Gennaio 19th, 2020 Riccardo Fucile
IL VERBALE CONTESTA UN “BLOCCO STRADALE” A LORO E A 21 OPERAI IN LOTTA PER LA DIFESA DEL LORO POSTO DI LAVORO… COLPEVOLI DEL REATO DI SOLIDARIETA’
Il 16 ottobre due studentesse fiorentine partecipano a Prato a un corteo non autorizzato, organizzato da Sì Cobas a sostegno delle lotte di alcuni operai tessili.
A Margherita Mastrantoni, 18 anni, ed Elena Amadei, di 17, è stato recapitato un verbale che contesta il blocco stradale, reintrodotto dal decreto sicurezza, e una sanzione da mille a 4mila euro.
Multe analoghe anche a 21 operai che hanno preso parte allo stesso corteo. Ieri Margherita ed Elena hanno partecipato a Prato alla “Marcia per la libertà ” per chiedere l’annullamento dei decreti sicurezza e delle multe. E hanno parlato con Repubblica:
Era la prima volta che partecipavate a una manifestazione?
Margherita: «No, facciamo parte di un collettivo scolastico e abbiamo seguito diverse manifestazioni, da quelle sulla scuola a quelle operaie. Poi anche quelle sui cambiamenti climatici e il primo raduno delle sardine a Firenze».
Elena: «Ci sembrava grave quello che denunciavano quegli operai a Prato, così ci siamo mosse per poter fare qualcosa contro lo sfruttamento e la precarietà ».
Pagherete la multa?
Margherita: «Mio padre mi ha rassicurato che nel caso mi aiuterà lui, ma intanto ci siamo rivolte a un avvocato e faremo opposizione. La questione però non è soltanto la cifra, che per le nostre famiglie è comunque alta – mio padre fa l’elettricista – , ma è che in questo modo si punisce un atto di solidarietà . Non ci piacciono le parole di odio di Salvini, e come giovani ci sentiamo doppiamente attaccati dalle sue politiche perchè il Paese che vorrebbe costruire è quello che, un giorno, erediteremo noi. E allora dobbiamo chiederci se è questo il mondo che vogliamo. Quello, per esempio, in cui due ragazze solidali con degli operai vengono multate, un Paese in cui la priorità è tenere i porti chiusi piuttosto che mettere in campo delle politiche grazie alle quali i giovani come noi non debbano diventare, domani, loro stessi emigranti».
Dopo la lettera aperta cosa è successo?
Margherita: «Abbiamo ricevuto tanta solidarietà soprattutto da parte di associazioni e movimenti. Ma poi alla Marcia per la Libertà a Prato la questura ci ha negato gli spazi che Sì Cobas aveva chiesto, e cioè la piazza del Comune, ci hanno messo in un recinto di 700 metri. Il problema, insomma, resta: a parte noi, a pagare le multe sono anche diversi operai, cioè la parte più debole. Gente che guadagna mille euro al mese. Vi sembra giusto tutto questo? ».
(da “NextQuotidiano“)
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Gennaio 19th, 2020 Riccardo Fucile
TG E TALK FANNO IL LAVORO SPORCO, TEMPI SPROPOSITATI CONCESSI AL LEGHISTA, VIOLATA OGNI NORMA DI PAR CONDICIO
Matteo Salvini continua la sua progressiva conquista dei palinsesti delle tv italiane e supera la soglia
delle 12 ore di tv in un mese. Il Fatto Quotidiano fa i conti in tasca al Capitano:
Intanto a dicembre succede che i tg Mediaset regalino alla Lega quasi due punti in più del tempo di parola (dal 13,7 al 15,4%) rispetto a novembre e che il Tg5 contribuisca in maniera determinante a questa ascesa, visto che qui il partito che fu di Bossi passa dal 14,7 al 18,3% di parlato.
Sempre al Tg5 Forza Italia continua a ritagliarsi uno spazio (12,3%) del tutto sproporzionato al suo peso politico: per intenderci il Pd è al 6,7%, il M5S al 7,2 mentre Fratelli d’Italia quasi al 9%.
Dove Mediaset fa il capolavoro (sporco), però, è nei talk dove il 47% del tempo di parola va a esponenti dell’opposizione (a novembre era il 40), il 33% a quelli della maggioranza, il 2,2% a governo e premier.
A parte il rapporto storico tra Mediaset e la destra, che comunque non finisce mai di stupire, e la cronica incapacità dei governi di riformare un duopolio malato con una legge sul conflitto d’interessi e il dimagrimento del privato (come da sentenze della Corte), oggi salta agli occhi uno scandaloso squilibrio tra i leader.
Salvini a dicembre ha parlato nei telegiornali delle 7 reti generaliste 1 ora e 50 minuti, meno del premier Giuseppe Conte (2 ore e 44 minuti ma nel mese della sua conferenza stampa di fine anno), ma molto di più di Sergio Mattarella (60 minuti), di Luigi Di Maio (59 minuti), Giorgia Meloni (33), Nicola Zingaretti (25) e Matteo Renzi, il quale raccoglie solo 17 minuti nei tiggì, ma si rifà con gli interessi nei talk.
Detto ciò, vediamo cosa succede nei programmi che si occupano di politica.
Qui Salvini continua a incamerare tempi di esposizione incredibili: a dicembre 10 ore e 29 minuti di parlato, molto più del premier Conte (8 ore e 11 minuti), e andrebbe già bene, se non guardassimo agli altri, il primo dei quali è Renzi con 4 ore e 18 minuti, mentre Di Maio, pur sempre capo di quello che fu il primo partito alle ultime Politiche, è lontanissimo con 3 ore e 41 minuti di parlato.
Anche la Meloni (2 ore e 54 minuti) fa meglio di Nicola Zingaretti, tenuto a distanze siderali (2 ore e 10 minuti): il segretario del Pd si gode giusto una manciata di minuti in più di Vittorio Sgarbi (che di suo rappresenterebbe un soggetto politico da prefisso telefonico).
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 19th, 2020 Riccardo Fucile
ALTRETTANTE NE HANNO RACCOLTO LE SARDINE IN SERATA IN PIAZZA AMENDOLA, MA ERANO LOCALI
Carmelo Lopapa su Repubblica racconta oggi che il migliaio di leghisti che ha riempito la piccola Piazza della Libertà di Maranello non veniva soltanto dalla zona ma è stato portato dalle regioni vicine, soprattutto dalla Toscana
Qui a Maranello invece, dove tutto è rosso — dal Cavallino rampante che campeggia perfino nelle rotonde, al museo della Ferrari padrona di casa — tanta gente di destra sotto il municipio non si era mai vista, raccontano.
Cade nel vuoto giusto l’appello del capo a “vestire di rosso”: colore che campeggerà sullo sfondo del palco, sul suo cappellino da ferrarista del sabato pomeriggio, sulle bandierine pro-Borgonzoni, ma non negli abiti degli infreddolliti militanti. Anche perchè in tanti portati con i pullman dalle regioni vicine, Toscana soprattutto. Altri al seguito dei governatori venuti sul palco per questa sorta di chiusura ufficiale della campagna: il friulano Massimiliano Fedriga, il lombardo Attilio Fontana, l’umbra Donatella Tesei. Un paio d’ore dopo, a dispetto dei pochi gradi, saranno le sardine emiliane a riempire la vicina piazza Amendola, in attesa del loro grande appuntamento di oggi a Bologna.
(da “NextQuotidiano”)
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Gennaio 18th, 2020 Riccardo Fucile
LA CAMPAGNA ELETTORALE PIU’ CHE TRA I CANDIDATI SEMBRA TRASFERIRSI TRA SALVINI E LE SARDINE
Alle 15.30 il Carnevale a Maranello è servito. Cappellino Ferrari in testa e felpa rossa. È l’ennesimo
travestimento di Matteo Salvini per impossessarsi di uno dei simboli dell’italianità per eccellenza.
Sul palco cita George Orwell e Giovanni Guareschi e un attimo dopo il prosciutto e il parmigiano. L’ex titolare del Viminale non parla di programmi per l’Emilia Romagna, spinge piuttosto sull’acceleratore quando cita Bibbiano e l’inchiesta sugli affidi illeciti: “È una vergogna”. La candidata nascosta Lucia Borgonzoni per una volta si palesa vicino al suo capo e strilla: “Rivendico le mie origini cristiane, giudaiche, qui si fa il presepe si parla italiano. Difenderemo questa Regione e l’Italia dalle enclavi straniere, non esisteranno più”. E a questo punto, nella zona stampa, ci si chiede come declinare questo messaggio, decisamente poco chiaro.
Nel frattempo, nella questura di Reggio Emilia, sta andando in scena un altro film. Protagoniste sono le Sardine, il movimento spontaneo che ha invaso l’Italia di piazza in piazza, inseguendo Salvini e rubandogli la scena. Tanto che nei giorni scorsi era riuscita a bloccare per sè la piazza Bibbiano, fiutando che il leader leghista avrebbe voluto chiudere lì la campagna elettorale. Così anche oggi il dibattito è tra Salvini e le Sardine, mentre la politica finisce in testa coda. In poco tempo la campagna elettorale in Emilia Romagna si è trasformata in questo testa e testa. In questo gioco scenico, in cui le Sardine sfidato l’ex ministro dell’Interno in quella che definiscono “una battaglia di civiltà ” attorno al comune di Bibbiano e poche ore dopo riescono a riempire anche un’altra piazza a pochi metri da quella del comizio leghista.
Il dato politico è il seguente. A pochi minuti dalla manifestazione di Maranello, i quattro ideatori delle Sardine compaiono in diretta Facebook per chiedere a Salvini di rinunciare alla piazza di Bibbiano per evitare strumentalizzazioni: “Chiediamo il primo gesto di civiltà alla Lega. Lasciamo stare Bibbiano, faremo lo stesso anche noi. Parliamo di contenuti”.
La risposta arriva sguaiata dal palco di Maranello: “Noi le promesse le manteniamo, lo avevamo promesso a quelle mamme e a quei papà . E ci andremo”.
A questo punto, d’accordo con la questura, saranno presenti anche le Sardine, ma in un’altra piazza: “Vogliamo tutelare la dignità di quella comunità ”. Il leader leghista continua sullo stesso spartito: “Vergogna”.
Urla di fronte a una piazza che fatica a riempirsi e che porta dietro anche una nota polemica.
Il sindaco di centrosinistra Luigi Zironi, per esempio, fa notare che “sarebbe meglio se il Cavallino e i suoi simboli non venissero ‘tirati’ da una parte o dall’altra”. La tappa, o per restare in tema il pit stop leghista, più che da testa rossa, ha un qualcosa di nero. Una festa rovinata dalle Sardine che ancora una volta hanno scalvato nei fatti la politica.
Politica che invece perde il controllo e finisce fuori strada tra un misto di gaffe e citazioni che Salvini elenca dal podio che si è fatto montare per appoggiare un quaderno di appunti.
Ma questo è solo uno dei tanti passaggi di questo Carnevale in cui Salvini usa la clava e la piazza risponde con altrettanta foga: “Liberiamo l’Emilia Romagna”. Da sotto al palco si sente urlare: “Ruspa, ruspa”. E il leader leghista risponde: “La lotta alla mafia si fa con le buone e con le cattive, anche con le randellate”.
Citazione dopo citazioni, nel suo pantheon entra Enzo Ferrari, poi Peppone e Don Camillo che “se vedessero Renzi e Zingaretti cambierebbero marciapiede. Dove sono Renzi e Zingaretti?”. “Un convento”, grida un militante. E in effetti quest’oggi si sono fatte sentire più Sardine che il segretario del Pd.
Nel calderone di Salvini finisce di tutto. Un omaggio al procuratore Nicola Gratteri, che sta conducendo una maxi inchiesta in Calabria, “parla poco ma fa tanto a differenza di tanti uomini che si occupano di giustizia”.
Insomma Salvini cita uno dopo l’altro i contadini, gli operai, i “nemici di Israele e che sono anche nemici miei”, il motociclista Simoncelli, il ciclista Marco Pantani, l’allenatore del Bologna Mihajlovic, Francesco Amadori, Lucio Dalla, il prosciutto e il parmigiano. E per finire Giovanni Guareschi che diceva “per rimanere liberi, bisognerebbe senza esitare prendere la via della prigione”.
Dunque, dice Salvini parlando dell’inchiesta sulla nave Gregoretti: “Mandatemi a processo. Ci vado a testa alta”. Ancora una volta recita la parte della vittima, tanto che starebbe dando l’ordine ai suoi di votare a favore dell’autorizzazione a procedere se dovessero mancare i voti della maggioranza. E poi ancora, attacchi a “chi va in piazza con la bandiera rossa ma ha il Rolex al polso” e “contro i tossici che lasciamo lì, in altre piazze”.
Chi manifesta nelle altre piazze non raccoglie le provocazioni che arrivano dalla Lega e continua rivendicando civiltà . Il nuovo confronto a distanza Salvini-Sardine è già in programma lunedì in due piazze a Ferrara.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 18th, 2020 Riccardo Fucile
“SONO STATA ANCHE IO EMIGRANTE, SO COSA VUOL DIRE, NON NEGHERO’ MAI DA MANGIARE A CHI HA FAME”
A Ventimiglia c’è un bar che sembra essere stato partorito dalla mente di un autore fantasy. Sarà per quel nome spudoratamente tolkeniano, “Hobbit”. Sarà perchè ormai non siamo più abituati a storie come quella di Delia Buonomo, la sua proprietaria, in bilico perenne tra fiaba e realtà .
Tutto è cominciato quattro anni fa, nell’estate torrida del 2016, quando Delia vede seduti sul marciapiede fuori dal suo bar alcune mamme migranti insieme ai propri bimbi in lacrime.
“Piangevano per la stanchezza e perchè chissà da quanto tempo non cambiavano il pannolino, ma nessuna delle donne osava entrare dentro, non potendo consumare. Così sono io andata da loro e gli ho detto che potevano usufruire dei bagni, sedersi all’ombra e riposare. Ricordo ancora il loro sorriso, persino un po’ confuso, spaesato. Probabilmente era la prima volta che qualcuno gli diceva una cosa del genere.”
Ancora Delia non lo sa, ma quel sorriso è l’inizio di una storia collettiva di umanità , solidarietà e accoglienza che ha pochi precedenti.
Un neo bianco all’interno di una delle epoche più violente e inumane della storia recente, di cui in questi anni Ventimiglia è stato uno dei simboli più dolorosi.
Già perchè, 9 chilometri più a ovest del bar Hobbit, all’altezza dei Balzi rossi, c’è il confine francese, che a partire dall’estate 2015 è diventato una frontiera invalicabile per decine di migliaia di migranti. Siriani, afghani, senegalesi, nigeriani, eritrei, profughi di guerra o richiedenti asilo, non faceva alcuna differenza.
Migliaia di persone in viaggio dal Medio-oriente o dall’Africa verso il centro e il nord Europa che, di colpo, sono stati respinti dal secondo più importante Stato europeo, fondatore della Comunità europea, nel cuore della civilissima Europa, come se gli accordi di Schengen fossero all’improvviso diventati carta straccia. In pochi riescono a passare rischiando la vita via monte o nascosti nei bagni dei treni.
Tutti gli altri o finiscono per morire in qualche scarpata di notte, nei boschi, o vengono torturati e picchiati durante i respingimenti. Nel 2016, nel momento di massima pressione, passavano di qui fino a 1.000 migranti al giorno.
Delia capisce che non può più stare a guardare. Quel primo episodio innesca un passaparola rapidissimo tra gli stranieri in attesa, sospesi in un limbo dello spazio e del tempo che per alcuni di loro dura anni.
Molti hanno sentito parlare di quella donna gentile che offre pasti caldi a chi non se lo può permettere. Delia, d’altra parte, sa riconoscere in un attimo lo sguardo di chi ha fame, di chi è solo, lontano dalle sue radici e dal luogo in cui è cresciuto. Anche lei, in un’altra vita, è stata una emigrante.
“Negli anni ’60 — racconta — quando l’Australia ha aperto le porte all’immigrazione a caccia di braccianti e nuova forza lavoro, i miei genitori hanno deciso di trasferirsi lì, a Melbourne. Siamo arrivati nel ’64 con un lungo viaggio in nave, a bordo della Galilei, e siamo ritornati in Italia nove anni più tardi, dopo che i miei avevano messo da parte un po’ di risparmi, che avevano reinvestito in un negozio a Ventimiglia, a cui poi ne sono seguiti altri. Ricordo benissimo il senso di spaesamento che ho provato quando siamo tornati in Italia. Eravamo partiti che avevo appena 3 anni e tutto quello che sapevo del mondo, la lingua, la scuola, gli amici, l’avevo conosciuto in Australia. Capivo l’italiano, ma non sapevo scriverlo. Ero abituata a mangiare in modo completamente diverso, la televisione non era la stessa. Perciò so cosa significa ritrovarsi in un luogo che non conosci, completamente strappati dalla propria terra, sradicata dal luogo in cui hai tutta la tua vita.”
Molti di loro, oltre alla propria terra, hanno lasciato dietro di sè anche la famiglia e si sono ritrovati respinti a una frontiera, trattati come ospiti non graditi, quotidianamente preda di insulti razzisti e della fame, per via di un’ordinanza comunale che impediva ai residenti di dare da mangiare ai migranti.
“A causa di quell’ordinanza inumana — ricorda Delia — ci siamo organizzati con alcune associazioni fornendo di nascosto interi sacchi di cibo e generi di prima necessità a un loro rappresentante, che a sua volta li distribuiva ai suoi compagni. Ma nel mio bar non ho mai negato da mangiare a nessuno che ne avesse bisogno e non lo farò mai.”
Negli ultimi quattro anni Delia ha visto passare dalle porte del suo bar migliaia di uomini, donne, bambini, rifugiati, vite violentate da botte, abusi, prigionie, respingimenti, spesso costretti a rimanere anni bloccati al confine senza accesso ad acqua potabile, cibo, servizi, un letto dove dormire. Ci sono ragazzi che qui hanno consumato il proprio ultimo pasto prima di prepararsi a scavalcare una cinta spinata e proseguire il proprio viaggio verso l’Europa.
Delia ne ha ospitati così tanti in questi anni che tutti qui la conoscono come “Mamma Africa”. Ma non si è limitata a dare da bere e mangiare. Permette di ricaricare i cellulari, offre la possibilità di farsi una doccia, fornisce scarpe, vestiti, aiuta a decifrare documenti o a trovare un alloggio, ha attrezzato il bagno con spazzolini nuovi e dentifricio, un fasciatoio e pacchi di assorbenti, che costano molto e nessuna si può permettere. Ha persino ricavato in un angolo uno spazio da gioco solo per i bambini.
Quello di Delia non è un bar: è un angolo di resistenza in cui tutta la bellezza e l’umanità del mondo si sono date appuntamento.
“Volevo che queste persone avessero uno spazio in cui sentirsi a casa, dopo l’inferno che hanno dovuto passare e prima di quello che ancora li attende — spiega — Chi ripete che vogliono venire qui a rubarci il lavoro letteralmente non sa di cosa parla. Nessuno di loro vuole rimanere. Sa, in questi quattro anni, in quanti hanno chiesto la residenza a Ventimiglia? Sette. Sette persone in quattro anni. Di cosa stiamo parlando? Spesso ci capita di lamentarci in coda al supermercato. Alcune di queste persone sono da 7 anni in attesa di una risposta, senza un tetto, senza un affetto, e l’unico pensiero che li fa andare avanti è quello della famiglia che hanno lasciato a casa. Sono arrivati qui con lo scopo di aiutare moglie e figli e si ritrovano respinti a una frontiera senza la possibilità di andare avanti, nè di tornare indietro.”
Eppure il bar Hobbit da anni lotta per sopravvivere alla chiusura, tra costi d’affitto, spese, bollette e il boicottaggio continuo da parte dei residenti, che più di una volta hanno preso di mira la stessa Delia per aver osato aiutare gli ultimi tra gli ultimi.
“Ma io non mollo” ha sempre detto lei. Non ha mollato neanche nel 2018, quando una straordinaria gara di solidarietà ha permesso a lei di raccogliere 20mila euro e al bar Hobbit di continuare a vivere.
Oggi la situazione è molto cambiata rispetto a qualche anno fa.
“Da un anno e mezzo a questa parte, in seguito agli accordi con la Libia e alla chiusura dei porti, l’afflusso si è molto ridotto — osserva Delia — In più da quando, un mese e mezzo fa, sono cominciati gli scioperi in Francia, le maglie della frontiera si sono molto allentate. Ufficialmente è sempre chiusa, ma è più facile oltrepassarla e sono terminati i respingimenti violenti. Ma, al di là dei numeri, le condizioni di queste persone sono sempre drammatiche, private della dignità di esseri umani. Questo bar sarà sempre casa loro, le porte sono sempre aperte.”
Si chiama bar Hobbit e no, non è un romanzo fantasy. Esiste davvero. È un luogo di frontiera, in cui le barriere non sono fisiche o reali, nè tracciate su una carta geografica, ma separano soltanto l’umanità dalla barbarie.
Lorenzo Tosa
(da TPI)
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Gennaio 18th, 2020 Riccardo Fucile
SETTO NASALE ROTTO, VOLTO TUMEFATTO… LA DENUNCIA DI GIULIA: “PERCHE’ NON SI RIPETA MAI PIU’ UNA COSA SIMILE”
“Ero indecisa sul rendere pubblico o meno ciò che mi è accaduto, ma ho deciso di farlo perchè non si
ripeta mai più una cosa simile”. Giulia Ventura ha trent’anni ed è lesbica. Tanto è bastato due ragazzini per prenderla a calci e pugni. Il volto tumefatto, il setto nasale rotto. Giulia mostra i segni della violenza subita e il referto dell’ospedale su Facebook.
“Era mercoledì sera – racconta – cammino a piedi, in questa meravigliosa città di Potenza, con le mie cuffiette blu nelle orecchie, sento qualcuno blaterare verso di me, non capendo cosa stesse accadendo, mi tolgo le cuffiette e vedo due ragazzini che, attraversando la strada e si mettono di fronte a me, intralciandomi il passaggio. Chiedo loro che problemi avessero e dopo due spintoni che mi hanno atterrata, ancora cosciente sento una frase: “Le persone come te devono morire, vuoi fare il maschio? E mo ti faccio vede come abbuscano i maschi”.
È allora che comincia l’incubo. “Non ho il tempo di rispondere – continua Giulia – che il primo pugno mi rompe il labbro, il secondo il naso, il terzo l’occhio. Mi alzo e cerco di difendermi con una testata che credo abbia rotto il naso al mio ammiratore, ma poi cado. Sento due calci, uno sulla costola e uno sulla spalla.Svengo”.
Quando si riprende Giulia torna a casa ma decide di non andare in ospedale e di non dire nulla a casa. Il mattino seguente il sangue continua a scorrere dal naso e a quel punto si reca al pronto soccorso per le cure mediche.
La denuncia – dice – parte d’ufficio. “Ora. Dopo tutto questo – scrive Giulia in un lungo post – ditemi, il mio orientamento sessuale è affare di politica? Sono forse una sovversiva che merita di essere ridotta così da due piccoli teppisti? Credevo di aver superato quella fase, quando già nel 2009 venivo aggredita in villa, ma mi sbagliavo. Passa il tempo, ma non passano le schifezze dovute ad un’ignorante ineducazione. Sarà colpa dei ragazzini, si, ma anche i genitori dovrebbero pensare ad andare a cogliere broccoli e non a fare figli, se questi sono i risultati. Cià³ che avete fatto a me – conclude – non deve mai più essere fatto ad essere umano”.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2020 Riccardo Fucile
A PADOVA ENNESIMO EPISODIO DI RAZZISMO, AUTORI QUATTRO RAGAZZINI, DEGNI FIGLI DI UNA SOCIETA’ MALATA (FINCHE’ QUALCUNO NON GLI RADDRIZZERA’ LA SCHIENA)
Valentina Wang, 19enne di origine cinese cresciuta in Italia, ha denunciato su Facebook un episodio di razzismo ai suoi danni alla stazione e poi sul treno fino a Padova. Wang ha raccontato di aver incontrato dei ragazzini a Mestre che hanno cominciato a prenderla in giro prima e, a insultarla poi facendo versi razzisti e sessisti.
Scrive Valentina: «Stavo tornando a casa da Mestre, e mentre aspettavo al binario questi ragazzini continuavano a importunarmi dicendomi “prova a pronunciare la R, tanto non riesci incapace”. Ho provato a ignorare, non è la prima volta che succede nella mia vita, sono solo dei ragazzini. In treno però, dopo che è passato il controllore, hanno iniziato ad esagerare, facendomi versi razzisti e sessisti, al che non ho più tollerato e ho iniziato a rispondere a tono. Questi, probabilmente molto frustrati, hanno iniziato a dirmi “magnamerda tornatene al tuo paese”, “ma cosa dici che ti abbiamo rotto la minchia se hai la figa, o in Cina vi trapiantano il cazzo da piccole?”, “Succhiamelo puttana che tanto so che ti piace farlo”, e altre cose simili che mi stanno facendo venire gli occhi lucidi solo a rimembrare. Dopo un po’ hanno smesso, ma prima di scendere (sono scesi a Padova, io dovevo scendere più avanti) hanno pensato bene di sputarmi addosso e farmi il dito medio fuori dalla carrozza».
La ragazza pubblica anche una foto degli sputi ricevuti e ricorda che anche da piccola ha subito altri episodi di questo genere: «C’erano sempre dei ragazzi che per strada mi urlavano “mangiariso di merda” o addirittura “cinese”, perchè come ben sappiamo essere cinesi deve essere vergognoso».
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2020 Riccardo Fucile
“PAGA O TI UCCIDIAMO”, MA QUASI TUTTI NEGANO AI PM
Cinquanta euro per ogni funerale chiesti a chi gestisce una ditta di onoranze funebri, centinaia di
migliaia di euro estorti a chi aveva aperto un cantiere edile. In alcuni casi una percentuale fissa del proprio bilancio, il 5 per cento, da versare nelle casse della “Società ”. Il tariffario della mafia foggiana è raccontato voce per voce nelle carte di Decima Azione, l’inchiesta del novembre 2018 che ha colpito i clan Moretti-Pellegrino-Lanza e Sinesi-Francavilla, padroni criminali di Foggia.
Non ci sono solo Luca e Cristian Vigilante, i fratelli vittime di due attentati nelle prime settimane nel 2020, tra le persone che gli uomini delle batterie avevano deciso di avvicinare per imporre il pizzo.
La “cassa comune” e il “libro mastro” del pizzo
La città veniva battuta palmo a palmo, dalle officine ai resort, per le richieste estorsive tra minacce, schiaffi e pistole puntate alla fronte dagli uomini dei boss Rocco Moretti e Roberto Sinesi.
Nelle 285 pagine firmate dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari, Francesco Agnino, è ricostruita la tattica delle famiglie mafiose del capoluogo dauno che, come ricorda l’ultima relazione della Dia, avevano stabilito un “rapporto federativo” per la gestione di una “cassa comune” ed il controllo condiviso delle estorsioni.
C’era un vero e proprio “libro mastro”, ritrovato dagli investigatori coordinati dalla Dda di Bari guidata dal procuratore Giuseppe Volpe, con l’elenco di chi pagava. Ma soprattutto ci sono le intercettazioni telefoniche a raccontare il modus operandi di chi oggi è imputato in un processo con rito abbreviato nel quale sono state chieste 25 condanne per un totale di 300 anni di carcere, ma durante il quale nessuna delle vittime si è costituita parte civile, come aveva raccontato Ilfattoquotidiano.it.
Il kalashnikov in faccia all’imprenditore
Chi più chi meno, pagavano tutti. Gli uomini dei clan “spremevano” ogni attività commerciale. All’imprenditore interessato all’acquisto di terreni del Comune di Foggia in località Borgo Incoronata che facevano gola ai clan lo avevano detto chiaro: “Ritirati o dacci 200mila euro”. Lo hanno inseguito e terrorizzato per due anni. Nel 2015 la prima minaccia, a maggio dell’anno successivo si mossero in quattro per ricordare cosa volevano e un mese più tardi ci avevano messo il carico. La Porsche dell’imprenditore venne costretta ad accostare: “Tu all’Incoronata non ci devi andare… altrimenti ti incendiamo il vivaio, il piazzale e ti spariamo”, dissero puntandogli la pistola alla tempia.
Nella primavera di tre anni fa, l’uomo stava camminando nell’area pedonale di Foggia, quando venne affiancato da due persone. Un abbraccio e la solita minaccia: “O paghi o ti ammocchiamo (ti uccidiamo, ndr)”. A luglio, di nuovo: l’imprenditore è a bordo della sua auto blindata, viene bloccato e si ritrova di fronte due persone col volto travisato e in pugno pistole e kalashnikov. La richiesta è sempre la stessa: “L’auto blindata non ti basta, paga o ti ammazziamo”. Nei mesi successivi le minacce erano state rivolte anche a parenti e dipendenti: “Fatti la valigia e vattene a casa, non abbiamo paura di uccidere le guardie e tuo zio insieme a loro. Vi incendiamo tutte le aziende che avete”.
I 4mila euro per le festività e i 50 a funerale
Ma le richieste per foraggiare la cassa comune erano anche spicciole. Nell’ottobre 2017 avevano spillato 1.500 euro al proprietario di un agriturismo-resort: quando la Squadra mobile lo ha convocato, lui ha negato con forza e poi è corso ad avvisare gli uomini del clan per allertarli.
Alla proprietaria di un negozio di alimentari e carni avevano estorto 4mila euro nel periodo natalizio e l’avevano avvisata che altrettanti ne avrebbe dovuti versare a Pasqua: finita di fronte ai carabinieri, nonostante l’eloquenza delle intercettazioni, ha negato tutto. Cinquecento euro al mese era la somma ottenuta invece da una barista nel quartiere Borgo Croci, alla quale avevano fatto capire che se non avesse pagato avrebbe subito diverse rapine. “Io non pago nessuno e sono onesta”, ha risposto la donna alla polizia giudiziaria negando l’estorsione.
La stessa cifra era costretta a versare la proprietaria di una nota discoteca della città , ma ogni settimana. Al titolare di un’impresa di onoranze funebri avevano imposto un pizzo di 50 euro su ogni funerale svolto e, di fronte al ”no” della vittima, gli avevano mostrato la pistola che portavano addosso. Alla ditta di autodemolizione era toccato un versamento di 450 euro ogni fine mese.
“Ti facciamo saltare la testa per aria”
“Mo’ ti sei comprato il guaio, mo’ devi chiudere”, era stata la minaccia di Francesco Tizzano, considerato l’esattore dei clan, al titolare di un distributore di carburante con bar e rivendita pneumatici al quale aveva chiesto, insieme ad altre quattro persone, la somma di 1000 euro al mese. La risposta della vittima agli inquirenti? “Non li conosco e no ricordo nessun incontro. Forse uno è venuto per chiedere il preventivo di un cambio gomme”.
Al proprietario di un’officina era tutto sommato andata “meglio”: gli avevano imposto di effettuare gratuitamente la riparazione delle moto che venivano usate dalle persone legate al clan. Nell’agosto 2017 era toccato a una ditta di imballaggi piegarsi al volere della Società foggiana: Tizzano aveva chiesto al proprietario di visionare i bilanci della società e di corrispondergli una somma di denaro pari al 5% del fatturato, “come avevano fatto gli altri”. E dopo erano iniziate le minacce anonime, ha raccontato l’uomo agli inquirenti. “Pezzo di merda, mettiti a posto altrimenti ti faccia saltare la testa per aria”, gli ha detto un uomo al telefono nell’agosto di tre anni. Qualche settimana più tardi una lettera dello tenore, accompagnata da due proiettili calibro 7.65.
I costruttori edili stritolati e schiaffeggiati
Al socio di un’impresa edile era riusciti a spillare 3.800 euro al mese, mentre altri 25mila ne avevano chiesti — e ottenuti in più tranche — ai legali rappresentanti di una ditta che stava costruendo un edificio lungo corso Mezzogiorno.
E se qualcuno osava dire no? C’è la ricostruzione degli inquirenti di una richiesta di tangente dell’estate 2017 a raccontarlo chiaramente. Tizzano, sempre lui, si presenta per conto dei clan in un cantiere di via Domenico Cirillo, quattro minuti a piedi dal Comando provinciale di carabinieri.
Si mette di fronte all’ingegnere e responsabile tecnico della ditta al lavoro, al quale erano già stati chiesti 300mila euro nei mesi precedenti, e lo avvisa che avrebbe dovuto chiedere il “permesso” per lavorare in città : “Come è tu vieni da fuori e non bussi?”. E, di fronte a una prima risposta negativa della vittima, ha poi raccontato intercettato: “Gli ho tirato un cannalone“. Uno schiaffo, poi nuova minaccia: “Tieni due ore di tempo per smontare tutte cose… prepara 50mila euro e 4mila euro al mese senno’ ti devo uccidere”.
I pubblici ministeri dell’Antimafia barese Lidia Giorgio e Federico Perrone Capano hanno chiesto per lui 18 anni di carcere: la pena più alta tra quelle formulate nel processo sulle estorsioni a tappeto. In città , è il sospetto viste le bombe di questo inizio di 2020, qualcuno deve aver preso il suo posto di esattore.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 18th, 2020 Riccardo Fucile
IL PROCURATORE: “SERVE CULTURA CHE ABBIA CORAGGIO DI DENUNCIARE IL MALE”
Piazza piena, nonostante il tempo inclemente. Gente di Catanzaro, dell’hinterland, ma arrivata anche dalle città calabresi più lontane dal capoluogo.
È una folla di oltre mille persone quella che questa mattina si è stretta attorno alla procura di Catanzaro e al suo capo, Nicola Gratteri, finiti al centro di attacchi politici e non, dopo i 340 arresti dell’inchiesta Rinascita Scott.
Quasi una piccola rivoluzione in Calabria, dove le manifestazioni di ostilità nei confronti dell’antimafia — civile o istituzionale che sia — sono quasi ordinaria amministrazione. L’ultima risale alla notte scorsa.
A Crotone, il poster che lo street-artist Frog ha dedicato al procuratore Gratteri in vista della manifestazione è stato vandalizzato nella notte, a poche ore dalla sua realizzazione. L’opera è stata strappata nella parte che riproduce il viso del procuratore. Uno sfregio, un messaggio di velata minaccia, che però non ha fermato la gente che oggi ha deciso di essere in piazza.
Il “comitato spontaneo di prossimità ” che ha lanciato la manifestazione aveva fatto appello alla società civile per costruire uno “scudo etico” a difesa di “questi rappresentanti delle istituzioni nel loro impegno, a rischio della vita, per “liberare” la Calabria dal male peggiore che la soffoca, la stritola e la sottomette ogni giorno di più”. E la risposta c’è stata. Forse anche maggiore delle previsioni.
Giovani, studenti, famiglie, cittadini comuni, attivisti di associazioni antimafia come il Movimento Agende Rosse e Libera si sono presi una piazza senza bandiere, ma colorata di gonfaloni di Comuni e fasce tricolori dei sindaci, cartelli scritti a mano, striscioni.
“Gratteri non si tocca” si leggeva su più di uno, “Infettiamoci di onestà ” recitavano manifestini diffusi tra la folla, “La mafia non si combatte con la pistola ma con la cultura” hanno scritto invece gli studenti di un istituto della città .
Nascosti fra la folla, anche molti nomi noti del sindacato e della politica, inclusi il candidato governatore del centrosinistra, Pippo Callipo, e quello dei pentastellati, Francesco Aiello, mentre l’aspirante governatrice del centrodestra ha preferito “per evitare qualsiasi rischio di strumentalizzazione di osservare rispettosamente la manifestazione da lontano”
Ma nessuno dei politici ha preso la parola dal palchetto improvvisato sotto il palazzo della vecchia procura di Catanzaro, dove il pool antimafia ha i suoi uffici.
Al microfono, si sono alternati solo testimoni di giustizia, docenti, attivisti ed infine lo scrittore Pino Aprile, che ha letto un messaggio del procuratore.
“La vostra presenza indica sete di giustizia sentita e non gridata o sbandierata — recita il testo – È solidarietà testimoniata anche con la presenza fisica”.
Una “presenza”, ha spiegato il procuratore nel suo messaggio, che si percepisce schierata a difesa di tutta la squadra della procura. “Senza questa squadra, potrei fare ben poco” ha affermato il procuratore.
“In Calabria e non solo, stiamo vivendo un periodo in cui la gente è disorientata e non sa più a chi rivolgersi e in chi avere fiducia. Auguriamoci che il risveglio delle coscienze porti tutte le agenzie educative a lavorare, con maggiore impegno, per promuovere una nuova cultura che, tra l’altro, abbia il coraggio di denunciare il male e riportare fiducia in tutte le Istituzioni”
(da agenzie)
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