Settembre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LA DIFFUSIONE SISTEMATICA DI TEMI XENOFOBI HA ORIENTATO L’ELETTORATO.. UNA RETE ORGANIZZATA DI ISTIGATORI ALL’ODIO
Un report che Open ha potuto visionare in anteprima rivela come ci sia stata una diffusione sistematica da parte di alcuni profili Facebook di notizie politiche prima delle elezioni del 2018 e quelle europee del 2019
Entrare sul proprio profilo Facebook, scorrere la home, mettere qualche like, leggere in modo distratto una notizia piuttosto che un’altra. Un’azione che facciamo diverse volte al giorno.
Ormai sappiamo che ciò che leggiamo su Facebook condiziona la nostra opinione. Grande lezione furono le elezioni americane del 2016. Sono passati tre anni da quando Mark Zuckerberg, dopo la vittoria di Donald Trump, dichiarò: «We are not a media company» e definì «una pazza idea» quella di credere che le fake news che circolano su Facebook possano condizionare le elezioni.
Da allora Zuckerberg ha avuto modo di cambiare idea, tornare sui suoi passi e intraprendere una serie di azioni per studiare e combattere la disinformazione su Facebook.
Ma al di là della circolazione di notizie false in sè, se scoprissimo che c’è un’azione coordinata nella diffusione di notizie su determinati temi politici?
Se ci accorgessimo che questa diffusione coordinata avviene in particolare prima di alcuni appuntamenti elettorali, che interessa maggiormente alcune forze politiche, che accade anche su pagine di intrattenimento?
Viene da sè immaginare che una tale attività potrebbe finire per condizionare l’opinione pubblica in vista del voto e, ripetiamo, al di là della veridicità dell’informazione in se: una presa di posizione, una singola frase ingigantita e postata centinaia di volte può diventare più rilevante o più netta di quel che è in realtà .
A svelare il meccanismo di questa diffusione di notizie sistematica e costante è la ricerca Understanding coordinated and inauthentic link sharing behavior on Facebook in the run-up of 2018 general election and 2019 european election in Italy, che Open ha potuto visionare in anteprima.
Lo studio è realizzato dall’Università di Urbino con la collaborazione di Facebook che ha permesso l’accesso ai dati CrowdTangle.
Come si può capire dal titolo, i ricercatori hanno osservato il comportamento del social prima delle elezioni politiche italiane del 2018 e quelle europee del 2019 e hanno appunto individuato il meccanismo di una condivisione coordinata da parte di alcune pagine Facebook.
E hanno notato che in molti casi ad essere pubblicati in modo massivo sono stati contenuti collegati a due argomenti in particolare: le migrazioni e Matteo Salvini.
È emerso che sia prima delle elezioni del 2018 che di quelle del 2019 c’è stato un potenziale coordinate link sharing.
Alcune pagine su Facebook hanno diffuso determinati link in modo coordinato: una notizia veniva pubblicata su una pagina e, in un istante dopo, era già stata condivisa da altre pagine sul social. Così più volte, in modo coordinato.
È interessante osservare la natura di questi siti: alcuni politici, ma molti di intrattenimento e non direttamente legati alla politica che finiscono per allargare il bacino di utenti, arrivando anche a profili più vulnerabili alle fake news e meno informati sul contesto politico generale.
Nelle elezioni del 2018, sono 28 le pagine e i gruppi di Facebook ad aver condiviso le notizie in modo coordinato.
Queste possono essere suddivise in 10 gruppi (cioè reti di pagine che diffondono gli stessi link in modo sistematico): tre gruppi comprendono testate e siti di informazione, due gruppi pagine politiche ufficiali legate al Carroccio tra cui quella di Matteo Salvini e Lega — Salvini Premier.
Ma ci sono anche reti di pagine composte da siti apparentemente estranei alla politica, alcuni dei quali potremmo definire di “intrattenimento” come Afoismi e Link, Link Cattivi, Che il degrado sia con voi, Affare Fatto.
Uno dei gruppi in particolare è legato a pagine e gruppi di estrema destra. Una rete, quest’ultima, che aumenterà notevolmente il livello di connessioni durante le elezioni del 2019.
Per quanto riguarda le europee, infatti, la quantità di pagine che diffondono le informazioni in modo coordinato aumenta, così come aumentano i gruppi in cui questi account si possono raggruppare.
Dai 10 del 2018 diventano 50. Anche qui, accanto a network che raggruppano pagine politiche, compaiono pagine non legate alla politica e di intrattenimento. Come Situazioni Virali, L’amore proibito, Esperimenti sociali, Silenzio a ore, Ammazzate Dalle Risate con Lu Mejo. Molti di questi account alternano notizie di gossip a quelle politiche.
Vi ricordate la rete di pagine di estrema destra del 2018? Nel 2019 lievita e ingloba pagine che rimandano a tutt’altro che alla politica come Dislessia portami via, Screenshots divertenti.
Notizie, quelle condivise in modo coordinato, che si traducono in un maggior impatto sull’opinione pubblica in quanto raggiungono un maggior numero di utenti rispetto a quelle diffuse in modo non coordinato.
Il dominio internet più diffuso da cui provengono le notizie condivise in modo sistematico? Il populista.it, apertamente legato all’estrema destra. Al secondo posto? Un sito noto per le fews tg-news24.com. Secondo lo studio, la maggior parte delle notizie diffuse in modo sistematico nel 2018 sono legate alla Lega, al secondo posto il M5S.
Invece nel 2019 al primo posto tra le Url più condivise ci sono notizie riguardanti le coalizioni, la Lega segue al secondo posto.
Alcuni dei domini più condivisi prima delle elezioni non esistono più come italiapatriamia.eu, lafinestrasulcortile.altervista.org, informazioneitalia.com. In alcuni casi le loro pagine social sono state oscurate perchè diffondevano fake news.
La condivisione delle notizie avviene a cascata. Nel 2018 è emerso che le pagine che hanno condiviso le notizie per prime sono state “Matteo Salvini” e “Lega — Caprino Bergamasco”. Da loro, via via la stessa notizia è stata condivisa dagli altri.
Infine, è interessante notare che ci sono alcuni temi che hanno dominato su altri nella diffusione di notizie in modo coordinato da parte delle pagine Facebook prima di entrambe le tornate elettorali.
Due su tutti: Lega e immigrazione. Uno degli articoli più condivisi in modo sistematico si intitola: Di Maio voterà lo ius soli, M5S sempre più a sinistra, pubblicato da Il Populista. Le parole più presenti negli articoli condivisi nel 2018: immigrato, ius soli, clandestino, oltre ovviamente ai nomi dei singoli partiti politici.
Nel 2019, i temi più condivisi sono legati a Matteo Salvini, all’immigrazione e agli investimenti pubblici nelle infrastrutture. I leader politici più menzionati negli articoli? Nel 2018, Salvini (62%), Matteo Renzi (17%), Silvio Berlusconi (11%), mentre Luigi Di Maio è solo al 6%.
Anche nel 2019 Salvini è il più citato, Di Maio sale al 9%, Berlusconi e Renzi scendono al 4 e al 5%, mentre entra nell’elenco Nicola Zingaretti (2%).
Dunque quello che sappiamo da questo studio è che prima delle elezioni del 2018 e del 2019, alcune pagine su Facebook hanno condiviso notizie in modo coordinato riuscendo in questa maniera a raggiungere un numero maggiore di utenti.
(da Open)
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Settembre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
CENTRODESTRA E CENTROSINISTRA ORMAI SI EQUIVALGONO
Se il 64% dei cittadini ha fiducia nel Capo dello Stato, il 50% ne ha nel premier, il 31% in
Matteo Salvini, il 24% in Nicola Zingaretti e il 21% in Luigi di Maio. L’ultimo è Matteo Renzi, al 14%. Lo rivelano i nuovi sondaggi Quorum Youtrend fatti per Skytg 24.
Non stupisce che dal nuovo governo ci si aspetti una politica migratoria più morbida (36%), l’introduzione di una tassa patrimoniale (39%).
Il dato più inaspettato è che gli italiani tengono maggiormente all’eliminazione del reddito di cittadinanza, provvedimento di punta del M5S, e non a cancellare il Decreto Sicurezza, baluardo salviniano.
Se domani ci fossero le elezioni politiche il 31,3% degli italiani voterebbe per la Lega, il 21,2 per il PD, 18% M5S, 7,8% FdI , 6,9% forza Italia e 3,6% per Italia Viva di Renzi. L’Italia risulta invece divisa a metà per quanto riguarda le intenzioni di voto nel caso in cui i due unici concorrenti fossero da una parte una coalizione di centrodestra e dall’altra una di centrosinistra: 47,2 per cento preferirebbe la prima e 46,2% la seconda.
Le restanti domande poste Youtrend mirano a testare la conoscenza degli italiani delle istituzioni politiche e delle più recenti riforme.
Il 32% pensa che le elezioni politiche siano volte a designare il capo del governo e non il Parlamento e solo il 26% è in grado di fornire una risposta corretta alla domanda «cosa cambierebbe con il taglio dei parlamentari».
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
L’IMPRENDITORE NEL SETTORE ALBERGHIERO: “FARO’ DA APRIPISTA, MA NON SARO’ MAI SERVO DI NESSUNO”
Il candidato alle prossime elezioni regionali in Umbria sul cui nome convergono M5s e Pd, ha accettato la proposta: “Perchè ho cercato sempre di contribuire al cambiamento”, dice, e si augura che la sua esperienza “sia una bella apertura di pista”.
Così si racconta Vincenzo Bianconi, intervistato da Repubblica e da Il Messaggero.
A Repubblica dice:
“Faccio vita di sindacato di categoria da quando avevo 16 anni. Per dieci anni sono stato presidente dei giovani albergatori italiani, quindi presidente della Federalberghi umbra. Ma ora per questa candidatura mi sono dimesso da tutto”.
E racconta:
Nella mia famiglia facciamo gli albergatori da sei generazioni, dal 1850: noi siamo abituati a servire senza essere servi, come ricorda Roberto Benigni in un suo film. Questo è quello che mi sento di fare.
A il Messeggero, poi, Bianconi riferisce che
“prima che io gli chiedessi di avere libertà nell’eventuale composizione della giunta, sia Verini che Liberati mi hanno detto: Noi vogliamo che tu sia totalmente libero di costruire la migliore squadra per portare questa regione verso il futuro”.
E questo, aggiunge Bianconi,
“era quello che volevo sentir dire, perchè il giorno in cui dovrò mettere in discussione la mia integrità morale sarà il giorno in cui vedrete arrivare le mie dimissioni. E questo non accadrà , l’ho promesso ai miei figli e lo prometto agli umbri”.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
UN EMENDAMENTO LEGHISTA HA CAMBIATO I REQUISITI PER L’INGRESSO IN POLIZIA QUANDO QUESTI GIOVANI ERANO GIA’ STATI RISULTATI IDONEI E INSERITI IN GRADUATORIA
Sono 455 ragazzi e ragazze. Giovani che hanno, mediamente, meno di 30 anni. E che erano
risultati idonei al concorso per diventare agenti di polizia bandito il 26 maggio 2017. Oggi, dopo più di due anni, sono stati sostanzialmente depennati dalla graduatoria di quel concorso per una legge entrata in vigore dopo.
E per questa decisione, deliberata con un emendamento proposto dalla Lega e approvato dal Parlamento quando la maggioranza era guidata da M5s e Carroccio, non otterranno il posto che, stando alla graduatoria, gli spetterebbe.
Non saranno agenti di polizia, per colpa dell’applicazione retroattiva di una legge entrata in vigore dopo il bando del concorso.
Sempre che i tribunali, come sta già avvenendo, non accolgano i loro ricorsi e non riescano a re-immettere questi futuri agenti nel corpo di polizia.
Il concorso a cui hanno partecipato questi 400 giovani è stato bandito il 26 maggio 2017. Con alcuni, specifici, criteri, tra cui un’età massimo di 30 anni e la necessità di avere la licenza di scuola media.
Dopo la pubblicazione del bando è arrivato il decreto Madia, che ha modificato età e titolo di studio richiesti per accedere al grado di agente della polizia di Stato: il limite diventa di 26 anni e il titolo di studio necessario è quello di diploma superiore.
Una legge, comunque, che vale per i futuri concorsi, non per quelli già banditi.
Intanto il concorso di maggio 2017 va avanti: si tengono tutte le prove e viene pubblicata la graduatoria.
Si arriva così al 2019. A gennaio al Senato arriva il decreto semplificazioni (nulla a che vedere con il decreto per il riordino delle carriere approvato nella legislatura precedente). La nuova maggioranza è composta da Lega e M5s.
E proprio alcuni esponenti del Carroccio — Augussori, Saponara, Campari, Faggi, Pepe, Pergreffi — hanno presentato un emendamento che autorizza l’assunzione di 1.851 agenti di polizia sulla base dello “scorrimento della graduatoria della prova scritta di esame del concorso pubblico per l’assunzione di 893 allievi bandito il 18 maggio 2017”. Proprio quello degli esclusi.
Nell’emendamento si fa riferimento alla legge n. 335 del 1982 riguardante i requisiti: ma quella legge è stata modificata dal decreto per il riordino delle carriere.
Quindi si applicano i nuovi requisiti: 26 anni d’età e diploma superiore. Cancellando dalla graduatoria tutti gli idonei che non rientrano in questi requisiti, nonostante il bando a cui hanno partecipato prevedesse diversi criteri.
L’emendamento ha seguito un percorso travagliato in commissione: prima è stato ritirato, poi dichiarato inammissibile e infine sostituito. Per ben tre volte.
Alla fine, dopo un iter complicato, l’emendamento viene approvato il 29 gennaio nella versione 11.17 testo 4.
Dopo il via libera al Senato, il dl semplificazione è approdato alla Camera dove è stato approvato ponendo la fiducia il 7 febbraio. Quindi senza alcuna modifica. Nonostante le proteste davanti a Montecitorio che si sono tenute a febbraio e a marzo, con la partecipazione anche di alcuni deputati.
Intanto l’iter del concorso è andato avanti.
Si arriva a maggio 2019: iniziano le prove di accertamento dei requisiti fisici, psichici e attitudinali degli idonei vincitori.
A giugno, però, il Tar del Lazio ammette con riserva alle prove di accertamento dei requisiti coloro i quali abbiano presentato ricorso perchè esclusi dai nuovi criteri.
Per il giudice, quindi, devono essere reintegrati nelle graduatorie. In attesa dell’udienza fissata per aprile del 2020. I candidati vengono ammessi alle prove di accertamento e diventano idonei con riserva.
Si va allora avanti con lo scorrimento della graduatoria e ad agosto vengono selezionati i vincitori che dovranno iniziare i corsi di formazione dopo l’estate. Da questa selezione, però, vengono nuovamente esclusi i ricorrenti, coloro i quali non rientrano nei nuovi criteri.
Gli agenti che hanno presentato ricorso vengono depennati. Iniziano così, a fine agosto, i corsi di formazione e i ricorrenti vengono esclusi. Riaccendendo la protesta di chi risulta idoneo a quel concorso, ma non vincitore a causa dell’applicazione retroattiva di una legge entrata in vigore dopo la pubblicazione del bando.
Inoltre, ricordano ancora i ricorrenti, la loro protesta si basa sul fatto che le graduatorie dei corsi per il reclutamento del personale delle amministrazioni pubbliche rimangono in vigore per tre anni dalla pubblicazione.
Per i sindacati non ci sono dubbi: “Questa norma va cambiata”. Lo dice chiaramente Daniele Tissone, segretario generale del Sindacato italiano dei lavoratori di polizia (Silp-Cgil), contattato da Fanpage.it.
“Ci sono 400-500 ragazzi che aspettano”, con la speranza di essere reintegrati. Tissone spiega che con il Dl Madia “sono cambiati i requisiti d’età e del titolo di studio, ma qui si è attinto a una graduatoria del passato con requisiti diversi”.
Una scelta — quella di attingere da quella graduatoria — ritenuta “giusta” dal segretario Silp-Cgil, perchè permetteva di immettere subito nuovo personale. Ma non altrettanto corretta viene ritenuta la decisione di escludere gli idonei che non rientrano nei nuovi criteri.
Questo non vuol dire che ci si debba limitare a far rientrare quei ragazzi nella graduatoria: “Crediamo che serva anche un nuovo concorso per immettere altre persone”.
E Tissone spiega anche il motivo per cui è necessario bandire nuovi concorsi: “Per tanti anni abbiamo assunto dal mondo militare, ma serve farlo anche dal mondo civile, ora il trend si sta invertendo. Dal mondo civile arrivano persone più giovani e ci sono più donne. Nei concorsi la presenza femminile è più alta, in alcuni casi arriva addirittura sopra il 50%. Oggi nella polizia le donne sono solo il 13%”.
Tissone invoca l’intervento della politica nell’immediato e non solo per risolvere il pasticcio sui futuri agenti esclusi: “Serve un piano straordinario di assunzioni, servono tempi veloci perchè quelli della burocrazia sono lunghi e prevedono due o tre anni” per arrivare all’ingresso nel corpo. D’altronde, il segretario della Silp ricorda che “c’è stato un taglio del turn over con i precedenti governi di centrodestra. Invece ora servono concorsi con cadenza fissa, la situazione ad oggi è critica”.
E per questo si dovrebbe ripartire proprio dal reintegro degli idonei del concorso del 2017 che sono stati depennati dalle graduatorie per una norma entrata in vigore dopo la pubblicazione del bando e resa retroattiva da un emendamento della Lega.
Per questo motivo gli aspiranti allievi agenti della Polizia di Stato hanno deciso di scrivere al Presidente del Consiglio Conte (che essendo quello che c’era prima dovrebbe essere già informato della questione) per chiedere di intervenire per “sbloccare” il concorso e togliere i 455 aspiranti allievi idonei con riserva dal limbo amministrativo nel quale li ha precipitati la decisione dell’ex ministro dell’Interno Salvini.
«Noi ci sentiamo trattati come “merce” scaduta, “come vecchie scarpe rotte”, come perdenti e falliti, come persone che, nonostante abbiano solide esperienze di vita, per lo Stato non sono abbastanza», scrivono gli aspiranti allievi al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ricordando come «a parità di sacrifici, in termini di tempo ed economici anche sostenuti dalle nostre famiglie, siamo stati trattati diversamente rispetto a coloro che oggi hanno invece iniziato il corso di formazione».
Si sentono, e a ragione, vittime di un’ingiustizia e di una discriminazione, anche perchè alcuni di loro hanno superato le prove scritte con un punteggio superiore rispetto ad altri “under 26” che non hanno poi incontrato alcun ostacolo nell’avviamento ai corsi.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
RESTIAMO DELLA NOSTRA IDEA: CON QUESTA FECCIA I TEMPI DELLA DISCUSSIONE SONO FINITI
Oggi ha cominciato a circolare su Facebook e Twitter questo status di una persona che ha nella foto il simbolo della Lega Nord e si è rivolta ad Emma Marrone, la quale ha annunciato un ritiro temporaneo dalle scene perchè la sua salute è in pericolo: “Emma Marrone… Impegnata a combattere la malattia… forse ora non avrà tempo per insultare Salvini“.
Nel post è presente anche un altro commento che sostiene: “È inutile che adesso facciate tutti i virtuosi e difendiate l’indifendibile. Questa stupida ragazzotta ha creduto di mettersi in vista insultando Salvini nei suoi concerti, probabilmente si è tirata addosso gli accidenti di tante persone e qualche accidente è andato a segno”; ovvero nel 2019 questo signore crede ancora che le malattie vengano per il malocchio.
“Ben le sta”, ha continuato il troglodit il tizio, “nella prossima vita impara a tacere e a non fare il politica”.
Ma la Marrone non aveva in nessun modo insultato Salvini, anche se per certi soggetti criticare qualcuno significa insultarlo.
“Solo una parola: vergogna — si leggeva nel post di Emma Marrone in cui parlava di Carola Rackete — Il fallimento totale dell’umanità . L’ignoranza che prende il sopravvento sui valori e sul rispetto di ogni essere umano. Stiamo sprofondando in un buco nero. Che amarezza”.
In ogni caso, la Marrone ha risposto con un video: “Non mi ha ammazzato neanche il cancro, figuriamoci se mi ammazzi tu”.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
TUTTE LE VOLTE CHE SALVINI HA APERTO I PORTI
Ieri pomeriggio il Viminale ha assegnato alla Ocean Viking con 182 naufraghi a bordo il porto
di sbarco di Messina. La decisione ha contribuito ad accontentare il sindaco di Lampedusa Salvatore Martello che aveva spiegato come «il fenomeno degli sbarchi è identico a prima, con una differenza: che prima non se ne poteva parlare.
Nessuno poteva raccontare se c’era o non c’era uno sbarco. Oggi invece gli arrivi vengono comunicati a tutti gli italiani» e si era lamentato dell’utilizzo di Lampedusa come porto prioritario per le navi delle ONG.
Anche quando al governo c’era Salvini infatti alla fine di una sceneggiata che durava alcuni giorni e che consentiva al Capitano di lucrare consenso per ragioni di propaganda politica i naufraghi sbarcavano in un porto e finivano ridistribuiti.
È successo con la Gregoretti il 31 luglio, ad esempio.
All’epoca Salvini non aveva ancora scatenato la crisi del mojito al Papeete ma è utile ricordare che la propaganda di governo all’epoca aveva cercato di far credere che i naufraghi se li prendesse il Vaticano perchè “vanno a Rocca di Papa” e solo dopo qualche ora un nutrito gruppo di patridioti ha scoperto che Rocca di Papa era territorio italiano.
Ciò nonostante, Salvini parla di “governo del tradimento” che “apre le porte a un’altra ONG” perchè la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha fatto scendere i 182 naufraghi tra cui 14 bambini di cui uno di appena otto giorni presenti sulla nave.
Ovvero ha fatto la stessa cosa che ha fatto un certo Matteo Salvini il 2 settembre scorso, ovvero appena 21 giorni fa, mentre era ancora in carica come ministro dell’Interno con lo sbarco di 31 naufraghi dalla Mare Jonio.
Quello stesso giorno l’ex ministro annunciava il sequestro di una nave di una ONG tedesca, ovvero la Eleonore. Quello che Salvini non diceva ai tontoloni che credono alla propaganda del Capitano era che quella nave aveva in carico 104 persone che sono tutte sbarcate in Italia.
Ancora: il 7 giugno 2019 62 persone soccorse in acque SAR maltesi dal rimorchiatore Asso 25 sono state fatte sbarcare a Pozzallo. Da chi? Da Salvini.
Ne sono sbarcati 192 il 2 giugno (ma forse Salvini era impegnato a litigare con Fico) e 117 il 3 giugno.
Tutto uguale, quindi, tranne un paio di piccole differenze. La prima è, appunto, che questo tipo di problematiche adesso si risolve in pochi giorni mentre prima Salvini aveva tutto l’interesse a farle durare il più possibile per sceneggiare e rimediare consenso.
La seconda, più significativa, è che oggi i ministri dell’Interno di Italia, Malta, Francia e Germania si riuniranno a La Valletta per dare il via a un sistema di ridistribuzione automatica degli arrivi. La bozza, fa sapere oggi Repubblica, mira a «stabilire un meccanismo di solidarietà prevedibile, efficiente e temporaneo per assicurare lo sbarco dignitoso dei migranti salvati in alto mare».
Una sorta di scambio, possibile ora che Matteo Salvini non è più al governo, tra la “riapertura” dei porti italiani e la concreta solidarietà europea. L’accordo di redistribuzione è temporaneo: durerà sei mesi (rinnovabili) e sarà sostituito dall’eventuale riforma del trattato di Dublino.
Se firmato oggi, l’accordo il 7 e 8 ottobre sarà portato al vertice di Lussemburgo. Lì si prevede l’adesione al meccanismo di altri governi (almeno una decina) e la sua estensione a Spagna e Grecia come beneficiari.
(da “NextQuotidiano“)
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Settembre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LE INTERCETTAZIONI CHE INGUAIANO 15 AGENTI DI POLIZIA PENITENZIARIA
Nella storia dei 15 agenti di polizia penitenziaria indagati per il pestaggio di un detenuto nel carcere di San Gimignano spuntano anche le intercettazioni.
Michele Bocci su Repubblica racconta alcune circostanze dell’aggressione, in particolare quella in cui il detenuto cade e un assistente capo di 120 chili gli sale addosso con le ginocchia mentre un altro lo stringe per un braccio e un terzo lo afferra per il collo.
E poi ci sono le intercettazioni
L’assistente capo è contrariato. Alle 10 di mattina di un lunedì del gennaio scorso deve recarsi a Firenze, al Dap, «per quei fatti che sono successi ad ottobre – rivela a un collega indagato come lui – Cioè, andare a perdere una giornata lavorativa per andare eventualmente a giustificare l’operato delle persone, per uno che bisognerebbe pigliare la tanica di benzina, buttargliela addosso e dargli fuoco».
Si riferisce al detenuto tunisino che è stato pestato da 15 persone a San Gimignano. Gli agenti hanno fatto di tutto per non farsi vedere mentre tiravano calci e pugni: «Buona parte del personale operante si è posto in modo da creare una barriera all’inquadratura della telecamera», scrivono gli inquirenti.
«Alla fine credevo che fosse svenuto – ha testimoniato un altro detenuto che ha in parte assistito alla scena – Un’agente, nel momento in cui si trovava a terra, diceva agli altri: “Fermi, così lo ammazzate”».
E ancora:
A colpire è l’inquietudine con cui alcuni degli stessi coinvolti si riferiscono ai due o tre considerati i leader del gruppo. Dice un agente: «Lui, e anche l’altro, sono mine vaganti. Perchè anche lui quando va dentro perde il capo. Io te lo dico. Perde completamente la testa».
Qualcuno in servizio beve pure. «Perdono la testa anche perchè spesso vanno carichi, non ragionano già di loro, figurati quando sono carichi».
E in effetti uno dei violenti si sfoga così con un compagno a gennaio, mesi dopo l’episodio al centro dell’indagine. «Sto troppo nervoso – dice – io mi arrabbio, hai capito o no? Questo continua a fare il malandrino, l’altra sera lo stavo ammazzando, io l’ho preso per i capelli dietro al collo, ho detto: io te la svito la testa, uomo di merda che sei. Hai capito che io ti ammazzo qui a terra? A casa nostra fai il malandrino?».
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LA REDISTRIBUZIONE DEVE RIGUARDARE ANCHE I MIGRANTI ECONOMICI E I RIMPATRI DEVONO ESSERE A CARICO DELL’EUROPA… CHI NON ADERISCE PAGHERA’ MULTE SALATE… PER LA PRIMA VOLTA UN MINISTRO CHE DICE: “SONO FIDUCIOSA MA PARLERO’ SOLO ALLA FINE DELLA RIUNIONE”
La Ocean Viking sbarca in Italia, per la seconda volta in una settimana, e nel giorno del vertice
di Malta il governo italiano dà prova di buona volontà nel tentativo di trovare un difficile accordo che renda automatico il meccanismo di distribuzione dei migranti soccorsi dalle navi nel Mediterraneo.
Ma il mandato del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, alla sua prima uscita pubblica dopo gli incontri bilaterali con i suoi colleghi tedesco e spagnolo, è quello di vendere cara la pelle dell’Italia.
Fino a paventare il diritto di veto se l’Italia non la spunterà su quelli che ritiene essere i due punti irrinunciabili dell’accordo: che la ricollocazione interessi tutti i richiedenti asilo e che i rimpatri siano a carico dell’Europa.
Limitare la redistribuzione soltanto ai migranti che hanno i requisiti per ottenere lo status di rifugiato o la protezione internazionale significherebbe infatto restringere il campo a poche centinaia di persone (basandosi ad esempio sui numeri degli sbarchi in Italia nel 2019) mentre, considerato che chiunque arrivi sul territorio europeo ha diritto a chiedere asilo, allargare la redistribuzione a tutti i richiedenti asilo vuol dire, di fatto, estenderla anche ai migranti economici, che sono ormai l’85 per cento di chi sbarca.
Il secondo punto irrinunciabile per l’Italia, che insieme a Malta come Paese di approdo si farebbe carico della prima accoglienza per non più di quattro settimane, è quello che sia l’Europa, con Frontex, a farsi carico dei rimpatri come sollecitato nei giorni scorsi anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Difficile invece che l’Italia ottenga la rotazione dei porti di sbarco con gli altri Paesi costieri. Spagna e Grecia oggi accolgono da tre a cinque volte in più dell’Italia e il loro ingresso nel meccanismo di ridistribuzione (di cui si parlerà al prossimo vertice a Lussemburgo) significherebbe allargare alle decine di migliaia di migranti sbarcati sulle loro coste.
E allora l’ampliamento della lista dei cosiddetti “Paesi volenterosi”, da tutti auspicato, sarebbe indispensabile. Oltre, naturalmente, alle sanzioni che verranno decise per chi si rifiuterà di accogliere.
Nelle stesse ore in cui a Malta i ministri dell’Interno di Italia, Francia, Germania, Malta e Finlandia cercheranno di dare un’ossatura all’accordo, la Ocean Viking fa sbarcare i 182 migranti salvati nei giorni scorsi nel porto di Messina.
“Un segno di speranza” , commentano Msf e Sos Mèditerranèe, le due uniche Ong in questo momento ad operare nel Mediterraneo. A loro nei prossimi giorni si unirà la Open Arms.
(da agenzie)
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Settembre 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LA BAMBINA ESPOSTA STRUMENTALMENTE A PONTIDA TORNA A ESSERE DI BIBBIANO, NONOSTANTE SIA PROVATO CHE E’ FALSO
Confusione televisiva per il leader della Lega e anche sui social dell’ex ministro, Ieri sera la piccola Greta esposta a Pontida è “tornata a essere” di Bibbiano
In realtà la bambina è della provincia di Como. Ma Salvini deve esserselo dimenticato di nuovo
A Roma si dice ‘buttarla in caciara’: non riuscire a trovare una risposta adatta quindi dire tante frasi a caso che poi creano verità parallele che, inevitabilmente, si ripropongono in futuro diventando ingestibili.
E qualcosa sta sfuggendo di mano anche a Matteo Salvini e al suo irreprensibile ufficio comunicazione. La vicenda è sempre quella che riguarda la piccola Greta, la bambina portata sul palco di Pontida ed esposta dal leader della Lega. Era stata presentata come una piccola vittima di Bibbiano, ma poi si è scoperto essere stata tolta alla madre (e poi fortunatamente restituiti) dai servizi sociali di un comune sul lago di Como guidato, tra le altre cose, dalla Lega da quasi un decennio.
E si è anche arrivati ad accusare le stampa che avrebbe inventato una bufala contro Salvini che non avrebbe mai parlato di Bibbiano, ma ci soni video e post dei profilo social della Lega (poi cancellati) che facevano proprio riferimento al comune emiliano dove è stato scoperto lo scandalo degli affidamenti illeciti.
Poi tutto è stato messo in naftalina fino a ieri sera quando, ospite di Barbara d’Urso, Salvini è tornato a parlare di Greta da Bibbiano.
Lo ha fatto in diretta rispondendo alle domande dei suoi sedicenti ‘contestatori Vip’, anche se la parola Bibbiano non è mai stata pronunciata da lui, dandone però tacito assenso replicando.
Poi è comparso anche il tweet esplicito sul profilo personale del leader della Lega.
#Salvini: Ho mostrato la bimba di Bibbiano sul palco di Pontida perchè me l’ha chiesto la sua mamma. E io sono contrario a chi toglie i bambini alle famiglie senza motivo.
Quindi la bambina, che sappiamo non essere di Bibbiano come dichiarato dalla madre il giorno dopo l’esposizione sul palco di Pontida, ora torna a essere di Bibbiano.
Almeno nell’immaginario collettivo prodotto e restituito da Matteo Salvini e dal suo gruppo di comunicatori che lavorano per lui, guidati da Luca Morisi.
Alla fine, dunque, a forza di accusare gli altri di creare fake news, se ne mettono in giro e si alimentano. Dimenticando anche di averle create e poi demonizzate.
(da agenzie)
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