Ottobre 28th, 2020 Riccardo Fucile
“NON SI CAPIRA’ SE LE MISURE ADOTTATE SONO EFFICACI PRIMA DI DIECI GIORNI”
“Non si capirà se le misure sono efficaci prima di dieci giorni e questo è molto
preoccupante”. Massimo Galli non è d’accordo con chi contiene l’allarme.
Le misure prese nell’ultimo dpcm sono per lui una “discreta scommessa” e solo fra poco più di una settimana sarà possibile capire se “l’avremo vinta oppure persa”. Lo dichiara in un’intervista alla Stampa
“Se la curva non si flettesse ci troveremmo in una situazione difficile da gestire, e già ora in diverse regioni non si scherza checchè molti ne dicano. Cosa prevedo? Qualsiasi cosa dica sarebbe una semplice opinione. Solo il lockdown ha funzionato, il resto è sperimentazione e scopriremo solo vivendo come andrà a finire”.
Con queste parole l’infettivologo non vuole suggerire la necessità di un lockdown immediato, ma a suo parere altre misure più incisive andrebbero adottate.
“Sarebbe importante, come auspicato dal penultimo Dpcm, un maggiore contributo locale. Mi sembra per esempio che la situazione di Milano sia peggiore di altre e, senza farsi trascinare dall’emotività , bisognerebbe valutare qualche intervento sui mezzi pubblici”.
Ipotizzando che la curva scenda, Galli ipotizza come si possano tenere bassi bassi i contagi.
“Non ripetendo gli errori estivi, dunque mantenendo molte prudenze e limitando alcune attività . in molti quest’estate hanno alleggerito la gravità della situazione. Le discoteche, per esempio, non andavano aperte. In Italia abbiamo sprecato il sacrificio del lockdown con un’estate sconsiderata, speriamo di non ricascarci. Anche i contatti con l’estero andrebbero vigilati, perchè non siamo un’isola felice separata dal mondo. Sento poi parlare di immunità di gregge, ma senza vaccino è del tutto improbabile”.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2020 Riccardo Fucile
“I PRIMI RISULTATI CI SARANNO SOLO IN ESTATE”
L’arrivo del vaccino entro la fine dell’anno “tecnicamente è ancora possibile, ma è estremamente difficile se non improbabile”.
Così risponde al premier Conte Guido Rasi, direttore esecutivo dell’Ema, l’Agenzia europea del farmaco (con sede ad Amsterdam) che dovrà dare il via libera alla commercializzazione dei vaccini in Europa.
“Le case farmaceutiche”, continua Rasi in un’intervista a La Repubblica, “non ci hanno ancora presentato i dati clinici delle sperimentazioni e praticamente siamo a novembre. Se tutto andrà liscio potremo autorizzare i primi vaccini tra gennaio e febbraio. Ne abbiamo tre che hanno completato o stanno per completare la terza fase della sperimentazione: Moderna, AstraZeneca e Pfizer. Ora devono analizzare i dati e compattarli. Se entro fine novembre ci manderanno informazioni chiare e inequivocabili potremo farcela appunto tra fine gennaio e inizio febbraio. Poi si potrebbe iniziare a vaccinare subito le categorie a rischio”.
Più facile ipotizzare una data “per metà 2021. O meglio: entro l’estate inizieremo ad avere abbastanza vaccinati per vedere gli effetti sulla pandemia”.
Anche se, per rendere immune l’intero continente (la popolazione europea è di 400 milioni) serviranno “500-600 milioni di dosi e averle entro la fine del prossimo anno non sarà possibile”.
Ciò che è certo, secondo Rasi, è che “sicuramente a fine 2021 avremo una vita molto più gestibile, potremmo arrivare a sconfiggere del tutto il Sars-Cov2 con un’immunità di massa oppure le sue mutazioni potrebbero renderlo simile alla normale influenza, con la necessità di preparare un vaccino all’anno”.
Tutto, o quasi, dipende anche dal ruolo della politica: “Anche se oggi non è possibile prevedere quando arriveremo all’immunità di massa, sono certo che sconfiggeremo il virus. Ma la velocità dipende dall’efficienza dei vaccini, dalla bontà dei piani vaccinali dei governi, da quelli per la comunicazione mirata a convincere le persone a vaccinarsi e dal monitoraggio per tarare le strategie vaccinali e aumentarne l’efficacia”.
Guido Rasi è, inoltre, molto critico e scettico nei confronti dei vaccini russi e cinesi: “Se li vorranno commercializzare in Europa dovranno passare dell’Ema e dubito che con le nostre procedure otterranno il via libera prima di quelli già in via di sperimentazione da noi” ed intanto “hanno scelto di distribuire i loro vaccini in aree che non richiedono i nostri requisiti”, conclude il direttore dell’Ema.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2020 Riccardo Fucile
L’ACCORDO SUI PREZZI STA PER ESSERE FIRMATO
Fare un tampone rapido dal medico di famiglia costerà 18 euro se eseguito nello studio del
professionista. Se invece verrà somministrato in una struttura delle asl al medico saranno pagati 12 euro.
Questo è ciò che prevede l’accordo con i sindacati dei medici convocati nel pomeriggio di ieri dalla Sisac (Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati). Il testo, che confluisce nell’Accordo collettivo nazionale stralcio (il contratto di lavoro dei medici convenzionati) ed è attualmente in attesa di sigla, prevede l’obbligatorietà per tutti i medici di medicina generale di eseguire i test rapidi.
Il nodo della trattativa, a quanto si è appreso, è proprio l’obbligatorietà per i medici di base di eseguire i tamponi. I sindacati infatti hanno insistito affinchè l’adesione sia esclusivamente su base volontaria. Vi sarebbero state invece delle modifiche del testo iniziale in relazione agli strumenti per la diagnostica che verranno consegnati dalle Regioni agli studi medici: non sarebbero più a carico dei professionisti la formazione e la manutenzione delle apparecchiature.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2020 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA DEL DIRETTORE DELLA STAMPA: “TANTI SE NE VANNO SENZA UN ULTIMO SALUTO”
“Ho visto persone morire, è stata un’esperienza dura e ho deciso di non nasconderla”. A parlare è Massimo Giannini, direttore del quotidiano La Stampa che, in collegamento durante la trasmissione Otto e mezzo su La7, racconta la sua esperienza col Covid.
Il giornalista è stato ricoverato al Gemelli ed è stato dimesso da pochi giorni: “Mi considero fortunato, voglio testimoniare cosa succede lì dentro perchè c’è bisogno di capire. Ho cercato di capire cosa succede in quei 3 gironi danteschi: nel reparto pulito-sporco sono ricoverati i pazienti un po’ meno gravi, sono chiusi in stanze da cui non possono uscire”, ha detto.
E ancora: “La porta si apre solo quando entrano medici, infermieri e operatori sanitari. Entrano tutti bardati, poi escono e non li rivedi più fino alla volta successiva. Quello che mi ha colpito di più è stato vedere quanti giovani sono ricoverati, quante persone stanno male. Ho visto la procedura di pronazione, io sono stato solo con l’ossigeno e non sono andato oltre per fortuna”.
“Per i pazienti pronati non è sufficiente l’ossigeno: vengono sedati, intubati e per 16 ore vengono ricoverati sul lettino a pancia in sotto, in una posizione guidata da un rianimatore esperto. Per le successive 8 ore vengono collocati supini: 16 ore pronati, 8 supini, 16 pronati, 8 supini… Avanti così per giorni, i polmoni devono distendersi. Se succede, si viene estubati e al risveglio si può dire ‘sono salvo’. Se non succede, i pazienti se ne vanno senza accorgersene, senza nessuno che gli dia l’ultimo saluto”, aggiunge.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2020 Riccardo Fucile
IL “MODELLO LIGURIA” TANTO DECANTATO DA TOTI
La Liguria è piccola e i suoi tristi primati non sono noti in Italia, visto che l’informazione
predilige i numeri grezzi.
Se però i dati dell’epidemia su contagi, ricoveri e decessi fossero valutati sulla base del numero di abitanti si scoprirebbe che la situazione ligure è preoccupante.
Nel capoluogo ligure alle prese con la seconda ondata di Coronavirus è nato il gruppo Facebook Covid-19 Genova — testimonianze, azioni, soluzioni.
Creato il 21 ottobre su iniziativa di alcuni cittadini, in meno di una settimana ha raggiunto mille iscritti e sfornato decine di testimonianze, per lo più agghiaccianti.
Una è quella di Maria Paola Cammarata, che abita a Genova e lavora nella didattica universitaria al Policlinico San Martino. Le abbiamo telefonato per farci raccontare la sua storia.
Il suo compagno un giorno arriva a casa dal lavoro con i brividi, prova la febbre: 38,4. Chiama il medico di famiglia al telefono, lui risponde subito, consiglia la Tachipirina. La febbre va su e giù, trascorre il fine settimana e non si vedono grandi miglioramenti. Il medico di famiglia fa domanda per il tampone e manda il codice della richiesta a Maria Paola, dicendole che sarebbe stata contattata dalla Azienda sanitaria locale e che avrebbero fatto poi il tampone anche a lei, per il tracciamento. Siamo al 13 ottobre.
Non si sente nessuno. La sera del 14 la febbre non c’è, ma il compagno di Maria Paola ha una crisi respiratoria: gli manca l’aria, chiamano l’ambulanza. L’ambulanza arriva nel giro di dieci minuti, alle 20.30 circa.
“Abitiamo in Valpolcevera — dice Maria Paola — quindi in tempi normali il mio compagno sarebbe stato portato a Villa Scassi” (l’ospedale di Genova Sampierdarena, ndr). Forse però l’ospedale era già in affanno e il malato viene portato al Galliera.
Aspetta diverse ore sull’ambulanza, in coda davanti al Pronto soccorso: l’ultima telefonata di quella sera a Maria Paola risale all’una di notte, e ancora non è riuscito a entrare. Il giorno dopo le dirà di esser entrato nel Pronto soccorso alle due del mattino. Gli fanno subito il tampone e la Tac, ma in reparto non c’è posto: passa la notte su una barella, con la maschera ad ossigeno.
Trascorre poi un altro giorno in Pronto soccorso ma in un’altra sala, su un letto un po’ più comodo della barella.
A Maria Paola dall’ospedale dicono che è in attesa di esser trasferito in reparto ma non c’è posto e manca il personale: ci sono solo due infermieri. Lei al telefono chiede che almeno gli venga svuotato il pappagallo, fa un po’ la voce grossa. Svuotano il pappagallo e lo portano nel reparto di Malattie Infettive, dove lo mettono sotto caschetto (il Cpap).
La situazione è delicata, Maria Paola lo sa: lavora da sempre a contatto con i rianimatori ed è consapevole che non ti mettono il caschetto se la tua situazione non è seria. “In tempi normali — mi dice — se stai così ti mettono in subintensiva”.
Fortunatamente il compagno di Maria Paola ha un fisico robusto, non è un fumatore, ha 55 anni e alle spalle una vita sana. Piano piano si sente meglio, e in ospedale servono letti: le dicono quindi che lo dimetteranno e la Asl lo seguirà da casa, perchè la terapia al cortisone ha fatto schizzare la glicemia.
Ma siccome il tampone è ancora debolmente positivo le raccomandano di stare attenta e usare bagni separati. Lei per fortuna ha la disponibilità di una casa vicino a quella dove abita.
Maria Paola nel frattempo non è mai stata contattata dalla Asl per fare il tampone: si è messa in autoisolamento da sola e appena potrà uscire ha già prenotato, privatamente, un test sierologico. Una strada che a Genova stanno percorrendo in molti, ma ormai anche i laboratori privati sono oberati e quindi per avere un tampone, anche se paghi, aspetti parecchio.
Il colpo di scena arriva il 26 ottobre: la Asl 3 chiama Maria Paola e le chiede se il suo compagno è in casa. Lei risponde che non c’è perchè è ricoverato per Covid-19 dal 15 ottobre. La Asl evidentemente non lo sapeva.
“La cosa veramente grave — mi dice Maria Paola — è che il mio medico di famiglia ha inoltrato la richiesta il 13 ottobre, scrivendo che il paziente era sintomatico. E la telefonata è arrivata dopo due settimane! Non mi lamento del medico di famiglia nè dell’ospedale, che ha fatto quel che ha potuto: sono stati anche gentili sia con me sia con lui. Però l’organizzazione non c’è stata”.
“Sono arrabbiata più che altro perchè il messaggio politico che viene passato ai cittadini non corrisponde al vero: vogliono far passare i liguri per degli stupidi terrorizzati che senza aver nulla vanno al pronto soccorso, ma non è così”, prosegue. “La verità è che le persone sono abbandonate a casa come nella scorsa primavera, ma stavolta il tempo per organizzarsi c’era: perchè non è stato fatto? Dove sono i protocolli per le cure domiciliari di cui parla la Regione? Siamo come in primavera, anzi peggio: perchè in primavera non conoscevo nessun positivo al Covid, ora ciascuno di noi conosce diverse persone contagiate. E nei Pronto soccorso genovesi ci sono pochissimi codici verdi, son quasi tutti gialli o rossi. Si vede dal sito”.
“Le persone non sono terrorizzate, sono arrabbiate”, fa notare Maria Paola. “Se si va al Pronto soccorso è perchè, in attesa del tampone, magari ci si aggrava e si va in crisi respiratoria e allora si chiama il 112 e ti portano lì, come è capitato al mio compagno. E arrivarci, come hanno detto, solo se si ha una crisi respiratoria, vuol dire arrivarci male, perchè in desaturazione. Infatti il mio compagno è finito sotto caschetto. Se dopo 13 giorni un sintomatico non è ancora stato contattato per il tampone, che cura domiciliare possono ricevere le persone? Neanche una telefonata viene fatta dalla Asl ai sintomatici, per monitorare la situazione. Altro che tracciamenti dei contatti stretti dei positivi”.
Abbiamo provato a sentire l’ufficio stampa della Asl 3 genovese in merito: dapprima ci ha risposto una gentile signora che però è passata all’Ufficio relazioni col pubblico e ci ha fornito altri numeri da chiamare.
Uno è sempre occupato, all’altro ci ha risposto — sempre gentilmente — un addetto che però si occupa delle pratiche, che ci ha detto che il momento è piuttosto intenso e ci ha fatti ritornare al secondo numero, che però è alternativamente occupato oppure squilla a vuoto.
(da TPI)
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Ottobre 28th, 2020 Riccardo Fucile
“NON LO ABBIAMO INVITATO”… IL SOLITO SCIACALLAGGIO SULLA PELLE DEGLI ITALIANI
Tra tovaglie stese sui sampietrini, bicchieri di cristallo e piatti di porcellana irrompe in piazza del Pantheon Matteo Salvini. E tra i ristoratori che in questa mattinata di sole si sono dati appuntamento per la protesta “Siamo a terra” organizzata dalle Fipe Confcommercio, a Roma come in altre 20 città¡ italiane, si alzano grida di dissenso e tanti “booo”.
“Doveva essere una manifestazione senza che nessuno ci mettesse sopra il cappello”, dice il presidente di Fipe Roma Sergio Paolantoni “Non lo abbiamo invitato certo noi”.
Il leader della Lega ruba la scena: collegamenti con le tv, capannello di giornalisti, i soliti disturbatori che impallano le telecamere. “Non fate assembramenti” dicono alcuni addetti della sicurezza”. Ma pochi a questo punto danno retta. E c’è chi si è piazzato accanto a Salvini per ascoltare cosa dice. Ed è senza mascherina. All’invito di indossarla, risponde: “Ancora con questa storia del covid? È tutto un complotto”.
(da Fanpage)
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Ottobre 28th, 2020 Riccardo Fucile
RINTRACCIATO PERCHE’ AVEVA INTELLIGENTEMENTE PUBBLICATO LE FOTO
La storia delle vetrine spaccate di Gucci durante gli scontri di Torino ha uno spinoff: uno
dei ragazzi che ha preso la merce dal negozio saccheggiato ha appena 18 anni.
Ha restituito le borse che aveva rubato ed è stato trovato perchè aveva pubblicato sui social le foto della “refurtiva”.
Racconta Repubblica Torino
«Non ero mai andato a una manifestazione, ma ero curioso di vedere come fosse… e ho fatto una cavolata». Diciott’anni e nessun precedente penale, casa nel quartiere Campidoglio, il ragazzo ieri in questura ha ammesso di aver preso due borse di Gucci dalla vetrina saccheggiata. Perchè? «Sono stato preso dall’adrenalina», ha confessato ai poliziotti. «E le ha già restituite – precisa l’avvocata Deborah Abate Zaro – Non ha partecipato all’assalto, ma ha solo preso le borse che erano lì, tanto che è stato denunciato a piede libero per furto».
A lui gli investigatori sono arrivati attraverso i social perchè dopo aver preso le costosissime borse il giovane le ha fotografate e ha condiviso l’immagine con gli amici. E le foto hanno iniziato a girare, ben più di quanto lui stesso non avesse creduto. Il giovane ha raccontato di aver saputo della manifestazione attraverso i post che circolavano sui social network, che non lanciavano l’iniziativa come una manifestazione di commercinti, ma anzi sottolineavano nella locandina la protesta contro il lockdown e contro le chiusure
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2020 Riccardo Fucile
PER GLI SCONTRI DENUNCIATE 28 PERSONE, DI 13 SONO MINORENNI
Milano, 26 ottobre. Sera. Un ragazzo, giubbotto blu e occhiale da sole nonostante l’autunno, sta riprendendo la folla in marcia verso il Palazzo della Regione per la protesta sulle restrizioni nell’emergenza Coronavirus. È una diretta, su Instagram. «Guardate, guardate. Tutte le attività …». Un colpo secco. Lo schermo diventa nero. Si sente qualcuno urlare, sempre più forte: «Via il telefono, via il telefono!».
Quello che i follower attaccati alla diretta non vedono sono altri due ragazzi, giovanissimi. Uno con una spranga in mano, l’altro con un cono stradale. Hanno spinto il ragazzo che stava trasmettendo le immagini al muro e mentre le fiumana scorre accanto a loro gli fanno capire che non è il caso di fare foto.
Nessuna furia iconoclasta. Dopo le manifestazioni violente spesso gli inquirenti cercano di identificare i partecipanti attraverso i video e le foto pubblicati sui social. Basta poco. Un tatuaggio, una felpa già usata in un’altra occasione o qualsiasi altro dettaglio che sfugga al dress-code total black dei professionisti degli scontri.
Antonino Altomonte, il ragazzo che è stato attaccato alle spalle per la sua diretta Instagram, tutto questo non lo sapeva. E non sapeva nulla nemmeno del corteo: si era unito credendo fosse una marcia di persone che avevano perso il lavoro dopo l’ultimo Dpcm. Esattamente come questa manifestazione è stata venduta.
«Non me l’aspettavo. Sono arrivati da dietro»
Antonino è un ballerino. Ha 24 anni e un buon seguito sui social, dove di solito pubblica foto e video mentre prova delle coreografie. Lavora molto con gli eventi e con progetti legati ai bambini e alle scuole. Tutte cose difficili da portare avanti con le nuove restrizioni. Per questo, quando ha sentito che era stata organizzata una manifestazione per protestare contro le ultime scelte del Governo, ha pensato di unirsi: «Ero con una mia amica, una vecchia conoscenza delle scuole elementari. Abbiamo saputo del corteo quasi per caso, all’inizio sembrava una marcia pacifica poi si è evoluta in qualcosa di completamente diverso».
Quando lo hanno minacciato, Antonino, spalle larghe e muscoli che escono dalla maglietta, non si è scomposto: «Non me l’aspettavo. Sono arrivati da dietro ma non mi sono spaventato troppo. Ero più preoccupato di trovare il telefono. Poi ho incontrato un po’ di ragazzi che mi hanno dato una mano». Quando gli scontri sono degenerati si è staccato dal corteo. È rimasto a distanza a vedere cosa stava succedendo: «Non sono d’accordo con quello che è stato deciso dal Governo. Dobbiamo farci sentire ma questo non è il modo giusto»
Voi chi?
Per quella manifestazione a Milano sono state denunciate 28 persone. Due sono state fermate la sera stessa. Quando il corteo è arrivato davanti al Palazzo della Regione sono arrivati anche gli scontri più duri con i reparti mobili della Polizia di Stato. Petardi, sassi e lacrimogeni. Dalle prime indagini sembra che molti dei ragazzi coinvolti siano minorenni. Alcuni provengono dagli ambienti di estrema destra, altri dalle curve di Inter e Milan. Nulla a che fare professionisti che hanno perso il lavoro durante la pandemia.
Che ci fosse qualcosa di poco spontaneo era chiaro già dai primi passi della manifestazione. Da quando, prima delle 21, una folla di ragazzi vestiti di nero ha cominciato ad occupare corso Buenos Aires. Dal fondo del corteo l’organizzazione era ancora più evidente. Mentre alcuni manifestanti scaraventavano a terra le fioriere e i tavoli disposti lungo la strada, altri cercavano di risistemare i danni a bar e negozi. «Siamo con i commercianti», ricorda urlando una ragazza. Anche se dietro quel «noi» non si capisce chi ci sia. «Non so nulla, passavo di qui», ci spiega mentre con un’amica alza un motorino da terra.
Il grosso del corteo si è sciolto dopo l’arrivo a Palazzo Regione. Quando il fumo dei lacrimogeni ha investito la folla, chi si era trovato lì per caso ha capito che era il momento giusto per andarsene. C’è però chi è rimasto fino alla fine, anche quando i reparti della Celere hanno cominciato a muoversi. «Facciamo quadrato e muoviamoci contro di loro», urlava un ragazzo. «Non scappate! Ricordiamoci chi siamo». Esatto. Chi siete?
(da Open)
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Ottobre 28th, 2020 Riccardo Fucile
LA SOLITA FARSA, CHI TIRA LE FILA ?
Sono almeno sedici le persone fermate e identificate dalle forze dell’ordine a seguito degli
scontri che ieri sera hanno trasformato la manifestazione delle Partite Iva in Piazza del Popolo in una vera e propria guerriglia urbana.
Tra queste la maggior parte erano ultras della Lazio e militanti di estrema destra come Forza Nuova, che si sono intrufolati tra i manifestanti, facendo degenerare la situazione in strada con azioni violente, come lanci di petardi, sampietrini, bottiglie di vetro e bombe carta.
È il bilancio di una serata movimentata, momenti di paura che hanno fatto barricare in casa i residenti. Le forze dell’ordine hanno cercato di arginare la situazione con decine di agenti in assetto antisommossa, con cariche e utilizzando mezzi dotati di idranti, per disperdere la folla.
Le azioni sono poi continuate nelle vie limitrofe, coinvolgendo il centro storico fino a Ponte Regina Margherita e in via Cola di Rienzo, nel quartiere Prati, dove diversi cassonetti sono stati dati alle fiamme e danneggiate diverse auto di servizio delle forze dell’ordine, mentre la Polizia ha lanciato lacrimogeni.
(da agenzie)
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