Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
SANZIONI DA 150.000 A UN MILIONE DI EURO E ARRESTO DEL COMANDANTE… A QUANDO LE RAFFICHE DI MITRA PER DIFENDERE I CONFINI DEL LORO RAZZISMO? IL M5S COMPLICE DELLA FOGNA XENOFOBA, RESTERANNO NELLA STORIA
Accordo trovato tra Movimento 5 Stelle e Lega sugli emendamenti al decreto sicurezza bis, il provvedimento fortemente voluto dal ministro dell’Interno, Matteo Salvini.
Un’intesa che fa saltare, però, la norma proposta inizialmente dalla Lega che assegnava al Viminale più poteri in materia di sbarchi. L’emendamento sul tema è stato bocciato dai Cinque Stelle e per questo non è stato presentato dai deputati del Carroccio.
Sono invece 547 gli emendamenti presentati in totale nelle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera al decreto sicurezza bis (qui il testo varato dal Consiglio dei ministri). Ne ha presentati 44 il Movimento 5 Stelle, 21 la Lega, ben 161 Forza Italia, 128 Fratelli d’Italia e 119 il Pd. Ancora, altri 41 proposte di modifiche sono arrivate dal gruppo di +Europa, 15 da Leu e 7 dalle minoranze linguistiche.
Il decreto, una volta approvato alla Camera, dovrebbe approdare al Senato nella settimana tra il 30 luglio e il 2 agosto, secondo quanto annunciato in Aula a Palazzo Madama dal presidente di turno Roberto Calderoli.
Dal sequestro della navi delle Ong all’arresto del comandante dell’imbarcazione.
Tra gli emendamenti presentati dalla Lega al decreto sicurezza bis la maggior parte riguardano il tema dei migranti e dei salvataggi nel Mediterraneo. Un emendamento del Carroccio prevede che il comandante della nave di una Ong che compie il “delitto di resistenza o violenza contro una nave da guerra” debba essere sempre arrestato.
Una proposta di modifica che sembra ricalcare quanto successo con il caso Sea Watch e la sua capitana Carola Rackete. La Lega chiede anche il sequestro delle navi delle Ong che non rispettano il divieto il transito nelle acque territoriali: per il Carroccio andrebbero sempre sequestrate e confiscate.
Con l’emendamento si prevede che il sequestro non avvenga solo in caso di reiterazione del reato, ma sempre.
La Lega propone anche un emendamento con cui tenta di allargare i casi in cui un cittadino di un paese dell’Ue possa essere espulso.
L’attuale codice penale prevede che il “giudice ordina l’espulsione dello straniero o l’allontanamento dal territorio dello Stato del cittadino appartenente ad uno Stato membro dell’Unione europea, oltre che nei casi espressamente preveduti dalla legge, quando lo straniero o il cittadino appartenente ad uno Stato membro dell’Unione europea sia condannato alla reclusione per un tempo superiore ai due anni”. Con l’emendamento si abbasserebbe questa pena a un anno.
Gli emendamenti presentati dal Movimento 5 Stelle sembrano seguire la linea della Lega e del ministro dell’interno, Matteo Salvini, sul tema migranti e salvataggi nel Mediterraneo.
Anche i pentastellati propongono l’immediato sequestro e la confisca della navi delle Ong che non rispettano le regole del decreto sicurezza, come annunciato da Luigi Di Maio negli scorsi giorni.
Un sequestro previsto sin dalla prima violazione e non in caso di reiterazione, secondo la proposta di Anna Macina e Devis Dori. Inoltre l’emendamento prevede che la nave sequestrata venga impiegata dalla polizia o dalla protezione civile e si istituirebbe anche un registro delle navi confiscate al Mit.
Il M5s non condivide, invece, la richiesta di aumentare le sanzioni per le navi che soccorrono i migranti: la Lega propone di innalzare questa cifra a un milione di euro, mentre i 5 Stelle ribadiscono quanto previsto dal testo uscito dal Consiglio dei ministri, modificando però altri aspetti dello stesso articolo del decreto: “Salve le sanzioni penali, quando il fatto costituisce reato, in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane, notificato al comandante, si applica a questo la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000”, recita l’emendamento.
Altra richiesta del Movimento 5 Stelle è quella di aumentare i servizi di prevenzione e di controllo del territorio, soprattutto nelle zone in cui i flussi migratori sono maggiori in alcuni periodi dell’anno, anche per le condizioni meteorologiche favorevoli. I pentastellati chiedono al Viminale di predisporre il trasferimento di 100 unità delle forze di polizia alle frontiere italiane.
(da “FanPage”)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
A GIUDIZIO IL RESPONSABILE DELLA SALA OPERATIVA DELLA GUARDIA COSTIERA E IL COMANDANTE DELLA SALA OPERATIVA DELLA MARINA… A CHI OGGI SEGUE LE DIRETTIVE ILLEGALI DEL GOVERNO CONVIENE PENSARE CHE UN GIORNO NE RISPONDERA’
Le famiglie siriane che nel naufragio dell’11 ottobre 2013, al largo di Lampedusa, persero i loro
congiunti, tra cui moltissimi bambini, mentre Italia e Malta si palleggiavano la responsabilità dell’intervento di soccorso del barcone su cui viaggiavano, saranno parte civile nel processo contro i due ufficiali della Marina e della Guardia costiera italiana sul banco degli imputati.
In quella tragedia del mare, che seguì di soli otto giorni il primo spaventoso naufragio davanti alle coste di Lampedusa, morirono 268 persone, 60 i bambini.
Dopo l’inchiesta sulle pagine de L’Espresso di Fabrizio Gatti, la Procura di Roma ha chiesto il processo per l’allora responsabile della sala operativa della Guardia costiera di Roma, Leopoldo Manna, e per il comandante della sala operativa della squadra navale della Marina Luca Licciardi. Entrambi devono rispondere di rifiuto d’atti d’ufficio e omicidio colposo. I pm, per la verità , avevano chiesto l’archiviazione ma il gip ha imposto l’imputazione coatta.
Dalle testimonianze e soprattutto dalle drammatiche intercettazioni delle telefonate in cui i siriani a bordo imploravano sococrso urgente perchè il barcone stava affondando sono emersi chiari i ritardi nei soccorsi che avrebbero causato la morte di così tante persone.
La ricostruzione dei fatti contenuta nell’inchiesta del settimanale L’Espresso ha rivelato che un pattugliatore della Marina italiana si trovava a sole 10 miglia dal barcone che aveva cominciato ad imbarcare acqua dopo essere stato colpito da raffiche di mitra sparate dalla guardia costiera libica.
La prima telefonata di aiuto da parte di un medico siriano che viaggiava con la sua famiglia è delle 12.39. Secondo la ricostruzione, il barcone rimase senza aiuto per oltre cinque ore.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
SEA WATCH ANNUNCIA: “DIVIDEREMO LE DONAZIONI PER CAROLA CON ALTRE ONG IN DIFFICOLTA’, NON CI FERMERANNO”
L’ultima sfida di Alex e di Mediterranea al decreto sicurezza bis non è in mezzo al mare, nella cosiddetta Sar libica. Ma su facebook.
Dove l’armatore Alessandro Metz ha lanciato una raccolta fondi con l’obiettivo (minimo) di raggiungere i 65mila euro di multa che la Guardia di finanza, attraverso un cavillo vergognoso, ha comminare insieme alla confisca della barca che giovedì scorso, nelle acque di Tripoli, ha tratto in salvo 59 migranti alla deriva su un gommone.
Lanciata appena 24 ore fa, la raccolta di fondi — “Torniamo in Mare” — ha già superato quota 60mila euro. L’obbiettivo finale della campagna, è stato fissato a 300mila euro.
Perchè in realtà l’idea è quella di andare oltre l’ammontare della multa e, come dice il titolo stesso, tornare in mare quanto prima: “Abbiamo tre comandanti e tre capomissione indagati, due barche sequestrate, e parecchie multe — dice Metz — Ma il nostro problema non è questo. Il nostro problema è che siamo testardi e ostinati, continuiamo a pensare che Mediterranea serva e che debba stare in mezzo al mare. Giovedì, prima di effettuare il salvataggio abbiamo trovato un relitto, segno inequivocabile di un naufragio “fantasma”, significativo del fatto che in mare si continua a morire mentre le navi della società civile sono sequestrate e ferme in porto. Chiediamo ci si attivi con una campagna di raccolta fondi diffusa, ognuno si assuma le responsabilità “.
Un problema che, soprattutto in vista dell’inasprimento delle sanzioni, coinvolge tutte le Ong che potrebbero dar vita ad una sorta di cassa comune per sostenere i costi legali e delle multe per i soccorsi in mare.
La Sea Watch fa sapere che intende condividere con le altre Ong impegnate nel salvataggio di migranti le donazioni ricevute per la capitana Carola Rackete.
“Abbiamo formato un comitato perchè vogliamo usare questo denaro nel modo più efficiente possibile per il soccorso in mare, non solo per Sea Watch, vogliamo vedere insieme dove sono più necessari”, ha detto all’agenzia stampa tedesca Dpa il portavoce dell’Ong, Ruben Neugebauer.
Parte delle donazioni, che hanno già superato il milione e 300.000 euro, verranno comunque usate per pagare le spese legali di Carola Rackete, sotto accusa in Italia dopo aver forzato con la sua nave Sea watch 3 l’ingresso nel porto di Lampedusa, per sbarcare i migranti che erano a bordo.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
ATTACCHI INFORMATICI DAI SOLITI KILLER SOVRANISTI AL SERVIZIO DI POTENZE STRANIERE… LA ONG AL GOVERNO: “PROSSIMAMENTE CHE FARETE? CI SPARERETE ADDOSSO?
La Ong Mediterranea ha avvertito su facebook che il loro sito “ha subito innumerevoli attacchi
informatici da server russi che l’hanno momentaneamente compromesso, e che denunceremo alle autorità competenti”.
L’obiettivo degli hacker russi era chiaramente la raccolta fondi attiva sul sito. In ogni caso, ha spiegato Mediterranea, “mentre monitoriamo la situazione e lavoriamo per ripristinare il sito internet, i canali social rimangono attivi, e si può continure a donare”.
Riguardo poi la stretta che Lega e M5s hanno dato alla chiusura dei porti, La Ong ha commentato: “il governo vuole che le navi militari impediscano l’entrata nei porti. Le forze armate apriranno il fuoco contro le navi che hanno persone salvate a bordo? Ci sembra che questo paese stia davvero precipitando verso l’abisso”.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
LA TESTATA USA SMASCHERA I TRUCCHI DI CAPITAN NUTELLA: “BUGIE E FAKE NEWS PER ALIMENTARE UN PERICOLO CHE NON C’E’ E FAR DIMENTICARE CHE LA MAFIA IN ITALIA FA QUELLO CHE VUOLE”
Bugie, fake news. Esagerazioni. Per alimentare un pericolo che non c’è nei termini raccontati e
per far dimenticare che i grandi cartelli criminali fanno più o meno ciò che vogliono in tante zone del paese.
“Non c’è una reale crisi migratoria in Italia, al contrario di quanto sostengono Salvini e i suoi alleati”. E’ un passaggio dell’articolo che il Washington Post dedica alla questione migratoria e alla gestione del fenomeno da parte dell’Unione Europea.
“Il dibattito sull’immigrazione che ha ripreso vigore in Europa è stato in gran parte innescato dal governo populista italiano e dal ministro degli Interni di estrema destra Matteo Salvini, che ha vietato alle navi di salvataggio private con migranti a bordo di entrare nei porti e nelle acque italiane”, si legge nell’articolo
“Al contrario di quanto sostengono Salvini e i suoi alleati, non c’è una reale crisi migratoria in Italia. Dei pochi migranti che continuano ad arrivare, molti vengono trasferiti in altri Paesi dell’Unione Europea, dove il sostegno ai gruppi privati impegnati nel salvataggio è rimasto più alto”, afferma ancora il quotidiano.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
IL GIORNALE FRANCESE: “L’ITALIA APPALTA IL LAVORO SPORCO ALLA LIBIA, OSTACOLA LE ONG E CENTINAIA DI PERSONE MUOIONO IN MARE”
Un cimitero, come ha detto Papa Francesco. Altro che il finto slogan meno partenze meno
morti, visto che essendo drasticamente diminuito il numero il numero delle navi che passano nel Mediterraneo (fatte sparire e rese insensibili alle richieste di soccorso, ndr) ora i rischi di affogare per chi parte sono aumentati.
“Il Mediterraneo, cimitero nascosto dei migranti”: questo il titolo del quotidiano Le Monde, che oggi dedica alla questione il titolo di apertura.
Il giornale precisa che sarebbero 426 i migranti affogati da inizio gennaio, mentre 3.750 sono quelli ricondotti in Libia, dove sono “vittime di violenze”.
Mentre sull’isola di Djerba, in Tunisia, “il mare ha restituito decine di corpi dopo un nuovo naufragio, il primo luglio, di un canotto con 86 persone a bordo”.
“L’Europa – spiega Le Monde – appalta la questione migratoria alla Turchia e alla Libia”. E “dal primo gennaio 3.073 persone sono sbarcate in Italia contro le 180.000 del 2016”. Da parte sua, l’operazione “navale europea ‘Sophia’, che ha soccorso 45.000 persone, punta soprattutto a contenere le partenze, finanziando i guardacoste libici”.
“Il Mediterraneo – conclude Le Monde – e’ diventato un ‘buco nero’ di cui mancano le informazioni, mentre l’Italia ha moltiplicato gli ostacoli per le Ong”.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
IL FALLIMENTO DI LEGA E M5S DOPO TANTE CHIACCHIERE: LA MAGGIORANZA RESTA IN MANO PUBBLICA
Le Ferrovie e il Tesoro, cioè lo Stato. Tradotto: i soldi degli italiani.
Lo schema a cui sta lavorando Luigi Di Maio per il salvataggio di Alitalia, arrivata nel frattempo all’infelice traguardo del giorno 800 sotto la gestione dei commissari, ha lo stampo della nazionalizzazione.
Si cerca ancora il quarto partner, i Benetton e Atlantia restano sotto coperta ma non fuori, anzi in queste ore sta crescendo il pressing di Fs e Mediobanca perchè siano della partita. Chi è ufficialmente in lizza, intanto cerca di accreditarsi come il migliore.
Ma dietro queste dinamiche che ancora non hanno una forma compiuta e a meno di una settimana dall’ennesima scadenza dei termini, il dato politico, che è anche economico e di immagine, dice di un piano di rilancio tutto caricato sulle spalle del pubblico.
Dice di un asset che non attrae gli operatori del settore, le soluzioni di mercato, l’idea che Alitalia possa essere un affare da non lasciarsi sfuggire.
I tempi stringono e Di Maio non può permettersi un altro rinvio. Sarebbe il quinto in pochi mesi, la certificazione dell’incapacità della politica – e in questo caso del suo ruolo da ministro dello Sviluppo economico – di farsi intermediario pesante in un dossier che è un pezzo del sistema Paese.
Perchè Alitalia non è formalmente la compagnia di bandiera da tempo (leggere la stagione della metarmofosi con Etihad), ma tutto quello che si tira dietro, in termini di immaginario collettivo, va dritto all’idea della compagnia degli italiani in un mercato interno caratterizzato dall’influenza delle low-cost straniere.
Alcune fonti del suo ministero hanno tratteggiato all’Ansa lo scheletro della cordata di salvataggio che sta coordinando Fs. Impostazione nota da settimane, se non da mesi, con una variazione però importante.
Le Ferrovie, secondo questo schema, sarebbero pronte a scendere in campo nella nuova Alitalia con il 35%, aumentando la quota prevista fino ad ora, a cui si affiancherebbe il 15% del Tesoro. Il totale fa 50%, che nell’assetto definitivo dovrebbe essere portato leggermente più in alto, quanto basta per determinare chiaramente la natura della maggioranza.
Che sarà , come si diceva, pubblica.
Delta dovrebbe confermare il suo 10-15% mentre si cerca il quarto partner, quello che dovrà sobbarcarsi circa il 35-40% del nuovo azionariato mettendo sul piatto fino a 300 milioni.
Una maggioranza in mano allo Stato perchè Fs è una partecipata dal Mef al 100% e il Tesoro è ovviamente anch’esso Stato.
Sono soldi pubblici, ma anche responsabilità e decisioni in capo non a operatori del settore ma ai manager di Stato, con tutti i rischi che questa configurazione può assumere visto il vizio che la politica ha avuto in passato di mettere bocca su scelte e strategie.
Il 15 luglio si avvicina e Di Maio vuole chiudere la partita. Resta ancora in campo il punto interrogativo sull’identikit del quarto partner. I contatti sono in corso, attraverso faccia e faccia tra i manager e i rispettivi advisor, tra Delta e i tre pretendenti, cioè il gruppo Toto, Claudio Lotito e l’imprenditore colombiano German Efromovich, l’azionista della compagnia sudamericana Avianca. Lotito sembra partire svantaggiato anche in base alle dichiarazioni di Di Maio che ha invitato il presidente della Lazio a presentare garanzie di solidarietà finanziaria. E poi ci sono i dubbi di Delta sull’ingresso di Efromovich in Alitalia. A
vianca infatti fa parte dell’alleanza Star Alliance, concorrente di Sky Team di cui fa parte il vettore statunitense. La caccia al quarto cavaliere bianco è ancora confusa. Atlantia resta alla porta. Non ha presentato alcuna proposta, ma la partita si gioca su più piani, impatta sulla questione delicata della concessione di Autostrade, intercetta sensibilità diverse dentro al governo, visto che la Lega vedrebbe di buon auspicio un suo ingresso. Oltre che per Fs e per Mediobanca, anche secondo Delta sarebbe il partner ideale. Almeno per oggi, però, non se fa nulla. Mancano però ancora sette giorni.
Con un’incertezza così ampia, le carte possono mischiarsi facilmente.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
“OCCORRE RIMETTERE L’USCITA O MENO DALLA UE AL VOTO POPOLARE”
Dopo tanti tentennamenti, che per molti hanno provocato l’emorragia di voti alle ultime
Europee del 26 maggio e una lunga pausa di riflessione il leader del Labour, Jeremy Corbyn, ha sciolto le riserve e ha lasciato la strada dell’incertezza per imboccare la via della chiarezza e ha schierato ufficialmente il partito a favore di un secondo referendum impegnandosi a sostenere l’opzione Remain se il prossimo Governo conservatore si arrenderà all’idea di un nuovo voto popolare, contro qualunque ipotesi di divorzio No Deal come pure contro qualunque “dannoso” accordo di uscita dall’Ue di marca Tory.
In una lettera ai membri del Labour, Corbyn ha mandato un messaggio chiaro al prossimo Premier, che uscirà dalle primarie Tory: “Chiunque diventerà il nuovo Primo Ministro, deve essere abbastanza sicuro da rimettere l’uscita dall’Ue, con e senza accordo, al voto popolare”, insieme all’opzione di rimanere nell’Unione.
Sempre nella stessa missiva, Corbyn ha chiarito appunto che il Labour, nella campagna referendaria sosterrà il Remain, “sia contro una Brexit No deal, che contro un’uscita con un accordo dei Tory, che non protegge l’economia e i posti di lavoro”.
Nella lettera aperta, Corbyn sostiene anche che la Gran Bretagna ha bisogno di elezioni generali. Per questo, continua Corbyn, “abbiamo bisogno di un governo laburista, per mettere fine all’austerity e ricostruire il nostro Paese per i molti e non per i pochi”.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2019 Riccardo Fucile
IL REPORT: STRAGI OCCULTATE, OMICIDI, STUPRI, TORTURE, PROFUGHI LASCIATI MORIRE PER FAME, EMBARGO ARMI VIOLATO, GUARDIA COSTIERA COINVOLTA IN CRIMINI… E IL GOVERNO ITALIANO CONTINUA A FINANZIARE QUESTA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE
Non ci sono solo gli “sbarchi fantasma”, ma anche le morti che alcuni governi europei e le autorità libiche preferiscono occultare.
«Innumerevoli migranti e rifugiati hanno perso la vita durante la cattività , in mano ai trafficanti, uccisi a colpi di arma da fuoco, torturati a morte o semplicemente lasciati morire di fame o perchè vengono negate le cure mediche».
Non è che una delle decine di accuse che circolano a Ginevra durante la 41esima sessione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu.
La Libia è uno dei temi chiave, perchè tra il mare e il deserto anche i diritti umani sono ormai un miraggio.
«In tutta la Libia vengono scoperti — si legge in uno dei report — corpi non identificati di migranti e profughi con ferite da arma da fuoco, segni di tortura e ustioni. Spesso i loro resti vengono rinvenuti tra cumuli di spazzatura, nel letto di fiumi in secca, non lontano dalle fattorie e nel deserto».
Le Nazioni Unite sanno, e hanno le prove.
A giorni la procuratrice della Corte penale internazionale dell’Aia depositerà un nuovo aggiornamento, e ancora una volta le autorità libiche ne usciranno a pezzi.
«La frequenza dei casi di stupro ai danni delle donne che sono transitate in Libia — confermano i documenti degli ispettori Onu — è corroborata da una pletora di fonti».
La stragrande maggioranza «delle donne e adolescenti intervistate nel 2017 e nel 2018 ha riferito di essere stata violentata da trafficanti in Libia o di aver visto donne portate via e tornare sconvolte, ferite e con i vestiti strappati».
I responsabili hanno nomi e cognomi. Spesso indossano una divisa e incassano uno stipendio grazie a finanziamenti dell’Unione europea.
«Le autorità pubbliche, inclusa la Direzione per la lotta alla migrazione illegale e la Guardia costiera libica, sono accusate di essere coinvolte in gravi atti di violenza e che tali crimini sono spesso associati a un’impunità diffusa», si legge in altri documenti messi a disposizione del Consiglio per i diritti umani.
Impunità che permette ai libici di ricattare l’Europa e specialmente l’Italia. Ieri mattina diverse fonti a Tripoli hanno riferito che nel giro di qualche ora, due giorni al massimo, la cosiddetta guardia costiera di Tripoli avrebbe annunciato lo stop alle operazioni di intercettazione dei migranti in mare.
Un annuncio minacciato già in altre circostanze, e regolarmente seguito dalla promessa di altri fondi ed equipaggiamento. Puntuale, ieri sera, è arrivata dal governo di Roma la promessa di altre 10 motovedette che potrebbero essere consegnate ai libici già entro agosto.
Nel corso delle audizioni, i delegati di alcuni Stati e i rappresentanti di diverse organizzazioni internazionali hanno chiesto ad “Avvenire” maggiori dettagli su una inchiesta portata all’attenzione del Consiglio, in particolare il caso di Bija, un trafficante di esseri umani destinatario del blocco dei beni da parte delle autorità libiche, tornato però a comandare alcune motovedette nell’area di Zawyah, dove sono riprese le partenze di migranti.
«Gravi atti di violenza, tra cui uccisioni illegali, torture e maltrattamenti, stupri e violenze sessuali, abusi fisici, estorsioni, minacce e intimidazioni sono commessi contro i lavoratori migranti e i membri delle loro famiglie», spiega un altro dossier, vessati «da funzionari dello Stato, gruppi armati, contrabbandieri, trafficanti e gruppi criminali, dentro e fuori i centri di detenzione formali e informali».
Nel Palazzo delle Nazioni, arriva anche la denuncia di Amnesty International che ha ottenuto immagini satellitari che documentano come la violenza scoppiata il 4 aprile abbia costretto oltre 100 mila civili ad abbandonare le abitazioni. Soprattutto «l’embargo sulle armi avrebbe dovuto proteggere la popolazione civile della Libia — dice Magdalena Mughrabi, vicedirettrice di Amnesty per Medio Oriente e Nordafrica —. Stati come la Giordania, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia lo stanno violando clamorosamente».
(da “Avvenire”)
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