Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
RIENTRO DA WUHAN CON VOLO MILITARE E BARELLA AD “ALTO BIOCONTENIMENTO”… IL 17NNE DI GRADO E’ ATTERRATO STAMANE A PRATICA DI MARE E TRASFERITO ALLO SPALLANZANI PER I PRIMI CONTROLLI
Il volo dell’Aeronautica Militare sul quale viaggia Niccolò, il 17enne di Grado bloccato a
Wuhan per due volte a causa della febbre, è atterrato all’aeroporto di Pratica di Mare. A bordo del Boeing KC-767 dell’Aeronautica militare che ha riportato Niccolò in Italia ha viaggiato anche il vice ministro della Salute Pierpaolo Sileri, assieme a medici ed infermieri.
Ad accogliere il giovane, oltre alla sua famiglia, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. “Niccolò è giovane e forte e non potevamo permettere che un ragazzo di 17enne rimanesse tutte queste settimane in Cina” ha detto Di Maio a Pratica di Mare. “Abbiamo mantenuto la promessa fatta ai genitori”. “Con oggi abbiamo completato il processo di evacuazione di tutti gli italiani”.
Niccolò “sta bene”, ha detto il viceministro Sileri in un punto stampa all’aeroporto militare di Pratica di Mare. Poi le prime comunicazioni dallo Spallanzani: il ragazzo ha solo “una febbricola e e non manifesta altra sintomatologia”, è “in buone condizioni, sereno e di buon umore”. “Ha chiesto del prosciutto e ha parlato al telefono con la madre, che si trova a Grado” ha aggiunto l’assessore alla Salute Alessio D’Amato.
Niccolò ha viaggiato in aereo protetto all’interno di una cosiddetta struttura di “alto biocontenimento” ed è stato subito sottoposto ad ulteriori controlli prima di lasciare in ambulanza l’aeroporto di Pratica di Mare. Trascorrerà il periodo di quarantena allo Spallanzani.
Per Niccolò è stato utilizzato lo stesso protocollo con il quale è stato rimpatriato dalla Sierra Leone un connazionale con una grave forma di tubercolosi polmonare resistente a ogni trattamento farmacologico.
Si tratta di una barella speciale protetta da un involucro di Pvc che permette l’osservazione e il trattamento del paziente in isolamento (gestito da un’equipe medica) con potenti filtri che impediscono il passaggio di particelle potenzialmente infette. L’isolamento, sempre da protocollo, proseguirà anche durante il suo imminente trasferimento in ospedale con una speciale autoambulanza.
L’Aeronautica Militare ha iniziato a sviluppare dal 2005 la capacità di evacuazione aeromedica, acquisendo sistemi isolatori ATI (Aircraft Transport Isolator). L’evacuazione in biocontenimento viene effettuata con dei sistemi Ati (Aircraft transport isolator) che medici e infermieri hanno imparato ad utilizzare presso l’Istituto di malattie infettive dello Us Army nel Maryland. La squadra a bordo dell’aereo è composta da un team leader (un ufficiale superiore medico), che ha il compito di coordinare la missione, almeno due ufficiali medici (un anestesista ed un infettivologo) e 6 sottufficiali (Supp. Sanità ) per l’assistenza al malato e per l’esecuzione delle procedure di trasporto. Sostanzialmente il sistema Ati è costituito da un telaio (rigido o semi rigido), da un involucro in PVC (cosiddetto envelope) che permette l’osservazione e il trattamento del paziente in isolamento, da un motore alimentato a batterie che consente di mantenere all’interno una pressione negativa e da filtri ad alta efficienza che impediscono, in entrata ed uscita, il passaggio di micro particelle potenzialmente infette. Il sistema, oltre che sul Boeing, può essere installato sia sui C130j e sui C27j, sia sugli elicotteri HH139 e HH101.
L’isolamento del paziente prosegue anche quando l’aereo atterra, grazie al sistema terrestre Sti (Stetcher transit isolator), che è indispensabile per trasferire il soggetto dall’aereo all’ambulanza con la quale verrà poi portato in ospedale.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
LEGA 29,2%, PD 20,6%, M5S 14,4%, FDI 13,1%, FORZA ITALIA 6,2%, ITALIA VIVA 3,9%, LA SINISTRA 3,6%, + EUROPA 2,6%
Il sondaggio di Demos & PI pubblicato oggi da Repubblica racconta che dopo le elezioni regionali in Emilia-Romagna si conferma il calo continuo, già osservato negli ultimi mesi ,insieme a una ripresa del Pd.
Ma, soprattutto, alla grande crescita dei Fratelli d’Italia (FdI) di Giorgia Meloni. Nelle stime elettorali la Lega si conferma il partito più forte, con oltre il 29% dei consensi. Comunque, 5 punti di meno rispetto alle elezioni Europee. Mentre il Pd risale sopra il 20%.
Il M5S prosegue la discesa, sempre più rapida (e ripida), dopo l’exploit alle elezioni Politiche del 2018. Quando si impose come primo partito, con quasi il 33%. Da allora ha perduto consensi. Un mese dopo l’altro.
Alle elezioni Europee dello scorso maggio si è fermato poco sopra il 17%. Circa la metà , rispetto alle Politiche. E oggi, secondo le stime di voto di Demos, è sceso ancora. Poco sopra al 14%.
Avvicinato e, quasi, raggiunto dai FdI di Giorgia Meloni. Che hanno superato il 13%. Il doppio, rispetto alle Europee dello scorso luglio.
Una crescita avvenuta a spese di Forza Italia (FI), ma anche della Lega di Salvini. Nel frattempo, FI, non per caso, è scesa ancora. Poco oltre il 6%.
Nell’insieme, Lega, FdI e FI, i tre partiti di Centro-Destra, insieme, hanno guadagnato 13 punti, rispetto alle Politiche del 2018. E “contano” quasi la metà degli elettori italiani. Mentre, rispetto alle recenti Europee, risultano stabili (per la precisione: hanno perduto 1 punto). Con una variazione sostanziale. Lo slittamento verso Destra. Per il peso assunto dalla Lega e dai FdI.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
SCHIAFFO A SALVINI CHE AVEVA INUTILMENTE CERCATO DI FARSI RICEVERE
Se non è un dispetto a Matteo Salvini, poco ci manca. Papa Francesco, nella giornata di ieri,
ha incontrato per la prima volta il ministro degli Interni Luciana Lamorgese, succeduta proprio a Salvini. Una cosa che non era mai successa quando il leader della Lega era al ministero dell’Interno.
Salvini, dal canto suo, non aveva mai richiesto al pontefice un incontro ufficiale. Ed è facile intuire come la diversità di vedute tra il leader della Lega e il Santo Padre, prima su tutte quella relativa ai migranti, possa essere stata la causa del mancato incontro. Troppo distanti le idee di Salvini rispetto a quelle di Bergoglio.
Se non avesse cambiato opinione in merito al contrasto dell’immigrazione, con la chiusura dei centri di accoglienza come quello a Castelnuovo di Porto (nei pressi di Roma), sarebbe stato impossibile ottenere un colloquio con il papa.
Ma non solo: Salvini ha spesso strumentalizzato la fede cristiana, baciando rosari ed esibendo vangeli durante eventi politici, e anche lo slogan ‘prima gli italiani’ viene visto dal Pontefice come antiumano e antievangelico. Tutte motivazioni per cui, di fatto, l’incontro non si è mai tenuto.
Ben diversa la situazione con Luciana Lamorgese. Sessantasei anni, nata a Potenza, ha iniziato la sua carica come Ministro dell’Interno il 5 settembre 2019. Si tratta della terza donna nella storia a ricoprire questo incarico, dopo Rosa Russo Iervolino e Annamaria Cancellieri.
A dare notizia dell’incontro con il Papa è stata proprio la Santa Sede, anche se non è trapelato nulla per quanto riguarda i temi affrontati durante il colloquio.
Ipotizzabile, comunque, che al centro del dibattito ci siano i temi che stanno più a cuore a Papa Francesco: i migranti e i corridoi umanitari. Argomenti che la stessa Lamorgese, che ha un atteggiamento morbido e dialogante nei confronti della Cei, aveva affrontato nei giorni scorsi con il segretario di Stato, Parolin e il presidente dei Vescovi, Bassetti, durante la cerimonia per l’anniversario dei Patti Lateranensi.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
RENZI ALLA FINE SI RITROVA DA SOLO
C’è una pattuglia di sei senatori pronta a mollare Italia Viva di Matteo Renzi per puntellare il governo Conte Bis in bilico al Senato.
La carica dei “responsabili” di cui si parlava ieri sui giornali e che vedeva in prima fila l’opposizione potrebbe arrivare ai numeri decisivi per l’abbandono anzitempo del progetto renziano da parte di chi ha contribuito a farlo nascere a Palazzo Madama.
E se accadesse, ciò costituirebbe uno smacco clamoroso per IV e per le ambizioni del senatore di Rignano. Che però avrebbe poco da lamentarsi visto come li ha portati dalla sua parte.
Il Corriere della Sera prima si concentra sui responsabili raccontando che Fioramonti alla Camera, Paolo Romani e Gaetano Quagliariello al Senato sono solo alcuni dei capicorrente corteggiati, ma aggiungendo che finchè le urne non saranno all’orizzonte, nessuno sembra disposto a esporsi per puntellare il governo.
Stando alle voci di Palazzo Madama, Romani è pronto a portare in dote una dozzina di senatori, però nel governo ammettono che «sono cifre tutte da verificare».
È una partita ad altissimo rischio e Conte lo ha capito.
«Temo che prima o poi dovremo contarci in Parlamento – si attrezza alla “sfida aperta” Conte–. Prepariamoci a tutto, anche a un voto di fiducia».
Il giurista pugliese sa bene che potrebbe giocarsi la pelle, ma dal Pd gli hanno raccontato che il gruppo dei renziani al Senato «è tutt’altro che monolitico, visti i sondaggi che danno Italia viva al 3%».
A Palazzo Chigi e dintorni si parla di «una decina di parlamentari di Iv inquieti e insoddisfatti» che sarebbero tentati dal ritorno nel Pd, perchè con il taglio dei parlamentari ben pochi hanno la certezza che torneranno a occupare uno scranno.
Ma Renzi smentisce, tranquillizza le truppe e ci ride su. E anche se sui social le sue ultime mosse hanno scatenato più delusione che consenso, continua a dire che nel suo piccolo partito «arriverà altra gente».
Repubblica invece nel pezzo firmato da Tommaso Ciriaco azzarda addirittura i nomi di quelli che potrebbero lasciare Renzi per ancorarsi alla maggioranza:
E proprio i numeri, in questo caso, sono decisivi: senza Italia Viva, i giallorossi possono contare a Palazzo Madama su un bottino che varia da 152 a 155 senatori (dipende dalla senatrice a vita Elena Cattaneo e dai due del Maie).
Durante scrutini ordinari, la maggioranza è capace di reggere anche così, sfruttando l’assenza di alcuni berlusconiani aggrappati alla legislatura.
Ma è nelle votazioni qualificate — la fiducia, ad esempio — che è consigliata la maggioranza assoluta. Servono 161 sì, sei in più dell’attuale perimetro senza Iv.
Sono proprio i renziani a far trapelare i nomi di quattro dei sei senatori “sospettati” di voler tornare nel Pd, o comunque di voler restare in maggioranza. Una è l’ex grillina Gelsomina Vono. Un’altra l’ex berlusconiana Donatella Conzatti. Il terzo è Giuseppe Cucca, che preoccupato scriveva ieri nella chat del partito: «Dicono che voglio andare via, vi giuro che non è così. Ve lo assicuro!». Il quarto è Eugenio Comincini.
Lunedì scorso, durante un incontro al gruppo, ha preso la parola davanti al leader: «Dobbiamo mediare sulla giustizia, non possiamo andare avanti così». Renzi ha ascoltato, poi l’ha freddato: «Sono contento che tu sia intervenuto, ma non condivido nulla di quello che hai detto».
Ad occhio quindi c’è il rischio che da un momento all’altro scoppi la pace nella maggioranza. In attesa che si avverino i vaticini di Casalino sul Conte Ter, Renzi aveva risposto già ieri con uno status abbastanza interlocutorio nel quale voleva mandare segnali di pace pur facendo sapere di voler tenere il punto politico e di essere offeso personalmente.
Il Fatto aggiunge un altro dettaglio che riguarda uno dei quattro presunti ribelli:
I quattro hanno smentito nella chat collettiva. Eppure Cucca, giovedì, in Commissione Giustizia, quando si votava l’emendamento presentato da FI al decreto Intercettazioni per rivedere la norma Bonafede sulla prescrizione, ha aiutato a dilazionare i tempi e ha avvertito i colleghi del Pd che dovevano rientrare. E solo dopo, quando i numeri erano certi (12 a 12, che vuol dire che il testo è respinto), ha votato con il centrodestra.
Il Pd a Palazzo Madama segue con attenzione tutti questi movimenti, convinto che i più nel gruppo renziano non vogliano far cadere il governo. Hanno avanzato critiche sulla gestione delle questioni economiche Mauro Maria Marino e Annamaria Parente. E nella lista di quelli che stanno in Iv, ma potrebbero essere ovunque, ci finisce anche Valeria Sudano. A parte Francesco Bonifazi e Davide Faraone, che con Renzi hanno stretto un patto di sangue, sulla fedeltà degli altri non ci sarebbe da giurare.
Infine Teresa Bellanova parla del rischio fuga con Maria Teresa Meli del Corriere della Sera; memorabile la risposta sui Responsabili: «Si chiamerebbe trasformismo. E in ogni caso dubito che riesca a trovare una forza politica più responsabile, coerente e propositiva della nostra. Meglio sarebbe dedicare più tempo a confrontarsi nel merito delle questioni, piuttosto che sfuggire al tema vagheggiando altre maggioranze. Se ne è così certo, percorra questa strada senza indugio».
Bellanova è stata eletta nel Partito Democratico, era all’opposizione del governo Conte. Oggi è ministra di Italia Viva nel governo Conte.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
ARRIVA LA DEMENZIALE SCOMUNICA DELLA LEGA E IL SINDACO DI RAPALLO CHIOSA: “CHE I LEGHISTI SI METTANO D’ACCORDO, DA PARTE MIA MASSIMA STIMA PER LA CONSIGLIERA”
Laura Mastrangelo è consigliera comunale alla Pubblica Istruzione in quel di Rapallo. La
commissione mensa, presieduta da lei ma formata anche dai rappresentanti dei genitori e degli insegnanti, dai dottori dell’Asl4 Chiavarese, da esperti esterni e da rappresentanti della ditta (l’altoatesina Markas) che ha in gestione la refezione scolastica, aveva deciso di servire piatti internazionali nelle mense scolastiche.
Ma dopo poco è arrivata la scomunica della Lega.
Racconta oggi Il Secolo XIX che Alessandro Puggioni, rapallese, leghista della primissima ora, consigliere regionale uscente e in rampa di lancio per la ricandidatura, ci è andato giù durissimo: «La linea del partito a livello nazionale, regionale, comunale è chiara: noi ci battiamo per la difesa dei prodotti regionali e a chilometro zero. La decisione va ritirata, questa è l’unica linea ufficiale. Pesto, pescato del nostro mare, torta pasqualina: questo chiediamo nelle mense delle scuole dei nostri ragazzi. E se vogliamo variare, c’è l’imbarazzo della scelta nei piatti tipici delle regioni italiane».
E il conto delle pietanze esotiche, alla fine, potrebbe essere parecchio salato per Mastrangelo: rumors rapallesi (e un’indiscrezione via WhatsApp) davano pure il leader del Carroccio Matteo Salvini indispettito assai, su questa vicenda.
«Non so se Salvini si sia arrabbiato, può anche essere perchè la linea del partito è la difesa del made in Italy, del chilometro zero. Certo che la proposta, uscita sul Secolo XIX, ha creato clamore e reazioni anche dure — risponde Puggioni — se Salvini deciderà per l’espulsione di Mastrangelo agiremo di conseguenza. Io credo che lei, alla fine, si sia mossa in buona fede. Ha fatto uno sbaglio, può succedere, è alla prima esperienza in politica».
«È la prima volta che accade una cosa del genere, che i leghisti si mettano d’accordo — risponde il sindaco di Rapallo Carlo Bagnasco, coordinatore regionale di Forza Italia — da parte mia c’è massima stima, che confermo, alla consigliera incaricata Mastrangelo. In questi mesi nel suo ruolo ha ben lavorato mettendo come priorità , sempre, i bambini».
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 15th, 2020 Riccardo Fucile
INDIVIDUATI DAGLI STEWARD, PUGNO DURO DELLA SOCIETA’: “CAGLIARI E LA SARDEGNA IN TERMINI DI ACCOGLIENZA E RISPETTO NON PRENDONO LEZIONI DA NESSUNO, ABBIAMO DEI VALORI DI RIFERIMENTO, CHI NON LI RISPETTA NON E’ DEGNO DI NOI”
Si tratta del primo, vero calcio al razzismo. Arriva direttamente dal Cagliari, la società di proprietà del presidente Tommaso Giulini.
Il Cagliari ha riconosciuto e identificato tre suoi tifosi reponsabili di insulti e di offese a sfondo razziale nei confronti di calciatori avversari.
In seguito a questa identificazione, il Cagliari ha deciso di espellere per sempre dalla Sardegna Arena questi tre tifosi che, da questo momento in poi, non potrnno più seguire le partite casalinghe dei rossoblù.
La cosa che balza immediatamente all’occhio è che — in base a quanto si legge nel comunicato stampa — non si tratta di esponenti del tifo organizzato, dal momento che non avevano mai seguito le partite in curva, nel settore solitamente riservato agli ultrà . Erano, invece, tifosi che seguivano occasionalmente le partite nei settori Tribuna e Distinti.
La società lo ha comunicato attraverso una nota stampa:
L’individuazione dei soggetti coinvolti, titolari di biglietto occasionale nei settori Distinti e Tribuna, è stata possibile grazie all’azione coordinata di steward e del personale preposto alla sicurezza interna del club. In ottemperanza al codice regolamentare in vigore, ma soprattutto a tutela dei tifosi del Cagliari, della città di Cagliari e di tutta la Sardegna, che in termini di accoglienza e rispetto non hanno certo bisogno di prendere lezioni, sono state irrogate sospensioni del gradimento perpetuo, che impediranno a chi si è macchiato di queste azioni deprecabili di entrare alla Sardegna Arena, per qualsiasi manifestazione, per sempre.
Il Cagliari, viene sottolineato al termine della nota, crede in determinati valori e tutte le persone che non li rispettano non possono far parte delle sue attività . Ecco spiegato il durissimo provvedimento nei confronti dei tre tifosi.
Si è parlato spesso delle misure contro il razzismo negli stadi italiani: sono state organizzate manifestazioni per sensibilizzare i tifosi sul tema, sono state lanciate iniziative promozionali che hanno utilizzato volti noti del mondo dello sport. Nessuna delle iniziative, tuttavia, ha ottenuto i risultati attesi. Il pugno duro contro l’intolleranza può essere l’unico deterrente per eliminare il razzismo dagli stadi italiani.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
IL FALLIMENTO DELLA STRATEGIA DI RENZI CHE RESTA IRRILEVANTE NEI SONDAGGI … E SETTE SUOI PARLAMENTARI HANNO GIA’ RIBUSSATO ALLE PORTE DEL PD
Dunque, nel suo “ultimo post” sulla prescrizione, Matteo Renzi fa sapere che voterà la fiducia al mille-proroghe e che, con lo spirito dell’“alleato” e non del “suddito”, non rinuncia alla battaglia sulla prescrizione, quando sarà . Battaglia che, un po’ come la rivoluzione per Gaber, si celebrerà “oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente”. Perchè lo strumento scelto, il disegno di legge sulla riforma del processo penale, si discuterà chissà quando.
Ecco, ancora una volta, l’asse politico dominante del governo è il rinvio, con la paradossale conclusione (per Renzi) che resta la legge vigente, quella Bonafede, in nome della quale è stata ingaggiata la madre di tutte le battaglie.
La vicenda è paradigmatica di una legislatura diventata una “gabbia”: un involucro, dentro il quale il governo di turno produce i suoi conflitti, in una dimensione separata dalla realtà e dalle sue urgenze.
La tenzone non è nè sul Pil, nè sulle politiche per il lavoro, nè sul Coronavirus o sull’immigrazione, su nessuno dei gridi di dolore o delle emergenze reali che si levano dal paese verso il Palazzo.
Ma si consuma in una dimensione di estraneità su una roba incomprensibile come lo stop alla prescrizione per chi è condannato dopo due gradi di giudizio.
È in questa dimensione che il governo giallorosso oggi, come quello gialloverde prima del colpo di sole di Salvini, vive una crisi politica a bassa intensità permanente, senza un orizzonte progettuale e senza che nessuno abbia la forza di staccare la spina, al netto dei ruggiti di giornata.
È la dimensione di una crisi che “si dice ma non si fa”, mai formalizzata, secondo le logiche della politica razionale e le antiche consuetudini repubblicane. In questo senso questa legislatura rappresenta una grande rottura istituzionale, in tempi di populismo perchè tutto è lecito, come parola e prassi, anche maggioranza e opposizione dentro lo stesso governo.
È chiaro che tutta questa vicenda racconta una sorta di “morte in diretta” del progetto politico di Renzi, e di una sua crisi psicologica e di collocazione: l’idea di fare il Macron italiano riducendo il Pd al ruolo che in Francia ha il Ps è franata nel piccolo cabotaggio di una politica senza prospettiva e senza una complessiva “proposta di governo”, totalmente ego-riferita.
Ma, al tempo stesso, in questo passaggio e in vista del prossimo, si chiami Autostrade o intercettazioni, Renzi ha ottenuto, di fatto, la licenza delle “mani libere”. Ha votato tre volte contro la maggioranza di cui fa parte, ha disertato un consiglio dei ministri di cui fa parte, si è concesso liceità semantiche e libertà di provocare, come il “cacciatemi” sapendo che nessuno lo farà , almeno per ora.
E sapendo che non si può votare. E questo è l’unico argine istituzionale che porta alla crisi un minimo di logica. Il referendum istituzionale del 29 marzo non rinviabile, poi vanno ridisegnati i collegi, insomma prima di settembre non esiste nessuna finestra. Poi c’è la finanziaria: non è un caso — fu la discussione anche dello scorso anno — che in autunno non si è mai votato
Ecco, dicevamo: la gabbia, dentro la quale si consuma una guerriglia tutta interna, tutta politicista, tutta priva di respiro.
Nell’ossessiva ricerca di un capro espiatorio per giustificare il proprio fallimento nei consensi, Renzi ha eletto Conte a nemico da abbattere per arrivare a un nuovo governo guidato da chicchessia, ma sa che non tutti i suoi sono disposti a seguirlo nell’affondo finale.
I ben informati raccontano che sarebbero sette i parlamentari che hanno riaperto canali col Pd.
Nella sua tenace volontà di resistere il premier, pur consapevole di questo dato, è titubante rispetto all’ipotesi di forzare, sollecitando la formazione di un gruppo di “responsabili” a sostegno del governo, perchè c’è sempre un margine di rischio.
E sa che, in caso di caduta, a palazzo Chigi non torna più. In una condizione di normalità istituzionale, Conte avrebbe deciso di andare alle Camere, con una piattaforma chiara su cui chiedere la fiducia, e lo avrebbero chiesto i partiti che lo sostengono, mettendo in conto di incassarla (con la stessa maggioranza o con un’altra) o di cadere su una linea e su un progetto per l’Italia.
Non lo farà , anzi neanche ci pensa. Perchè questo principio istituzionale romperebbe la gabbia. Voi capite: siamo dentro una crisi che va ben oltre una crisi di governo mai formalizzata.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
CONTE NON SI FIDA DI RENZI E HA CAPITO DI ESSERE IL SUO OBIETTIVO… ECCO PERCHE’ MONITORA I MOVIMENTI AL SENATO E NON ESCLUDE UN CONTI-TER
Giuseppe Conte non si fida. Non si fida dell’improvvisa pax renziana, il giorno dopo lo tsunami.
Contro il muro di Palazzo Chigi si sono abbattuti i cavalloni dei voti con l’opposizione di Italia Viva. Quello annunciato sulle concessioni autostradali.
E quello che ha fatto vacillare i numeri al Senato sulla prescrizione, con la cosa giallorossa a vacillare e a resistere per un solo voto di scarto.
E l’onda d’urto della diserzione del Consiglio dei ministri, con l’assenza dell’intera delegazione dell’ex rottamatore, definita “grave” dal premier.
Oggi l’improvvisa retromarcia. “Voteremo la fiducia al decreto Milleproroghe”, spiegano i renziani, il testo sul quale hanno provato il blitz per ribaltare il tavolo.
“Il lodo Conte è incostituzionale”, spiega Matteo Renzi in quello che però promette di essere l’ultimo post sul tema. Fonti del partito ammorbidiscono ulteriormente le posizioni: “Voteremo la riforma del processo penale decisa ieri in Cdm — spiegano — Poi quando arriverà la discussione sulla prescrizione, si lavorerà per le modifiche. Ma sulla velocizzazione dei tempi della giustizia abbiamo sempre detto che per noi è una priorità ”.
Il presidente del Consiglio sente puzza di bruciato. Un uomo a lui vicino la mette così: “La questione generale non è rientrata. Siamo semplicemente nell’occhio del ciclone”. In quello spazio di calma assoluta che segue la tempesta e ne vede arrivare un’altra nel prossimo orizzonte.
Sono troppi i nomi, troppe le suggestioni, troppi gli schemi alternativi che si sentono girare. Da Mario Draghi a Roberto Gualtieri, gli sherpa in cerca del nuovo Carlo Azeglio Ciampi si fanno latori di messaggi incrociati e spargono veline.
Il premier ha capito che l’obiettivo finale dell’operazione è lui e il ruolo che ricopre. E non è deciso a farsi cucinare a fuoco lento.
Chi l’ha incrociato negli ultimi giorni lo descrive livido come poche altre volte prima nei confronti di Renzi e dei suoi. Ma ripete anche a più riprese di mantenere la calma, di non farsi sfuggire la situazione di mano.
Ecco che il capo del governo diventa uno dei principali frenatori di chi vuol correre in direzione di nuovi gruppi che puntellino la maggioranza.
Conte non vuol fornire nessun alibi a chi lo vuole terremotare. Sa che in uno scontro in campo aperto con tutta probabilità ne uscirebbe malconcio.
Le stesse intemerate nei confronti di Italia viva — “Fanno opposizione aggressiva e maleducata” ha detto appena ieri — sono frutto più di un pressing serrato del Partito democratico che non di una personale convinzione. Intendiamoci, non che il premier non lo pensi. Ma il suo registro pubblico e la sua strategia di lungo periodo mettono in conto pazienza e cesellatura, non con un continuo ricorso al braccio di ferro.
Complice una telefonata con il Quirinale, nella conferenza stampa di mezzanotte i toni si erano già ammorbiditi rispetto a sole poche ore prima.
Palazzo Chigi monitora con attenzione i movimenti. Soprattutto quelli a Palazzo Madama. Non c’è nessuna contrarietà ad allargare il perimetro della maggioranza a volenterosi folgorati sulla via del seggio, oltre che su quella di Damasco.
Il premier non esclude di poter arrivare a un suo governo-ter senza Italia Viva. Un’opzione, al momento. Ma in ogni caso vuole manovrare con passi ponderati, la fretta è cattiva consigliera.
Conte punta a logorare il grande avversario prima di essere logorato. “Dobbiamo lavorare, gli italiani ci chiedono di lavorare, non di litigare”, ripete ossessivamente. Senza sapere ancora bene quanto tempo avrà per farlo.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 14th, 2020 Riccardo Fucile
A PALAZZO MADAMA I TELEFONI DEI PRESUNTI RESPONSABILI RIBOLLONO… “TUTTO PRONTO?”
Il telefono del senatore azzurro Andrea Causin è perennemente occupato. Chissà perchè. E’ lui uno degli indiziati speciali della scialuppa di responsabili, disposti a salvare a Palazzo Madama l’esecutivo dell’avvocato Giuseppe Conte.
E allora, forse per questa ragione, risulta essere fra i più ricercati.
Classe ’72, di Mestre, omone occhialuto, già presidente nazionale del movimento giovanile delle Acli, eletto nel 2013 con Scelta Civica, il contenitore montiano, un passaggio con Angelino Alfano, poi, oplà , eccolo fra le fila del partito di Silvio Berlusconi. “Con chi parlo?”, è l’incipit della sua voce. C’è aria di crisi di governo e si torna a parlare di “stabilizzatori”, “responsabili”
E anche se nel frattempo Matteo Renzi ha deciso di fare l’ennesima giravolta nel segno della “responsabilità ” – Italia Viva darà infatti il suo sostegno in caso di fiducia – qualcosa si muove tra Montecitorio e il Senato.
Scalpitano, brigano. I telefoni ribollono. I bar della Capitale attorno ai palazzi si trasformano nei centri di crisi della strategia contiana. Su tutti il caffè Rosati, a pochi passi da piazza del Popolo. Eccome se si muove qualcosa al punto che Causin ragiona con fare democristiano: “Non mi sembra il caso di litigare sulla prescrizione”.
Se questo è la premessa, poi c’è lo svolgimento: “Conte? Umanamente mi è simpatico. E’ un uomo intelligentissimo. D’altro canto, è stato presidente del Consiglio di due governi. Un’impresa del genere riusciva solo al mio vecchio leader democristiano che di nome faceva Giulio Andreotti”.
E allora torniamo alla domanda di partenza: è possibile un Conte-Ter con i responsabili al posto di Italia Viva? Causin ci lascia così, sospesi, senza una risposta, ma solo con una risata.
La stessa risata che fa dire a Paolo Romani, da sempre berlusconiano fin dai primi passi del Cavaliere nel mondo della politica, grande ciambellano del fu Patto del Nazareno, che “siamo ancora alla prima mano di una partita di poker”.
E lui che sa di saper giocare a poker in virtù anche della grande esperienza nel Palazzo non svela la prossima mossa: “Se per caso dovesse nascere un gruppo che non si riconosce più in Forza Italia, anche perchè Forza Italia al prossimo giro non esisterà più, saremmo 11, 12, 13”. Tradotto, è tutto pronto? “Risentiamoci martedì”. E perchè proprio martedì? “Perchè martedì riapre il Parlamento”. Passo e chiudo.
Undici, dodici o tredici non sono certo numeri da giocare al Lotto ma rappresentano gli stabilizzatori della stagione contiana.
Forse potranno addirittura essere di più. Ed è un numero variabile che annovera al suo interno appunto Romani, i tre udiccini Antonio De Poli, Paola Binetti e Antonio Saccone, e poi ancora i berlusconiani Andrea Causin, Massimo Mallegni, Roberto Berardi, Franco Dal Mas, Andrea Cangini (anche se l’ex direttore del Quotidiano nazionale smentisce categoricamente) e Barbara Masini.
Tutti ufficialmente si tengono a debita distanza. Ma si vocifera che nella lista potrebbe esserci anche Sandro Biasotti. Ecco, il ligure Biasotti al solo sentire la parola responsabile scandisce “non dico niente” e poi chiude la cornetta e ringrazia.
Punto e a capo. In verità dopo la retromarcia di Renzi tutti questi quasi responsabili potrebbero tornare sotto coperta. E riemergere alla prossima scossa.
(da “Huffingtonpost”)
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