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LA BUFALA DEI “25 POLIZIOTTI INFETTI DOPO LO SBARCO DEI MIGRANTI IN CALABRIA”

Luglio 16th, 2020 Riccardo Fucile

GLI AGENTI SONO SOLO IN ISOLAMENTO DOMICILIARE PER PRECAUZIONE, NON CI SONO ANCORA I RISULTATI DEI TEST.. LA RETTIFICA DEL GAZZETTINO

Questa è la storia di come un titolo sbagliato venga utilizzato dai megafoni sovranisti per fare pura propaganda, senza fare attenzione (anzi, non dando importanza) alle rettifiche e alle notizie reali.
È il caso della vicenda che riguarda i «25 poliziotti infetti» nei commissariati di Siderno e nella Questura di Reggio Calabria dopo lo sbarco dei migranti a Roccella Jonica dei giorni scorsi.
Una disinformazione che si basa sui fatti: perchè se è vero che 25 agenti non stanno lavorando in questi giorni, occorre sottolineare come nessuno di loro risulti (al momento) contagiato. Si tratta di una soluzione preventiva — chiamiamola quarantena o isolamento fiduciario — in attesa dei risultati dei test.
Come spiega FactaNews, la notizia ‘errata’ era stata pubblicata inizialmente da Il Gazzettino che nella sua versione cartacea, in edicola martedì 14 luglio, titolava: ‘Roccella Jonica, positivi 25 poliziotti. Commissariato dimezzato’. E che il commissariato (anche se la notizia reale parla di elementi suddivisi tra Siderno e Questura di Reggio Calabria) conti meno forza lavoro in questi giorni è reale. Ma nessuno degli agenti risulta essere positivo al Coronavirus.
Il Gazzettino, nella sua versione online, ha poi corretto il tiro: i 25 poliziotti infetti dopo lo sbarco dei migranti provenienti dal Pakistan diventano ‘in quarantena e in isolamento domiciliare’.
Ed è questa la versione corretta: i risultati dei test sugli agenti non sono ancora arrivati. Il provvedimento è stato deciso per evitare il proliferare di possibili (non certi) contagi.
E sui social la notizia — nella sua versione bufala e disinformativa — circola ancora grazie a un articolo di Vox che, però, riporta la rettifica all’inizio dell’articolo, non modificando il titolo: «Aggiornamento: i giornali dello stesso gruppo editoriale hanno poi cambiato il titolo in una successiva edizione, da ‘positivi’ a ‘in quarantena’ — si legge nell’incipit -. Molto strano che un giornale così attento cambi in corsa. Ne diamo comunque conto». Mettono in dubbio la rettifica, insomma. Nonostante loro stessi non abbiano elementi per sostenere il contrario.

(da agenzie)

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LOMBARDIA FILM COMMISSION: IL NESSO TRA IL FERMO DEL LIQUIDATORE E L’INCHIESTA SUI 49 MILIONI DELLA LEGA

Luglio 16th, 2020 Riccardo Fucile

SOSTEGNI ERA IL PRESTANOME DEL COMMERCIALISTA DELLA LEGA DOVE HA SEDE LA LEGA PER SALVINI PREMIER: E’ ACCUSATO DI PECULATO

Il liquidatore della Lombardia Film Commission Luca Sostegni è stato fermato oggi dal Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano su ordine della procura perchè c’era il sospetto che stesse scappando in Brasile.
Sostegni è accusato di peculato ed estorsione nell’inchiesta sulla vendita di un capannone industriale a Cormano tra l’Immobiliare Andromeda e la fondazione Lombardia Film Commission.
Dell’inchiesta che ha portato nel frattempo a una rogatoria verso la Svizzera abbiamo parlato stamattina: La pista che porta lì parte dalla discussa compravendita di un immobile a Cormano, in provincia di Milano, da parte   della Lombardia Film Commission, una fondazione a partecipazione pubblica che si occupa della promozione e dello sviluppo di progetti cinematografici.
Un acquisto sospetto secondo gli investigatori: nel 2017 infatti una società , l’Immobiliare Andromeda srl, lo aveva comprato al prezzo di 400mila euro e a inzio 2018 lo stesso immobile veniva venduto alla Lombardia Film Commission al prezzo di 800mila euro.
Un acquisto avvenuto, secondo quanto riportato dagli investigatori del Uif, quando a capo dell’ente culturale lombardo c’era proprio Alberto Di Rubba, che con Andrea Manzoni faceva parte del pool di revisori contabili del partito alla Camera e al Senato e collaboratori di Giulio Centemero, il tesoriere del Carroccio nel frattempo rinviato a giudizio a Bergamo e sul quale pende un’analoga richiesta a Roma. Scriveva stamattina Repubblica Milano:
È partendo da qui che gli investigatori della Banca d’Italia hanno evidenziato un flusso di denaro intricatissimo uscito dalla Andromeda e che, dopo lunghi e complicati giri, sarebbe finito a società  private molto vicine ai professionisti legati al partito di Salvini.   «L’operatività  posta in essere da Lombardia Film Commission parrebbe configurare il trasferimento di fondi pubblici a soggetti vicini agli ambienti politici di riferimento del cliente» scrivono gli investigatori citati dal settimanale. Un groviglio di passaggi di denaro su cui i magistrati milanesi stanno cercando di far luce, anche perchè si parla di trasferimenti dalle casse pubbliche
La grande caccia ai fondi leghisti partita dopo la sentenza di Genova sui famosi 49 milioni ha incrociato diverse strade investigative. Finendo per collegare tra loro molte vicende emerse in questi anni sui movimenti di soldi riconducibili alle Lega, fosse anche solo per i nomi che ritornano ciclicamente. A lavoro su questo ci sono state almeno quattro procure italiane. Oltre ai magistrati milanesi ci sono quelli della procura di Genova che ancora sta indagando per riciclaggio sui famosi 48,9 milioni di euro confiscati in via definitiva.
Scrive l’agenzia di stampa AGI che in base alla ricostruzione degli investigatori — l’inchiesta è del pm Stefano Civardi con l’aggiunto Eugenio Fusco — Sostegni era il prestanome del commercialista Michele Scillieri, presso il cui studio in via delle Stelline aveva sede la Lega per Salvini Premier.
Oltre ad essere un suo uomo di fiducia, secondo l’accusa il liquidatore aveva architettato insieme al commercialista l’operazione relativa al capannnone di via Bergamo 7 a Cormano, configurando così il reato di peculato.
Per prima cosa — sostengono gli inquirenti — avrebbe sottratto il bene al fisco e dunque si sarebbe macchiato di sottrazione fraudolenta delle imposte, poichè non avrebbe inserito il valore dell’ immobile, inizialmente di 400mila euro, nel complesso di beni che la società  in liquidazione doveva registrare
La Paloschi Srl, iniziale intestataria del bene, infatti, avrebbe dovuto dichiararlo per restituirne il valore alle casse dello Stato, perchè gravata da molti debiti tributari.
In seconda battuta il capannone sarebbe passato all’immobiliare Andromeda, che lo avrebbe venduto per 800 mila euro alla Lombardia Film Commission, la quale aveva ricevuto dalla Regione un milione di euro per l’acquisto. In conclusione i soldi pubblici sarebbero stati usati per coprire l’operazione.
Nell’ultima fase, sempre secondo l’accusa, Sostegni avrebbe tentato di ricevere un’ulteriore somma per il “lavoro svolto”, configurando così il reato di tentata estorsione. E infine, sentendosi accerchiato, anche dopo un’inchiesta del settimanale L’Espresso uscita il 31 maggio, avrebbe tentato di scappare in Brasile.
L’uomo è però stato fermato stamani dai militari della Gdf. Il commercialista Scillieri, insieme agli altri due colleghi Manzoni e Di Rubba, farebbe parte del pool dei professionisti di fiducia della Lega. Di Rubba, in particolare, aveva anche il ruolo di revisore dei conti del gruppo parlamentare alla Camera e amministratore unico della Pontida Fin, la storica cassaforte immobiliare del Carroccio.
Nell’articolo “«Trasferimenti illeciti di fondi pubblici»: l’affare che fa tremare la Lega di Matteo Salvini” L’Espresso alla fine di maggio parlava dell’inchiesta giudiziaria in corso da parte della Procura di Milano. «L’operatività  posta in essere da Lombardia Film Commission parrebbe configurare il trasferimento di fondi pubblici a soggetti vicini agli ambienti politici di riferimento del cliente», si legge nelle carte della Uif. E ancora: «Anomala operatività  posta in essere da nominativi in vario modo riconducibili alla Lega, oggetto di indagini da parte della Procura della Repubblica di Milano. Si ipotizzano in particolare illeciti trasferimenti di fondi pubblici a soggetti privati, per lo più “orchestrati” dal commercialista Alberto Di Rubba». Diceva anche che Sostegni era già  in Brasile all’epoca.
Cinque giorni dopo aver incassato il denaro pubblico per la compravendita dell’immobile di Cormano, l’immobiliare Andromeda versa 488 mila euro alla società  Eco srl. La Eco è un’azienda con sede a Milano, costituita un mese prima che Andromeda vendesse alla Lombardia Film Commission. «Il capitale sociale di 10 mila euro dell’azienda è stato versato dal titolare Pierino Maffeis», scrivono i detective dell’antiriciclaggio, che aggiungono: tuttavia sul suo «conto corrente lo stesso giorno viene accreditato un bonifico di pari importo da parte di Barachetti Service». Il proprietario della Eco è di Gazzaniga, provincia di Bergamo, 5 mila anime in Val Seriana, paese natale di Di Rubba.
Non tutti i soldi della Lombardia Film Commission finiscono però a Barachetti e Maffeis. Una parte, dopo alcuni giri, termina sui conti di società  di proprietà  o molto vicine ai commercialisti della Lega. I documenti dell’antiriclaggio mostrano versamenti fatti proprio dalla Eco srl — tre bonifici, per circa 60 mila ero — allo studio Dea Consulting di Di Rubba (all’epoca anche di Andrea Manzoni), allo studio Cld e allo studio Sdc (fondato con capitale della Dea Consulting).
L’immobiliare dal proprietario segreto, sei giorni dopo la chiusura dell’affare Cormano, ordina pagamenti per 178.500 a Sdc. Proprio la società  fondata con capitale del duo Di Rubba-Manzoni, la coppia di commercialisti che hanno fatto carriera con Salvini al comando della Lega, i professionisti pagati dal partito, nominati su poltrone pubbliche e private, amici da una vita del tesoriere Giulio Centemero, con cui hanno fondato anche l’associazione Più Voci (al centro di indagini per finanziamento illecito) e suoi soci in affari.
La fine della storia: da chi ha acquistato l’immobiliare Andromeda pagandolo 400 mila euro e incassando il doppio dalla fondazione pubblica a guida leghista? Proprio dalla società  Paloschi Srl, oggi cancellata, di proprietà  di Luca Sostegni. Oggi fermato a Milano.

(da “NextQuotidiano”)

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FONDI LEGA, FERMATO IL LIQUIDATORE DELLA SOCIETA’ LEGATA ALLA LOMBARDIA FILM COMMISSION: STAVA SCAPPANDO IN BRASILE

Luglio 16th, 2020 Riccardo Fucile

LA STORIA DEL CAPANNONE A CORMANO VENDUTO AL DOPPIO DEL VALORE

È stato fermato oggi Luca Sostegni, uno dei nomi collegati all’inchiesta sulla Lombardia Film Commission e i fondi della Lega. Sostegni è accusato di peculato ed estorsione, reati legati alla vendita dell’immobile di Cormano all’ente Lombardo.
Sostegni sarebbe l’uomo delle società  che ha venduto all’immobiliare Andromeda per 400mila euro l’immobile poi acquistato al doppio dalla Lombardia Film Commission.
La vicenda è collegata alla ricerca dei fondi della Lega, in cui svolgono un ruolo chiave i commercialisti del carroccio Antonio Di Rubba e Andrea Manzoni, entrambi collegati al tesoriere leghista Giulio Centemero.

(da agenzie)

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SALVINI SPECULA PERSINO SUL NUBRIFAGIO DI PALERMO PER FARE PROPAGANDA, I SOCIAL LO MASSACRANO: “TURPE MISERABILE SCIACALLO”

Luglio 16th, 2020 Riccardo Fucile

SOMMERSO DA CRITICHE E INSULTI CAMBIA IL POST MENTRE QUALCHE SUO FAN ESULTA PER I PRESUNTI DUE CITTADINI ANNEGATI: “BEN VI STA”

Ieri sera Matteo Salvini ha deciso di sfruttare il disastro di Palermo (un nubifragio si è abbattuto sulla città , due persone risultano presunte disperse dopo che un camionista che ha raccontato a forze dell’ordine e vigili del fuoco di avere visto un uomo e una donna travolti dall’acqua sotto al ponte di piazzale Einstein, all’incrocio con via Leonardo da Vinci) per fare propaganda.
Il Capitano ha pubblicato un video in cui si sente una persona che dice “Guarda, la gente sta morendo” per dire che il sindaco Leoluca Orlando “a furia di pensare solo agli immigrati, dimentica i cittadini”.
La frase ha suscitato la reazione di moltissimi su Twitter, tra cui quella di Roy Paci, trombettista e compositore: “Ho sempre ritenuto superfluo commentare qualsiasi suo post ma di fronte alla morte di due miei concittadini per questa immane tragedia le dico semplicemente una cosa: lei è un turpe e miserabile sciacallo. Spero che le nostre lacrime diventino per lei gocce della tortura cinese”.
La parte più orribile della vicenda è che alla fine è spuntato qualche supporter del capitano a dargli ragione e a dire ai palermitani “Ben vi sta”:
Accortosi della gaffe — e probabilmente del fatto che la risposta di Paci ha più “like” del suo tweet — Salvini subito dopo ha pubblicato un tweet più “potabile” allo scopo di metterci una pezza
E a quel punto alcuni hanno avuto buon giorno a ricordare che la Lega ha fatto saltare gli aumenti di stipendio dei vigili del fuoco in Parlamento, che sono stati successivamente ripristinati in un secondo momento.

(da agenzie)

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49 MILIONI LEGA, SPUNTA LA PISTA DEI CONTI IN SVIZZERA

Luglio 16th, 2020 Riccardo Fucile

I PM DI MILANO ALLA CACCIA DEI FONDI SOTTRATTI DALLA LEGA AGLI ITALIANI

I pm milanesi avrebbero chiesto una rogatoria per andare alla ricerca del denaro transitato sui conti delle società  riconducibili ai commercialisti del Carrocci
L’inchiesta della Procura di Milano sugli ormai famosi 49 milioni di euro spariti dalle casse della Lega ha portato i pm in Svizzera. Come racconta la Repubblica, i magistrati hanno chiesto una rogatoria per scandagliare i conti delle società  riconducibili ai commercialisti del Carroccio sui quali potrebbero essere transitati i fondi.
Sotto l’attenzione dei magistrati di Milano ci sarebbe la Lombardia Film Commission, una fondazione a partecipazione pubblica che si occupa della promozione e dello sviluppo di progetti cinematografici.
E la pista che porta i magistrati italiani oltre le Alpi parte, spiega la Repubblica, da una discussa compravendita di un immobile a Cormano, in provincia di Milano. Un acquisto che è apparso sospetto agli investigatori.
Nel 2017 una società , l’Immobiliare Andromeda srl, lo aveva comprato al prezzo di 400mila euro, per poi rivenderlo alla Lombardia Film Commission, a inizio 2018, al prezzo di 800mila euro.
Partendo da qui gli investigatori della Banca d’Italia avrebbero portato alla luce un intricato flusso di denaro, uscito dalla Andromeda e che, dopo molti giri, sarebbe finito a società  private vicini ai professionisti legati alla Lega.
Ma l’attenzione non sarebbe rivolta solo sulla Lombardia Film Commission. Repubblica, citando le inchieste de L’Espresso, spiega che era emerso come almeno altri 3 milioni di euro fossero usciti dalle casse dei due partiti e spesso finiti, dopo lunghi e complicati giri, ad aziende private e sui conti personali di uomini molto vicini allo stesso Salvini.
Nuovo capitolo quindi di una vicenda sulla quale si è, finora, concentrata l’attenzione di ben quattro Procure. Oltre a Genova anche Milano, Bergamo e Roma. La caccia è iniziata dopo la sentenza del tribunale del Riesame di Genova del 2018, che confermava il sequestro di 49 milioni di euro della Lega ottenuti mediante rimborsi elettorali non dovuti.

(da Open)

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LA FOTO DEL MIGRANTE MORTO IN MARE SCUOTE LA POLITICA, 22 DEPUTATI: “BASTA FONDI ALLA GUARDIA COSTIERA LIBICA”

Luglio 16th, 2020 Riccardo Fucile

LA MAGGIORANZA SI SPACCA SUL RIFINANZIAMENTO MENTRE L’OPPOSIZIONE SOVRANISTA STA CON I CRIMINALI E I TRAFFICANTI

La risoluzione preparata dal parlamentare di Leu Erasmo Palazzotto l’hanno firmata in 22. Tra gli altri, i dem Laura Boldrini, Matteo Orfini, Giuditta Pini, i 5 stelle Doriana Sarli, Paolo Lattanzio, Giorgio Trizzino. Poi altri esponenti di Leu e Riccardo Magi di Più Europa.
Quel che chiede è presto detto: che l’Italia la smetta di non vedere quello che accade nel Mediterraneo. Che non faccia finta di non sapere quel che sono i centri di detenzione gestiti dalla cosiddetta Guardia Costiera libica. Un insieme di milizie mal coordinate accusate dalle stesse agenzie delle Nazioni Unite di una sistematica violazione dei diritti umani.
Gennaro Migliore, nell’annunciare che Italia Viva non parteciperà  al voto sul rinnovo del memorandum, dice: “Non possiamo continuare a far finta di non vedere quel che accade nel Mediterraeo. Quella foto ci dice che è il momento di cercare nuove soluzioni, non potrarre quelle che si sono rivelate fallimentari”.
Nel documento, si ricorda come in Libia sia in corso una guerra civile e che “la condizione di decine di migliaia di rifugiati, richiedenti asilo e migranti rimane drammatica: esposti ad arresti arbitrari e rapimenti per mano delle milizie e regolarmente vittime di trafficanti di esseri umani e di abusi di potere da parte di gruppi criminali collusi con le autorità . Il deteriorarsi del conflitto li ha esposti a rischi sempre maggiori;le autorità  libiche continuano a detenere illegalmente migliaia di persone nei centri amministrati dal Direttorato generale per la lotta alla migrazione illegale, dove vengono sottoposte a sfruttamento, lavoro forzato, tortura e altre violenze, inclusi stupri, spesso allo scopo di estorcere denaro alle famiglie in cambio del loro rilascio; i detenuti nei centri vivono in condizioni disumane, di sovraffollamento e mancanza di cibo, acqua e cure mediche; i centri vengono regolarmente ripopolati. Solo nel 2019, le autorità  marittime libiche, in particolare la Guardia costiera libica, hanno intercettato almeno 9.225 rifugiati e migranti che attraversavano il Mediterraneo centrale, riportandoli quasi tutti indietro nei centri di detenzione libici”. E ancora: “Con oltre 480 contagi da coronavirus registrati ufficialmente nel Paese, e molti altri che potrebbero non essere stati rilevati, in questo momento a preoccupare è anche la situazione sanitaria nei centri di detenzione dove si vive ammassati, in condizione di vera disumanità . Un allarme rilanciato ripetutamente anche da Papa Francesco”.
Come non bastasse, ci sono gli ultimi rapporti dell’Unhcr – l’agenzia Onu per i rifugiati – secondo cui “mentre il numero di persone che arrivano in Europa dal Mediterraneo Centrale è diminuito, il tasso di mortalità  è aumentato bruscamente, in particolare per coloro che tentano la traversata dalla Libia”. E “Il segretario generale dell’Onu ha chiesto di interrompere la cooperazione per la cattura dei migranti in mare esortando ‘gli Stati membri a rivedere le politiche a sostegno del ritorno di rifugiati e migranti in quel Paese’. Nonostante tutto ciò, l’Italia, Malta e le agenzia europea Frontex, hanno intensificato il sostegno alla Guardia costiera libica a cui vengono segnalati i barconi da intercettare anche all’interno di SAR europee”.
La risoluzione è lunga e puntuale e chiede un ripensamento di tutto l’approccio ai fenomeni migratori nel Mediterraneo. Presentarla, fa sì che le missioni stamattina siano votate separatamente, e che quindi ci sia un voto separato prorprio sul memorandum di intesa con la Guardia Costiera Libica, che è stato fatto rinnovare automaticamente a inizio febbraio e poi leggermente modificato in una trattativa tra il governo di Fadez al-Serraj e i nostri ministeri degli Esteri e dell’Interno.
Il Pd ufficialmente sostiene di aver rafforzato – grazie alla spinta del capogruppo alla Camera Graziano Delrio – la parte sulla necessaria revisione del memorandum, chiedendo che dal 2021 il sostegno sia esclusivamente alla marina libica (non alla guardia costiera, che – come ha sottolineato in aula Giuditta Pini – di fatto non esiste), e sollecitando il governo per far passare l’attività  di addestramento dei libici sotto la missione europea Irini.
Ma per una parte della maggioranza è troppo poco. In 23 hanno votato contro l’articolo del decreto missioni sul rifinanziamento. Italia Viva non ha partecipato al voto. Un anno fa, ai tempi del Conte 1, per protesta contro quel memorandum di intesa il Pd era uscito dall’aula.
E all’ultima assemblea nazionale aveva approvato all’unanimità  un ordine del giorno che lo impegnava a non sostenere più il rifinanziamento. Ma oggi, alla Camera, è andata diversamente. L’Italia continuerà  a finanziare le milizie che si occupano di bloccare i migranti che cercano di fuggire dalla guerra civile riportandoli nei centri di detenzione.
“La Libia non è mai stata un porto sicuro – ha detto l’ex presidente della Camera Laura Boldrini nel suo intervento in aula – sostenere la Guardia costiera libica significa sostenere illeagalità , violazioni dei diritti umani e anche del diritto internazionale”.
Ancor più duro Matteo Orfini, sempre del Pd: “Sappiamo di stare finanziando chi fa traffico di esseri umani, chi riporta i migranti in posti sove subiscono torture, stupri, omicidi, farlo dicendo che gli chiederemo di comportarsi bene è una gigantesca ipocrisia. Dobbiamo rimanere in Libia, sono d’accordo, ma per difendere i più deboli, non per formare e finanziare chi li tortura”.

(da “La Repubblica”)

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LA NOTTE IN CUI SI LITIGO’ PIU’ PER CASALINO CHE PER BENETTON

Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile

GUERINI RINFACCIA A CONTE LA PRIMA PAGINA DEL FATTO, IL PREMIER ACCUSA DE MICHELI DI SCORRETTEZZA… TRA VELENI E SOSPETTI PASSA UN ACCORDO SU AUTOSTRADE DA DEFINIRE

A mezzanotte anche il più mite di tutti, mai una parola fuori posto, mai uno scatto, modi che gli valsero il soprannome dell’Arnaldo Forlani del Pd, anche lui sbotta, e questo misura la temperatura della situazione.
Lorenzo Guerini si avvicina a Giuseppe Conte mostrando sul suo iPhone la prima pagina del Fatto, quella dove compare mezzo Pd sotto la scritta “United dem of Benetton”: “Guarda il tuo amico Casalino – dice avvicinandoglielo ad altezza viso — ha fatto la prima pagina contro di noi. Adesso basta, così non si può andare avanti in questo modo”. Non si scompone più di tanto il premier, più teso del solito, quasi non aspettasse altro: “Tu mi parli del Fatto? La tua amica De Micheli ha fatto uscire un documento riservato contro di noi, da avvocato ci sarebbero anche dei profili legali su cui intervenire”.
Palazzo Chigi, interno notte, tra le più lunghe del Governo: “Paola — prosegue il premier — è stata una scorrettezza inammissibile”. È nero. Nel suo volto c’è una richiesta implicita di dimissioni, anche se la parola non è pronunciata. La lettera in questione è quella in cui la ministra dei Trasporti chiede di riflettere sui rischi della revoca, facendo capire che se c’è una responsabilità  è di palazzo Chigi, che prima ha ritardato il dossier e poi ha prospettato una soluzione da danno erariale: “Sai bene che non ho fatto uscire io quella lettera — è la risposta della ministra — qui c’è qualcuno che ha giocato a farmi passare da amica dei Benetton. A me dei Benetton non frega nulla, sto difendendo il lavoro di un anno”.
L’ombra di Casalino avvolge il conclave di Governo, in un clima di sospetti, veleni, voci di rimpasto. Neanche il Pd ha gradito la fuga di notizie. Boccia, Provenzano, Amendola, che però non crocifiggono la ministra. Prima che arrivino i cartoni di pizze già  tagliate e le birre ghiacciate all’una di notte, la prima riunione separata.
Via i capidelegazione. Conte si riunisce, nella stanza accanto, con De Micheli e Gualtieri, con grande stupore di Dario Franceschini: “Perchè — domanda stizzito il ministro della Cultura – non si può sentire Paola?”. Il premier è ultimativo: “O chiudiamo o si revoca”. Il decreto di revoca è pronto. È in una delle due cartelline che ha portato Gualtieri, col via libera di Zingaretti, che ha coperto la linea di Conte, superando la prudenza del suo stesso capodelegazione Franceschini.
Boccia e Provenzano parlano fitto fitto, mentre azzannano uno spicchio di pizza alla diavola: “Nicola ha fatto un capolavoro politico, dicendo che la lettera di Autostrade era insufficiente. Perchè da quel momento i Benetton ha capito che non c’erano più margini. E ha evitato di regalare una prateria a Di Maio”.
Altra linea di tensione. Lui e il premier si scrutano, si parlano a stento, da settimane ormai, distanza diventata visibile anche qualche ora prima all’ambasciata francese dove si festeggia la presa della Bastiglia.
Il premier sa che l’affaire Autostrade è una Bastiglia per il Movimento. E “Luigi” lo aspetta al varco, perchè lì rischia di saltare, soprattutto dopo che ha fissato l’asticella alta sulla revoca per conquistarsi la leadership di fatto del Movimento: “Guarda che così, con Benetton dentro, non la reggiamo, non erano questi i patti”.
È a qual punto che il premier, a Consiglio dei ministri in corso, chiama i vertici della società  autostradale. Bellanova è la più insofferente: “Basta, qui non si capisce cosa dobbiamo aspettare, doveva essere un’informativa, un’ora e andiamo a casa”.
Alle quattro del mattino, qualche ministro si è appisolato, risvegliato da un sussulto quando Spadafora torna con un paio di vassoi di cornetti. Dentro lo Stato con Cdp, i Benetton scendono attorno all’11 per cento, poi lo sbarco in Borsa, questo il canovaccio di mediazione sul far dell’alba: non una revoca, ma una mutazione genetica radicale, con i Benetton che da padroni di Autostrade diventano una minoranza senza una poltrona nel Cda.
Il che consente a tutti di cantare vittoria: la famiglia Benetton comunque non è stata cacciata, Conte ha lo scalpo perchè le Autostrade non sono più roba loro, il Pd per una mediazione che non fa saltare il Governo.
Evviva, nel day after hanno vinto tutti, soprattutto il mitico “popolo” che si è ripreso le Autostrade. A caro prezzo. Resterà  alla storia come il Consiglio dei ministri in cui alle quattro di notte il premier si è “comprato” Autostrade, concordando i dettagli della valutazione, per poi raccontare l’acquisto come fosse una revoca.
Una delle ipotesi notturne è che lo Stato paga per avere, attraverso Cdp, l’88 per cento di Aspi che è più di quanto pagherebbe per avere il controllo di Atlantia, il che per Benetton è una profumata via d’uscita più che un calcio nel sedere.
E resta la scia di veleni politici, che conduce a un altro classico di questa fase, il rimpasto, valvola di sfogo di un equilibrio in cui i soci fondatori non “ne possono più”, altra frase sulla bocca di tutti stanotte.
Lo si è visto questa mattina quando Marcucci e Perilli, i capigruppo di Pd e 5 stelle al Senato hanno avuto una quasi rissa per le commissioni. Rimpasto che non si farà , perchè se tocchi una casella viene giù tutto ciò che si regge a stento.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A TRIA: “SE L’ITALIA DIVENTA IL VENEZUELA, CHI INVESTIRA’?”

Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRO DELL’ECONOMIA: “LA COMUNITA’ INTERNAZIONALE AVVERTE IL RISCHIO LEGALE DI FARE INVESTIMENTI IN ITALIA”… “FUORI DAL MONDO CHE LA POLITICA SI METTA A PARLARE DEGLI AZIONISTI”

“La comunità  internazionale avverte ormai il rischio legale di fare investimenti in Italia”. L’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria fa suonare l’allarme rosso sulla gestione del dossier Autostrade da parte del Governo.
E mentre tutti festeggiano e cantano vittoria per la soluzione trovata in Cdm, lancia l’altolà  sul pericolo che nel nostro Paese ci sia una “gestione venezuelana” dell’economia e che si facciano annunci troppo prematuri su questioni che hanno una risonanza difficilmente controllabile, con ripercussioni anche sulle tasche dei risparmiatori e dei contribuenti.
Professor Tria, come giudica la soluzione trovata sul dossier Autostrade?
Quello che vedo, ed è preoccupante, è il modo in cui si sta procedendo in questo accordo. Il titolo Atlantia vola oltre il 20 per cento, mentre l’altro giorno era crollato del 15%. Lei si immagina cosa vuol dire questo sui mercati? Stiamo parlando di società  quotate, sono cose che lasciano perplessi. Una volta si muovevano controllori per valutazioni di responsabilità  di queste oscillazioni di mercato.
Si riferisce alle recenti dichiarazioni di Conte contro la famiglia Benetton?
Interventi della politica, che addirittura parla degli azionisti, mi pare siano fuori dalla normalità . Credo che ci sia un problema di sistema. Poi su quale sarà  la soluzione futura, siccome stiamo parlando di società  quotate, Atlantia nel caso specifico, le responsabilità  sono delle società . Gli azionisti si nominano solo se ci sono profili penali. Qui c’è un problema di reputazione italiana per gli investitori internazionali e ne usciremo certamente danneggiati, al di là  di quello che accadrà  ad Autostrade.
Ci spieghi meglio, non dovevano essere tirati in ballo i Benetton?
Se c’è una società  che risponde dei danni fatti, cioè Autostrade, c’è la magistratura che può accertare se ci siano effettivamente queste responsabilità  e ancora non è stato accertato niente da questo punto di vista, quindi non è che la politica può ordinare, in modo diretto o indiretto, se una società  può avere un azionista piuttosto che un altro. Poi io con i Benetton non ho nulla a che fare e non mi interessa questo, ma noto il modo anomalo con cui questa vicenda è stata gestita, tanto che ha fatto oscillare i mercati, forse facendo anche guadagnare qualcuno. Ci sono perplessità  espresse anche da vari fondi internazionali sul modo in cui è stata condotta la vicenda
Dentro Autostrade entrerà  Cdp, di fatto diventerebbe una public company.Ci aiuta a capire tecnicamente cosa significa?
L’importante è come ci si arriva. La Cdp, all’86 per cento di proprietà  del Ministero dell’Economia, cioè dello Stato, deve rispondere anch’essa a delle regole. Essa utilizza il risparmio postale e uno dei suoi problemi è che deve rimanere fuori dal perimetro delle amministrazioni pubbliche. Quindi l’uso di Cdp deve sempre tener conto di questo.
E se Cdp venisse inclusa nell’ambito delle amministrazioni pubbliche?
Be’, in quel caso sarebbero guai per l’Italia e anche per le visure del debito italiano. Se accadesse questo, Cdp dovrà  comprare azioni e ci sarà  un costo di esse che dipende dalle sue valutazioni di mercato e che a loro volta dipendono dal rendimento di Autostrade, che a sua volta dipende dal tipo di concessioni e di modifiche che verranno fatte alla concessione di cui usufruisce attualmente Autostrade. Quel che è certo è che Autostrade usufruiva di concessioni eccessivamente favorevoli, ma questa è una responsabilità  di chi ha firmato quelle concessioni. Così come ci sono responsabilità  sui controlli sull’operato dell’azienda da parte dei ministeri competenti. Sono cose che verranno accertate dalla magistratura, noi non possiamo dire nulla.
In definitiva dal Cdm niente revoca.
C’è un accordo consensuale quindi nulla da dire. Se l’azionista che controlla Autostrade accetta un accordo, essendo una società  privata è libera di farlo. Quello che rilevo, come già  detto, è che bisogna stare attenti quando si parla.
Il passaggio che segna l’avvio della nuova fase, con l’ingresso dello Stato, avverrà  attraverso un aumento di capitale dedicato che gli garantirà  il controllo. Soci graditi a Cdp potranno comprare quote da Atlantia.
Io ricordo che Atlantia è una società  quotata a cui non si possono dare ordini. Con Autostrade è diverso, però finora il controllo è di Atlantia, quindi è Atlantia che deve decidere cosa fare e lì dentro ci sono grandi fondi internazionali, non solo i Benetton. Qui non si sta parlando di persone ma di società .
Ci aiuti a capire se l’ingresso di Cdp è di fatto una statalizzazione.
Statalizzazione significa che è proprietà  dello Stato. La Cdp è di proprietà  dello Stato all’86 per cento, quindi se ne controlla il 51 per cento, Autostrade è una partecipata con controllo pubblico. Non c’è però lo Stato direttamente dentro, perchè comunque Cdp non è l’amministrazione pubblica.
Il secondo passaggio, secondo l’intesa, sarà  lo scorporo, cioè tirare fuori Autostrade dal perimetro di Atlantia. Ogni socio di Atlantia avrà  la sua quota direttamente in Autostrade. Così i Benetton, che hanno un terzo di Atlantia, si ritroveranno ad avere in mano meno del 10% di Autostrade.
Il processo è discutibile solo se queste decisioni non sono prese attraverso il Cda di Atlantia, ma attraverso pressioni che devono per forza avere una base giuridica, altrimenti significa che grandi investitori che stanno dentro Atlantia si trovano a dover affrontare una sua crisi. Se si smettesse di parlare di Benetton, ma delle società , sarebbe meglio e sarebbe più chiaro da un punto di vista delle norme e delle regole che governano i mercati azionari.
Quindi una volta fatto il patto dell’alba in Cdm, poi si risponde alle regole del mercato.
Be’, non siamo il Venezuela, anche se per certi aspetti a volte sembra. Gli investitori internazionali si sentono molto esposti e poco sicuri nel nostro Paese.
Sono a rischio i soldi dei risparmiatori postali che utilizza Cdp in questa operazione?
Se vengono utilizzati bene e in modo redditizio non sono a rischio, se sono utilizzati male, sono utilizzati male.
Se fosse ancora ministro, cosa avrebbe fatto? Qui si vendono grandi battaglie in nome del popolo che poi rischia di pagare il popolo stesso.
Sarei stato più prudente nel parlare perchè le dichiarazioni, gli attacchi politici, provocano danni o benefici nel mercato azionario artificialmente.

(da “Huffingtonpost”)

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I DUBBI DELL’ECONOMISTA IOZZI SULL’ACCORDO AUTOSTRADE: “LA SCELTA NAZIONALISTA? DIFFICILE COSI’ ATTIRARE NUOVI PRIVATI”

Luglio 15th, 2020 Riccardo Fucile

“NON SI E’ MAI VISTO UNO STATO CHE SI PERMETTE DI ENTRARE NELL’AZIONARIATO DI IMPRESA”

All’alba il Cdm ha trovato un accordo con i Benetton che prevede l’ingresso dello Stato in Autostrade fino al 51%. Ne abbiamo parlato con il Professor Alberto Iozzi, docente di Economia politica ed esperto di economia industriale
Alla fine è emersa l’opzione che vede lo Stato progressivamente socio di maggioranza e i Benetton fuori da Autostrade.
«Metodologicamente è la soluzione peggiore», spiega a Open il Professor Alberto Iozzi, docente di Economia politica all’Università  di Tor Vergata, a Roma, esperto di economia industriale. Iozzi però non risparmia critiche alla concessione in essere che «al momento della sottoscrizione non era conforme al quadro normativo vigente». Un dossier quindi, quello di Autostrade, di difficile soluzione proprio in ragione di quanto sottoscritto nel 2008.
Professore, si ha l’impressione che il Cdm abbia scelto una soluzione intermedia ai due estremi (revoca sì, revoca no). È così?
«Sicuramente è una soluzione intermedia. All’interno del governo c’erano posizioni molto diverse. Però erano entrambe sembravano difficilmente praticabili. Da un lato, avevamo quella favorevole alla revoca, che però sarebbe costata una cifra enorme alle casse dello Stato. Dall’altro, c’era una posizione di non revoca della concessione, che però sarebbe stata politicamente difficile da giustificare e avrebbe causato molti problemi interni. Si è scelta metodologicamente la soluzione peggiore: non si ha quasi notizia di uno Stato che si permette di entrare all’interno dell’azionariato dell’impresa, decidendo chi può star dentro e chi può star fuori. Qui c’è stato un vincolo ad personam, alcuni soggetti non possono più essere azionisti: io non ho conoscenza di un precedente di questo tipo».
E sugli altri punti dell’accordo, come ad esempio la riduzione delle tariffe?
«Recentemente c’è stato un provvedimento dell’Autorità  di regolazione dei trasporti che ha risistemato la regolazione tariffaria all’interno del settore autostradale, chiudendo di fatto un processo di riforma aperto più di vent’anni fa. Inizialmente questa procedura sembrava fosse applicabile solo alle nuove convenzioni ma, di recente, è stata applicata anche alle convenzioni in essere. Autostrade si è opposta e una delle clausole di questo accordo sembra essere la rinuncia, da parte di Aspi, a proseguire con l’opposizione. Bene, allora se c’è una rinuncia vuol dire che c’è un sistema di regolazione tariffario ben definito e non si capisce da dove possano venire le riduzioni tariffarie. Tra l’altro la struttura di regolazione tariffaria di Art è fatta molto bene. Da dove potrebbero venire queste ulteriori riduzioni di pedaggi non si capisce…»
Cassa depositi e prestiti ha ricevuto il mandato di avviare, entro il 27 luglio, il percorso che dovrebbe portare all’uscita progressiva dei Benetton. Ma c’è il rischio che i Benetton non accettino queste condizioni? Cosa succederebbe in questo caso?
«Bisognerebbe vedere come è scritto questo accordo. Al momento sembra un accordo dove la parte chiaramente perdente sono i Benetton: sono chiamati a misure compensative di oltre tre miliardi e a uscire dalla proprietà  di Aspi, a rinunciare a tutti i ricorsi in essere in questo momento. Bisognerebbe ben capire quali sono i vincoli, eventualmente, che possono impedire a Benetton di uscire e se ci sono state altre misure compensative. In caso di revoca il rischio di contenzioso con costi notevoli per lo Stato c’è.
C’era una clausola capestro, introdotta nel rinnovo delle convenzioni nel 2008: prevedeva che , in caso di revoca della concessione, il concessionario sarebbe stato compensato di tutti i profitti che non avrebbe fatto nel corso del tempo. E questa sembrava un’idea ragionevole. Se io e lei facciamo un contratto e io cambio idea per qualche motivo, lei si deve tutelare. Il problema è che questa clausola è stata estesa anche nel caso di revoca della convezione per colpa grave, e questa è stata una convenzione sottoscritta tra Anas e Autostrade, con un quadro regolatorio che in quel caso non rispondeva a nessuna delle norme esistenti in precedenza. Tant’è che questa convenzione non è stata approvata da tutti gli organismi che dovevano dare un parere. E per approvare questa convenzione si è dovuta utilizzare direttamente una nuova legge. È stato un caso unico. Ripeto: la convenzione in vigore al momento della sottoscrizione non era conforme al quadro normativo vigente».
Quale sarebbe stata, a suo parere, la soluzione migliore?
«Nel settore autostradale c’è stata una stratificazione di interventi, negli ultimi 20 anni, che lo hanno reso veramente molto poco gestibile. Tra rinnovi delle concessioni senza gara e interventi normativi sul livello delle tariffe assolutamente sconsiderati. A questo punto non so davvero quale potesse essere la soluzione migliore. Una buona soluzione, auspicata fin dalla riforma del 1996, sarebbe stata affidare l’intero processo regolatorio a un organismo responsabile.
Così come abbiamo le autorità  di regolazione per le comunicazioni o l’energia elettrica. Abbiamo una Autorità  di regolazione dei trasporti che però ha competenza solo in materia tariffaria, non su altre cose. L’ente concedente è l’Anas che, diciamo negli ultimi 20 anni, ma forse anche da prima — dal punto di vista della regolazione — ha rappresentato un’esperienza sicuramente non positiva».
L’art.35 del Milleproroghe prevede che in caso di revoca la gestione passi ad Anas. Qualcuno, come il governatore della Liguria Toti, ha fatto osservare che così si passerebbe dalla padella alla brace… Lei cosa ne pensa?
«Prima parlavo dell’esperienza di Anas in materia di regolazione, che è stata sicuramente molto negativa, ma non possiamo certo parlare di esperienza positiva in termini di gestione delle autostrade. Anzi, forse anche in quel caso parliamo di esperienza fortemente negativa. Il settore autostradale in Italia è caratterizzato dalla presenza di alcuni concessionari privati, pochi, e diversi concessionari a controllo pubblico. Già  le società  a controllo pubblico sono, dal punto di vista tecnologico ed economico, chiaramente meno efficienti di quelle private».
Il piano che emerge è quello, in sostanza, di una nazionalizzazione di Autostrade. È la strada giusta secondo lei? Negli ultimi trent’anni le nazionalizzazioni sembravano passate di moda, c’è un’inversione di tendenza?
«Sono convinto che le nazionalizzazioni siano passate di moda nel nostro Paese. La privatizzazione prevede una fiducia nel mercato, con mille correzioni, controlli e vincoli da parte dell’autorità  pubblica. Il nostro è un Paese dove la concorrenza non esiste, non è mai esistita. Anche il processo che stiamo vedendo probabilmente è abbastanza coerente con questo. L’unica soluzione sarebbe stata provare a ripartire da zero, con un settore privato forte, ma anche una autorità  di regolazione altrettanto forte in grado di porre delle regole di comportamento, e di determinazione delle tariffe, a dei gestori privati».
Il range di tempo per il termine del processo dovrebbe essere tra sei mesi e un anno. La convince questa finestra?
«La mia impressione è che per passaggi di pacchetti azionari così grandi, di società  così importanti, sia un tempo un po’ troppo corto. Però è solo una impressione, non sono in grado di darle informazioni più precise».
Nella seconda fase dovrebbe esserci la quotazione in Borsa. Cosa accadrà  a quel punto? Potrebbe entrare un nuovo “socio forte” e prendere, sostanzialmente, il posto dei Benetton?
«Possibile. Certo abbiamo sempre una Cassa Depositi e Prestiti al 51%, dunque un azionista di maggioranza probabilmente non troppo comodo per un investitore privato, che potrebbe aver voglia anche di decidere le politiche aziendali».

(da “Huffingtonpost”)

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