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EFFICIENZA LEGHISTA: LOMBARDIA PRIMA PER DOSI CONSEGNATE, ULTIMA PER QUELLE SOMMINISTRATE

Gennaio 11th, 2021 Riccardo Fucile

PERCHE’ IL PIANO VACCINALE LOMBARDO VA SEMPRE PEGGIO

Oggi penultima nella classifica nazionale, la Lombardia peggiora rispetto ai primi di gennaio, quando la situazione nazionale era più critica. Per recuperare il gap, occorrono il doppio delle somministrazioni giornaliere attuali in una settimana
La campagna vaccinale italiana è cominciata come ormai ben noto il 27 dicembre scorso. Quel giorno la regione più colpita in assoluto dall’epidemia di Covid-19 inaugurava la distribuzione delle dosi Pfizer con una solenne cerimonia al Niguarda di Milano.
Il presidente Fontana e l’ormai ex assessore al Welfare Gallera, oltre a celebrare il momento, invitavano a non lasciarsi andare ai facili entusiasmi, «perchè il virus non è ancora sconfitto».
Ma alla luce di quanto successo poco dopo, forse la cautela agli entusiasmi predicata dai due sarebbe stata utile per ben altri motivi. Dopo appena 6 giorni da quell’inizio, la Lombardia ha cominciato a fare presenza fissa nei posti più bassi della classifica regionale delle somministrazioni.
Al 3 gennaio, solo davanti a Molise (1,3%) e Sardegna (2,3%), la regione amministrata da Fontana registrava il 3% di dosi iniettate sul numero totale disponibile.
Per intendersi, solo 2.416 iniezioni fatte su una fornitura arrivata di 80.595 dosi.
Da allora i furgoni di Pfizer hanno continuato a consegnare altra fornitura, l’Italia ha raggiunto il primo posto in Europa per dosi somministrate e la Lombardia ha potuto ricevere la più alta quantità  di fiale in assoluto rispetto a tutte le altre Regioni. Per un numero che attualmente ammonta a 153.720 dosi totali.
Nonostante l’arrivo di ulteriori lotti e l’aumento di prime vaccinazioni a livello nazionale, la questione in Regione è cambiata di poco.
Prima in classifica per quantità  di vaccini ricevuti, ultima per somministrazioni effettuate: nonostante l’aumento di iniezioni giornaliere, poco più 12 mila rispetto alle 6 mila di una settimana fa, i dati del governo aggiornati al 10 gennaio, pongono la Lombardia al penultimo posto della classifica nazionale con il 38% di dosi somministrate, al di sopra soltanto della Provincia autonoma di Bolzano (34,8%).
Addirittura un peggioramento quindi rispetto alla situazione del 3 gennaio, quando il territorio lombardo si era guadagnato due posizioni più in alto, trovandosi quartultimo.
Una batosta non indifferente per un sistema sanitario da sempre considerato fiore all’occhiello del Paese e che Covid-19 sembra aver travolto in pieno.
Le ragioni della completa dèbà¢cle sembrano dunque essere più strutturali che legate alla pur impegnativa distribuzione delle forniture anti Covid. Purtroppo non una novità  visti anche i segnali di ottobre, quando il sistema regionale si era trovato alle prese con una totale assenza di vaccino anti-influenzale.
Arretrato troppo grande: per recuperare serve il doppio delle iniezioni
Una delle zavorre di cui il piano vaccinale lombardo non riesce a liberarsi è quella di un calendario iniziale sconclusionato. La percentuale bassissima del 3% dopo solo una settimana di campagna, di fatto aveva avuto giustificazioni che alla luce di un’emergenza epidemica così grande risultano tuttora improbabili.
«Il punto è che secondo la programmazione originaria della Direzione Generale Welfare la vaccinazione del personale delle Asst, Irccs, Spedalità  privata e Rsa partirà  soltanto da lunedì 4 gennaio».
L’ex assessore Gallera aveva risposto così alle polemiche sui ritardi. Tutto sotto controllo quindi, solo una semplice questione di calendario. Ma la domanda ulteriore del perchè un inizio datato solo al 4 di gennaio, ha avuto risposta ancora più sorprendente: «Iniziamo il 4 perchè i medici sono in vacanza, e non li richiamerò in servizio per un vaccino nei giorni di festa».
Al di là  delle conseguenze politiche che questa frase ha portato all’ex assessore Gallera, l’accusa ai medici in vacanza è risultata a molti piuttosto pretestuosa, nascondendo una più grave incapacità  programmatica da parte dell’amministrazione regionale.
Nonostante gli attuali 65 hub previsti in tutta la Lombardia e un ritmo giornaliero accelerato, i conti per raggiungere entro febbraio 340mila vaccinati si fanno difficili. Il ritmo giornaliero è basso e le lamentele sull’assenza di personale ospedaliero non si placano.
Ma quante dosi sarebbero necessarie per recuperare il grave gap? Proprio oggi 11 gennaio Pfizer dovrebbe consegnare l’ulteriore fornitura di 83 vassoi di vaccino. Ogni vassoio contiene 195 fiale, ogni fiala a sua volta garantisce 6 dosi in tutto. Il numero complessivo della fornitura in arrivo ammonta dunque a 97.110 dosi. A queste sono da aggiungere altre 95.266 dosi arretrate dagli inizi della campagna.
Per far sì che la Lombardia arrivi a fine settimana, e quindi alla vigilia di una nuova fornitura prevista per il 18 di gennaio, nelle stesse condizioni dichiarate dalla Campania, e cioè con tutte le dosi a disposizione terminate, il ritmo da dover garantire è quello di circa 27 mila somministrazioni al giorno. Più del doppio rispetto a quelle attuali, riuscendo così a ripartire per il 18 di gennaio in conto pari.
Estendendo il calcolo ad un arco temporale più lungo, fino cioè alla fine del mese, considerate le ulteriori forniture previste al 18 di gennaio (83 vassoi) e al 25 (98 vassoi), il ritmo da garantire a partire da oggi fino al 31 del mese, dovrebbe essere di circa 20 mila somministrazioni al giorno. Il calcolo potrà  essere aiutato dall’ulteriore arrivo, previsto in Italia entro domani 12 gennaio, delle 47 mila prime dosi di Moderna, con la relativa ripartizione tra Regioni ancora da conoscere nella specifica quantità .
Le Rsa adesso rallentano la corsa
La linea programmatica della Regione, su cui il nuovo assessore al Welfare Letizia Moratti insieme a tutta la giunta dovrà  ora fare miracoli, ha continuato a presentare grosse lacune anche dopo i primissimi atti della campagna.
Risale difatti soltanto al 7 gennaio la richiesta da parte di Ats Milano alle Rsa della regione sulla messa a disposizione delle strutture per le vaccinazioni. Solo 11 giorni dopo il Vaccine Day, l’Azienda socio sanitaria territoriale ha aperto un primo dialogo con le Residenze sanitarie assistenziali, ignara fino a 4 giorni fa di quali e quante avrebbero dichiarato piena autonomia da ospedali e Usca. L’ eccezione finora è risultata soltanto il Pio Albergo Trivulzio, dove si prevede di concludere la fase oggi 11 gennaio.
Secondo i dati aggiornati del Ministero della Salute, alle 21.00 del 10 di gennaio il numero complessivo di vaccinati (per la prima dose) tra gli ospiti delle Residenze sono 1.504.
Una cifra ben più bassa rispetto a quella registrata nella Regione attualmente al primo posto della classifica: in Veneto sono 8.982.
Lo scenario a rischio del secondo richiamo
«Dalle prossime forniture inizieremo ad accantonare i vaccini. Non li faremo subito perchè ci serviranno per i richiami». Dal suo primo posto in classifica per maggior numero di somministrazioni in tutta Italia, il presidente del Veneto Zaia ora guarda anche oltre la prima dose. «Fino ad oggi abbiamo fatto una scelta, secondo me giusta, che è quella di quantomeno dare un minimo di copertura anticorpale a chiunque potevamo vaccinare», ha continuato, sottolineando come per i prossimi arrivi la strategia sarà  quella di accantonare parte delle dosi a ridosso delle date del secondo richiamo, fondamentale per ottenere la definitiva immunità  al virus.
E la Lombardia? Le dosi attualmente in eccesso dovranno servire a recuperare i più di 95 mila soggetti fragili che non hanno ricevuto neanche la prima somministrazione. Va da sè che mettere da parte fiale già  dalle prossime forniture risulterebbe piuttosto complicato. Un aspetto tutto tranne che secondario, considerata l’importanza della doppia dose per un’immunità  di gregge da raggiungere al più presto.

(da Open)

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L’IRA DEI LEGHISTI DI BERGAMO: “NIENTE PIU’ TURISTI, COLPA DI CHI CI CHIAMA “LA WUHAN D’ITALIA”

Gennaio 11th, 2021 Riccardo Fucile

MA SI DIMENTICANO CHE A DEFINIRLA COSI’ FURONO LORO IN PARLAMENTO

Se fosse un film (comico) si intitolerebbe “La Lega e la Wuhan d’Italia”. Invece è la storia di una gaffe.
Una gaffe che si compie attraverso una interrogazione presentata in consiglio comunale nel capoluogo della provincia più colpita dal coronavirus in Europa: Bergamo. Succede questo: sul delicato tema Covid – delicatissimo, trattandosi, appunto, della città  orobica – il partito di Matteo Salvini riesce a smentire se stesso.
È il 4 gennaio. I consiglieri di “Lega – Salvini premier” a Palazzo Frizzoni – sede del Comune – presentano un’interrogazione a risposta scritta: l’oggetto è un articolo di Repubblica (pubblicato il giorno stesso) sui ritardi della campagna vaccinale a Bergamo: la “Wuhan d’Italia” come recita il titolo (“Dopo il V-day niente. La campagna fantasma della Wuhan d’Italia”).
Ed è proprio la definizione “Wuhan d’Italia” a fare infuriare il gruppo leghista che si rivolge dunque all’amministrazione guidata dal sindaco Giorgio Gori.
La richiesta: agire contro Repubblica prendendo provvedimenti contro la “campagna diffamatoria” di cui, stando ai firmatari del documento, l’articolo si sarebbe fatto portatore. Contro Bergamo.
Perchè – si legge nel testo – “etichettarla come Wuhan appare quanto mai sconveniente soprattutto per la promozione del turismo, il quale recepisce e raffigura Bergamo come una città  contaminata e infetta”.
Insomma: la tesi è che se i turisti vengono di meno a Bergamo dopo la prima, drammatica ondata di Covid 19 (che in provincia ha provocato migliaia di morti: 6.500 in 10 mesi secondo i dati ufficiali, almeno 10mila secondo altre stime condivise da amministratori locali, ndr) per la Lega la colpa non sarebbe del virus ma di Repubblica. Tuttavia, va ricordato che a definire Bergamo la “Wuhan d’Italia” fu proprio la stessa Lega. In Parlamento.
Per voce del deputato bergamasco Daniele Belotti. Il 25 marzo intervenne a Montecitorio descrivendo così, la voce rotta dalla commozione, la sua città : “La mia Bergamo è diventata Wuhan. Siamo segnati per sempre”, disse Belotti.
Ultrà  atalantino coinvolto in un’inchiesta sul tifo violento (fu poi prosciolto), ex assessore regionale lombardo e già  segretario provinciale della Lega, un tempo bossiano e indipendentista, poi salviniano. Speaker storico di Pontida.
Nel giorno in cui i consiglieri bergamaschi – primo firmatario Stefano Rovetta – presentano l’interrogazione a Palazzo Frizzoni per chiedere a Gori di prendere una posizione contro Repubblica Belotti rincara la dose con un post su Fb, dove si unisce alla richiesta di provvedimenti avanzata dai colleghi di partito: “Una città  che vive tanto di turismo e che sta cercando a fatica di ripartire, su Repubblica viene definita ancora la Wuhan d’Italia”.
Poi, rivolto al sindaco Gori, la critica più strumentale: “È inutile spendere per riportare i visitatori se poi qualche giornale politicamente a te affine ridipinge la città  appestata”. Ma lo stesso Gori ha preso le difese di Repubblica dichiarando che “accostare Bergamo e Wuhan non rappresenta una diffamazione, quanto un’osservazione sostenuta da elementi di oggettività . Entrambe le città  hanno infatti eccezionalmente sofferto a causa della pandemia di Coronavirus: Wuhan più di ogni altra città  della Cina in occasione della prima manifestazione del virus, nello scorso mese di gennaio; Bergamo durante i mesi di marzo e aprile, allorchè proprio la nostra città  si è trovata ad essere la più colpita del continente europeo. Il parallelo Wuhan-Bergamo – spiega Gori – si è così frequentemente ritrovato nelle cronache giornalistiche e nei commenti degli osservatori. Da qui anzi è nata una corrispondenza con il sindaco di Wuhan, favorita dal ministero degli Esteri, con la reciproca promessa di costruire — superando la tragedia della pandemia — una relazione di amicizia e di collaborazione tra le due città .   Da qui ritengo possano nascere opportunità  anche di carattere economico, sia per le nostre imprese, sia in vista di possibili flussi turistici: con ciò favorendo — e non già  ostacolando — la necessaria ripresa economica del nostro territorio”.
Da notare: tra i consiglieri firmatari ci sono Alberto Ribolla (anche parlamentare) e il già  citato Rovetta.
I quali, insieme a Serena Fassi, segretario cittadino della Lega, la sera del 5 novembre scorso erano in piazza davanti a palazzo Frizzoni a manifestare (presidio non autorizzato) insieme a centinaia di cittadini (molti militanti leghisti, commercianti, baristi, ristoratori) contro Gori per il nuovo lockdown – deciso per altro dal governo. La protesta continuò poi con un corteo non autorizzato culminato con un assedio sotto l’abitazione del sindaco. Cori, torce, striscioni (alcuni video e messaggi della protesta secondo Gori furono ripostati e rilanciati dai consiglieri leghisti): tra i manifestanti, anche una cinquantina di militanti e simpatizzanti neofascisti (CasaPound).
Su quella brutta serata la procura di Bergamo ha aperto un fascicolo: decine di indagati, tra i quali l’avvocato Marco Saita, dichiarate simpatie di estrema destra, legale di fiducia dello stesso Belotti.

(da “La Repubblica”)

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“IL VACCINO RENDE LIBERI”: IL VERGOGNOSO FOTOMONTAGGIO DEL CONSIGLIERE COMUNALE DI FROSINONE, EX FDI

Gennaio 11th, 2021 Riccardo Fucile

IL FOTOMONTAGGIO SOSTITUISCE LE PAROLE ALL’INGRESSO DEL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI AUSCHWITZ

Marco Ferrara, consigliere comunale per la lista civica “Lista per Frosinone” ed ex Fdi, ha pubblicato su Facebook, nel gruppo pubblico “Arena politica della provincia di Frosinone”, di cui è anche amministratore, un fotomontaggio che sostituisce alle parole che sovrastavano il campo di concentramento di Auschwitz la scritta “il vaccino rende liberi”:
Francesca Paci, su La Stampa, racconta che il consigliere ha cancellato tutto “per evitare strumentalizzazioni”:
A corrente alternata torna a galla dal buio dell’incoscienza l’infame scritta che accoglieva i deportati a Auschwitz, «Arbeit macht frei».
Stavolta l’ha rispolverata in chiave no-vax il consigliere comunale Marco Ferrara, ex Fratelli d’Italia eletto con la Lista civica per Frosinone, che, salvo cassare poi il suo post «per evitare strumentalizzazioni», ha affidato a Facebook il raggelante fotomontaggio con l’ingresso del campo di sterminio e sopra, zac, «Il vaccino rende liberi». Poi uno dice la censura.
Chissà  come mai a evitare di pubblicare un fotomontaggio del genere invece di pubblicarlo dopo questi espertoni delle strumentalizzazioni altrui non ci pensano mai

(da agenzie)

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MA ANCORA CREDETE A LIBERO?

Gennaio 11th, 2021 Riccardo Fucile

ENNESIMA BUFALA NELL’EDIZIONE ON LINE: ARCURI NON HA PER NULLA SMENTITO SPERANZA… SOLO CHI E’ IN MALAFEDE TAGLIA UNA PARTE DELLA DICHIARAZIONE

Libero Quotidiano, come accade troppo spesso per una testata regolarmente registrata (come da prassi) presso un tribunale, continua a distinguersi per la quantità  di bufale che diffonde attraverso la sua edizione online (e, a dire il vero, anche sul cartaceo non è che le cose vadano meglio).
L’ultima notizia — una fake news — finita sotto la lente d’ingrandimento è quella in cui si sostiene: Arcuri smentisce Speranza sul numero di vaccini entro il mese di marzo.
Tutto è frutto di informazioni parziali perchè quanto dichiarato domenica dal commissario a Lucia Annunziata è esattamente la stessa cosa detta dal Ministro della Salute il 28 dicembre.
Questo è il titolo della notizia apparsa oggi sull’edizione online di Libero quotidiano: “Arcuri smentisce Speranza sui vaccini”
Il tutto parte dall’intervista del commissario Domenico Arcuri rilasciata domenica pomeriggio a Lucia Annunziata. E il punto della questione è riassunto in un video pubblicato proprio dal profilo Twitter di Mezz’ora in più
Secondo il giornalista di Libero che ha redatto questo articolo, dunque, Arcuri smentisce Speranza che il 28 dicembre, in un’intervista a La Stampa, aveva parlato di 13 milioni di vaccinazioni entro la fine di marzo.
Ma è veramente così? Assolutamente no.
Come spiega NextQuotidiano, infatti, il Ministro della Salute aveva detto cose ben diverse in quell’intervista nel giorno successivo al VaxDay: «Se arriva subito al traguardo anche AstraZeneca, entro il primo trimestre si aggiungeranno altri 16 milioni di dosi, che corrispondono ad altre 8 milioni di persone vaccinate. Risultato finale: noi già  dal primo aprile potremmo avere 13 milioni di vaccinati, e così avremmo già  raggiunto la Fase Uno, cioè quella che ci consente di avere il primo impatto epidemiologico».
Eppure lo scrivono lo stesso
Insomma, mettendo a confronto le due dichiarazioni non si legge da nessuna parte che Arcuri smentisce Speranza. Anzi, i dati combaciano. Il discorso del Ministro della Salute (quindi i 13 milioni di vaccinati entro fine marzo) tenevano contro dell’arrivo del vaccino di AstraZeneca.
Questo prodotto, però, non ha ancora ricevuto l’autorizzazione da parte dell’Ema. Il discorso del commissario straordinario, invece, fa riferimento solamente al vaccino Pfizer-BioNTech.
Quindi l’impianto accusatorio di Libero è del tutto fuori target. Bastava solo fare una rapida ricerca su Google. E invece non lo fanno. Non lo fanno.

(da agenzie)

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LA CACCIA MEDIATICA ALLA NUOVA “PAZIENTE 1” ITALIANA NON SERVE A NULLA

Gennaio 11th, 2021 Riccardo Fucile

SCOPERTA UTILE AI FINI SCIENTIFICI MA NON CERTO DEFINITIVA

C’è uno studio che è reale, ma che viene ripreso dai media italiani con un’enfasi che ha poco senso.
Si tratta della nuova scoperta: la nuova paziente 1 italiana è una donna milanese che, già  nella prima decade di novembre, presentava uno dei sintomi. Tutto ciò è emerso da alcune analisi che hanno rilevato la presenza del virus sulla 25enne, ma la caccia mediatica al titolone da prima pagina è del tutto fuori luogo. Proviamo a spiegare il perchè
Partiamo da un fatto incontrovertibile: la studio citato da Ansa (ma anche da moltissime altre testate che hanno raccontato la vicenda della nuova paziente 1 italiana) è reale e ha tutti i crismi scientifici.
È stato condotto, infatti, da un gruppo di ricercatori (guidato da Raffaele Gianotti) dell’Università  Statale di Milano. I risultati dello studio sono stati pubblicati British Journal of dermatology.
Perchè su questa rivista che tratta temi specifici legati alla dermatologia?
Perchè tracce di Coronavirus sono stati ritrovati su una donna di 25 anni all’inizio di novembre. La giovane era stata sottoposta a una biopsia cutanea per una ‘dermatosi atipica’ (sindrome che colpisce un numero relativamente basso di pazienti positivi al Sars-CoV-2).
Tutto vero, dunque. Ma molto parziale.
Perchè, come annunciato dallo stesso Gianotti all’Ansa, probabilmente si potrà  risalire a contagi anche più indietro con il tempo e, nei prossimi mesi, saranno pubblicati ulteriori risultati per cercare di individuare le prime fonti del virus anche nei mesi precedenti.
Ma qui subentra un altro aspetto che difficilmente porterà  a una quadra in questa ricerca del paziente 1 italiano
Cosa dovrebbe esser fatto, ma non può esser fatto
Tutti questi studi, che seguono determinati crismi scientifici, si basano su sintomi riconosciuti o riconoscibili. La nuova paziente 1 italiana viene definita così dopo mesi di ricerche, ma occorre sottolineare un aspetto che — a quasi un anno dall’inizio dell’emergenza sanitaria — viene troppo spesso sottovalutato.
Nessuno studio è riuscito a dimostrare se il possibile paziente 1 sia stato un asintomatico: insomma, una persona che non ha prodotto sintomi e per questo difficilmente sarà  individuato.
Perchè la rilevazione potrebbe avvenire solamente con test sierologici a tappeto. Anzi, poteva. Perchè, come confermato dalle evidenze scientifiche di pubblico dominio, gli anticorpi al Sars-CoV-2 non hanno una durata illimitata nel tempo. E ora, a quasi un anno dall’inizio dell’emergenza (quella palesata), un eventuale portatore asintomatico del virus non potrà  più essere individuato.
Insomma, questa spasmodica corsa al titolo a effetto è del tutto fuori luogo.

(da Giornalettismo)

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SOMMERSO DI CRITICHE E INSULTI, TRUMP CEDE: BANDIERE A LUTTO PER L’AGENTE UCCISO A CAPITOL HILL

Gennaio 11th, 2021 Riccardo Fucile

PER TRE GIORNI SI ERA OPPOSTO A UN ATTO DI OMAGGIO CHE AVREBBE DOVUTO ESSERE POSTO IN ESSERE DA SUBITO

Dopo aver suscitato l’indignazione del Paese e anche di tanti suoi sostenitori repubblicani il presidente americano Donald Trump ha firmato un provvedimento con cui ha ordinato che le bandiere americane vengano fatte sventolare a mezz’asta su tutti gli edifici federali in segno di lutto per la morte degli ufficiali di polizia Brian D. Sicknick e Howard Liebengood, deceduti dopo l’assalto al Campidoglio da parte di una folla inferocita di sostenitori di Trump. Le bandiere al Campidoglio erano a mezz’asta da giorni.
Trump era stato bersagliato dalle critiche di esponenti delle due parti per non aver preso questo provvedimento giovedì, dopo la morte dell’agente Sicknick a seguito delle ferite riportate durante l’assedio. Era stata la Speaker della Camera Nancy Pelosi a diramare l’ordine per le bandiere di Capitol Hill il giorno stesso della morte dell’agente.
Ieri, dopo che si è diffusa la notizia della morte di un secondo agente, l’amministrazione ha emesso l’ordine che riguarda la Casa Bianca, gli edifici pubblici e le strutture militari americane nel mondo, le ambasciate, legazioni ed uffici consolari fino al tramonto del giorno 13 gennaio.

(da agenzie)

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IL GOLF BOICOTTA TRUMP: NIENTE TORNEO 2022 NEL SUO CLUB

Gennaio 11th, 2021 Riccardo Fucile

“DISPUTARE LA GARA POTREBBE DANNEGGIARCI”

Quattro giorni dopo l’assalto al Congresso, salta il consueto appuntamento del prestigioso campionato americano di golf al resort di Donald Trump. L’associazione dei giocatori di golf Usa (Pga) ha fatto sapere che il Pga Championship 2022 non si giocherà  al Trump National Golf Club Bedminster, il resort di proprietà  del presidente nel New Jersey.
Pur senza far alcun riferimento all’assalto al Congresso, in una nota la Pga ha fatto sapere di aver deciso. “Il Consiglio di amministrazione di Pga of America ha votato per esercitare il diritto di rescindere l’accordo per giocare il 2022 Pga Championship al Trump Bedminster”, ha detto Jim Richerson, presidente dell’associazione. L’evento era programmato per maggio del prossimo anno.
In un messaggio video successivo, Richerson ha poi spiegato la decisione: “È diventato chiaro che condurre il campionato al Trump Bedminster sarebbe dannoso per il brand di Pga e metterebbe a rischio la capacità  di realizzare molti programmi e sostenere la longevità  della nostra missione. È stata una decisione per assicurare che i nostri professionisti possano continuare a far crescere il nostro grande sport per i decenni futuri”.
La Trump Organization ha reagito sostenendo che Pga “non ha il diritto di interrompere il contratto”, ricordando inoltre ndi aver “investito molti milioni di dollari nella competizione”.
Questa è la seconda volta in cinque anni che l’associazione golfista cancella un suo evento dalle proprietà  del presidente. La prima, nel 2015, fu in California. La Pga decise di rimuovere il suo appuntamento dal Trump National Los Angeles Golf, per le affermazioni denigratorie del presidente sui messicani nel suo discorso di candidatura alla presidenza

(da agenzie)

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MELANIA TRUMP CONDANNA L’ASSALTO TERRORISTICO AL CONGRESSO: “INACCETTABILE, SONO DELUSA E AMAREGGIATA”

Gennaio 11th, 2021 Riccardo Fucile

“BASTA DIVISIONI IDEOLOGICHE O BASATE SUL COLORE DELLA PELLE, DOBBIAMO CONCENTRARCI SU CIO’ CHE CI UNISCE”

Melania Trump rompe il silenzio e condanna le violenze del 6 gennaio a Capitol Hill dicendosi “delusa e scoraggiata” da quanto accaduto. Lo si legge in un testo pubblicato dalla Casa Bianca. “Condanno assolutamente le violenze che si sono verificate nel Campidoglio della nostra nazione. La violenza non è mai accettabile”.
“Vi imploro di fermare le violenze – scrive – di non fare mai supposizioni basate sul colore della pelle di una persona o di usare ideologie politiche diverse come base per l’aggressività . Dobbiamo ascoltarci l’un l’altro, concentrarci su ciò che ci unisce e superare ciò che ci divide”.
Continua: “In qualità  di americana, sono orgogliosa della nostra libertà  di esprimere i nostri punti di vista senza persecuzioni. È uno degli ideali fondamentali su cui è costruita l’America. Molti hanno compiuto l’ultimo sacrificio per proteggere quel diritto”.

(da agenzie)

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IL CAPO DELLA POLIZIA DEL CAMPIDOGLIO: “AVEVO CHIESTO AIUTO ALLA GUARDIA NAZIONALE, NON MI E’ STATO DATO”

Gennaio 11th, 2021 Riccardo Fucile

DURE ACCUSE DI STEVEN SUND: “AVEVAMO FORZE INADEGUATE PER FRONTEGGIARE 8.000 MANIFESTANTI”… UNA RETE DI COMPLICITA’ E OMISSIONI HA PERMESSO L’ASSALTO TERRORISTICO

“Avevo chiesto i rinforzi della Guardia Nazionale per proteggere il Congresso, non me li hanno dati”.
E’ il J’Accuse che il capo della polizia del Campidoglio, dimissionario, lancia in un’intervista al Washington Post. È la prima volta che parla Steven Sund, dopo l’assalto del 6 gennaio in cui i suoi uomini furono travolti, e uno di loro ucciso.
Sund ricostruisce nell’intervista la drammatica escalation di violenza sfociata nell’occupazione della sede parlamentare. Ammette che le forze dell’ordine erano inadeguate: 1.500 agenti della sua Capitol Police contro 8.000 manifestanti decisi a invadere il Congresso. Il perimetro di sicurezza sul lato occidentale della collina del Campidoglio è stato frantumato in 15 minuti.
Sund ha accettato di dimettersi “per aver tradito i miei uomini” però punta il dito contro le responsabilità  di altri. Due giorni prima del raduno pro-Trump convocato a Washington dallo stesso presidente, lui aveva raccolto numerosi segnali di allarme.
L’Fbi e diverse polizie tra cui il New York Police Department avevano segnalato i preparativi delle milizie di estrema destra, i loro piani circolavano sui social media. Il capo della Capitol Police aveva chiesto il permesso di allertare la Guardia Nazionale perchè fosse in grado d’intervenire rapidamente.
Qui la ricostruzione di Sund si addentra nei meandri delle tante — troppe — sigle e organizzazioni coinvolte. Oltre a lui, la difesa del Congresso dipende dai due Sergeant-at-Arms responsabili rispettivamente per il Senato e per la Camera.
Poi c’è la polizia municipale, agli ordini della sindaca.
La Guardia Nazionale, che nei 50 Stati Usa può essere mobilitata su ordine dei rispettivi governatori, nel District of Columbia della capitale federale invece dipende direttamente dall’esercito e quindi dal Pentagono. Un labirinto di competenze che ha contribuito alla disorganizzazione, ai ritardi, infine allo scaricabarile.
Nell’intervista al Washington Post i minuti più drammatici sono quelli subito dopo l’irruzione dei manifestanti, quando Sund supplica i capi dell’esercito di mandare rinforzi e si scontra con una catena di rinvii.
Un fattore che sembra aver influito, è il timore di schierare reparti militari contro un corteo politico, un’eventualità  che in passato era stata oggetto di critiche. Gli altri due capi della sicurezza di Camera e Senato, anche loro dimissionari, non hanno ancora fornito le loro versioni. Tace anche il Pentagono.
È probabile che la verità  emerga — ammesso che finisca davvero per venire alla luce — solo quando s’insedieranno la nuova Amministrazione e la nuova leadership del Congresso (il Senato passa ai democratici il 15 gennaio). È uno dei dossier più scottanti che erediterà  il ministro della Giustizia di Joe Biden.

(da agenzie)

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