti).
Savoini contatta poi dalla Regione Orazio Maria Gnerre, che i dossier in mano ai pm definiscono così: «Nell’associazione Millennium-Pce fa parte del Coordinamento solidale per il Donbass, attivo pubblicamente nell’assistenza umanitaria verso le popolazioni di quell’area, e occultamente nel reclutamento di mercenari da instradare arruolandoli nelle milizie filorusse».
La Stampa ha interpellato nei giorni scorsi una qualificata fonte oggi impegnata in uno dei filoni d’inchiesta sui combattenti: «L’ipotesi mai smentita è che gli appuntamenti ufficiali avessero una sorta di backstage, dove si definivano sul piano operativo questioni militari collegate al Donbass».
Basta poco, per essere proiettati da Milano ai campi di battaglia.
(da “La Stampa”)
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
LA SERA PRIMA DELL’INCONTRO AL METROPOL ERA A CENA CON SAVOINI
Poche ore prima dell’incontro al Metropol di Mosca, Matteo Salvini cenò con Gianluca Savoini.
Lo scrive il Corriere della Sera, che ricostruisce la serata. Erano in otto al ristorante Rusky all’85esimo piano del grattacielo Eye e nessuno sapeva che il vicepremier era lì, insieme all’uomo al centro della questione dei presunti finanziamenti russi alla Lega che, appena scoppiato il caso ha detto di non conoscere, salvo poi rettificare e parlare di “un’amicizia che dura da 27 anni”.
Salvini in quei giorni era a Mosca per partecipare all’assemblea di Confindustria Russia, ma della cena avuta dopo l’incontro nei programmi ufficiali non c’è traccia. Così come dell’incontro “riservatissimo” avuto dopo.
Si legge sul Corriere:
Si torna dunque a quel 17 ottobre 2018, quando Salvini va a Mosca per partecipare all’assemblea di Confindustria Russia. Pronuncia un discorso di grande vicinanza, “io qua mi sento a casa mia, in alcuni Paesi europei no”, dice alla platea. Secondo il programma ufficiale reso noto dall’ambasciata deve ripartire per l’Italia al termine dell’evento. Savoini, che si intrattiene con i giornalisti al seguito, lo conferma. In realtà Salvini lascia la sala, ma rimane a Mosca.
Dallo staff di Salvini, spiega il quotidiano di via Solferino, assicurano che nel corso della cena nessuno fece menzione dell’incontro che Savoini avrebbe dovuto tenere appena 12 ore dopo. Ma gli interrogativi restano aperti.
Intanto si cerca di capire chi fosse il quarto italiano presente all’incontro al Metropol, insieme a Savoini, all’avvocato Gianluca Meranda e all’ex bancario Francesco Vannucci (tutti e tre indagati a Milano per corruzione internazionale).
Tra i nomi che circolano, scrive il quotidiano La Verità , quello di Luca Picasso, direttore generale di Confindustria Russia.
C’era anche lui alla cena al ristorante Ruski, la sera prima dell’incontro con gli uomini del Cremlino. Lo testimonia una foto presente sul suo profilo Instagram. Per il momento, però, nessuno smentisce nè conferma questa circostanza.
Gli inquirenti che indagano sulla vicenda non hanno ottenuto risposte nè da Savoini nè da Meranda. Convocati per l’interrogatorio, infatti, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. S
econdo il Messaggero, però, sarebbero convinti di una cosa: la registrazione dell’incontro al Metropol, pubblicata per la prima volta dal sito Buzzfeed, è “di matrice italiana”.
L’incontro nel quale si sarebbe parlato di finanziamenti russi illeciti per la Lega non sarebbe stato un episodio isolato. Secondo quanto riporta l’Espresso, infatti, i negoziati andarono avanti per mesi. Il progetto consisteva nel realizzare uno scambio di gasolio tra due società di Stato.
Il settimanale ha pubblicato una serie di documenti che testimoniano i vari passaggi della trattativa. Tra questi una lettera indirizzata a Savoini, firmata dall’avvocato Miranda, in cui si parla della trattativa in corso con l’azienda russa Gazprom. Nell’intestazione c’è il nome della banca Euro-IB Ltd, di cui Meranda è consigliere legale. Uno dei dirigenti dell’istituto, Glauco Verdoia, assicura a Repubblica che l’azienda è estranea alla vicenda e che l’avvocato “ha usato il nome della banca per attività a noi del tutto ignote”.
Verdoia assicura che il suo istituto non aveva intenzione di fare trattative con Gazprom, ma spiega che Meranda gli aveva parlato di una possibile operazione con l’azienda Rosneft. Senza fare accenni alle percentuali da girare alla Lega.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
EFFETTO DEL PAGAMENTO DILAZIONATO E SENZA INTERESSI CONCORDATO CON LA MAGISTRATURA PERMETTE LA DRASTICA RIDUZIONE DELLA SOMMA ISCRITTA A BILANCIO
I 49 milioni che la Lega deve restituire allo Stato si sono ridotti a 18,4. 
Il miracolo finanziario è fotografato dal bilancio 2018 del Carroccio ed è figlio dell’accordo con la procura di Genova del settembre 2018 che permette di restituire la somma del vecchio finanziamento pubblico in 75 anni in comode rate da 600mila euro l’anno a interessi zero.
Il valore dello sconto è misurato al centesimo nei conti del partito di Matteo Salvini: “L’importo originale di 48.969.617 oggetto del provvedimento penale – recita il fascicolo – è stato iscritto alla voce altri debiti al valore attualizzato di 18.421.587,67 milioni” al netto dei 3,35 milioni “già sequestrati sui conti correnti della Lega Nord”. Tradotto in soldoni: il pagamento dilazionato e senza alcun interesse riduce il costo reale per la Lega (ai valori di oggi) di oltre 30 milioni.
La pubblicazione online dei bilanci della Lega è caduta nei giorni caldi dell’affare Russia. Proprio Matteo Salvini aveva detto “i bilanci sono pubblici, non c’è un rublo” e in effetti entrate “strane” non ce ne sono – ammesso che esista qualcuno così spericolato da inserire un eventuale finanziamento illecito dentro un bilancio ufficiale. Ma detto questo, si può vedere come ormai la transizione tra Lega Nord e nuova Lega è ormai per buona parte completata, anche se poi la sede è sempre quella di via Bellerio.
Andando con ordine, la “Lega Nord per l’Indipendenza della Padania” chiude il 2018 con un disavanzo di esercizio di 16,5 milioni di euro.
Il motivo è appunto l’inserimento alla voce “altri debiti” dei 18,4 milioni. Se non ci fosse stata la zavorra dei soldi da restituire allo Stato, sarebbe stato un anno da incorniciare, con utili per 2,5 milioni di euro. Sono state fatte due assunzioni (i 7 dipendenti sono diventati 9), in cassa ci sono 875 mila euro.
“L’esercizio 2018 è stato caratterizzato dal robusto incremento del consenso sul territorio che ha garantito al partito un sensibile incremento proventi attivi”. Le 81 mila scelte del 2 per mille hanno fruttato circa un milione di euro. Fondamentali poi sono i contributi degli eletti di Camera, Senato e dei territori: valgono 7,2 milioni di euro. Ciliegina sulla torta, 100mila euro arrivati da Vaporart, società che opera nel settore delle sigarette elettroniche premiato dal governo con un condono inserito nel milleproroghe.
Il nuovo movimento “Lega per Salvini premier” – il cui segretario è Roberto Calderoli – ha messo insieme 2 milioni di euro grazie al 2 per mille, 390 mila euro arrivano dalle contribuzioni di eletti e altre persone giuridiche (come la Confagricoltura Roma, che dona 25 mila euro), mentre i dipendenti sono passati da 2 a 3.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
MA E UNA LEGGE BRITANNICA LA PICCOLA BORSA DI GHIACCIO ASSOCIATA ALLA VENDITA DEL PESCE
Forse lo chiameranno l’aringa-gate. Fatto sta che il “brexiter” e molto probabile prossimo premier britannico Boris Johnson è riuscito anche in questo: attaccare la burocrazia dell’Unione Europea per una legge che è in realtà britannica.
Tutto è nato ieri sera, durante l’ultimo comizio a Londra delle “primarie” dei conservatori tra Johnson e lo sfidante ministro degli Esteri Jeremy Hunt.
A un certo punto, Johnson dal palco ha fatto una delle sue sceneggiate che divertono molto il pubblico: da una borsa ha tirato fuori una aringa affumicata sottovuoto che gli avrebbe mandato un pescatore dell’isola di Man e ha iniziato ad agitarla alla folla. “Ecco vedete, questa aringa secondo le leggi europee e i burocrati di Bruxelles deve essere incartata con questa borsa del ghiaccio. Che cosa costosa, inquinante e inutile! Ecco che cos’è l’Unione Europea!”.
Ma l’Unione Europea smentisce in toto. Un portavoce della commissione Ue ha detto: “La vendita di un alimento dal suo produttore al cliente non fa parte delle leggi dell’Unione Europea sull’igiene del cibo. Il caso descritto dal signor Johnson esula dalla legislazione europea e dunque fa riferimento totalmente a quella britannica. Le nostre norme, inoltre, si applicano al pesce fresco, non a quello confezionato, come nel caso citato da Boris Johnson”.
Un curioso contrappasso, perchè più di una volta, quando era corrispondente da Bruxelles negli anni Ottanta-Novanta, Johnson ha gonfiato notizie sull’Ue spesso inconsistenti.
Ora, per la sua ultima mezza bufala, è rimasto scottato lui. Il membro lituano della commissione Europea Vytenis Andriukaitis, che si occupa proprio di alimentazione e sanità , ha twittato: “Il pesce puzza dalla testa”.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
“BISOGNA CHIEDERE SCUSA A PAOLO BORSELLINO PER AVER TRADITO I SUOI INSEGNAMENTI”… “NON VOGLIAMO APPLAUSI, VOGLIAMO MEZZI, UOMINI E STRUMENTI OPERATIVI”
Non è una morte come le altre quella di Paolo Borsellino, per le riflessioni che impone e
che vanno ben oltre quello che accadde quel terribile 19 luglio di tanti anni fa.
Aveva capito Paolo che il calo di tensione nella lotta alla mafia da lui denunciato non era fisiologico. Non era una bonaria sottovalutazione del fenomeno criminale. Era ben altro, come molti anni dopo si è riusciti a comprendere e dimostrare.
Certamente oggi ci vorrebbe uno sforzo collettivo per spiegare a Paolo le ragioni per le quali non siamo riusciti ancora, nonostante l’impegno della magistratura, a convincere gli organi centrali dello Stato che bisogna fare scelte politiche nette, destinate ad avviare una seria e duratura azione di contrasto al crimine organizzato, che parta dalla modernizzazione di procedure giudiziarie antiquate, che impediscono la immediata comprensione di fenomeni delittuosi complessi.
Alla rapidità di movimento e di pensiero della mafia del terzo millennio, dobbiamo contrapporre strumenti normativi evoluti, in grado di consentire la individuazione non soltanto dei soldati ma soprattutto delle nuove leve di quelle “menti raffinatissime” che hanno voluto la sua morte.
Intanto, bisognerebbe chiedere scusa a Paolo per le troppe volte in cui sono stati distorti i suoi insegnamenti e per la profonda ipocrisia di chi, nel 2019, sostiene che il suo metodo di lavoro sarebbe rimasto immutato rispetto a quello del 1992.
Paolo oggi avrebbe dato lezioni di modernità , consapevole che la mafia, vero nemico del nostro Paese, non va mai banalizzata. Non avrebbe mai sminuito la reale forza di una organizzazione viva e vitale, consapevole che la sottovalutazione del fenomeno è il modo peggiore di avviare una seria strategia di contrasto
A chi mi chiede come è giusto ricordare il sacrificio di Paolo Borsellino, che per servire lo Stato è morto come Giovanni Falcone, tanti altri magistrati ed appartenenti alle forze dell’ordine, rispondo che la strada da seguire parte dal coraggio di affermare che la lotta alla mafia non è una priorità dello Stato italiano.
Non lo è più, nonostante la consapevolezza che la criminalità organizzata metta a rischio la stessa tenuta democratica della nostra nazione, nonostante sia evidente che la mafia sia il più evoluto strumento di doping finanziario del sistema economico mondiale, per la sua capacità di arricchire ristrette oligarchie criminali a danno di ampie fasce di economia legale.
La lotta alla mafia non è una priorità semplicemente perchè richiede una volontà politica che superi gli sbarramenti generati dalla mancanza di adeguate coperture finanziarie, argomento strumentalmente utilizzato per giustificare le drammatiche vacanze di organico della magistratura, del personale amministrativo e delle forze di polizia.
Mi chiedo, se questo è vero, che senso abbia gioire dei risultati giudiziari raggiunti, visto che siamo comunque costretti a giocare una partita che non possiamo vincere.
Che senso ha sbandierare arresti e condanne come fossero vittorie. Sono risultati importanti generati dal lavoro quotidiano, per i quali non vogliamo applausi. È il nostro lavoro ed il nostro lavoro, tra mille difficoltà , lo sappiamo fare. Punto e basta.
Perchè sia chiaro che vincere la guerra contro la mafia è ben altra cosa, provoca ben altri effetti sul benessere collettivo ed è l’unico risultato in grado di onorare fino in fondo la memoria di Paolo, di Giovanni e di tutti coloro i quali hanno vissuto da uomini dello Stato, pur quando sono rimasti soli a combattere contro quel mostro gigantesco che li ha uccisi.
Non si creino i presupposti per generare altre solitudini, perchè quando si è soli si muore. Nessuno ha bisogno di cercare conferme ulteriori. È importate ricordare che Paolo non è morto invano: il 19 luglio 1992 è il giorno in cui tutto ha avuto inizio, non quello in cui tutto è finito.
Giuseppe Lombardo
Procuratore aggiunto di Reggio Calabria
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Luglio 19th, 2019 Riccardo Fucile
IL GARANTE DEI DETENUTI: “NEI CPR SITUAZIONE PREOCCUPANTE, IL GOVERNO INTERVENGA”… RICOVERATO IN OSPEDALE, APERTA INCHIESTA DALLA PROCURA
Un detenuto nel Centro di Permanenza e Rimpatrio di Torino — da dove documentava le infernali condizioni di vita della struttura realizzando foto e video — è stato trasferito nel CPR di Ponte Galeria (Roma), dove non è consentito il possesso del cellulare. Durante il viaggio avrebbe ricevuto due manganellate da un agente di polizia. Nella capitale è arrivato coperto di sangue.
Secondo la Campagna LasciateCientrare non ci sarebbero dubbi: “Si è trattato di un trasferimento punitivo per le denunce che il migrante faceva quotidianamente”.
Uno dei detenuti del CPR di Torino che nelle ultime settimane ha denunciato con più forza le drammatiche condizioni di vita all’interno della struttura e i presunti abusi da parte della polizia è stato trasferito martedì notte dal capoluogo piemontese al Centro di Permanenza e Rimpatrio di Ponte Galeria, a Roma.
Durante il viaggio, Mohamed (nome di fantasia) sarebbe stato picchiato dagli agenti a bordo di un mezzo della polizia, circostanza riferita dall’uomo nel corso di una visita al Pronto Soccorso del Presidio Ospedaliero Giovan Battista Grassi di Ostia Lido.
Gli attivisti della Campagna LasciateCientrare ritengono che si sia trattato di un trasferimento punitivo dal momento che l’uomo è stato tra i più attivi nel documentare, anche con video e fotografie, le condizioni all’interno del CPR di Torino, struttura che ospita 158 persone in attesa di essere espulse dall’Italia.
Mohamed è stato prelevato martedì pomeriggio dal CPR di Torino. La polizia gli ha sequestrato il cellulare e messo le manette ai polsi per poi caricarlo su un proprio mezzo e condurlo a Roma, destinazione CPR di Ponte Galeria. Secondo la testimonianza da lui fornita agli attivisti di LasciteCientrare e del Lab! Puzzle di Roma e agli avvocati del Legal Team Italia — che domani presenteranno un esposto in Procura — a bordo di un mezzo della polizia Mohamed avrebbe fatto notare agli agenti che quel trattamento “può essere riservato a chi è recluso in carcere, non a chi è sottoposto a detenzione amministrativa per non avere i documenti in regola”.
Durante il viaggio da Torino a Roma avrebbe quindi chiesto la restituzione del cellulare, ma in tutta risposta avrebbe ricevuto due manganellate. “Una alla schiena e l’altra alla parte superiore del cranio”, ha raccontato Mohamed, che a Ponte Galeria è arrivato con il volto insanguinato, tanto che non è stato accolto nel CPR ma subito trasferito al Pronto Soccorso dell’ospedale Grossi di Ostia Lido.
Ai medici ha lamentato forte emicrania e nausea. I dottori hanno effettivamente riscontrato la presenza di un trauma cranico dovuto alle manganellate, come testimonia il referto che Fanpage.it è riuscito ad ottenere.
Secondo gli attivisti della Campagna LasciateCientrare il trasferimento di Mohamed sarebbe stato esclusivamente punitivo.
“Era per noi un’importante fonte di informazioni dal CPR di Torino, da dove riusciva a farci arrivare video e fotografie non solo delle condizioni della struttura e dei detenuti. L’hanno trasferito a Ponte Galeria perchè lì — a differenza di Torino — non è consentito l’uso del cellulare e i detenuti possono comunicare con l’esterno solo con telefoni pubblici. Ci sembra evidente che quella nei confronti di Mohamed è stata una punizione”.
In una nota, gli attivisti hanno fatto sapere inoltre che il “certificato di idoneità ” alla detenzione in un CPR di Mohamed è scaduto da 15 giorni, motivo per cui l’uomo è stato temporaneamente trasferito in una struttura sanitaria di Fregene.
Il sospetto — spiegano gli attivisti di LasciateCientrare — è che Mohamed sia stato trasferito a Ponte Galeria per la sua costante attività di documentazione nella struttura torinese. A Roma, infatti, è vietato il possesso del cellulare e l’uomo potrà comunicare con l’esterno solo da una cabina telefonica:
“Qualsiasi cosa accada lì Mohamed non può raccontarlo”. L’avvocato Gianluca Vitale, del Legal Team Italia, ha delegato i colleghi Stefano Greco e Gianluca Dicandia a seguire il suo caso. “Come Campagna LasciateCientrare abbiamo inviato segnalazione al Garante Nazionale dei Detenuti perchè attenzioni il caso. Benchè Mohamed si senta senza tutela, ciò che davvero lo garantisce è il suo coraggio e l’onesta intellettuale, un esempio per tutti noi”.
Il Garante dei Detenuti — organismo statale indipendente che monitora i luoghi di privazione della libertà — è stato informato del caso di Mohamed: “Il trasferimento punitivo — ha dichiarato a Fanpage.it lo staff del presidente Mauro Palma — non è ammesso neanche in campo penale, dall’Ordinamento penitenziario. Qui parliamo di detenzione amministrativa, quindi se si trattasse davvero di un trasferimento punitivo noi agiremmo presso le autorità competenti per impedire che riaccada in futuro e lo faremmo presente pubblicamente, magari attraverso un rapporto di monitoraggio da rendere pubblico”. Quanto alle manganellate, invece, verranno avviati approfondimenti.
Le condizioni dei detenuti dei sei CPR italiani sono molto preoccupanti. Ai fatti di cronaca degli ultimi giorni, con la morte di un uomo a Torino e la fuga di 13 migranti da Ponte Galeria dopo una rivolta, si sono aggiunte le denunce di parlamentari (determinati a costituire un’apposita commissione d’inchiesta) e dello stesso Garante dei Detenuti. Quest’ultimo, in una nota del 21 giugno scorso, spiegava: “La situazione degli ospiti rimane molto dura e preoccupante, sia dal punto di vista della vita quotidiana, che scorre senza nessuna attività , con evidenti ripercussioni sulla salute psicofisica delle persone ristrette (fino a sei mesi o anche più), sia per quanto riguarda le condizioni materiali degli ambienti, spesso danneggiati o incendiati da precedenti ospiti ma mantenuti in tali condizioni di deterioramento e di assenza di igiene”.
E ancora: “Alcune criticità appaiono persino più gravi che in passato, in primo luogo perchè la possibile prolungata permanenza rende ancora più inaccettabili talune condizioni, in secondo luogo perchè nuove criticità si sono prodotte nel tempo: per esempio il guasto, riscontrato in un Centro, di tutti i telefoni pubblici che, unito alla mancata disponibilità di telefoni cellulari da destinare agli ospiti, rischia di comprimere il diritto alla difesa e quello all’unità familiare. In alcuni Cpr non esistono ambienti forniti di tavoli e gli ospiti si trovano costretti a consumare i pasti sul proprio letto. Una privazione della libertà disposta perlopiù non in conseguenza di reati ma per irregolarità amministrative non può essere simile o peggiore a quella di chi sconta una pena. Tantomeno può prevedere minori garanzie di tutela dei propri diritti: per questo il diritto al reclamo e il potere di vigilanza dell’autorità giurisdizionale devono essere introdotti per le situazioni di privazione della libertà delle persone migranti, come il Garante nazionale ha da tempo raccomandato”.
(da “FanPage”)
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