Febbraio 16th, 2020 Riccardo Fucile
PER LA POLIZIA E’ UN “SOGGETTO PERICOLOSO”, DISPOSTI GLI ARRESTI DOMICILIARI… IL LEGALE: “DUE GIORNI DI CARCERE, IN CUI HA AVUTO MODO DI CONVIVERE CON PERSONE DI ETNIA DIVERSA, L’HANNO RESO MIGLIORE”
Un ventiduenne incensurato di Bergamo e titolare di una ditta a Mozzo è stato arrestato tra
mercoledì e giovedì a Monterosso perchè stava distribuendo volantini neonazisti con un passamontagna.
Addosso aveva anche un coltello mentre in casa la polizia ha trovato vario materiale xenofobo.
Tra le immagini sequestrate al tizio anche una che ritraeva Greta Thunberg con un mitra puntato contro. Una minaccia? Lui, scrive oggi il Corriere di Bergamo, dopo due notti passate in carcere ha giurato che non ne sarebbe mai stato capace e legami con gruppi di estrema destra non sono emersi.
Ma d’altra parte ci sono le indagini della Digos, che tracciano il profilo di «un soggetto pericoloso», così lo definisce il dirigente Marco Cadeddu, e per il momento hanno convinto il gip Federica Gaudino a disporre l’obbligo di dimora a Bergamo e il divieto di uscire di casa dalle 21 alle 6.
Il 22enne è stato arrestato per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale.
Il 13 gennaio la questura aveva ricevuto, attraverso il vicesindaco Sergio Gandi, una segnalazione di alcuni cittadini di via Corridoni. Nelle cassette della posta dei loro palazzi avevano trovato fogli in A4 con la scritta «Mescolanza razziale, genocidio bianco», un indirizzo di posta elettronica svizzero e l’inedita sigla «Forze di liberazione europee, divisione nord».
La Procura aveva aperto un fascicolo e la polizia si era messa al lavoro, anche mantenendo alta l’attenzione nel quartiere. Sono stati gli uomini delle volanti, con quell’input, a notare il ventiduenne aggirarsi vicino al parco Goisis, alle 3.30.
Quando si sono avvicinati, lui ha cercato di scappare e nel bloccarlo un agente è rimasto ferito a un ginocchio (è già tornato in servizio).
Ma il suo avvocato, subito dopo la scarcerazione, alle 15 di ieri, dice che adesso lui vuole scusarsi: «È sconvolto e non fa che scusarsi con tutti – riferisce il legale –. Ha spiegato che da un paio di mesi viveva un momento di debolezza, si sentiva come se non avesse più un’identità . È pronto a rispondere dell’errore che ha commesso, ne ha compreso la stupidità . Dice che già questi due giorni di carcere, in cui ha avuto modo di convivere con persone diverse da lui per etnia, l’hanno reso migliore».
(da agenzie)
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Febbraio 16th, 2020 Riccardo Fucile
E QUESTA SAREBBE UN’EDUCATRICE DELL’INFANZIA?… E COME SEMPRE POI ARRIVANO LE SCUSE TARDIVE DI UN’ALTRA CUOR DI LEONESSA
“Magari che ci metta lo zampino il corona virus….”. Questo è il commento comparso pochi giorni fa sotto la notizia con cui un noto sito di fake news appartenente alla galassia sovranista denunciava “molti casi” di contagio da Coronavirus in Africa, collegando il tutto all’allarme dei barconi in partenza verso l’Italia. La notizia è quasi totalmente falsa. Esiste, ad oggi, un solo caso accertato di contagio, in Egitto, e non ha la benchè minima correlazione con gli sbarchi.
Il commento è di una violenza e di un odio inaudito. Non si tratta del delirio quotidiano di un hater qualsiasi: a pronunciare quelle parole agghiaccianti è un’insegnante. Un’educatrice dell’infanzia. Una di quelle persone che ha in mano l’educazione, la formazione e la crescita dei nostri figli e la responsabilità della società di oggi e di domani.
Non solo. Sabina Venturi, questo il nome della maestra, è una figura nota alle cronache politiche della sua città , Gubbio, per essere stata candidata alle ultime elezioni comunali, poi vinte dal centrosinistra, con il simbolo della Lega, e per essere stata, in seguito, nominata nientedimeno che nella Commissione Pari Opportunità dello stesso comune.
Un mestiere, un profilo e un ruolo pubblico, dunque, che stridono terribilmente con un commento così vergognoso, con cui Venturi augura il virus a migliaia di africani come arma preventiva alla partenza dei migranti verso il nostro Paese. Una tesi, oltrechè carica d’odio e razzismo, priva anche di ogni minimo fondamento, per di più espressa in un italiano zoppicante, con errori da matita blu.
Il caso sta rapidamente montando sul web, generando la rabbia e l’indignazione di migliaia di utenti, che ora chiedono al Ministero dell’Istruzione di prendere una posizione netta sulla vicenda. C’è chi chiede anche che l’insegnante venga al più presto rimossa dal proprio incarico, in quanto “del tutto incompatibile con l’insegnamento e l’educazione dei bambini”.
Nel corso del pomeriggio la Commissione Pari Opportunità di Gubbio è intervenuta nella vicenda, prendendo le distanze dalle parole di Venturi con un comunicato stampa.
“In merito ai fatti avvenuti nella giornata di oggi e che hanno visto protagonista una componente della Commissione Pari Opportunità di Gubbio — scrive la Presidente di Commissione Giorgia Gaggiotti — riteniamo doveroso prendere le distanze dai contenuti espressi, contenuti che sono in totale discordanza coi principi che ispirano la nostra attività . Pur trattatandosi, forse, di una leggerezza, il ruolo che ricopriamo ci impone di avere lo stesso atteggiamento di apertura e ascolto verso tutti coloro che faticano a vedere riconosciuti i propri diritti, anche qualora non si tratti di donne, poichè il rispetto mancato a uno è rispetto mancato a tutti, il diritto negato ad un solo essere umano è il diritto negato per tutti. Ci tengo, quindi a precisare che sono esternazioni fatte a titolo assolutamente personale dal suo profilo social privato e, con quanto suscritto, credo di rappresentare il pensiero di tutte le componenti. La Commissione Pari Opportunità di Gubbio si riunirà in via straordinaria nei prossimi giorni per effettuare una accurata verifica interna prima di esprimere ufficialmente posizioni che, per regolamento, possono essere assunte soltanto in maniera collegiale. Nel frattempo invitiamo tutti a non scendere a livelli dialettici poco edificanti.”
La Venturi ha poi fatto un passo indietro e inviato le sue scuse per quell’odioso commento: “Mi scusi, ha perfettamente ragione, è ho scritto pubblicamente le mie scuse. Forse odio la violenza e mi sono fatta prendere dai post, che pubblicano di violenze e furti di queste persone. Ho reagito con rabbia”.
L’italiano è ancora imperfetto, mentre il pentimento è ben poco credibile.
(da TPI)
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Febbraio 16th, 2020 Riccardo Fucile
L’EUROPA NON PUO’ AVERE RAPPORTI CON REGIMI MILITARI INDEGNI DEL MONDO CIVILE… E CERTA SEDICENTE DESTRA LA FINISCA DI FARE DA LECCACULO DI CRIMINALI
Zaki ha avuto giusto il tempo di raccontare al giudice delle torture subite e di chiedere di
poter tornare a studiare, ma non è servito a nulla
«Sono uno studente, sto facendo un master a Bologna, in Italia. Voglio solo tornare a studiare». Chi ha visto ieri, 15 febbraio, Patrick Zaki racconta del suo sguardo smarrito.
Non ha segni visibili di botte, sembra stare meglio rispetto all’ultimo colloquio, ma «ci è parso ansioso», racconta la sorella al Corriere della Sera. «Datemi la mano», dice il 27enne prima di prendere posto nell’aula del tribunale di Mansura, in Egitto.
Un’udienza durata una decina di minuti, Zaki ha avuto giusto il tempo di chiedere al giudice di tornare a studiare. E di raccontargli delle torture subite: «Mi hanno tenuto bendato per 12 ore. Picchiato in viso. Mi hanno torturato con l’elettricità . Mi hanno fatto spogliare e chiesto della mia ong e di alcuni post su Facebook: ma io non ho fatto nulla».
Prima che l’udienza venga tolta aggiunge: «Mi tengono in un posto terribile. Siamo in 35 in una cella con una sola latrina e una finestra piccolissima». Il giudice però rifiuta la sua scarcerazione. Prima di essere portato via ai giornalisti italiani riesce a dire: «Forza Bologna»
«Speravamo che lo lasciassero uscire — dice la sorella di 23 anni -. Non sono riuscita nemmeno a parlargli, anche l’avvocata l’ha visto per un paio di minuti. Per lui è dura. Ho la sensazione che il sostegno da fuori cominci a non bastargli».
(da Open)
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Febbraio 16th, 2020 Riccardo Fucile
IL GOVERNO ITALIANO SI E’ MOSSO MENTRE IL NUMERO DEI CONTAGIATI A BORDO E’ ARRIVATO A 355
Si aggiorna giorno dopo giorno il bilancio delle vittime del coronavirus. Sono 1.665 i morti nella Cina continentale, su un totale di 68.500 casi di contaminazione registrati sul territorio, oltre 69.000 in tutto il mondo.
La maggior parte dei decessi si è verificata nella provincia di Hubei (Cina centrale), il centro dell’epidemia iniziata a dicembre nella sua capitale Wuhan. Sono 4 i morti in altre parti del mondo: a Hong Kong, Giappone, Filippine e Francia.
L’incubo sulla Diamond Princess.
Altre 70 persone, per un totale di 355, risultano positive al coronavirus sulla nave da crociera Diamond Princess ferma in quarantena in Giappone.
Finora sono stati condotti test su 1.219 persone: 355 sono risultate positive, tra cui 73 senza sintomi
La Diamond Princess è in quarantena dal 5 febbraio nel porto di Yokohama, vicino a Tokyo. “Sulla base dell’elevato numero di casi di COVID-19 identificati a bordo, il Dipartimento della sanità ha valutato che i passeggeri e i membri dell’equipaggio sono ad alto rischio d’esposizione”, ha detto l’ambasciata americana in una lettera ai passeggeri.
Il Governo italiano sta lavorando per il rimpatrio dei 35 connazionali a bordo della nave. Tra di loro ci sono anche membri dell’equipaggio e il comandante della nave. “Posso dirvi che partirà un volo anche per loro, lo abbiamo deciso ieri insieme al commissario straordinario, Angelo Borrelli, e al ministro della Salute, Roberto Speranza” scrive Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, su Facebook. “Questa è l’Italia che non lascia mai soli i suoi connazionali. Siamo italiani, nessuno deve restare indietro, lo Stato c’è e non mancherà ”.
Il virus è “curabile”.
“Il tasso di mortalità del Coronavirus è del 2,29% in Cina e dello 0,55% fuori. Questo dimostra che la malattia è curabile” ha detto il ministro degli esteri cinese Wang Yi a Monaco. Il ministro ha affermato che le possibilità di crescita non sono compromesse e che “la Cina uscirà da questa epidemia più forte” di prima e “diventerà un’economia più forte e sostenibile”
La Polizia cinese si mette al telefono.
La polizia di Pechino alle prese con 7,6 milioni di telefonate da fare oggi. Sta chiamando i residenti e chiedendo loro informazioni sulla loro storia di viaggio, dato che la capitale cinese introduce severe misure di blocco per contenere il nuovo coronavirus. Lo riferisce la corrispondente della Cnn dalla capitale cinese, Lily Lee. “Domenica pomeriggio, sono stata chiamata da un agente della mia stazione di polizia locale, che mi ha chiesto la storia dei miei viaggi prima delle recenti vacanze del Capodanno lunare. Ha anche chiesto della mia salute e se avevo avuto contatti con persone di Hubei, la provincia al centro dell’epidemia. L’agente di polizia ha detto che le autorità stanno chiamando tutte le persone del mio quartiere con un indirizzo di Pechino, ma non un hukou di Pechino, o una registrazione domestica – questo è un modo semplice per identificare le persone che vengono da altre parti del Paese e, quindi, potrebbero essere tornate a casa durante il Capodanno lunare”.
A Pechino ci sono oltre 7,6 milioni di persone che non hanno un hukou (una registrazione nel sistema anagrafico) di Pechino, il che significa che se questa procedura viene effettuata in ogni distretto, la polizia potrebbe dover fare milioni di telefonate oggi.
(da Open)
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Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
LO ZOCCOLO DURO CHE URLA “O-NE-STA’!” COME LITANIA DI UN ESORCISMO CHE NON RIESCE A FUGARE I DEMONI DI UNA CLAMOROSA CRISI IDENTITARIA
In piazza con le auto blu, per contestare i vitalizi degli altri. 
Qualcuno che, per non farsi vedere, si fa lasciare nelle vie accanto e arriva a piedi, col vestito che pare ritirato dalla stireria.
Luigi Di Maio che, alla fine, attraversa tutta la folla per concedere selfie proprio come fa Matteo Salvini. Ci mette mezz’ora, ma all’angolo con piazza Venezia c’è la macchina che lo aspetta: blu.
Simbolo di un potere diventato privilegio, quando si accomodano gli altri. Veicolo per la rivoluzione contro la Casta, quando trasporta le terga pentastellate.
Che poi è la stessa logica dei vitalizi, oggetto di questa manifestazione: in verità sono stati già aboliti nel 2011, quando si è passati a un sistema “contributivo” come nel resto del mondo, ma in mancanza di altri argomenti adesso ci si scaglia contro i diritti acquisiti col precedente sistema, tanto riguardano gli altri.
Eccola, piazza Santi Apostoli diventata per un pomeriggio la piazza di Nostra Signora dell’Ipocrisia.
Piazza piena, nulla a che vedere con le dimensioni di quelle di una volta, tipo San Giovanni e Circo Massimo, riempita non spontaneamente, ma con pullman da tutta Italia, come facevano gli odiati partiti di massa.
Piazza del rigurgito identitario, “incazzata”, in un clima da ritorno alle origini. Piazza di uno zoccolo duro rabbioso che vuole urlare il suo “non siamo morti”.
Poca musica, assordanti trombette da stadio, “o-ne-stà o-ne-stà ”, come litania di un esorcismo per fugare i demoni di una clamorosa crisi identitaria.
Pochi giovani, cartelli “non ci arrendiamo”, “no alle alleanze”. Fischi per Salvini, Renzi odiato più di lui, insofferenza per il Pd, innominato Conte, l’animal spirit del popolo è “contro”: è la pulsione prepolitica ad aggrapparsi a irrinunciabili bandiere, col manicheismo di chi non vuole vedere ciò che è successo.
È il “noi siamo noi”, nè di destra nè di sinistra, col paradosso che proprio il motivo della crisi diventa zavorra a cui aggrapparsi.
“Colpa degli altri”, sempre e comunque, se ciò che è giusto non è stato compreso dagli italiani. E ritorna la rabbia verso i giornalisti, alcuni in particolare come chi scrive, la collega di Repubblica o l’inviato delle Iene: “pennivendoli” che non scrivono la “verità ”, perchè così vogliono i loro padroni.
Torna la sindrome del complotto, da parte delle televisioni che “oscurano il Movimento”, e poco importa che il servizio pubblico è ancora governato secondo la spartizione attuata dal Governo gialloverde.
Anche questa è cultura dell’odio e dell’invidia sociale, per cui non esiste libertà di pensiero o lavoro intellettuale, ma solo privilegi di ben remunerati servi di opachi padroni.
In questa piazza di “resistenza”, che già ha lo spirito della ridotta identitaria, c’è un istinto prepolitico che non è un’idea di paese, e con esso l’illusione, anzi l’autoillusione, che si possa essere “contro” il Sistema una volta che si è diventati Sistema, senza cadere nella trappola di essere contro se stessi, sia pur a propria insaputa.
Guardateli i ministri e i sottosegretari che arrivano da una via laterale, tutti con l’abito blu e la camicia bianca, gli unici senza cravatta Di Maio e Bonafede, imborghesiti dalla Roma del potere che sa rivestire i barbari con le griffe dei padroni.
Mentre i ragazzi delle scorte vigilano discreti.
Indugiano compiaciuti nella selva di telecamere, ormai avvezzi a parlare senza dire, a giustificare e a giustificarsi in nome dell’imperituro “bene del paese”.
Loro tutta questa rabbia non ce l’hanno più, ma hanno la necessità di mobilitare il popolo per arginare una crisi spaventosa. Non è vero che il potere logora chi non ce l’ha. Logora anche chi ce l’ha nella paura di perderlo.
I ministri più filo Pd, da Patuanelli a D’Incà , vengono tenuti sotto il palco, Bonafede e Di Maio, in fondo, non forzano neanche più di tanto. Però sventolano con orgoglio le bandiere storiche, contro i vitalizi e a difesa dell’abolizione della prescrizione, il che consente di gonfiare il petto identitario, ma senza scuotere più di tanto il fragile equilibrio governativo.
Parliamoci chiaro: una gigantesca rimozione avvolge il tutto, affogata nella retorica del “siamo una forza che non si può abbattere” e del “si cambia passo dopo passo, dopo 50 anni di politica che ci ha distrutto”.
La rimozione della sconfitta, delle scelte fatte e di quelle da fare, degli alleati passati e di quelli presenti, del Conte 1 e del Conte 2, e più in generale di Conte, rimasto pressochè innominato. E, come diceva Peppino, “ho detto tutto”.
A questa piazza e a questo palco, che non ha ancora digerito il “tradimento” di Salvini, si capisce che il nuovo quadro non piace, come non piace la politica delle alleanze.
E questa “terza fase” del Movimento, aperta dopo le dimissioni di Di Maio, vissuto ancora come il Capo dal suo popolo a piazza Santi Apostoli, appare come il tentativo di congelare il travaglio, nell’evocazione del grande futuro alle spalle, sotto forma di battaglia contro i vitalizi.
Il travaglio di una forza dentro la quale si è aperta una confusa dialettica tra destra e sinistra. Di Maio scravattato che richiama i principi fondamentali, sia pur ammaccato è il simbolo non di una “evoluzione”, ma dell’equivoco costitutivo che si ripropone, il non essere nè di destra è di sinistra, che incrocia un sentimento popolare. Di quel popolo.
La piazza racconta questa “connessione sentimentale” conl’ex capo del Movimento. Chi è rimasto si aggrappa all’identità , ai miti della sua non lunga storia, alle sue bandiere.
Il Governo viene dopo, non scalda, è vissuto come uno stato di necessità più che come l’incubatore di una prospettiva.
Il “noi” c’era, gli “altri” neanche nominati.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
LA PIAZZA DEL “NON MOLLARE”, DELLA RABBIA ANTICASTA CHE LANCIA LA SENATRICE ALLA GUIDA DEL M5S… 4.000 PERSONE IN PIAZZA SANTI APOSTOLI TRA INSULTI AI GIORNALISTI E RITORNO AL PASSATO CHE NON PUO’ TORNARE
Che sia la sua giornata lo si capisce solamente guardando la scaletta. Sale sul palco Luigi Di Maio, il fu capo politico. Poi è il turno di Alfonso Bonafede, capo delegazione al Governo. Ma a chiudere è lei, Paola Taverna, tra il boato della folla. Dopo di lei solo il reggente Vito Crimi, il cui intervento rimane impresso come fosse scritto sulle acque di un ruscello.
“Questa è la sua piazza, è lei che l’ha organizzata”, dice il portavoce del ministro nel retropalco. Aggiunge: “Ormai mi sembra chiaro che dopo Luigi ci sia lei, l’unica che potrebbe contenderle il posto è Chiara Appendino, ma non sono paragonabili”.
Il Movimento 5 stelle ritorna a piazza Santi Apostoli. Qui si concluse quella che Alessandro Di Battista definì malauguratamente sette anni fa “la marcia su Roma”. Un’altra era geologica, con il Movimento a urlare contro il potere che non gli apriva il portone del Governo, con gli insulti ai giornalisti, con le contumelie alla casta, con i cartelli contro i poteri forti e le maschere di Guy Fawkes. 2013, oggi, se un alieno fosse capitato entrambe le volte da queste parti non noterebbe differenze.
Un deputato malignamente fa notare la differenza con la chiusura di campagna elettorale delle Europee: “Lì eravamo quattro gatti, qui ci saranno sette, ottomila persone”.
Magari arriveranno alla metà , con buona pace dell’ex capogruppo della Camera Ciccio D’Uva che dà i più classici numeri dell’organizzazione (“Siamo 10mila!”), nonostante sia della Questura, seppur solo quella interna a Montecitorio.
Pallottoliere a parte, Paola Taverna arringa alla folla che sbandiera stendardi del tenore “Fanno tutti schifo” come fosse già la capofila di quel che verrà .
E proprio sulla continuità , sul recupero di quel che doveva essere e non è stato, martella pesantemente: “La nostra forza da quando siamo entrati in Parlamento non è cambiata, siamo una forza che non si può abbattere”. E ancora: “Qualche battaglia l’abbiamo anche persa, ma cinquant’anni di politica che ci ha distrutto non si cambiano in due anni, ma passo dopo passo”.
La gente in piazza dice un secco No alle alleanze. Qualcuno lo ha anche scritto con pennarelli su fogli bianchi, in un caleidoscopio di colori che si intersecano con il giallo di quelli solertemente distribuiti dall’organizzazione.
“Questi sono delle m…e”, taglia corto un affabile signore, testa rasata e tatuaggio sul collo. Non vuole alleanze con gli altri partiti: “Sti str…i andassero aff…”. Vicino a lui c’è chi prova ad allargare il campo, barba sale e pepe e occhiali a schiacciare la chioma dello stesso colore: “Devi sapere che io stavo in Democrazia Proletaria quando contestavamo il Pci…”.
Purtroppo o per fortuna il resto della saga è interrotto dall’Inno di Mameli. È salito Luigi Di Maio sul palco, la sua comunicazione avverte solerte della coincidenza non casuale con l’inaspettato riflesso patriottico.
L’ex capo politico si concede un discorso non memorabile (“Difendiamo Bonafede e la sua riforma, dobbiamo punire i furbi e mandare avanti gli onesti”) e un bagno di folla finale. Un timido “Luigi, Luigi” lo saluta alla fine, il giro tra gli attivisti lo sommerge.
Questa è la piazza della Taverna, ha organizzato lei, chiedete a lei” rispondono all’unisono parlamentari e staff a qualunque domanda gli si ponga.
Il No alle alleanze risuona quasi all’unanimità . Arriva Federico D’Incà , ministro per i Rapporti con il Parlamento. Un deputato lo indica: “Lui sarà arrivato con il cartello Sì alle alleanze”. Non salirà sul palco, e come lui nemmeno Roberto Fico e Stefano Patuanelli, i più governisti tra i colonnelli 5 stelle.
La piazza trasuda livore contro Matteo Renzi e contro i giornalisti. Sui più noti una sassaiola di insulti. Chi prova a fermarsi e ragionare viene sommerso dalle contumelie, preoccupante reflusso anti democratico che affiora a ogni pie’ sospinto.
Paolo viene da Napoli. Spiega che non ce l’ha fatta, ha lasciato un contratto di sei mesi in un’azienda di pulizie: “Mi pagavano due euro l’ora. Ho cercato di parlare con tutti, ho parlato con la Catalfo, il ministro del Lavoro, mi farà sapere”.
Ha cinquant’anni e non ce l’ha fatta. Per un momento diventa simbolo del motivo per cui a San Giovanni, sette anni fa, i tre/quattromila di oggi sarebbero stati una goccia in un oceano.
Promesse di scatolette aperte e ripulite in un battibaleno andate a infrangersi contro il muro della realtà , due anni di Governo senza la rivoluzione ossessivamente vagheggiata. Paolo c’è, tanti come lui sono rimasti a casa, guardando un live di Salvini o tenendo spenti chissà per quanto social e televisioni.
È un grande ritorno al passato per recuperare quel poco di futuro che resta. È la piazza della Taverna. Come sigla conclusiva parte un grande classico: “Non siamo un partito, non siamo una casta, siamo cittadini punto e basta”. Da quando il Movimento si è fatto potere non si era più sentito.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
L’AVVOCATO ROSANNA RUSCITO PASSA A FRATELLI D’ITALIA: “NELLA LEGA NON C’E’ MERITOCRAZIA, LEALTA’, RISPETTO DELLA MILITANZA E DEGLI ACCORDI CON GLI ALLEATI”
L’avvocato napoletano Rosanna Ruscito, candidata al senato per il Carroccio alle elezioni
politiche del marzo 2018, lascia la Lega e passa a Fratelli d’Italia.
La Ruscito questa mattina ha partecipato a una conferenza stampa che ha visto la partecipazione, tra gli altri, dei dirigenti nazionali Piero Diodato e Luciano Schifone, e del Coordinatore cittadino di FdI, Andrea Santoro.
Rosanna Ruscito ha affidato ai social network le motivazione del suo addio al carroccio. Un post su Facebook, quello della professionista partenopea, colmo di amarezza ma anche di ottimismo per la sua nuova avventura con il partito di Giorgia Meloni: “Sono stata dirigente regionale della Lega per 4 anni”, ha scritto la Ruscito, “fino a circa novembre scorso. All’improvviso, in esito al commissariamento dal Nord, ho visto tagliati tutti i dipartimenti tematici e sostituiti tutti i segretari territoriali (che comunque avevano portato Lega da 0 a 20% in Campania ). Ho continuato ad aver fiducia”, ha aggiunto la Ruscito, “ma ho persone di altri partiti approdate da poco rivestire ruoli importanti, apicali e, per contro, militanti che hanno dato il massimo impegno per costruire allontanati”.
“Ad un certo punto”, sottolinea Rosanna Ruscito, “ho deciso che non essendo compatibile con la mia natura abbassarsi a essere una yeswomen (tradotto è leccaculo ma è poco elegante specie per una signora) non posso proseguire il mio percorso in quel contesto ove non ha alcun rilievo la meritocrazia, nè la lealtà , nè la pluriennale militanza…nè il rispetto di patti e accordi con alleati. Già da un anno avevo capito che la mia casa politica era un’altra. Alla fine ho preso la decisione giusta”. “Starò dalla parte dei campani e dei napoletani”, aggiunge la Ruscito in un commento.
(da Anteprima24)
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Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
LA FARSA CONTINUA: DOPO AVERCI PROPINATO UN TG DI REGIME SOVRANISTA ORA NON VUOLE PASSARE PER CANDIDATO DI SALVINI MA “CIVICO”… ALL’INDECENZA CI DOVREBBE ESSERE UN LIMITE
La multa dell’Agcom (1,5 milioni di euro) alla Rai allontana la riconferma dei direttori in quota Lega. Tra questi Genny Sangiuliano, a capo del T2, sarebbe a rischio.
Uno scenario che avrà ripercussioni a cascata in Campania: il direttore di Tg2 (contratto in scadenza il 23 febbraio) è tra i papabili per la guida del centrodestra per la sfida alle regionali.
Ma Sangiuliano ha posto due condizioni prima di accettare: la benedizione del cavaliere e lo smarcamento dalla Lega. Nei fatti, Sangiuliano vuole essere un candidato civico. Non di espressione leghista.
Forza Italia e Fratelli d’Italia non ci stanno: “Sangiuliano è in quota Salvini”.
Tra gli sponsor del direttore di Tg2 c’è un pezzo della destra campana: da Enzo Nespoli ad Amedeo Labocetta.
Malumori si registrano anche in Fdi sul nome di Sangiuliano (non gradito ai leader locali).
La cosa divertente è che dopo averci propinato per due anni un Tg2 di regime sovranista, ora Sangiuliano vuol farsi passare per “candidato civico” non di Salvini.
Ci sta che si vergogni di quello che ha fatto ma anche all’indecenza c’è un limite.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
“FAR VIAGGIARE LE PERSONE, FAR LORO CONOSCERE REALTA’ NUOVE: IL TEMA E’ ABBATTERE LE DISTANZE”… “VERSO LE SARDINE USANO DISPREZZO E SARCASMO MA A DIFFERENZA DI ALTRI LORO HANNO CAPITO CHE IL PRIMO PROBLEMA DELL’ITALIA E’ LA DISEGUGLIANZA TRA NORD E SUD”
Il professor Domenico De Masi, decano della sociologia italiana, commenta la proposta del
movimento delle Sardine di uno scambio tra studenti universitari del Nord e del Sud Italia
“L’idea degli Erasmus tra nord e sud? Io la trovo semplicemente stupenda.”
Professor De Masi, sta parlando dell’ultima proposta delle Sardine?
Assolutamente si.
Ha visto che ha raccolto molte critiche, anche a sinistra.
Sono stati geniali, ge-nia-li. Davvero non capisco perchè su di loro si abbattono sarcasmo, battutine scomposte, a volte persino manifestazioni di disprezzo.
Dicono che l’Erasmus tra nord e sud sia una banalità , ha sentito?
Che cosa stupida. Qui di banale non c’è davvero nulla.
Dicono che di fatto esista già .
E ovviamente non è vero. Esiste una emigrazione universitaria tra sud e nord, che è un’altra cosa: a senso unico.
E quindi cosa le piace dell’idea?
A me pare la prima proposta concreta per combattere la disuguaglianza tra nord e sud, per unire il paese, per farlo diventare più ricco sul piano economico ma soprattutto umano e culturale. Adesso le spiego perchè.
Domenico De Masi, decano della sociologia italiana, intellettuale eclettico con una grandissima vocazione meridionalista. Quando ha letto la proposta di Mattia Santori e compagni si è detto: “È la cosa giusta da fare”. In questa intervista spiega perchè, e aggiunge: “La disuguaglianza, da quella geografica a quella sociale, è il primo problema del paese”.
Professore, proviamo a fare una simulazione. Dove designerebbe il primo ciclo di Erasmus tra nord e sud, se dipendesse da lei?
Un esempio concreto? Partirei da Rende: quanti di coloro che criticano le Sardine la conoscono davvero, o ci sono stati? Arcavavata è una bellissima realtà accademica, piena di professori straordinari, immersa in un territorio che invece è ricco di problemi.
E lei li immagina un Erasmus fatto da studenti del nord?
Perchè no? Sarebbe una ottima esperienza, sul piano accademico e — soprattutto — sul piano umano. Utile anche al sud.
In che senso?
Importare sangue fresco in un territorio dove hanno sede le quattro più importanti multinazionali del crimine del mondo è una bellissima trasfusione di sangue pulito. Un vaccino.
Prova a spiegare come se lo immagina?
Molti dei nostri ragazzi, al nord, sono stati in Inghilterra o in Francia, ma non hanno mai conosciuto in una regione meridionale. Anche solo abitare in una regione italiana che ha un prodotto interno lordo dimezzato rispetto a quella in cui provieni, per un universitario è un grande stimolo. Un modo per capire, conoscere il paese. Senza contare tutto quello che impari.
Quindi le piace la proposta?
La trovo una idea bellissima, un modo concreto per unire di nuovo l’Italia. Ha presente “Pane amore e fantasia”?
La trilogia dei film con De Sica e la Loren, degli anni Cinquanta?
Esatto! Era una commedia basata sulla storia di un carabiniere che viene trasferito da Trento alla Cicociaria. E qui si ritrova a corteggiare Sofia Loren.
Perchè me lo ricorda?
Perchè una delle regole non scritte dell’Italia repubblicana erano i tanti Erasmus non dichiarati fra nord e sud
Nel senso che apparentemente non avevano questa finalità ?
Esatto. i carabinieri come il maresciallo Antonio Carotenuto, alias Vittorio De Sica, per motivi idi servizio avevano una carriera basata sui trasferimenti dal meridione al settentrione, dalla provincia al centro! E poi c’era il grande Erasmus del tempo.
Quale?
La naja. Ha presente la battuta di Totà³: “Ho fatto il militare a Cuneo”? Quello che un tempo faceva il servizio militare oggi lo può fare l’università . Far viaggiare le persone, farle conoscere realtà che non avrebbero mai visitato. Il tema è abbattere la distanza.
È vero che lei a questo proposito considera molto positivamente l’esperienza del Reddito di cittadinanza?
Sul reddito c’è da scrivere un saggio: è stata la cartina di tornasole per capire che idea ha del “povero” un paese che teoricamente crede in modo maggioritario in una religione fondata sulla carità .
Perchè dice questo?
Io nel dibattito intorno al reddito ho avvertito una incredibile componente di razzismo e odio.
Addirittura?
Ha dato fastidio l’idea di assistere un povero in quanto tale, e per questo si è inventata la metafora del “divano”. Come se aiutare una persona che vive con seimila euro l’anno fosse un sussidio ai divanisti. Una follia.
Provi a spiegare perchè.
Ma il povero non c’entra con il ciclo centrale dell’economia! Il suo destino, la sua storia, è totalmente sganciato dalla ricchezza del paese. Ci sono i poveri a Udine ci sono i poveri a Palermo. Non ci sono più poveri dove c’è meno Pil, anzi.
Non c’è relazione, dice lei.
Assolutamente no. Il paese con il più alto numero di ricchi al mondo, l’America, è anche quello che nel mondo occidentale ha il più alto numero di poveri.
Molti dicono che 29mila posti di lavoro recuperati tra i precettori del Reddito sono un risultato deludentissimo.
Ah si? 29 mila posto di lavoro sono due volte e mezzo l’intero numero degli occupati dell’Ilva: in quattro mesi! Che parametro usano questi signori?
E il numero totale degli assistiti?
Due milioni e 700mila persone sono cinquanta volte la Fiat. Ed il Reddito è stato fatto in soli otto mesi, un miracolo.
Dicono: però ci sono i furbetti.
Il 34 per cento delle domande erano fasulle e sono state scartate senza nemmeno erogare un euro. Molti altri solo stati trovati dopo. Gran parte di questi che hanno fatto i furbetti erano quelli che già prendevano il Rei. Di cosa parliamo?
A lei il Rei non piaceva.
Uhhh… un sindaco per dare un sussidio aveva bisogno di riunire commissione. Un povero per essere considerato povero doveva dimostrare di non avere una barca! Una follia.
Quindi giudizio sospeso?
Io direi decisamente positivo. Capiremo solo nel tempo tutto gli effetti e tutti i correttivi necessari. È evidente che molti precettori del reddito o della pensione di cittadinanza sono invalidi, persone espulse dai ciclo del lavoro, o anziani. L’argomentazione “ma non ha creato posti di lavoro” in questo caso è demenziale. Il reddito poi, pone il tema di come redistribuire ricchezza. Le Sardine pongono il tema di redistribuire conoscenze e vite. E mentre fai questo arriva qualche genio e ti dice: ma gli studenti al sud già ci vanno!
Servono politiche demografiche per salvare l’Italia?
Anche qui rimango interdetto. Scriviamo decine di saggi per spiegare che è una catastrofe il fatto che l’Italia passi da 60 milioni di abitanti a 59…
Ed è sbagliato?
È un dato vero, ma interpretato male. Una visione da “sovranismo demografico”.
Non ci servono giovani?
Certo che ci servono! Ma bisogna capire che il problema non è l’asilo che funziona. Altrimenti i paesi che hanno il miglior sistema di scolarità primaria — tipo la Svezia — avrebbero tassi di natalità spropositata, e così non è.
L’insicurezza economica scoraggia i giovani dal far figli?
L’insicurezza economica non c’entra nulla. Per restare a 60 milioni di abitanti in Italia ogni donna dovrebbe fare 2,1 figli di media. E il problema è che non li fa se le dai l’asilo o la paghetta. Per fare figli servono famiglie, e oggi in Italia una famiglia dura mediamente otto anni.
Quindi non c’è speranza?
La speranza l’abbiamo davanti agli occhi ma non la vediamo.
Dove?
Oggi, nel flusso dell’emigrazione arrivano molti giovani già formati e già laureati. Ne sono arrivati 98mila con un titolo scolare superiore al diploma!
Non siamo stati in grado di inserirli, però.
Questa è la cosa folle. Bene o male, soprattutto male, li abbiamo accolti. Come Stato, intendo: abbiamo speso, abbiamo investito, e magari adesso stanno a marcire in qualche centro di accoglienza, o magari li abbiamo usati come schiavi per raccogliere pomodori o frutta.
C’è molta amarezza in questa sia considerazione, professore.
Sì, perchè viviamo in un paese folle, irrazionale, preda di leggende e dicerie, che spesso fa tutto il contrario di quello che dovrebbe, perchè si fa considerare da paure e rancore. In questo scenario la proposta della Sardine, come vedi, è molto più di un dettaglio. È un’idea che ribalta un paradigma sbagliato. È una grande opportunità .
(da TPI)
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