Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO DEMOCRATICO AUMENTA IL VANTAGGIO
Il candidato democratico riscuote, in particolare, ampi consensi tra indipendenti, elettori over 65, donne e neri rispetto al presidente uscente. E viene considerato il leader più adatto a fronteggiare la pandemia o a trattare con Pechino
L’ex vicepresidente Joe Biden sarebbe in vantaggio di 8 punti rispetto al presidente uscende Donald Trump, secondo un nuovo sondaggio di Fox News. Il candidato democratico alla Casa Bianca avrebbe, in particolare, ampi margini tra indipendenti e gli elettori over 65 che hanno rotto per Trump nel 2016.
Il sondaggio diffuso ieri è stato condotto tra 1.207 elettori registrati a livello nazionale tra il 17 e il 20 maggio e ha un margine di errore di 2,5 punti. Assegna a Biden il 48% delle preferenze e a Trump il 40%, con un 11% di indecisi o a favore di altri candidati.
Solo un mese fa, lo stesso sondaggio dava i due rivali testa a testa al 42%.
Il vantaggio di Joe Biden si dilaterebbe a 17 punti tra gli elettori di età pari o superiore ai 65 anni e di 13 punti tra gli indipendenti. Alle presidenziali 2016, invece, secondo gli exit poll, Trump aveva avuto il 7% di consensi in più tra gli elettori over 65 rispetto alla rivale democratica Hillary Clinton e il 4% in più tra gli indipendenti.
Tra gli elettori che si definiscono “estremamente motivati” a votare il prossimo novembre, Biden riscuote il 53% di consensi contro il 41% di Trump: un segno rassicurante per i democratici che temono che il candidato Trump non riscuota entusiasmi. Anzi, il 69% dei sostenitori di Biden si definisce come “estremamente motivato” contro il 61% di sostenitori di Trump.
Anche il divario di genere è considerevole con Biden in testa di 20 punti percentuali tra le donne e Trump di 7 punti tra gli uomini. Se Trump guida tra gli elettori bianchi rurarli di ben 30 punti, Biden invece ha un vantaggio di 64 punti tra gli elettori neri.
Gli elettori preferiscono Biden a Trump sia nella gestione della pandemia e dell’assistenza sanitaria, sia per la capacità di trattare con la Cina.
(da agenzie)
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Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile
LA CATTURA IN REALTA’ E’ AVVENUTA UN ANNO FA E AD OPERA DELLE FORZE CURDE-SIRIANE
Signore e signori, benvenuti alla “saga della bufala”, seconda parte: quella di chi ha arrestato il
candidato a “califfo”.
Sarebbero state le Forze democratiche siriane (Fds) a maggioranza curda e non l’esercito iracheno ad arrestare Abd Nasser Qardash, considerato come un possibile successore di Abu Bakr al-Baghdadi alla guida dello Stato Islamico (Isis).
Lo scrive su Twitter Rita Katz, direttrice di Site, affermando che ”le recenti notizie sull’arresto del comandante dell’Isis Abd Nasser Qardash sono, nella migliore delle ipotesi, fuorvianti. Le autorità irachene non hanno arrestato Qardash. Il suo arresto è avvenuto più di un anno fa da parte delle Fds nella battaglia di Baghuz Fawqani in Siria prima della morte di al-Baghdadi” a ottobre dello scorso anno.
La saga delle bufale
Capito? Dopo l’intervista a un capo di al-Shabaab morto sei anni fa, ecco il pretendente califfo dell’Isis arrestato un anno fa, neanche dall’esercito iracheno ma da una milizia siriana, a maggioranza curda… ”Quello che è successo nell’ultimo giorno è stata la consegna di Qardash al governo dell’Iraq da parte delle Fds. Le immagini di un uomo bendato e in tuta da prigioniero sono state poi diffuse dai media iracheni, con le autorità che hanno parlato di una grande vittoria contro l’Isis”, ha aggiunto Katz.
Una patacca esibita per dimostrare di essere utili nella lotta al terrorismo jihadista. Apriti cielo! Tutti i media nazionali che avevano sparato in mattina la notizia della cattura, nientepopodimenochè, dell’”erede di al-Baghdadi” dover rimettere mano ai pezzi per correggere la fake-patacca. Nota bene: media nazionali. E qui, signora mia, cadiamo proprio in basso, ma molto in basso.
Mercoledì sera molti siti di news e giornali italiani, tra cui Repubblica, il Corriere e la Stampa, hanno dato grande evidenza alla notizia della cattura o dell’arresto di uno dei principali leader dello Stato islamico, identificato come Abdul Nasser al Qardash e descritto come possibile successore di Abu Bakr al-Baghdadi, capo dell’organizzazione morto nell’ottobre 2019 durante un raid statunitense nel nordovest della Siria (i giornali non hanno identificato tutti Abdul Nasser al Qardash nello stesso modo: Repubblica lo ha descritto come «candidato alla successione», mentre la Stampa ha sostenuto, addirittura, che fosse già il “nuovo capo” dell’Isis).
Sulla notizia — che non è stata pubblicata da alcun grande giornale internazionale e che non è stata confermata da alcuna fonte affidabile — ci sono però parecchi dubbi: l’uomo citato, Abdul Nasser al Qardash, sembra sia stato arrestato lo scorso anno dalle Forze Democratiche Siriane, coalizione anti-Isis di arabi e curdi, e sia stato poi consegnato negli ultimi giorni alle forze irachene.
L’uomo considerato da mesi l’attuale capo dell’Isis non è Abdul Nasser al Qardash: si chiama Amir Mohammed Abdul Rahman al Mawli al Salbi, ed è un iracheno di etnia turcomanna.
Abdul Nasser al Qardash e Amir Mohammed Abdul Rahman al Mawli al Salbi sono quindi due persone diverse: il primo, in arresto da prima dell’uccisione di Baghdadi, era membro del comitato esecutivo dell’Isis, cioè il suo organo politico più importante, ma non è mai arrivato a essere il leader del gruppo.
Il secondo, il cui vero nome è stato rivelato e poi confermato dal giornalista del Guardian Martin Chulov, era diventato capo dell’organizzazione subito dopo l’uccisione di Baghdadi, e al momento non ci sono notizie che non lo sia più.
Alcuni analisti che da anni seguono le vicende dell’Isis, e sanno dunque di cosa scrivono, e che provano a ricostruire la struttura della sua leadership hanno chiarito quali siano le informazioni disponibili finora sull’intera vicenda.
Nibras Kazimi, analista che si occupa di terrorismo e Medio Oriente, ha rimarcato che Abdul Nasser al Qardash, l’uomo protagonista degli articoli sulla stampa italiana, è stato semplicemente trasferito due settimane fa dalle Forze Democratiche Siriane (Sdf) la coalizione anti-Isis composta da curdi e arabi, agli iracheni, anche se non è chiaro per quale ragione.
Questa informazione è stata confermata anche da un altro analista e consulente del governo iracheno, Husham al Hashimi, che martedì aveva twittato di avere intervistato proprio Abdul Nasser al Qardash, specificando che prima dell’arresto era un leader dello Stato islamico molto attivo in Siria, e che di recente è arrivato in Iraq dopo essere stato trasferito da una prigione siriana.
I servizi taroccano
“L’arresto è arrivato dopo un’accurata intelligence”, affermava, in mattinata, una dichiarazione del servizio di intelligence nazionale iracheno, riportata da al Arabiya. L’operazione che ha portato alla cattura di al-Qirdash, nota peraltro l’emittente tv panaraba nel suo sito, arriva un mese dopo che Mustafa al-Kadhimi, ex capo dell’intelligence irachena, è diventato primo ministro del Paese.
Insomma, una medaglia, e che medaglia, di cui il fresco premier iracheno si poteva far vanto. Peccato che quella medaglia era di latta.
Il 31 ottobre scorso il Consiglio della Shura dell’Isis, nel confermare la morte di al-Baghdadi aveva anche annunciato immediatamente il nome del suo successore, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi. “Il Consiglio della Shura si è incontrato immediatamente dopo la conferma del martirio di al Baghdadi e gli anziani dei santi guerrieri sono stati d’accordo” con la nuova nomina, aveva allora detto allora un portavoce, in un audio di circa 8 minuti targato al Furqan, l’organo ufficiale di informazione dell’organizzazione terroristica.
Il nuovo califfo, aveva detto, è Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi (il cui nome viene traslitterato in molti modi diversi, senza contare gli alias), chiedendo per suo conto la fedeltà dei jihadisti. Dello stesso al Qurashi, si è poi parlato di nuovo ai primi di maggio, quando erano già iniziate a circolare voci sulla sua cattura. L’uomo è originario della città irachena nord-occidentale di Tell Afar, secondo fonti d’intelligence irachena citate dai media panarabi, e prima dell’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003 serviva nell’esercito di Saddam Hussein. Ma anche dalla sua annunciata nomina, è di fatto rimasto dietro le quinte. E oggi il mistero si infittisce: l’annuncio dei servizi iracheni parla, in apparenza, di un’altra persona, che però non avrebbe ancora preso il controllo dell’organizzazione.
Insomma, un caso di omonimia, di sbagliata traslitterazione, e poi che vuoi che sia, in Italia poi si bevono ormai tutto. Basta spararla grossa, tanto poi c’è sempre tempo per fare una correzione. E poi dicono che i giornali non si vendono più.
(da Globalist)
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Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile
SU EUROPA ED EURO SEGUIRE LA LINEA DI BAGNAI O DI GIORGETTI? IL CAPITONE PAVIDO NON ASSEGNA LA DELEGA A NESSUNO PER CONTINUARE L’AMBIGUITA’ DELLA LEGA
Il nord attende le risposte del governo. Ed è quello stesso nord che aspetta di conoscere quale sia la proposta economica della Lega.
Sperare in Giancarlo Giorgetti o ancora una volta deludersi con l’euroscettico Alberto Bagnai? Sposare il Recovery Fund benedetto dall’asse franco-tedesco che potrebbe consentire al Belpaese di ottenere 100 miliardi a fondo perduto o continuare a bombardare a colpi di tweet la tecnocrazia “brutta e cattiva” di Bruxelles?
Il dilemma è sospeso da settimane, da quel famoso 31 gennaio quando Matteo Salvini convoca il consiglio federale all’indomani della sconfitta in Emilia Romagna.
Ordine del giorno: analisi del risultato elettorale e riorganizzazione del partito. Ecco, quel pomeriggio a via Bellerio il Capitano leghista assegna sì una serie di deleghe, gli Esteri a Giancarlo Giorgetti, la Cultura a Lucia Borgonzoni, i Trasporti a Edoardo Rixi, l’Ambiente a Vannia Gava, la Salute a Luca Colletto, ex assessore di Luca Zaia, non un dettaglio di poco conto.
E l’economia? Se ne dimentica? Nessuna risposta.
La scelta del Dipartimento economico diventa simbolicamente più importante di qualsiasi altra scelta. Perchè in base al profilo selezionato si comprenderà la strategia leghista. Borghi e Bagnai saranno confermati?
“Non puoi essere ambiguo sull’Europa, sulla moneta unica, altrimenti non sarai mai accettato dalle cancellerie e non sarai credibile”, è il consiglio dell’ala giorgettiana.
Sta tutto lì il braccio di ferro fra la Lega di lotta e la Lega di governo, fra l’istinto populista di Salvini e il pragmatismo di Giorgetti.
Quel dì Salvini decide di non decidere. “Entro dieci giorni completeremo la squadra”, assicurando il leader di via Bellerio dissimulando qualsiasi tensione interna. Passano dieci giorni ma non si vede uno straccio di nomina sulla casella economica.
Scoppia il caso all’interno dei corridoi di via Bellerio. L’idea iniziale è di ridimensionare l’ala No Euro, di confinarla in un angolo. Erano i giorni in cui Salvini sembrava volesse puntare sul governo di unità nazionale, lanciava segnali di distensione al Quirinale. Sembrava insomma che avesse deciso di abbandonare la linea aggressiva ed euroscettica.
Eppure sembra mancargli il coraggio. Prende tempo, cincischia.
“Non dà l’incarico per non scontentare nessuno”, mormorano. Basta rivedere le sue conferenze stampe fra febbraio e marzo, dove al suo fianco si materializzano felicemente le anime economiche più disperate.
Un esempio? Al tavolo Bagnai e Borghi ma anche Massimo Garavaglia e Massimo Bitonci. C’è da dire che in questo ultimo periodo a farsi notare di più è stato Bagnai. Ma la ragione, raccontano, è molto semplice: “Quando è scoppiata la pandemia era l’unico dei responsabili economici a trovarsi nella Capitale”.
Il professore fiorentino, che ancora oggi gli spin indicano come “responsabile economico”, è stato delegato a condurre tutte le trattative con il governo sul Cura Italia.
Questo ha fatto sembrare Bagnai, il solo responsabile economico. In verità non è così. “La nomina non è stata formalizzata”, ammette un alto dirigente che conosce il dossier e che dice ad HuffPost che “servirà un altro consiglio federale”.
Ed è come se Salvini volesse tenere aperte tutte le porte. Ai no Euro ma anche a quei “responsabili”, cui guardano gli imprenditori del nord, e che giorno dopo giorno non solo prendono consistenza ma potrebbe avere le carte per spodestare l’ex ministro dell’Interno che nel frattempo ha dilapidato in poche settimane otto punti percentuali nei sondaggi.
Da qui si torna al punto di partenza. Raccontano che in queste ore un leghista di alto rango ha sollevato la questione: “Come è finita con il dipartimento economico?”.
Silenzio, bocche cucite. I malumori sono tanti.
Ecco perchè il punto di caduta pare essere quello di spacchettare il dipartimento economico: Bagnai (Finanze), Garavaglia (Tesoro) e Guidesi (Attività produttive, una sorta di Sviluppo economico).
Quando? Non è dato sapere. Fatto sta che è una strategia per coprirsi da più parti. Tenendo il professore di Firenze si strizza l’occhio all’elettorato più inferocito che gli contende la Meloni.
Ma piazzando Garavaglia e Guidesi, definiti “giorgettiani”, riequilibra i pesi e dà alla Lega un volto più sobrio in economia. Non a caso basta rileggere le dichiarazioni di Bagnai e Garavaglia sul Recovery Fund.
Il primo ha sparato ad alzo zero: “In estrema sintesi non è chiaro nè quanto riceveremmo nè come saremo obbligati a spendere le somme ricevute. Unica dato certo: l’aumento del nostro già cospicuo contributo netto al bilancio dell’Ue, in cambio dell’esclusione del nostro Paese dai tavoli in cui si decide il futuro di un progetto da noi finanziato”.
Il tono muta quando sul tema interviene Garavaglia, per anni considerato il “ministro ombra delle partite Iva”. Ecco, il già sindaco di Marcallo con Casone, doppia laurea di cui una alla Bocconi, si mostra aperturista davanti alle telecamere di SkyTg24.
Mercoledì, ospite assieme a Carlo Calenda, l’ex sottosegretario all’Economia del governo Conte-1 ha risposto così: “Recovery Fund? Per amor di Dio, se ci arrivassero 100 miliardi a fondo perduto andrebbe benissimo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile
“OPPORSI E’ SOLO UN NO CONTRO L’EUROPA”
“Il Mes? Non riesco a capire questa discussione. E’ davvero incredibile, ci sono interessi allo 0,1% e
senza condizioni. Sembra fatto apposta per noi. Abbiamo un bisogno drammatico di risorse da mettere nel sistema economico, soldi praticamente gratis. Si tratta di un atto di solidarietà dell’Europa”.
Silvio Berlusconi a ‘Mattino 5′ prende posizione a proposito del meccanismo europeo di stabilità . “E’ così conveniente – spiega – che dovremmo assolutamente accettare. Opporsi è un no anti-europeo”.
“Noi quindi dovremmo accettarlo – aggiunge il leader di Forza Italia – perchè ci consentirebbe di realizzare nuovi ospedali, rimettere in sesto quelli esistenti, costruire case di riposo per gli anziani, i reparti sanitari nelle carceri, sovvenzionare la ricerca, formare e pagare meglio medici e personale sanitario. Quindi il Mes è così conveniente che noi non dovremmo avere dubbi nell’accettarlo”.
“Chi dice no – sottolinea Berlusconi – ha una posizione incomprensibile, autolesionista e strumentale in chiave anti europea. Dai grillini non mi stupisce affatto”.
Ma anche Fdi e Lega combattono il Mes, mentre Fi non ha dubbi sull’utilità dello strumento.
“La nostra posizione e la nostra cultura nei confronti dell’Europa – ha risposto Berlusconi – sono diverse da quelle dei nostri alleati, agli alleati ci lega un buon programma per il governo dell’Italia che è stato scritto in gran parte da noi e ci lega il consenso che tanti italiani ci danno”.
“Ma le radici di Fi – sottolinea – affondano nella visione liberale e cristiana sulle quali si basava il sogno dei padri fondatori dell’Europa, il sogno di un’Europa unita, grande, libera e forte”.
“In Italia e nell’ambito del centrodestra – ha concluso Berlusconi – Fi rappresenta questa anima, la politica e i valori dell’Occidente. La Ue è l’unica possibilità che abbiamo di esercitare un ruolo del mondo. L’offensiva dell’imperialismo comunista cinese, che dobbiamo davvero temere, sarà ancora più pericolosa perchè la Cina è stato il primo Paese ad esserne colpito ma anche il primo a essersi ripreso mentre i Paesi del mondo libero potrebbero rimanere ancora in una condizione di debolezza”.
(da agenzie)
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Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile
TRE MILIONI DI EURO IN TRE ANNI, PROVENIENTI ANCHE DAL FINANZIAMENTO AI GRUPPI PARLAMENTARI CHE PER LEGGE DOVREBBE ESSERE DESTINATO SOLO ALL’ATTIVITA’ IN PARLAMENTO
Costa cara la propaganda sovranista di Matteo Salvini. Milioni di euro. Soldi destinati alla “Bestia” inventata dallo spin doctor del Capitano Luca Morisi, e finiti anche a Radio Padana, quella che un tempo era conosciuta come la “Voce del Nord”. A pagare la diffusione capillare degli slogan nazionalisti e filorussi, le campagne anti immigrati o quelle sui bambini scippati di Bibbiano, è la Lega, certo. Ma indirettamente anche i contribuenti italiani.
L’Espresso ha infatti scoperto che la Lega ha girato oltre tre milioni di euro in tre anni alla società SistemaIntranet di Morisi, ad alcune srl legate al Carroccio e alla cooperativa proprietaria della radio del partito.
E che i denari provengono dai sostenitori privati, dal 2 per mille delle dichiarazioni dei redditi dei simpatizzanti, e dai soldi pubblici destinati ai gruppi parlamentari della Camera e del Senato.
Fondi, questi ultimi, che ogni gruppo può usare per attività strettamente connesse all’attività parlamentare.
Un flusso di denaro che ha destato più di qualche sospetto, tanto da finire nel radar dell’Unità informazione finanziaria di Bankitalia. L’ Autorità , cioè, incaricata di acquisire informazioni su ipotesi di riciclaggio che collabora con le procure.
UNA BESTIA INSAZIABILE
Partiamo dai segreti della “Bestia”, il sistema informatico personalizzato inventato da Morisi per propagandare il verbo del leader. Leggendo le relazioni di Bankitalia sulle operazioni sospette della Lega, i bilanci delle società collegate al partito e il database del Viminale si scopre che costa molto di più di quanto raccontato finora dai leghisti. «La mia società , SistemaIntranet, per il rapporto professionale con la Lega Nord e Matteo fattura annualmente 170 mila euro lordi importo comprensivo di tutti i costi vivi, server e trasferte comprese! Capito?!», rispondeva indignato il consigliere di Salvini nel maggio 2017 a chi ipotizzava costi maggiori.
Così un milione di euro di denaro pubblico è finito a Radio Padania
Circa 780 mila euro in 13 mesi, fino ad almeno novembre 2019. Fondi che arrivano dal contributo spettante al gruppo parlamentare della Lega e che possono essere utilizzato solo per attività dello stesso (e non del partito). Per l’antiriciclaggio si tratta di bonifici sospetti. E ci sono altri 500mila euro “anomali”
In realtà Morisi e il suo socio in affari Andrea Paganella hanno ricevuto dal 2017 al 2019, tra stipendi e versamenti vari, una cifra che sfiora il milione di euro. A questa vanno aggiunti altri centinaia di migliaia di euro che la Lega ha investito per pagare post sponsorizzati sui social e assumere collaboratori utili a far funzionare il poderoso ministero della Propaganda della Lega.
Un partito che – dopo lo scandalo dei 49 milioni di rimborsi elettorali non dovuti ma incassati, spesi e mai restituiti, come ordinato dai giudici – deve allo Stato 600 mila euro l’anno in comode rate a interessi zero per i prossimi otto decenni. La narrazione del partito a secco di soldi è stato un argomento valido per convincere i magistrati a rateizzare il maxi debito.
Andiamo con ordine. SistemaIntranet di Morisi e Paganella è una “società in nome collettivo” che, per legge, non ha l’obbligo di presentare bilancio come una spa o una srl. Ha solo due dipendenti e ha iniziato le sue attività nel 2009. Durante i primi otto anni, almeno a dare per buono quello che scrisse Morisi in un post su Facebook, la piccola startup ha fatturato in tutto poco più di 900 mila euro totali, circa 133 mila euro lordi l’anno. Dal 2017, però, la musica cambia. In meglio.
Tra l’inizio di quell’anno, infatti, e il settembre 2018 un conto corrente intestato alla Lega Nord gira all’azienda dei guru della comunicazione di Salvini ben 516.800 euro. Mentre un’altra relazione su presunte operazioni sospette della Lega firmata dall’Uif, l’ufficio specializzato nell’antiriciclaggio, chiarisce poi che il 3 settembre 2019 all’azienda di Morisi e Paganella arrivano, da un altro conto corrente intestato a Lega-Salvini premier, altri 293 mila euro.
«Dall’estratto conto si rileva che la provvista è stata parzialmente utilizzata, in quanto il saldo del rapporto, al 4 ottobre 2019, risulta pari a 262 mila euro, e che i principali impieghi sono costituiti da due bonifici di 12 mila euro ciascuno a favore dei due soci», aggiungono gli investigatori dell’istituto.
I due uomini d’oro della propaganda del Capitano, oltre a incassare bonifici dalla Lega (810 mila euro sono quelli certificati in totale da Bankitalia), nello stesso periodo hanno incamerato anche la busta paga del ministero dell’Interno: appena Salvini si è seduto sulla poltrona più importante del Viminale ha assunto Morisi come “consigliere strategico per la comunicazione”.
Un contratto da 65 mila euro l’anno cominciato il primo giugno 2018 e concluso con la caduta del Conte I ad agosto 2019. Anche l’altro socio di SistemaIntranet Paganella è stato promosso capo della segreteria di Salvini, a 86 mila euro l’anno . Sommando gli stipendi ai bonifici ottenuti tramite la società , i due Rasputin di Matteo hanno percepito negli ultimi tre anni quasi un milione di euro.
TRA BARISTE E PROPAGANDA
Non è tutto. La Bestia che permette a Salvini performance da record su Facebook e Twitter è un animale che ha sempre fame, e che per funzionare divora soldi senza sosta. Così per farla mangiare la Lega e gli uomini di Salvini nel maggio del 2018, due mesi dopo l’exploit elettorale del 4 marzo, creano dal nulla una nuova società , la Vadolive srl, il cui socio unico era inizialmente Vanessa Servalli. Una parente di Alberto Di Rubba, uno dei tre commercialisti del partito, un nome centrale che ritroveremo più avanti in questa storia di denari leghisti.
A settembre 2018 le quote della Vadolive sono passate di mano, e sono state trasferite dalla Servalli all’attuale amministratore delegato Davide Franzini, già amministratore della cooperativa che edita Radio Padania.
A cosa serve la srl, che ha come oggetto sociale la “conduzione di campagne pubblicitarie”? Il 10 maggio 2018 anni, evidenzia Bankitalia, la nuova azienda sottoscrive un contratto con il gruppo parlamentare del Senato della Lega-Salvini premier «impegnandosi a gestire la “promozione social” delle attività di tale gruppo», oltre alla formazione dei senatori leghisti «sull’utilizzo dei social media e delle tecniche di comunicazione».
La società della Servalli, una barista, chiede per i servizi ben 480 mila euro l’anno, da versare in rate mensili anticipate. Le Lega dà alla nuova azienda 36 mila euro al mese per circa sei mesi: l’ultimo bonifico è del dicembre 2018. Secondo la Uif, in tutto la Lega abbuona alla srl 256 mila euro.
A sua volta la Vadolive gira 12 mila euro alla Dea Consulting, una società di Di Rubba, quattro bonifici per il pagamento dell’affitto di un misterioso immobile a via delle Tre Cannelle, e 87 mila euro in favore «di più beneficiari».
Chi sono? I soliti Paganella e Morisi, più altri fedelissimi di Salvini adibiti alla gestione della propaganda della Bestia. Cioè Matteo Pandini (che in quel periodo risulta anche capo ufficio stampa al Viminale con contratto da 90 mila euro l’anno), il figlio del presidente della Rai Marcello Foa, Leonardo, e i “Morisi Boys” Fabio Visconti, Andrea Zanelli e Daniele Bertana : tutti e quattro, oltre essere pagati da Vadolive, sono stati assunti al Viminale con una collaborazione da 41 mila euro a testa. Morisi avrebbe potuto chiarire ogni dubbio, ma alle nostre domande non ha risposto.
Facendo i conti, dunque, la somma finale di fatture varie, bonifici e stipendi assortiti, si scopre che la Lega e società collegate al Carroccio in meno di tre anni hanno speso per i servizi di propaganda quasi 1,3 milioni di euro.
Soldi pubblici che forse Salvini avrebbe potuto risparmiare o, meglio, restituire almeno in parte allo Stato italiano. Che rischia di aspettare più di 80 anni per ottenere il rimborso completo dei 49 milioni “truffati” da Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito.
Come mai la Lega può sperperare i denari per l’appetito della Bestia? Semplice: il Carroccio si è diviso in due dei partiti, Lega Nord e Lega Salvini Premier.
Da un lato c’è la vecchia Lega nord per l’indipendenza della Padania, trasformata in bad company, con un debito mostruoso e con la condanna a restituire i 48,9 milioni di rimborsi elettorali.
Dall’altro la Lega-Salvini premier, che può incamerare senza patemi la ricca torta del 2 per mille e dei finanziatori privati. E poi ci sono i gruppi parlamentari di Camera e Senato, che possono contare sui milioni del contributo pubblico.
A TUTTO FACEBOOK
Ai denari scovati grazie alle relazioni di attività sospette dell’Unità di informazione finanziaria ne vanno però aggiunti altri.
La Lega infatti impegna somme consistenti anche a favore di Facebook e Google per sponsorizzare le pagine social del Capo.
Bankitalia evidenzia bonifici nel 2017 e nel 2018 di 55 mila euro a favore del colosso di Mark Zuckerberg e di oltre 40 mila per Google. Ma la Libreria delle inserzioni pubblicitarie di Facebook (creata dopo le polemiche scatenate dallo scandalo di Cambridge Analytica) rivela pure che da marzo 2019 a maggio 2020 la Lega-Salvini premier ha investito 254 mila euro per sponsorizzare post della pagina di Salvini, più 79 mila euro per quella di Lucia Bergonzoni, candidata alla presidenza dell’Emilia Romagna .
Cifre che vincono ogni confronto con quelle spese da altri partiti: nel medesimo arco temporale il Pd ha investito meno di un terzo per pubblicizzare la pagina del partito, e solo 1.649 euro per quella del segretario Nicola Zingaretti, Silvio Berlusconi ha pagato 90 mila euro (di tasca sua), mentre Matteo Renzi è in seconda posizione con 138 mila, pagati da Italia Viva e i Comitati Ritorno al Futuro. I grillini hanno investito “appena” 50 mila euro per la pagina del Movimento Cinque Stelle (zero su quella di Di Maio e Giuseppe Conte), Carlo Calenda poco più di 52 mila euro pagati da Azione e Siamo Europei. E Giorgia Meloni, che pure negli ultimi mesi ha – secondo alcuni studi – raggiunto un engagement (cioè il numero di condivisioni, reazioni e commenti) migliore di quello della pagina di Salvini, ha girato a Facebook solo 42 mila euro.
Insomma, la “Bestia”, seppur ferita in queste settimane dal gradimento calante del Capitano, continua comunque a macinare record, con 4,3 milioni di fans. Le performance straordinarie, come si scopre, costano però carissime: per diffondere in rete come un virus un video intitolato “Immigrato senza biglietto picchia capotreno”, la Lega a maggio 2019 ha per esempio speso tra i 10 mila e i 15 mila euro netti. In pratica, lo stipendio annuo medio di un italiano.
(da “L’Espresso”)
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Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile
FORZA ITALIA DICE NO: “TROPPO RISCHIOSO”
Tremila persone al Circo Massimo di Roma, «con le distanze di sicurezza, niente bandiere e senza
palco»: questa, racconta oggi Carmelo Lopapa su Repubblica è la proposta lanciata da Giorgia Meloni e Ignazio La Russa nelle due riunioni avute con Antonio Tajani e Matteo Salvini questa settimana a Palazzo Madama sulla manifestazione del 2 giugno convocata dal centrodestra.
O meglio: lanciata da Meloni, ripresa da Salvini e accettata alla fine con non molto entusiasmo da Forza Italia.
Secondo le intenzioni di Fratelli d’Italia, che trova l’ok della Lega, c’è l’obiettivo di mostrare un colpo d’occhio che consenta di fare della mobilitazione della destra contro il governo Conte una vera e propria manifestazione di “popolo”. La prima dopo il lockdown.
Tutti i parlamentari della coalizione ma non solo loro. Una persona ferma a distanza di un metro l’una dall’altra, con tanto di posto segnato per terra da un punto, è il progetto (con tanto di studio sulla capienza dell’antico stadio romano) avanzato dai Fratelli d’Italia. Oltre, ovviamente, alle altre cento piazze da far presidiare dai rappresentanti locali dei tre partiti da Nord a Sud.
Succede però che Berlusconi e il suo numero due Tajani non ne vogliano sapere: «È un rischio enorme, se volete trasformare il Circo Massimo in un cluster, noi non ci stiamo», è il veto opposto dall’ex presidente del Parlamento europeo.
«La manifestazione deve avere un valore puramente simbolico — ha spiegato agli altri due nello studio del leader leghista — solo coi parlamentari a Roma. Al massimo, invitiamo i rappresentanti di tutte le categorie toccate dalla crisi economica e arrivare a non più di qualche centinaio di persone». Salvini si è opposto: «Questa è una roba da casta, non mi piace».
Secondo il racconto dell’articolo Tajani e gli altri forzisti si sono ripresentati con il parere di alcuni virologi nettamente contrari e “preoccupati” per la trovata dei sovranisti.
Così, da ieri sera, circolano ipotesi più miti: un presidio simbolico a Piazza del Popolo, oppure a Piazza Venezia, oppure (meno realizzabile) un serpentone lungo la Via del Corso che unisce appunto le due piazze storiche.
Ma il “Circo Massimo della destra” sembra già tramontato.
(da “NextQuotidiano“)
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Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile
ITALIA VIVA PUNTA SU PRESIDENZE DI COMMISSIONE MA ANCHE SU UN MINISTERO PER LA BOSCHI
“Per il mio manuale indiscutibilmente pesava più un presidente di Commissione che un sottosegretario o viceministro”. Si potrebbe chiudere qui la spiegazione del perchè nella discussione politica abbia fatto prepotentemente irruzione il rinnovo di chi dovrà guidare le Commissioni di Camera e Senato.
A spiegarlo all’Huffpost è direttamente quel Massimiliano Cencelli che costruì il pamphlet che tra mito e realtà è diventato il vademecum per la spartizione negli anni della Dc. Spesso usato spregiativamente per indicare la fame di poltrone, ieri Ettore Rosato, coordinatore di Italia viva, se ne è candidamente fatto scudo: “Esiste un manuale Cencelli, chiediamo una rappresentanza istituzionale come gli altri”.
E in effetti Matteo Renzi ha più volte rintuzzato i colleghi della maggioranza, dicendo che Iv ha la metà dei senatori del Pd, ma meno di un terzo dei ministri, i suoi hanno fatto circolare pallottolieri sui numeri al Senato, dopo il voto di ieri hanno subito inviato la velina: “Siamo determinanti”. Non per chiedere poltrone, per carità , ma per amor di verità . Se il rimpasto è operazione complessa e politicamente difficile da realizzare a tavolino, un assist arriva dalla naturale scadenza delle presidenze di Commissione, prevista nella seconda metà di giugno.
Il partito dell’ex rottamatore punta a fare la voce grossa soprattutto alla Camera. Sono sei a Montecitorio i leghisti votati nell’era gialloverde che lasceranno le cadreghe, cinque al Senato, dove però la maggioranza risicata rende gli equilibri delicatissimi ed è consigliabile un tagliando più che uno stravolgimento.
Renzi sa come Cencelli che una fetta ben più robusta di potere passa da lì piuttosto che da posti di sottogoverno. Un colonnello di Italia viva spiega che “non ci dispiacerebbe uno dei nostri alla Giustizia o alle Infrstrutture. Ma bisogna aspettare che quella partita si apra, e poi comunque richiamo che rimangano per mesi senza deleghe, e siano ridotti a un ruolo di molta apparenza e poca sostanza”.
Un posto libero sarebbe la delega ai Servizi, ma Conte ha già detto no, e allora i renziani hanno rilanciato con l’idea di un sottosegretario a Palazzo Chigi con un ruolo molto politico, si vedrà .
L’ex premier spergiura che non sia così, ma lavora per un terzo ministro in squadra, dopo Teresa Bellanova ed Elena Bonetti. Le Infrastrutture, di gran portafoglio e di grande interesse per le proposte dei renziani, o un dicastero più politico per la Boschi. C’è poi l’Agcom, una girandola di nomine ancora da completare, ma le Commissioni sono diventate oggi il vero rimpasto.
Paolo Cirino Pomicino fa una classifica: “Le più importanti sono quelle che hanno competenza su interni, esteri, giustizia, difesa ed economia”.
Ma sui posti più ambiti non ha dubbi: “Sono sicuramente, in quest’ordine, la Bilancio e la Affari costituzionali”. E guardacaso il borsino di Palazzo dà i renziani interessati proprio a queste due.
Un funzionario parlamentare di lungo corso spiega il perchè: “Bilancio e Affari costituzionali sono le cosiddette Commissioni filtro. Da queste due, per un motivo o per l’altro, finiscono per passare tutti i provvedimenti. Anche la Affari europei, per certi versi, ma con minore impatto”. La prima, guidata fino a oggi da Claudio Borghi, ha il potere di intervenire su tutte le norme che comportino un esborso di denaro pubblico, fornendo un parere che è vincolante, con tanto di riserva costituzionale come previsto dall’articolo 81. Allo stesso modo la Affari costituzionali non si occupa solamente delle pur importanti riforme e della legge elettorale, ma è chiamata a intervenire su tutte le leggi di carattere ordinamentale.
Insomma, chi controlla Bilancio e Affari costituzionali controlla l’intera macchina, e non è un caso che M5s e Lega se le siano spartite in perfetta alternanza. E non è un caso che sia dai 5 stelle sia dal Pd filtri la stessa posizione: a un paio di Commissioni hanno diritto, ma Bilancio e Affari Costituzionali insieme non se ne parla.
“Tecnicamente, e senza scendere in un giudizio politico, la richiesta di Renzi ha un senso”. A dirlo Antonio Azzollini, per dodici anni mitologico presidente della Bilancio a Palazzo Madama, dove la sua inconfondibile coppola e l’impermeabile svolazzante incutevano un misto tra simpatia e timore.
“Lui era un treno – spiega il funzionario di cui sopra – sapeva quello che voleva e lo otteneva a colpi di regolamento, interpretandolo o forzandolo a seconda della necessità ”. “La richiesta di Renzi ha un senso – dice dunque Azzollini – perchè dalla presidenza della Bilancio puoi avere il quadro completo di tutto quello che si muove in Parlamento, tra decreti del governo e proposte di legge. Se un partito vuole sapere cosa succede deve sedersi su quello scranno”.
Il pacchetto di mischia renziano ha messo ai blocchi di partenza un quartetto formato dai big del partito. C’è Luigi Marattin proprio per la Bilancio, Maria Elena Boschi per la Affari costituzionali. Poi Raffaella Paita ai Trasporti, posto cruciale per il buon andamento del “piano shock” che caratterizza la principale proposta renziana per la Fase 2.
E Lucia Annibali alla Giustizia, nella top 5 per importanza secondo Cirino Pomicino e contraltare perfetto a via Arenula in una delle partite più a cuore a Renzi, sulla quale ha stressato il dibattito in maggioranza fino a minacciare sconquassi mai portati fino in fondo.
“Poi è fondamentale chi ci metti alla guida – continua Pomicino – se il presidente è politicamente forte si può arrivare alla situazione in cui lui detta e il ministro scrive”.
Chi guida ha un ruolo importante nella definizione del calendario, di cosa mettere in discussione o meno (decreti assegnati a parte). Decide quali sono gli emendamenti inammissibili (compresi quelli dell’esecutivo), può cancellare con un tratto di penna o quasi le proposte che potrebbero mettere in difficoltà i suoi, stabilisce quale sia la deadline della presentazione degli emendamenti parlamentari. Sul timing di quelli del governo non avrebbe potere, ma uomini di polso hanno messo alle strette il proprio esecutivo: “Azzollini era uno che non la mandava a dire – continua la nostra fonte parlamentare – imponeva scadenze anche all’esecutivo. Anche Francesco Boccia su questo era molto rigoroso”.
All’osservazione di Pomicino risponde netto: “Ha ragione. Per l’attuale maggioranza ha fatto più danni il grillino Pesco al Senato, persona squisita ma inadatta al ruolo, rispetto al dirimpettaio Borghi alla Camera”.
La partita che si sta iniziando a giocare si delinea nei suoi contorni. Sarebbe troppo bizantino spiegare per filo e per segno i due diversi meccanismi che impongono un cambio. Per brevità diremo che, pur senza termini perentori, a metà legislatura tutti i presidenti si rinnovano, con metodi di elezione che differiscono ma che richiedono, nella sostanza, la maggioranza assoluta dei componenti. Renzi dunque sa che quelle poltrone sono strategiche.
Basta guardare il diverso ritmo con il quale si sono mosse le due Affari Costituzionali.
Alla Camera il grillino Giuseppe Brescia lavora a spron battuto: ha incardinato proposte sui migranti, sui flussi, sul conflitto d’interessi, sulla legge elettorale, che non a caso da Montecitorio è partita.
Perchè da quando il governo ha cambiato segno il leghista Andrea Ostellari, suo omologo al Senato, ha iniziato a zavorrare i lavori. Come? Semplicemente sfrondando il calendario e non facendo lavorare la Commissione se non sul dovuto. Strategia opposta a quella di Nitto Palma, che da forzista si ritrovò presidente della Giustizia con il governo Renzi-Alfano, e iniziò a sovraccaricare i lavori. Dodici, tredici proposte di legge per convocazioni lunghe un paio d’ore, con il risultato di mandare in tilt l’iter di qualunque legge.
Il ruolo permette di plasmare le decisioni. Sono fresche le polemiche di quando Brescia consentì il voto determinante di alcuni deputati 5 stelle anche se non registrati prima allorchè Iv votò con le opposizioni sulla prescrizione. Basta immaginare l’effetto sostituendo Brescia con Boschi. Pomicino ricorda che su un voto determinante per il governo “finì 20 a 20, con l’effetto che la proposta sarebbe stata bocciata. Io capii chi aveva votato contro, lo squadrai e con un pretesto feci ripetere la votazione: finì 21 a 19”.
Italia viva un po’ per realismo un po’ per opportunità sta guardando a scranni che attirano molte meno responsabilità e pressioni dal punto di vista mediatico rispetto a quelle che ruotano intorno a un sottosegretario o a un ministro, ma possono condizionare assi di più gli equilibri di maggioranza. Pomicino racconta un aneddoto che fa aiuta assai: “Quando mi proposero di fare il ministro della Funzione pubblica fui tormentato. Era un ministero, ma io sapevo che potevo fare di più dalla presidenza della Bilancio. Passai una notte insonne”. Prevalse la sapienza democristiana e il consiglio di un amico: “Stare troppo tempo sulla stessa poltrona non ti fa bene”. Cencelli ha un moto nostalgico: “Ricordo i miei tempi, allora sì che avevano valore, ma con il Parlamento di oggi…”.
Probabilmente c’è un pezzo di verità , ma solo un pezzo. Nel 2011 quando l’impatto della crisi economica investì il paese, Azzollini ricorda le maratone notturne, il rapporto con le opposizioni, le pressioni: “E’ un posto per il quale ti chiamano in continuazione i ministri, ma spesso anche il presidente del Consiglio”. “Sembra che Renzi abbia superato le perplessità ”, ha dichiarato uno speranzoso Giuseppe Conte. Commissioni pemettendo.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile
LA STESSA GOVERNATRICE LEGHISTA AMMETTE CHE POTREBBE NON SERVIRE PIU’… LA CORTE DEI CONTI CHIEDE CHIARIMENTI SULLA OPPORTUNITA’ DI SPENDERE 3 MILIONI
Tutti a fare ospedali da campo per l’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19. E l’Umbria
chi è, la figlia della serva? Ma certo che no.
Per questo la Regione guidata dalla leghista Donatella Tesei sta tirando su un nuovo ospedale da campo nel tendone di Umbriafiere, a Bastia Umbra (Perugia). Anche se c’è un dettaglio, magari trascurabile o magari no. Per il 30 giugno, data in cui dovrebbero concludersi i lavori, infatti potrebbe non servire più. E ad ammetterlo è stata lo scorso 12 maggio la stessa Tesei rispondendo ad un’interrogazione del consigliere regionale Andrea Fora.
Il Fatto Quotidiano riporta oggi le parole della presidente della Regione: “Quando abbiamo presentato il progetto, a inizio aprile, eravamo nel picco dei contagi —ha detto la governatrice —. Adesso si rischia una seconda ondata pandemica e il consiglio dei ministri del 31 gennaio ha imposto l’assunzione immediata di iniziative straordinarie per la prevenzione e previsione”. E spiega:
Non è detto che serva, insomma. Però a quel punto i 3 milioni di euro donati dalla Banca d’Italia per allestire le 30 terapie intensive saranno già stati spesi.
Per capire se ci sia stato uno spreco di soldi pubblici, l’operazione è finita nel mirino della Corte dei Conti dell’Umbria che ha aperto un fascicolo e inviato una lettera alla Regione perchè faccia chiarezza entro fine mese sul progetto approvato con la delibera regionale 282 del 22 aprile scorso anche se “in modalità riservata, in quanto la sua divulgazione potrebbe essere lesiva del principio di segretezza e della par condicio”.
Nella lettera inviata alla Regione dalla Procuratrice della Corte dei Conti umbra Rosa Francaviglia si chiedono chiarimenti sulle fonti di finanziamento “con annessa documentazione amministrativo- contabile ”, sui costi da sostenere “con specifica sulle relative voci”, sui nominativi dei soggetti affidatari della realizzazione e dei fornitori e sulle modalità di gestione della struttura: “Se demandata al Sistema sanitario regionale in via diretta o affidata a terzi anche mediante convenzione”, si legge nella missiva
“Perchè sprecare 3 milioni di euro di fondi pubblici? —dice il consigliereNTommaso Bori —. Il finanziamento della Banca d’Italia può essere investito in maniera più utile riqualificando una struttura sanitaria permanente”.
La vicenda è arrivata anche in Parlamento con un’interrogazione della senatrice umbra del M5S, Emma Pavanelli, al premier Conte e al ministro della Salute Speranza perchè “sia garantita la migliore trasparenza e il miglior utilizzo dei 3 milioni donati dalla Banca d’Italia”.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 22nd, 2020 Riccardo Fucile
IN LOMBARDIA OLTRE 4 CASI MORTALI SU DIECI, UN TERZO SONO NELLA SANITA’
Hanno superato quota 43 mila le denunce di contagio da coronavirus in occasione del lavoro. Il dato è stato aggiornato dall’Inail allo scorso 15 maggio, spiegando che sono arrivate 171 denunce da infortunio mortale, la metà delle quali concentrati nel personale sanitario e assistenziale.
Le denunce di contagio complessive tra fine febbraio e il 15 maggio sono per la precisione 43.399, seimila in più rispetto al dato del 4 maggio.
I casi di infezione con esito mortale registrati nello stesso periodo sono 42 in più rispetto al monitoraggio precedente.
Al 18 maggio, l’Iss contava 225 mila casi di contagi da Covid in Italia ma l’Inail mette in guarda dal mettere in relazione le due grandezze “innanzitutto per la più ampia platea rilevata dalll’Iss rispetto a quella Inail riferita ai soli lavoratori assicurati, e poi per la trattazione degli infortuni, in particolare quelli con esito mortale, per i quali la procedura presenta maggiore complessità dato l’attuale contesto, del tutto eccezionale e senza precedenti, di lockdown”.
Come noto, per altro, il tema è oggetto di una feroce polemica.
Le aziende hanno denunciato gravi ostacoli alla riapertura dal fatto che il contagio è equiparato agli infortuni sul lavoro, temendo le possibili ricadute penali per chi avesse lavoratori affetti da Covid. In una recente circolare, l’Inail ha chiarito che le due cose (accertamento dell’infortunio ai fini dell’assicurazione e responsabilità penale) non procedono di pari passo.
In sostanza, se un datore di lavoro applica i protocolli di sicurezza e le linee guida governative e regionali non è responsabile dell’eventuale contagio da Covid-19 di un dipendente, proprio come avviene per i virus in genere. Il timore espresso – tra gli altri – dai Consulenti del Lavoro, è però legato al rischio di entrare comunque in un circolo di verifiche che potrebbero portare anche al sequestro degli impianti per accertare le responsabilità del datore, una eventualità nefasta in questo momento di estrema fragilità del tessuto produttivo. Ecco perchè si punta a una sorta di ‘scudo’ per proteggere a priori i datori di lavoro “virutosi”.
Opzione sulla quale hanno aperto la ministra Catalfo e il dg dell’Inail, Lucibello. “Nelle prossime ore ci sarà una riformulazione della norma che dirà che il datore di lavoro che ha applicato tutti i protocolli nazionali non ha alcuna responsabilità ” nell’infortunio di un dipendente da contagio Covid, ha detto ieri la ministra del Lavoro ricordando che già la circolare Inail è comunque “esplicativa” sul punto. Questo ulteriore passaggio riguarderà una riformulazione del ministero rispetto ai vari emendamenti presentati al decreto liquidità .
In attesa di questi sviluppi, dai dati Inail emerge che l’età media dei lavoratori che hanno contratto il virus è di 47 anni per entrambi i sessi, ma sale a 59 anni (58 per le donne e 59 per gli uomini) per i casi mortali.
Nove decessi su 10, in particolare, sono concentrati nelle fasce di età 50-64 anni (70,8%) e over 64 anni (19,3%).
Il 71,7% dei lavoratori contagiati sono donne e il 28,3% uomini, ma il rapporto tra i generi si inverte nei casi mortali. I decessi degli uomini, infatti, sono pari all’82,5% del totale.
A livello geografico, tra le regioni più di un’infezione da coronavirus di origine professionale su tre (34,9%) è avvenuta in Lombardia. L’incidenza lombarda sul totale dei decessi sale oltre quasi al 44%. Rispetto alle attività produttive, il settore della Sanità e assistenza sociale, che comprende ospedali, case di cura e case di riposo, registra il 32,3% dei casi mortali.
(da agenzie)
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