Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
QUANDO DI MAIO MI DISSE: “E ALLORA COME CONTROLLO I GRUPPI PARLAMENTARI?”… LA DIVISIONE DEI POTERI E’ ALLA BASE DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA
La divisione dei poteri dello stato è alla base della nostra democrazia, è il pilastro che regge la
democrazia.
Ma non si usa più, è cosa sorpassata dalla prassi e dalla esigenza inderogabile dei capibastione di controllare i gruppi e le camere, di sottomettere al volere dell’esecutivo il Parlamento, invertendo le funzioni tra controllore e controllato, in barba a tutti i bei discorsi di insediamento dei vari Presidenti delle Camere e alle chiacchiere vuote dei vari pdc, che declamano pomposamente e impropriamente la “centralità ” del Parlamento! Questo è il fatto, il Parlamento non conta più nulla nel nostro ordinamento.
(Luigi Di Maio un anno fa sgranò gli occhi innocenti e mi chiese sincero “e come controllo i gruppi Parlamentari, Paola?”, mi tremarono i polsi perchè compresi che le funzioni istituzionali erano estranee alla sua formazione culturale, figlio dei suoi tempi, giovane sveglio, pragmatico e veloce si adeguava ad una prassi già vista e sperimentata da altri prima di lui, immemore che le cose possano essere diverse da così, era sincero e credeva davvero che a sbagliare fossi io che gli ricordavo questa cosa di altri tempi, la divisione dei poteri! )
Per riformare la politica si crede al contrario sia necessario ridurre ancora il potere e la rappresentanza del Parlamento, con il taglio del numero dei parlamentari.
Fino a farlo scomparire in un prossimo futuro, come è stato ipotizzati dallo stesso Di Maio e da Casaleggio.
Un paradosso, un controsenso intollerabile che fa rivoltare nella tomba i tanto abusati “padri costituenti”, ma si sa le parole non corrispondono più ai fatti, in politica.
Ci vorrebbe invece, sarebbe necessario, perchè rimetterebbe le cose nei giusti binari, un semplice regolamento delle Camere che impedisca di fatto che il capo politico dei gruppi parlamentari possa avere incarichi di governo
Senza scomodare la Costituzione.
Ma questo non lo si ipotizza neanche, non è in nessun punto programmatico e su nessun tavolo. Perchè ai potentati non conviene, ai capi politici non conviene a chi controlla la politica non conviene. E oggi la politica è questo.
Si comincia piuttosto a “cedere” sul “taglio” dei parlamentari, prima tanto osteggiato, ma sempre più sbandierato, ipotizzando che una legge elettorale proporzionale possa riequilibrare il gap di rappresentanza, ma il taglio del numero dei parlamentari sarà riforma costituzionale mentre la legge elettorale, come mi fa notare qualcuno, va e viene, e potrà sempre essere cambiata.
Non va bene.
Paola Nugnes
(ex parlamentare M5s)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
COGLIONARE L’ELETTORATO E’ IL MANTRA DI SALVINI DA UNA VITA
Nella diretta di ieri Matteo Salvini ha continuato a indicare il complotto di Bruxelles come responsabile del ribaltone italiano
Nell’immaginario del leghista che ha fatto presentare una mozione di sfiducia nei confronti del governo in cui tutti gli portavano l’acqua con le orecchie il responsabile della sua caduta ha un nome e cognome: si chiama Ursula Von der Leyen, neo-presidente della Commissione Europea.
E la teoria del complotto che Salvini ha enunciato senza farsi scappare dal ridere ma con il chiaro obiettivo di coglionare l’elettorato che gli aveva dato fiducia e che ha cominciato a voltargli le spalle — come indicano i sondaggi che il Capitano non cita più da quando sono negativi — parte dal voto del Parlamento per l’ex ministra tedesca che ha visto riuniti PD, M5S e Forza Italia e la Lega all’opposizione: solo qualche giorno fa Romano Prodi l’aveva indicata come esempio per costituire una nuova maggioranza in Parlamento sotto il nome di Coalizione Orsola, e questo basta all’ormai ex ministro dell’Interno per gridare alla pistola fumante.
Basta, sì, ma soltanto a quelli che si sono già scordati com’è andata: il giorno del voto per Von der Leyen il capogruppo del gruppo della Lega a Strasburgo aveva annunciato in un’intervista alla Stampa il voto per Ursula in cambio di un commissario.
Ovvero, per una di quelle poltrone che ieri Salvini ha indicato come unico collante della nuova maggioranza che sta per nascere. E già questo dovrebbe far scoppiare a ridere in faccia al leader della Lega chiunque sia dotato di senno.
Ma la circonvenzione di elettore incapace di Salvini non prevede un discorso che rispetti almeno la logica delle cose e la storia dei fatti.
Per questo nella Narrazione Tossica non c’è spazio per queste quisquilie: il Capitano è stato mandato a casa da un complotto dei Poteri Forti contro Bruxelles, e pazienza se il Grande Politico con 25 anni di esperienza a questo punto dovrebbe anche ammettere che gliel’hanno fatta sotto il naso e lui non s’è accorto di nulla.
Fino a ieri, quando ha cominciato a strillare con lo scolapasta in testa “Vojo ‘a democrazia, vojo ‘er referendum popolare su di me” come se tutto questo bastasse a far dimenticare che è stato lui ad annunciare la sfiducia a Conte ed è stato sempre lui, da Ferragosto, a strisciare verso i grillini chiedendo perdono, perdono perdonooo dopo averli additati al pubblico ludibrio.
E invece no. Salvini grida alla Cospirazione Ursula mentre i suoi ascari, terrorizzati da una genuina ansia di perdere il posto, lo status e gli stipendi che la fortuna del Capitano gli ha garantito, continuano a ripetere — a quelli che notano che il Re è nudo — che è tutto un complotto “che parte da lontano“.
Cercando di convincere l’elettorato che quando Salvini chiede il rimpasto perchè sennò se ne va non sta mica puntando alle poltrone, mentre se gli altri fanno un patto allora se le stanno spartendo
Nella costruzione dell’immaginario complotto contro di lui che serve a giustificare la sua dabbenaggine politica un ruolo chiaro e preciso ce l’ha il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Che viene chiamato in causa da molti per le sue dichiarazioni sulla legge di bilancio 2020, perchè anche lì c’è un’altra pistola fumante: via XX Settembre aveva rassicurato che non si sarebbe fatto deficit a uffa (come volevano i leghisti) e quindi stava già costruendo una finanziaria invotabile per noi che invece volevamo tagliare le tasse ai cittadini aumentando il debito da far pagare ai cittadini stessi nel prossimo futuro, è la loro narrazione.
Un racconto che non fa una grinza per chi ha la memoria storica d’una farfalla che muore dopo 24 ore.
Per farlo crollare basta ricordare chi è quel Traditore della Patria che ha fatto il nome di Tria per il ministero dell’Economia e l’ha fatto arrivare a via XX Settembre: non ci crederete, ma si tratta proprio di Matteo Salvini.
Come ricordano tutti quelli che c’erano, infatti, colui che oggi viene additato come il guardiano dell’ortodossia di Bruxelles è stato indicato come ministro dalla Lega su suggerimento di quel Paolo Savona che, secondo la narrazione di un’altra branca di intellettuali di grosso calibro come i noeuro, avrebbe dovuto portarci fuori dall’euro grazie alla sua clamorosa capacità dialettica e invece se n’è andato alla Consob lasciandoli tutti in brache di tela.
Tria è stato scelto da Salvini: se è lui a capo del complotto che li ha mandati a casa, allora Salvini è un cialtrone di prima categoria perchè si è fatto vendere la fontana di Trevi dal primo scemo che passava di lì.
La teoria del complotto della Lega fa acqua da tutte le parti: potete scommetterci quindi che ci crederanno tutti.
(da “NextQuotidiano“)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
SEA WATCH: “NON VOGLIONO TESTIMONI AI CRIMINI CONTRO L’UMANITA'”… NEGATO IL PERMESSO DI DECOLLO A MOONBIRD E COLIBRI: PER CHI AVESSE ANCORA DUBBI SUI FUTURI IMPUTATI AL TRIBUNALE DELL’AJA
L’Italia tarpa le ali alle vedette volanti. Da quasi un mese, Moonbird e Colibrì, i due aerei
leggeri delle ong che sorvolano il Mediterraneo per avvistare i gommoni dei migranti, non possono decollare da Lampedusa nè da altri scali del nostro Paese.
“Le norme nazionali impongono che quei velivoli possano essere usati solo per attività ricreative e non professionali”, sostiene infatti l’Enac, l’Ente nazionale per l’aviazione civile. Qualche sorvolo riescono ancora a farlo, ma con grande difficoltà , e partendo da aeroporti più lontani, in altri Stati.
Dopo la desertificazione di un pezzo di mare davanti alla Libia a colpi di decreti sicurezza, si rischia dunque la desertificazione del cielo.
Chiunque abbia partecipato a missioni di Search and Rescue sulle navi delle ong (ieri la tedesca Lifeline ha soccorso un centinaio di migranti a 31 miglia dalla costa libica, sa quanto sia importante avere due occhi che scrutano dall’alto.
È il modo più efficace, talvolta l’unico, per individuare i gommoni e segnalarne tempestivamente la posizione ai soccorritori.
Le coordinate sono trasmesse via radio dall’equipaggio di Moobird (un Cirrus Sr22 che vola per la no profit svizzera Humanitarian Pilote Initiative, in collaborazione con la ong tedesca Sea-Watch) e di Colibrì (un Mcr-4S a elica costato 130.000 euro ai francesi di Pilotes Volontaires).
Secondo un’inchiesta del Giornale, dal primo gennaio agli inizi di giugno Colibrì e Moonbird hanno accumulato 78 missioni, 54 delle quali partite dallo scalo di Lampedusa. L’aeroporto a loro interdetto.
“Colibrì — sostengono i tecnici dell’Enac – non è un aeromobile certificato secondo standard di sicurezza noti ed è in possesso di un permesso di volo speciale che non gode di un riconoscimento per condurre operazioni su alto mare. Quelle di Search and Rescue sono operazioni professionali che richiedono un regime autorizzativo, non compatibile con gli aeromobili di costruzione amatoriale”.
Moonbird presenta caratteristiche simili a quelle di Colibrì. “Ha chiesto di venire a Lampedusa, siamo in attesa di ricevere documenti e motivazioni”.
Rilievi respinti dalla Sea-Watch, forte di un parere legale di uno studio di esperti di aviazione che smonta l’approccio dell’Enac. “Ci viene da pensare che dietro a queste complicazioni burocratiche — dice Giorgia Linardi, responsabile di Sea-Watch Italia — ci sia la volontà politica di fermare le attività di ricognizione. Evidentemente dà fastidio che gli occhi della società civile siano tanto in mare quanto in aria”.
La desertificazione del cielo, in atto in queste ore, completa un processo già in corso da mesi nel Mediterraneo centrale.
Ancora ieri i volontari di Mediterranea a bordo della Mare Jonio hanno potuto raccontare come nelle sole ultime 24 ore, a fronte di almeno sei casi conclamati di gommoni in distress — avaria grave — le autorità competenti, cioè la cosiddetta guardia costiera libica (coordinata come noto dalla Marina italiana), non abbiano emesso nemmeno un allarme Navtext, come invece sarebbe prassi.
Una scelta perfettamente coerente con quanto da tempo fanno i comandi militari e i centri di coordinamento europei che non rilanciano le segnalazioni di imbarcazioni in difficoltà , come sarebbe invece loro dovere fare, ma interloquiscono direttamente ed esclusivamente con le autorità libiche.
Una collaborazione — quella tra Ue e forze di Tripoli – che viene comunque sempre smentita, anche perchè i respingimenti (di questo si tratterebbe a tutti gli effetti) sono considerati una seria violazione delle norme internazionali.
Non solo. Le autorità di Tripoli sembrerebbero aver attivato attraverso l’utilizzo di droni, una sorta di schermatura magnetica — Mediterranea parla apertamente di “jamming militare” — che manda in tilt le strumentazioni di bordo appena superato il 12° parallelo, quello che segna il confine tra Tunisia e Libia. Una mossa, l’ennesima, per non avere testimoni.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
MA IL RISCHIO E’ CHE I GRUPPI PARLAMENTARI LO PRENDANO A CALCI IN CULO (SAREBBE ORA)
Il Fatto Quotidiano in un articolo a firma di Luca De Carolis ci racconta come, mentre Don Travaglio benedice il governo M5S-PD, ieri Luigi Di Maio abbia tentato fino all’ultimo di tornare all’alleanza con la Lega invece di “sporcarsi” con il Partito Democratico, spalleggiato in questo da quel sant’uomo di Alessandro Di Battista.
Perchè i dem aspettano il vertice dei 5Stelle, previsto nel pomeriggio. E ascoltano i sussurri che arrivano dall’altro fronte. “Luigi sta soffrendo molto, questo accordo gli pesa”, raccontano due big del Movimento. Il vicepremier, bermuda e camicia, si palesa sotto casa con la fidanzata per andare a pranzo immortalato dai fotografi. E mentre passeggia sotto i flash il Carroccio gli fa arrivare ancora offerte tramite intermediari vari: “Ti diamo la presidenza del Consiglio e sui temi ci metteremo d’accordo”.
Alle 15 Di Maio riunisce tutto il gotha del Movimento per prendere la decisione definitiva. Sa che ormai il sì a Conte c’è, le varie anime e cariche del Pd gli hanno dato ampie rassicurazioni. Però in silenzio spera che nella riunione più d’uno protesti, chiedendo una via per ricucire con la Lega. Ma dentro la casa sul Lungotevere del suo strettissimo collaboratore Pietro Dettori gli rispondono con l’evidenza dei numeri. Non si può tornare con il Carroccio, i gruppi parlamentari esploderebbero. Protesta solo Alessandro Di Battista. Non può bastare. Così Di Maio sale su un taxi e se ne va a Chigi per incontrare Zingaretti.
Di Maio ci ha provato fino all’ultimo ma si è dovuto rassegnare perchè altrimenti avrebbe spaccato i gruppi parlamentari
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
“DOVETE RICONOSCERE CONTE COME PREMIER, SU MANOVRA E PROGRAMMA DECIDIAMO NOI”: DI MAIO FA FALLIRE L’ACCORDO CON IL PD… BRAVO, VAI CON I TUOI COMPAGNI DI MERENDE RAZZISTI E VEDIAMO SE TORNI AL GOVERNO O A POGGIOREALE
Più che un incontro sembrava un capestro. Il giogo cui sottomettere il Pd. Questo è stato
l’incontro di ieri tra Conte, Di Maio, Zingaretti e Orlando. Un atto di guerra più che di pace.
Le condizioni dettate dal capo politico grillino hanno infatti lasciato senza parole il segretario e il vicesegretario dem. Il primo paletto li ha subito messi sulla difensiva. Una richiesta che non si aspettavano.
“Dovete riconoscere con una dichiarazione pubblica e ufficiale che Conte è anche il vostro premier”. Più che una rivendicazione è stata la prima stazione di una via crucis. Il no di Zingaretti è stato netto ma l’incontro si è subito messo sulla strada della tentata “grillizzazione” del Pd.
Poi si è passati alla squadra di governo. Non solo Conte e Di Maio hanno rivendicato lo schema del doppio vicepremier ma hanno sbarrato la strada a qualsiasi ipotesi di dare un segnale di cambiamento radicale.
Tra i ministeri più importanti solo Economia e Esteri sarebbero stati riservati al Pd. Tutti gli altri, compreso l’Interno, all’M5S. L’atmosfera nella sala di Palazzo Chigi è diventata plumbea.
La sorpresa si trasformava velocemente in sbigottimento. Lo schema di confronto totalmente stravolto. Più che la ricerca di una alleanza, la definizione di una resa. Orlando tentava di rasserenare il clima con la via del confronto politico. Ma gli altri erano attestati su quella dello scontro. I pentastellati però non si sono fermati qui. Quando la discussione si è trasferita sui temi programmatici, gli attuali premier e vicepremier sono andati persino oltre.
Non hanno voluto parlare di come preparare la prossima legge di Bilancio spiegando che “di fatto” è già pronta. Cioè quella predisposta dall’esecutivo uscente con le direttrici dell’esecutivo uscente.
E il resto? “Ci sono i nostri dieci punti, bastano quelli”. A quel punto la risposta di Zingaretti che aveva mantenuto la calma fino alla fine della riunione è stata secca: “non farò umiliare il mio partito”.
La strada per il nuovo governo ad oggi è diventata ripidissima. Ma incredibilmente un partito uscito pesantemente bastonato dalle ultime elezioni europee, sull’orlo della estinzione, tramortito dalla crisi di governo, riesce a dettare le sue condizioni.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
ZINGARETTI: “PASSI CONTE, MA SE DEVO ACCCETTARE DI MAIO NON SOLO VICEPREMIER, MA PURE AL VIMINALE, ANDIAMO A VOTARE SUBITO”
“Se non dicono sì a Conte è inutile vedersi”. Così Luigi Di Maio ai suoi ieri sera dopo l’incontro con la delegazione Pd.
Il Pd risponde ai 5S: “A queste condizioni si va al voto”. “L’accordo di governo – riferiscono fonti dem – rischia di saltare per le ambizioni personali di Luigi Di Maio che vuole fare il ministro dell’Interno e il vicepremier”.
A queste condizioni, è la posizione del Pd, si va al voto.
Prosegue in salita la trattativa tra il Pd e il M5S per mettere in fila le questioni più complicate dal punto di vista del programma, come la manovra 2020, giustizia e decreti sicurezza.
L’incontro tra le delegazioni del Pd e del M5S, che era stato previsto per le 11, è stato ufficialmente annullato con una telefonata da Palazzo Chigi. La rende noto la presidenza del Consiglio.
Le speranze di un accordo Pd-5S non sono ancora del tutto perse, ma la distanza tra le due formazioni è evidente. Come emerge, ad esempio, dal tweet di Francesco Bonifazi: “Sono uno serio e reponsabile. Credo al governo istituzionale. E mi va bene anche Conte. Ma se devo accetare Di Maio al Viminale, per me si può andare a votare subito”.
Intanto Carlo Calenda rompe il silenzio.
“Sono stato zitto, come promesso – ha scritto su Facebook – fino all’inizio delle consultazioni. Ma ora basta. Lo spettacolo è indecoroso. Oggi iniziano e noi stiamo prendendo da giorni schiaffi da Di Maio e soci. C’è un democratico rimasto che si ribelli ai diktat su Conte e a un negoziato che non ha toccato un tema vero (Ilva, Alitalia, Tap, Tav, Rdc, Quota 100..)? Basta”.
(da agenzie)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
LA TRATTATIVA SI COMPLICA, ZINGARETTI CHIEDE DISCONTINUITA’ SU SQUADRA E AGENDA PER DARE IL SI’ A CONTE… PER DI MAIO PRIMA IL PD DEVE DIRE SI’ A CONTE, COME SE NON CONTASSE PER FARE CHE COSA
C’è un punto fermo in questa “trattativa” che va avanti fino a notte fonda, ma che non produce
(ancora) un accordo, perchè, spiegano alla fine “c’è ancora molto da fare sui programmi”. E c’è molto da fare per trovare una quadra sulla cornice e sulla figura del premier, perchè l’approccio di Di Maio è un diktat: prima il sì a Conte, poi si discute dell’esito.
Il punto fermo, prima ancora della questione del premier, è il “modo”. Prima ancora dell’esito.
Il segretario del Pd “costretto” a subire un negoziato, perchè assediato dall’ansia governista del grosso del suo partito e dalle pressioni dell’establishment italiano ed europeo.
Un negoziato simile a un suk, che parte dalla coda (le poltrone, per dirla in modo un po’ populista) più che dalla testa (uno straccio di visione del paese, nell’ambito di un confronto alla luce del sole).
Un Movimento che fu dei professionisti dello “streaming” e della “trasparenza” che mette in scena un confronto clandestino, imbarazzato, ai limiti del “si fa non si dice” (stiamo parlando del governo del paese) che ha come set le stanze del potere abitate dai Cinque stelle grazie a Salvini, chiuse come una scatola di tonno.
Un aggiornamento sullo stato dell’arte, dopo il vertice, affidato agli spifferi di fonti anonime, senza che nessuno metta la faccia davanti a un microfono.
È questa la fotografia, quando la delegazione del Pd, col segretario e il suo vice Andrea Orlando varcano la soglia a palazzo Chigi alle nove di sera per incontrare Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, i padroni della casa finora abitata con la Lega, dove si inneggiava alla chiusura dei porti.
E quando escono. Due partiti che trattano senza aver spiegato al paese le “ragioni” di questo compromesso assai poco storico, probabilmente perchè non ci sono ragioni che non siano la paura di perdere le elezioni e una legittima brama di potere.
La teoria, immaginiamo, sarà elaborata pret a porter, dopo aver trovato la quadra su ministri, viceministri, sottosegretari, dai cantori della “responsabilità nazionale”.
Del resto è difficile ammantare di profondità culturale, visione e passione, un’operazione che, citando Berlinguer, assomiglia a un atto osceno in luogo pubblico. Basta raccogliere le voci, gli spin, le liste di ministri, zeppe di gente che fino a due settimane fa si insultava, “quelli del partito di Bibbiano” e quelli del “mai con voi cialtroni”.
Il punto è questo. All’incontro del tardo pomeriggio Di Maio, non si capisce se per far saltare tutto o per alzare la posta, chiede Interni per sè (con tanto di ruolo di vicepremier), commissario europeo e dice che Conte va conteggiato come figura terza, come fosse un tecnico.
Zingaretti se ne va e chiede un incontro tra delegazioni, che inizia alle 21,00. Dove lo stesso nodo non viene sciolto.
Il segretario del Pd è disponibile a dire di sì a Conte purchè il nuovo governo non sia un rimpasto del precedente, coi rossi al posto dei verdi, ma ci sia una nuova agenda e un nuovo assetto, in discontinuità rispetto ai 14 mesi che abbiamo alle spalle.
Tradotto, bene Conte ma è in quota Cinque Stelle, poi vicepremier unico e caselle chiave al Pd. E nuovo programma.
Per il ruolo di vicepremier è già partita, nel Pd, la gara tra Orlando e Franceschini. Chi dei due non lo fa vorrebbe andare al posto di Giorgetti, come sottosegretario a palazzo Chigi.
Se nascerà , nel nuovo governo ci saranno renziani duri (Marcucci ambisce), renziani morbidi (Guerini), ministri che sono stati con Salvini, da Bonafede a Fraccaro, qualcuno di Leu, dove si segnala il grande attivismo di Piero Grasso che vorrebbe Giustizia o Difesa.
Questa è la cronaca degli appetiti. Da incrociare con quelli dei Cinque stelle. A notte fonda l’accordo è lontano. Il Pd chiede di discutere tutto l’insieme. Di Maio, invece, prima il “via libera a Conte, poi il resto”.
È così che finisce, con un possibile nuovo round tra poche ore. La notizia politica è che Zingaretti non ci sarà . Lo ha spiegato ai suoi, con fermezza e decisione: “Non farò il vicepremier”.
Anche a quelli più vicini al suo cuore, come Goffredo Bettini, che gli hanno suggerito di entrare perchè un’accozzaglia del genere ha bisogno di un perno di governo, anche per non essere nelle mani di Renzi, il cui disegno lo hanno capito anche le creature: facciamo la proporzionale poi ho le mani libere, per fare la scissione o se ci sono le condizioni per riprendere il Pd, visto che si farà un congresso prima della fine della legislatura. In fondo, ha portato il Pd sulla sua linea, riprendendoselo “politicamente”.
Merita qualche parola Zingaretti, in queste giornate eterne.
La sua linea è stata sconfitta. L’idea cioè di costruire una alternativa alla destra, intercettando, nella battaglia nella società , la crisi Cinque stelle. I suoi lo hanno spinto all’arrocco col ceto politico pentastellato che il popolo lo ha perso in questo anno, certificando per l’ennesima volta che il Pd è un partito retard, nato con dieci anni di ritardo, poi approdato all’abbraccio con i Cinque stelle fuori tempo massimo di sei anni (ricordate il 2013) o di uno (ricordate il 2018). E ci arriva quando le periferie e il “popolo” ha salutato Di Maio per andare con Salvini. Però, nell’ambito di questa sconfitta, una cosa Zingaretti la sta rendendo plastica.
Diciamola in modo un po’ grezzo: io, è il senso del suo ragionamento, ce la sto mettendo tutta per fare un governo decente, come voi del mio partito mi avete chiesto, come vedete sono gli altri (i Cinque Stelle) che rendono complicato farlo, divisi tra Conte e Di Maio, Grillo e Di Battista.
Anzi ancora non si capisce se Di Maio lo vuole fare o vuole far saltare il tavolo. È questa l’impressione quando a tarda notta finisce l’incontro.
Alla fine questa roba ve la porto in direzione, ma io non ci sarò dentro. Not in my name. E in questo c’è già un giudizio sul governo che nascerà . Renzi si tiene le mani libere, Zingaretti a sua volta non ci entra. Nasce già , se nasce, come un governo debole.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 27th, 2019 Riccardo Fucile
IL PD NON HA ANCORA DATO VIA LIBERA AL CONTE BIS… CI SONO DIFFERENZE SU CONTENUTI, PROGRAMMA E LEGGE DI BILANCIO
E’ durato quattro ore l’incontro a Palazzo Chigi tra le delegazioni del Pd e del M5s in vista di un possibile nuovo governo.
Lo annunciano fonti dem che precisano: “Siamo al lavoro, ma c’è ancora molto da fare su contenuti e programmi. E non c’è ancora il via libera a Conte. La strada è in salita, differenza di vedute sulla manovra”. Si prosegue comunque questa mattina.
Il Pd non ha ancora dato via libera al Governo Conte 2. Il confronto tra M5S e Pd proseguirà martedì.
(da agenzie)
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