Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA PIU’ GRANDE LO AVEVA DENTRO IL PARTITO, ORA HA ESPULSO IL CALCOLO SENZA SOTTOPORSI A INTERVENTO CHIRURGICO
È un uomo fortunato Nicola Zingaretti, perchè il problema più grande che aveva dentro il PD si è risolto da solo. Matteo Renzi se ne va, con una lunga intervista a Repubblica, due pagine, un bello scoop di Annalisa Cuzzocrea, ma leggendo questo lungo testo non si riesce a capire il vero motivo per cui se ne vada.
Le scissioni nel Novecento sono accadute per motivi grandi e drammatici. Prendere o no il Palazzo d’inverno, nella Russia pre-bolscevica. Fare o no come nel paese dei soviet, restare comunisti o diventare social-democratici nel 1989, per lo strappo fra rifondazione e Pds.
Baciare un meno il rospo, per la divisione fra i comunisti unitari e rifondazione. Sostenere o meno Romano Prodi, nel caso del PDCI e dell’addio di armando Cossutta nel 1999. E dunque, se è vero che Matteo Renzi ha sostenuto, o addirittura preconizzato la scelta di questo governo, perchè lascia il PD? Mistero incomprensibile.
Certo, c’è il gioco del potere: non comanda lui. Non è lui a decidere nella stanza dei bottoni, e questo come sappiamo gli costa molto. Ma basta come motivazione? Per un ceto politico forse, per un popolo di militanti sicuramente no.
E infatti, solo la settimana scorsa discutevo allo stand della friggitoria con Palmiro, un sessantenne che rappresenta il prototipo perfetto del militante affascinato dall’ex premier. Un ex comunista delle regioni rosse che ha sostituito la nostalgia del partito forte con la simpatia per l’uomo forte (Matteo).
Ebbene, in una bellissima sfida dialettica davanti ai suoi compagni in cui gli chiedevo cosa avrebbe fatto in caso di scissione, Palmiro arrivava a negare la realtà : “Non rispondo a questa domanda! Perchè Matteo non esce. Sta prendendo in giro voi giornalisti”.
Era l’impossibilità di accettare lo strappo, un sentimento che Matteo Orfini riassume con un motto: “Extra ecclesiale nulla salus”. Non c’è speranza fuori dalla Chiesa: era l’invettiva che i papi riservavano agli apostati.
Il Matteo Renzi di oggi esce senza popolo, dunque, e anche senza molti renziani. Non c’è il suo compagno più antico, Graziano Delrio. Non c’è il più giovane dei suoi compagni antichi, Matteo Richetti. Non c’è il più andreottiano dei renziani, Lorenzo Guerini. Non c’è il più intimo dei suoi spicciafaccende, Luca Lotti.
Matteo Renzi è solo, senza una motivazione forte di identità , e — con perfidia elegantissima — ieri Dario Franceschini ha inviato agli aspiranti scissionisti un messaggino con una sola immagine.
Era la riproduzione del simbolo dell’Api, il simbolo di una scissione dimenticata, quella con cui se ne andò Francesco Rutelli. Era una scissione molto simile a questa: nata per calcolo geometrico, con l’idea di resuscitare il centro, come un remake della Margherita. Alimentata con la diaspora di pochi parlamentari, è finita dimenticata, forse, persino dallo stesso Rutelli.
È un uomo fortunato, Nicola Zingaretti, perchè per ostinazione ha fatto di tutto pur di trattenere uno che le Pd non ci voleva stare. E che dentro protestava facendogli male. Adesso sta meglio, come quelle persone che soffrono terribilmente per un calcolo, e alla fine — una mattina — riescono ad evacuarlo senza doversi sottoporre ad un intervento chirurgico.
Adesso — è questa è l’unica cosa vera tra quelle che dice Renzi — può costruire il Pd come vuole.
Luca Telese
(da TPI)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
LE PREVISIONI DEI SONDAGGISTI NON SONO ROSEE
Il partito di Renzi per ora nei sondaggi si attesta intorno al 5%. 
Il Corriere della Sera interroga i sondaggisti sulle possibilità della creatura annunciata dal senatore di Scandicci, ma le previsioni non sono così rosee.
Alessandra Ghisleri di Euromedia Research aveva elaborato un sondaggio tra febbraio e marzo: «Allora misurammo il bacino di utenza degli elettori potenzialmente interessati al progetto e lo fissammo tra il 6% e l’8%, specificando anche che non tutti gli interessati avrebbero poi votato un eventuale “partito di Renzi”».
Il Corriere sente anche Lorenzo Pregliasco di Youtrend, che aveva lavorato sull’ipotesi i primi giorni di settembre: «In quei giorni la fiducia in Renzi era del 15-20%. Un dato molto basso (il presidente Conte era oltre il 50%, ndr) che realisticamente accredita un partito che si richiama a Renzi intorno al 3%-3,5%».
Ma queste cifre, insiste Pregliasco, «non devono trarre in inganno perchè non ci sono elezioni in vista e, dunque, sono molto numerosi gl iindecisi. E poi nella logica delle coalizioni chi raggiunge il 3% o anche il 5% può rappresentare l ‘ago della bilancia per una maggioranza oppure non contare nulla perchè non supera la soglia di sbarramento».
Per Roberto Weber di Ixè la soglia del 5% è invece piuttosto alta, mentre Carlo Buttaroni di Tecnè ricorda che quando il PD era all’angolo la forza attrattiva di Renzi era tra il 4 e il 7%.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
“OPERAZIONE DI POTERE, SI E’ SGANCIATO PER SEDERSI AL TAVOLO DELLE FUTURE NOMINE”
Giuseppe Conte non ha preso affatto bene l’addio di Renzi al Partito Democratico. Il senatore di Scandicci gli ha telefonato per annunciarglielo assicurandogli nel contempo sostegno al suo esecutivo. Ma il presidente del Consiglio, scrive in un retroscena Ilario Lombardo su La Stampa, non si fida: «Perchè lo fa? Perchè ora?».
Con i suoi collaboratori, Conte si fa domande e cerca di darsi anche le risposte. Quelle che può avere, provando a entrare nella sua testa, e che vanno al di là delle rassicurazioni di rito che Renzi gli ha offerto.
Secondo il presidente del Consiglio è evidente che il suo obiettivo sia quello di sganciarsi per contare di più all’interno della maggioranza che sostiene il governo, stravolgere i rapporti di forza, costringere il premier, il Pd e il M5S a sedersi con lui al tavolo, a guardarlo in faccia, a riconoscergli una legittimità che il corteggiamento tra grillini e democratici aveva già accantonato.
«Potere, potere, potere»: Conte non si dà altre ragioni per spiegare la mossa a sorpresa di Renzi.
Sì, a sorpresa. Perchè così è percepita per i tempi scelti. Renzi vuole partecipare al gran ballo «delle nomine, delle grandi aziende pubbliche, che si terranno in primavera». E ancora. «Sta guardando in prospettiva, a quando potrà pesare di più sulla nomina del futuro presidente della Repubblica». (…)
Ma è proprio il tempismo scelto a far infuriare più di ogni altra cosa Conte e a convincerlo ad abbozzare una nota pronta a uscire nel caso in cui Renzi avesse ufficializzato già ieri l’addio.
L’operazione sarebbe stata più pulita, sostiene il premier, se fosse avvenuta prima della nascita del nuovo governo. Sarebbe stata «più lineare, più trasparente», perchè non avrebbe influito «sull’azione dell’esecutivo».
Il governo M5S-PD ora è atteso dalle 400 nomine dei prossimi mesi nelle società partecipate. Nell’intervista rilasciata a Repubblica Renzi ha parlato di una fusione necessaria tra Finmeccanica e Fincantieri. Risiko in partenza?
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
MARTINA: “MAI VISTO IL CENTROSINISTRA RAFFORZARSI CON LE DIVISIONI”… FRANCESCHINI: “A BIG PROBLEM”… PISAPIA: “NON CONDIVIDO, MA BUON CAMMINO”
Nicola Zingaretti riserva quattro parole all’annuncio di Matteo Renzi di scissione dal Pd. “Ci
dispiace. Un errore” twitta il segretario dem, che fino all’ultimo aveva provato a ricucire con l’ex premier. Subito però Zingaretti rivolge lo sguardo alle cose da fare, “ora pensiamo al futuro degli italiani, lavoro, ambiente, imprese, scuola, investimenti”, ma anche a “un nuovo Pd”. Senza Matteo Renzi.
La parola “errore” campeggia in molte dichiarazioni di esponenti dem. L’ex segretario Maurizio Martina, intervistato dal Corriere della Sera, afferma che “uscire dal Pd è un grave errore. Non ho mai visto il centrosinistra rafforzarsi con le divisioni. E poi, adesso che siamo al governo, le nuove responsabilità verso il Paese richiedono più unità , non meno”.
Dario Franceschini si cimenta in una infausta similitudine storica. “Nel 21-22 il fascismo cresceva sempre più. Popolari socialisti liberali avevano la maggioranza in Parlamento, fecero nascere i governi Bonomi, Facta1, Facta2. La litigiosità e le divisioni li resero deboli sino a farli cadere facendo trionfare Mussolini. La storia dovrebbe insegnare” scrive su Twitter il ministro dei Beni Culturali, con un indiretto riferimento al pericolo Salvini per l’Italia.
Poi entrando alla Triennale di Milano, a colloquio in inglese con l’omologa tedesca Michelle Mà¼ntefering che gli chiedeva di Renzi, Franceschini risponde: “A big problem”, un grosso problema.
“Non capisco il senso di questa scissione – dice il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia a Radio 24 – Non so se il gruppo di Renzi nasce per una questione di bilanciamento di poteri. Renzi separandosi dal Pd sbaglia come a suo tempo sbagliò Bersani”.
“Un partito senza leadership non esiste, deve incarnare anche una comunità . Non serve solo un leader, serve una classe di governo. Una leadership senza una comunità diventa un po’ temporanea” commenta il ministro degli Affari europei, Vincenzo Amendola, a Radio Capital.
“Quel sogno infranto sempre di una sinistra unita” è il laconico tweet di Emanuele Fiano. “Da scout a scout: non condivido ma buon cammino” scrive su Twitter l’europarlamentare Giuliano Pisapia.
“Renzi dice che lascia il Pd. Anche se lo considero un errore è una scelta che rispetto e mi auguro che non lasci spazio a invettive, conflitti e attacchi personali – afferma il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi (Pd), in un post sul suo profilo Faceboo – Penso che per lui e per gli altri la decisione di lasciare il Pd non sia una scelta facile ma sofferta, frutto di un vero travaglio politico e personale”.
″#Iostonelpd un errore enorme la scissione di renzi. Non credo nei partiti personali e le divisioni portano sempre male. I sindaci popolari aggregano, non dividono. Per questo credo rimarremo tutti nel pd che, a maggior ragione, vogliamo riformista e maggioritario (non il pds)” scrive su twitter Matteo Ricci, sindaco dem di Pesaro.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
“LA SCISSIONE SARA’ UN BENE PER TUTTI, IL MOTIVO E’ CHE MANCA UNA VISIONE PER IL FUTURO”
“La guerra voglio farla a Salvini, non a Zingaretti. Lascio la comodità e mi riprendo la libertà ”. Matteo Renzi lascia il Pd, costituisce gruppi parlamentari autonomi e assicura sostegno al Governo Conte.
In una lunga intervista concessa ad Annalisa Cuzzocrea su Repubblica l’ex premier annuncia la scissione dal Partito Democratico che, assicura, “sarà un bene per tutti”, e adduce una motivazione su tutte: “Mi fa uscire la mancanza di una visione sul futuro””.
“I gruppi autonomi nasceranno già questa settimana. E saranno un bene per tutti: Zingaretti non avrà più l’alibi di dire che non controlla i gruppi pd perchè saranno “derenzizzati”. E per il governo probabilmente si allargherà la base del consenso parlamentare, l’ho detto anche a Conte”
Resta il sostegno al Governo, perchè per Renzi “il Conte bis è un miracolo” e se ne prende i meriti, ma ora bisogna fare un passo in avanti:
“Aver mandato a casa Salvini resterà nel mio curriculum come una delle cose di cui vado più fiero”… “Abbiamo fatto un capolavoro tattico mettendo in minoranza Salvini con gli strumenti della democrazia parlamentare. Ma il populismo cattivo che esprime non è battuto e va sconfitto nella società . E credo che le liturgie di un Pd organizzato scientificamente in correnti e impegnato in una faticosa e autoreferenziale ricerca dell’unità come bene supremo non funzionino più”…
“C’è un patto tra Pd e 5 stelle sulla legge elettorale e non sarò io a violarlo o a votare contro. Voglio passare i prossimi mesi a combattere il salvinismo nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche. Faremo comitati ovunque. Non posso farlo se tutte le mattine devo difendermi da chi mi aggredisce in casa mia”.
Renzi non affonda sul segretario Nicola Zingaretti, ma sul Pd di oggi:
“Non ho un problema personale con Zingaretti, nè lui ha un problema con me. Abbiamo sempre discusso e abbiamo sempre mantenuto toni di civiltà personali. Qui c’è un fatto politico. Il Pd nasce come grande intuizione di un partito all’americana capace di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie. Chi ha tentato di interpretare questo ruolo è stato sconfitto dal fuoco amico. Oggi il Pd è un insieme di correnti. E temo che non sarà in grado da solo di rispondere alle aggressioni di Salvini e alla difficile convivenza con i 5 Stelle”
Il senatore di Rignano sottolinea che dentro il Pd si è sentito spesso un intruso, “mi hanno sempre trattato come un estraneo, come un abusivo” dice, spiegando che questo è il “riflesso condizionato di quella sinistra che si autoproclama tale e che non accetta di essere guidata da uno che non provenga dalla Ditta”. Renzi è sicuro di una cosa:
“Io esco, nei prossimi mesi rientrano D’Alema, Bersani e Speranza. Va via un ex premier, ne torna un altro. Tutto si tiene”
Renzi prova a ripartire: “Credo che ci sia uno spazio per una cosa nuova” afferma a Repubblica, “che non è di centro o di sinistra, ma che occupa lo spazio meno utilizzato dalla politica italiana: lo spazio del futuro”.
I parlamentari con lui saranno trenta, più o meno, poi ci sarà la Leopolda che “sarà un’esplosione di proposte”. Non annuncia il nome del nuovo partito, “non sarà un partito tradizionale, sarà una casa” spiega. Non si candiderà nè alle regionali nè alle comunali “almeno per un anno”, ma Renzi è chiaro su un fronte: “A me l’alleanza strategica con Di Maio non convince. Non ho fatto tutto questo lavoro per morire socio di Rousseau”.
“La prima elezione cui ci presenteremo saranno le politiche, sperando che siano nel 2023. E poi le Europee del 2024. Abbiamo tempo e fiato”.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
OPERAZIONE DI POTERE PER DIVENTARE TERZA GAMBA DEL GOVERNO, CONTE NON RISCHIA
Eccola, la scissione di Palazzo dell’ex rottamatore, dopo la manovra di Palazzo che ha portato
alla nascita del governo Conte, innescata sempre dallo stesso protagonista. Scissione senza il fuoco vivo della storia, il grande fatto, il pathos, le folle, le bandiere, e, diciamolo, i voti, nell’era della grande rimozione del popolo vero.
Fredda come un’operazione di potere, l’ennesima. Da ceto politico posseduto, non da oggi, dal revanchismo narcisistico.
Scissione, in fondo, anche lucida nella logica vendicativa dell’uomo, perchè è chiaro quale sia il disegno: Renzi esce, per indossare i panni del “riformista”, controcanto quotidiano di una maggioranza troppo spostata a sinistra, ma tiene parecchi uomini legati a doppio filo a sè dentro il Pd, a partire dal capogruppo al Senato Andrea Marcucci.
E la sua forza fuori è legata anche al potere di condizionamento dentro. Vedremo quanti lo accuseranno di aver sfasciato il Pd e quanti lo negheranno con la melensa retorica del “comunque siamo alleati” e del “comunque siamo uniti contro la destra”.
L’annuncio di Renzi è fissato per martedì 17 (con scarsa considerazione per la scaramanzia, altro indicatore di ego solido): prima un’intervista a Repubblica, per parlare alla sinistra, poi la solita passerella nel solito studio di Vespa su quelle sedie bianche che fanno tanto immortalità del potere e status.
Eccolo, il “me ne vado dal Pd”. Adesso che è scongiurato il rischio delle urne e ha piazzato i suoi nel governo, pochi o tanti che siano.
Governo che evidentemente non rischia e non rischierà nel breve periodo, come ha fatto sapere l’ex premier a Conte ma che si reggerà su una maggioranza a più gambe, fisiologicamente competitive, chissà quanto litigiose, tra loro. Inevitabilmente, uno scenario più destabilizzato, come prevedibile.
Poi, alla Leopolda, la celebrazione del nuovo inizio e non il luogo di un dibattito su “che fare”, rituale che il decisionismo renziano non ha mai particolarmente apprezzato: “Anche perchè — dicono i suoi – vogliamo vedere chi viene alla Leopolda, chi sta con noi e chi no”.
Insomma, ci siamo, nasce il partito (o partitino di Renzi), che ancora non ha un nome, ennesimo capitolo di una storia politica all’insegna del referendum su di sè, nel paese, nel partito, ora tra i suoi col malcelato intento di tornare nel great game da capo o capetto che sia, con cui gli altri devono fare i conti.
In fondo è la fine anche di una certa ipocrisia che ha consentito ai Cinque stelle, finora, di comportarsi come se non ci fosse. Da oggi il padre della “schiforma” (copyright Marco Travaglio), il nemico del caso Consip, Etruria, eccetera eccetera, simbolo di nefandezze politiche e morali è uno dei capi della maggioranza che sostiene Conte, con i suoi capigruppo che avranno titolo per sedersi ai tavoli della maggioranza.
E partecipare alle decisioni, a partire da quelle sulla grande infornata di nomine dei prossimi mesi, una delle ragioni per cui questo governo per il cosiddetto “bene del paese” è nato.
Ciò che è stato rimosso riemerge, con tutta la sua portata divisivo e il suo ingombrante peso politico. Dicevamo, il solito schema, incentrato attorno al referendum su di sè. Perchè su questo strappo si è consumata una frattura vera, tutta dentro il mondo che fu renziano: “Ormai Guerini è Franceschini”, sono queste le parole di chi in questi giorni ne ha raccolto lo sfogo.
C’è anche questa “solitudine” nella decisione maturata in queste ore, in cui c’è stata una accelerazione operativa proprio nella domenica passata a Firenze per definire i dettagli: soldi, sede, nome. Pare cioè un atto di forza, in verità è semplicemente un modo per dire “io esisto”.
Il punto da digerire è “il Lotti”, che non lo seguirà , dopo anni in cui è stato a Renzi come Verdini a Berlusconi, custode dei segreti, braccio operativo delle operazioni più delicate. Tra i due si è consumata una divaricazione politica: “La frattura è stata sul governo, nella fase finale della trattativa sui sottosegretari”.
Però è tutto più complesso, in questo tipo di rapporti. E non è un caso che i due, comunque, sabato assieme allo stadio come due vecchi amici, cose che normalmente non accadono quando le scissioni si fondano su valori e diverse idee di mondo, lacerazioni politiche che diventano anche personali, fatte di freddezza e rancori. Quando Denis Verdini, proprio per costruire la stampella renziana del governo, si lasciò con Berlusconi, i due lo fecero da uomini di mondo, senza mai mettere in discussione una certa complicità personale: “Silvio — gli disse Denis — dopo tutti gli omicidi (politici, s’intende, ndr) che abbiamo fatto assieme…”.
E allora Lotti resta dentro, con immutato affetto e amicizia, e Marcucci resta capogruppo al Senato, sempre con grande amicizia.
Insomma, Renzi tiene una gamba fuori e una gamba dentro, almeno finchè qualcuno non porrà il tema del capogruppo al Senato.
Primo caso nella storia in cui gli scissionisti controllano anche il gruppo da cui si sono scissi. Altro che separazione consensuale, si dice sempre così quando si inizia. È iniziato lo stillicidio. Di uomini e politico, in attesa di capire quanti usciranno di qui alla Leopolda, in nome ca va sans dir, della difesa dello “spirito autentico del Pd”, di fronte a un Pd “sempre più spostato a sinistra”, “dove torneranno Bersani e D’Alema”.
Torna Renzi, comunque nei panni del capo di una gamba della maggioranza, tanto per ora non si vota. Di pochi, ma capo. Perchè poi il punto è sempre questo, l’incapacità di stare dentro un progetto senza essere colui che comanda. Il movente è, semplicemente, questo.
(da “Huffingtonpost”)
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