Destra di Popolo.net

LA CITTA’ DI BARCELLONA SARA’ PARTE CIVILE NEL PROCESSO OPEN ARMS CONTRO SALVINI

Gennaio 27th, 2021 Riccardo Fucile

LA SINDACA ADA COLAU: “SALVINI HA OSTACOLATO L’IMPEGNO UMANITARIO DELLE NAVI DI SOCCORSO”… “CHI ATTACCA OPEN ARMS ATTACCA TUTTA LA CITTA’ DI BARCELLONA”

Nel processo contro Salvini per il sequestro di persona sulla nave della Ong Open Arms il comune di Barcellona si costituirà  parte civile: lo ha annunciato Ada Colau, sindaca della città  catalana, nel corso di una conferenza stampa avvenuta nel porto di Barcellona proprio di fronte alla nave Open Arms.
L’udienza preliminare, che si è svolta a Palermo il 9 gennaio, è stata rinviata al 20 marzo per permettere la traduzione di alcuni documenti, come richiesto dall’avvocata di Salvini, Daniela Buongiorno.
“Il Comune di Barcellona intende denunciare il modo in cui Salvini ha ostacolato l’impegno umanitario delle navi di ricerca e soccorso marittimo e intende chiedere i danni economici e morali poichè in quel momento la municipalità  e l’organizzazione non governativa Open Arms avevano un accordo finanziario per sostenere le attività  di monitoraggio e salvamento” si legge in una nota diffusa dalla sindaca.
“La città  di Barcellona ha scelto di difendere i diritti e la vita delle persone. Nonostante questo momento difficile, nonostante la pandemia, non è ammissibile che nel Mediterraneo le persone continuino a morire. L’Europa continua a essere assente, uniche a continuare ad operare sono le navi umanitarie come Open Arms che devono essere sostenute e difese” ha dichiarato Ada Colau durante la sua visita al rimorchiatore dell’ong spagnola.
“In questa azione legale – ha sottolineato Coalu – ci sentiamo coinvolti poichè se attaccano Open Arms, attaccano tutta la città  di Barcellona, una città  impegnata nella difesa dei diritti umani”.

(da agenzie)

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LA NIPOTE DI EMANUELA LOI, UCCISA DALLA MAFIA: “DA OGGI FARO’ LA POLIZIOTTA COME LEI, CONTINUERO’ LA SUA MISSIONE”

Gennaio 27th, 2021 Riccardo Fucile

SUA ZIA MORI’ NELLA STRAGE DI VIA D’AMELIO… “COSA NOSTRA SI SCONFIGGE CON L’EDUCAZIONE”

Lei si chiama Emanuela Loi, ha 28 anni, vive in Sardegna, a Monastir, e da oggi inizierà  il corso per allievi agenti della Polizia di Stato.
Lei è soprattutto la nipote di Emanuela Loi, la prima donna della Polizia di Stato a morire in servizio il 19 luglio 1992. Una giornata che è, in realtà , una ferita ancora aperta per il nostro Paese: in quel maledetto giorno, nella strage di via d’Amelio, persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei sei membri della scorta, tra cui appunto Emanuela Loi.
«Dovevano chiamarmi Azzurra, poi hanno scelto il nome di mia zia»
«Voglio continuare la sua missione, quella che lei non ha finito di svolgere perchè la mafia non gliel’ha permesso. Mia zia ha dato la vita per difendere lo Stato», ci ha detto Emanuela che, in realtà , non ha mai conosciuto la zia perchè morta quattro mesi prima della sua nascita.
«Dovevano chiamarmi Azzurra, alla fine hanno scelto di chiamarmi proprio come lei, Emanuela. Un onore per me che sono cresciuta andando a tutti gli anniversari, ai convegni sulla mafia. L’ho sempre sentita parte della mia vita e questo risultato è merito suo. I miei genitori mi hanno sempre detto che Emanuela era una ragazza solare, sempre sorridente. Grazie a lei, giorno dopo giorno, ho maturato un profondo senso di attaccamento allo Stato», ci ha spiegato.
«Combattere la mafia? Non mi tirerei indietro, vorrei lavorare nella Squadra Mobile»
«Se mi chiedessero di combattere sul campo la mafia? Non mi tirerei indietro, certo. Falcone e Borsellino per noi giovani sono un modello e noi poliziotti abbiamo un compito importante. Dobbiamo essere sempre in prima linea, stare accanto alla gente e aiutarla nei momenti di difficoltà », ha dichiarato. Emanuela Loi, dunque, ha le idee chiare: non vuole stare dietro a una scrivania.
È già  pronta per la Squadra Mobile ma prima dovrà  affrontare un corso di 6 mesi — che inizia appunto oggi — e che si divide in due fasi, una telematica e una fisica. Dovrà  anche trasferirsi, per 2 mesi, ad Alessandria così da «apprendere le tecniche operative». Poi, dopo un tirocinio di 4 mesi, diventerà  a tutti gli effetti una poliziotta. Proprio come la zia.
Per lei, però, la difficoltà  è doppia: «Ho una bambina di 6 anni. Per una madre non è semplicissimo allontanarsi dalla propria figlia ma sono certa che i sacrifici saranno ripagati».
Sua madre, tra l’altro, è venuta a mancare 11 anni fa mentre suo padre, «orgoglioso e soddisfatto per la sua scelta», è anche lui un poliziotto. Un uomo di Stato. «La mafia si sconfigge con l’educazione, dobbiamo responsabilizzare i nostri ragazzi, per questo andiamo a parlare nelle scuole, l’educazione alla legalità  è fondamentale», ci dice.
«Sono stata esclusa dal concorso di Polizia, una battaglia durata 4 anni»
Ma raggiungere questo risultato per Emanuela Loi non è stato affatto semplice. Ci sono voluti 4 anni per vedere realizzato il suo sogno. «Era il 2017 — ci racconta — quando partecipai al concorso per entrare nella Polizia di Stato. Avevo tutti i requisiti per farlo, compreso il limite di età  fissato a 30 anni. Poi, all’improvviso, applicando in maniera retroattiva una legge che aveva abbassato il limite d’età  per accedere ai concorsi in Polizia (l’allora ministro dell’Interno era Matteo Salvini, ndr), hanno deciso di escludere dal concorso tutti coloro che avevano più di 26 anni. Così, in corso d’opera. Un’ingiustizia. A quel punto, io e tanti altri (circa 455 candidati, ndr), abbiamo fatto ricorso al Tar, lo abbiamo vinto, e alla fine, in estate, con il decreto rilancio, il governo ha fatto un emendamento ad hoc che ha sanato questa situazione consentendo anche a noi, idonei con riserva, di accedere al corso per diventare agenti di Polizia».
Tra mille peripezie, dunque, alla fine Emanuela Loi ce l’ha fatta: «Dedico a mia zia questa vittoria, spero che lei sia orgogliosa di quello che sono diventata».

(da Open)

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E’ POSITIVO ALLA VARIANTE INGLESE MA PRENDE TRE TRENI PER TORNARE IN ITALIA

Gennaio 27th, 2021 Riccardo Fucile

IL TRENTENNE LAVORA A ST. MORITZ COME CAMERIERE IN UN NOTO HOTEL… FERMATO E DENUNCIATO AL SUO ARRIVO A CASA, NEL COMASCO

È positivo al covid, alla variante inglese, quella che sta provocando molti decessi e l’aumento vertiginoso delle terapie intensive in Gran Bretagna.
Eppure dalla Svizzera, decide di prendere tre treni e un taxi per far rientro in Italia, nella provincia di Como per la precisione. Ha 30 anni e lavora come cameriere in un importante hotel vicino a St.Moritz.
Non curante dei protocolli che prevedono che chiunque sia positivo al virus non deve in nessuno modo entrare a contatto con persone e (figuriamoci) attraversare i confini, il giovane ieri pomeriggio ha deciso di lasciare la nota località  turistica per fare rientro al proprio domicilio.
Forse sperava di farla franca, ma invece — al suo arrivo nella casa di Como — è stato rintracciato dai carabinieri e dall’Ats dell’Insubria, ed è stato denunciato per mancato rispetto delle misure di contenimento.   La segnalazione infatti è partita proprio dalle Autorità  elvetiche dopo un controllo effettuato in uscita dal Paese.
Non è stato poi così difficile capire che fosse positivo al covid, dato che l’esito del suo tampone era all’interno dei database. Un confine attraversato, quasi 150 i chilometri percorsi. E chissà  quanta gente ha incontrato, e, potenzialmente infettato. Tra l’altro il giovane è positivo alla variante inglese/sud africana, che risulta essere la più contagiosa e tra le più letali.
Proprio alcuni giorni fa infatti, nel corso di una conferenza a Downing Street, il primo ministro Boris Johnson aveva detto: “Siamo stati informati che che vi sono alcune evidenze sul fatto che la nuova variante, oltre a diffondersi più rapidamente, possa essere associata anche a un più alto grado di mortalità ”.
Non solo: a supporto delle sue informazioni ha anche ribadito — per dare bene l’idea della portata della variante del covid — che rispetto alla prima ondata i ricoveri risultano molti di più. Il 72 per cento in più rispetto al picco registrato nei primi mesi della pandemia.

(da “NextQuotidiano”)

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L’AFFARONE CHE HANNO FATTO I PESCATORI SCOZZESI CON LA BREXIT

Gennaio 27th, 2021 Riccardo Fucile

AUMENTATA LA BUROCRAZIA, I TEMPI NECESSATI IN DOGANA SALGONO A 8-10 ORE E FANNO ANDARE A MALE IL PESCE

Il 90 per cento dei pescatori scozzesi era a favore della Brexit al referendum del 2016, ma da dieci giorni protestano contro il primo ministro inglese Boris Johnson: “Questo governo incompetente sta distruggendo il settore della pesca dei crostacei”, e anche: “Boris ci ha traditi”.
Sono arrabbiati perchè la burocrazia doganale fa ritardare la filiera anche di 8-10 ore, con l’inevitabile conseguenze che il pescato — spesso e volentieri — vada a male.
“La colpa è anche del covid, abbiamo pronto un fondo da 23 milioni di sterline — ha replicato Boris Johnson — risarciremo i lavoratori del settore ittico coinvolti fino a quando la situazione sarà  tornata alla normalità ”.
Ma il problema — per i pescatori britannici (per la maggior parte scozzesi, ma anche inglesi) — è un altro. L’accordo raggiunto in “zona Cesarini” per evitare il No deal. Ovvero: un accordo commerciale di libero scambio, zero dazi e tariffe.
Molto favorevole a prima vista, ma non con gli stessi vantaggi del mercato unico europeo. E più precisamente, la fluidità . Quella burocrazie che, appunto, inceppa il meccanismo e rallenta le cose. Tanto che non solo il pesce rischia di andare a male, ma ora alcuni clienti hanno annullato gli ordini per timore di ritardi nelle consegne. Un effetto della Brexit, da loro tanto desiderata.
Credevano infatti che con l’uscita dall’Unione europea potessero pescare — e quindi lavorare — di più. Questo perchè i limiti del mercato comune europeo impongono un sistema di quote per la pesche nelle acque “sovrane”, che nel caso degli inglesi e scozzesi equivaleva a un 30-40 per cento dei pesci del loro mari.
La promessa di quelli che la Brexit l’hanno ideata e portata a termine era quella di acquisire il controllo totale delle loro acque. Obiettivo, peraltro, non raggiunto. Il risultato, ora, è che alcune aziende ittiche in Scozia e nell’Inghilterra del nord hanno avuto perdite per migliaia di euro e ora rischiano di chiudere.

(da “NextQuotidiano”)

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A CENTINAIO SCAPPA LA VERITA’: “LA LEGA E’ PRONTA A GOVERNARE CON RENZI”

Gennaio 27th, 2021 Riccardo Fucile

UNICA REGIA DELL’ALTA FINANZA, SOLITA MANOVALANZA SOVRANISTA CON LO SFASCISTA REAZIONARIO: OBIETTIVO METTERE LE MANI SUI 209 MILIARDI DEL RECOVERY

Attaccare i responsabili e poi aprire le porte a loro per formare un governo di Centrodestra.
L’ex ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio, dice che la Lega è pronta a un esecutivo di Centrodestra (senza passare per il voto) anche con l’appoggio di Matteo Renzi e Italia Viva
Insomma, i costruttori che erano il male del Paese (secondo Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega) perchè a sostegno del governo Conte, ora diventano una fonte dalla quale attingere per la creazione di un nuovo esecutivo, senza restituire (come ripetono da mesi) la parola ai cittadini.
Il mondo è bello perchè è vario. Quindi ora va bene anche un governo di Centrodestra con Renzi.
Gian Marco Centinaio, intercettato dai giornalisti vicino a Montecitorio, ha espressamente aperto a Italia Viva. Una dichiarazione importante alla vigilia dell’inizio delle consultazioni al Quirinale che domani entreranno nel vivo con i primi gruppi parlamentari (dopo l’incontro di oggi tra Sergio Mattarella e i presidenti di Senato e Camera, Casellati e Fico).
Nel video pubblicato da Il Corriere della Sera, l’ex Ministro per le Politiche Agricole parla chiaro: «Siamo disponibili a un governo di centrodestra con chi vuole fare un governo con noi. Con i nostri responsabili. Se Renzi dice di essere un responsabile, sediamoci intorno a un tavolo con Renzi. Se è responsabile, sennò no». Insomma, l’amo è stato lanciato e — prendendo per buona la posizione di Gian Marco Centinaio — venerdì il Carroccio (e tutta la coalizione con Forza Italia e Fratelli d’Italia) potrebbe portare al Quirinale l’ipotesi di un esecutivo di centrodestra con i suoi responsabili. E tra di loro potrebbe esserci anche Renzi (e Italia Viva).

(da agenzie)

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ITALIA MORTA RYAD: L’IMBARAZZO DI RENZI A SPASSO PER IL MONDO DOPO AVER FATTO CADERE IL GOVERNO IN PIENA PANDEMIA

Gennaio 27th, 2021 Riccardo Fucile

UN EVIDENTE CONFLITTO DI INTERESSI TRA CHI FA CADERE UN GOVERNO E CHI VIENE RETRIBUITO DA UN FONDO FINANZIARIO STRANIERO (E DI UN REGIME SANGUINARIO)

Da Italia viva a Italia Riad. In America gli ex presidenti fanno conferenze a pagamento e giocano molto a golf. Ma non è un caso che lo facciano dopo la fine del loro mandato (dedicarsi alle conferenze, non al golf) perchè è evidente a tutti, soprattutto ai custodi della democrazia e alla stampa americana, che nell’impegno retribuito per un leader c’è un potenziale conflitto di interessi, grande come una casa.
Un principio così semplice, evidentemente, non è chiaro a Matteo Renzi, che non è certo un “ex” — ma come è noto un senatore in carica, che opera in una commissione del Senato come tutti gli altri, che incide sul percorso legislativo — e che è un leader di partito influente (come stiamo vedendo) addirittura sulle sorti di un governo.
Un rappresentante che deve avere indipendenza di giudizio non può essere retribuito, direttamente o indirettamente, da istituzioni legate a Stati stranieri.
E persino sulle relazioni non retribuite è obbligato a fare chiarezza su tutto quello che guadagna e come lo fa.
In nessun paese del mondo un leader o un eletto possono avere potenziali conflitti di interessi, e lo sa bene Gerhard Schrà¶der, che in Germania fu allontanato bruscamente da qualsiasi ruolo (anche solo onorifico) nella Spd, e che vide il suo ex partito prendere clamorosamente le distanze da lui, quando iniziò ad entrare in relazioni professionali con il colosso del gas russo Gazprom.
Schrà¶der era tuttavia un ex cancelliere, ma in quel momento era nei fatti solo un privato cittadino. Renzi, proprio in queste ore, è ancora un leader influente. Uno che — addirittura — prova a decidere il destino di un governo.
Tuttavia, dopo lo scoop di Emiliano Fittipaldi sul Domani, che ha rivelato la presenza di Renzi a Riad proprio nelle ore della crisi, si è entrati nel teatro dell’assurdo, e si è superata qualsiasi barriera di buonsenso.
Gli uffici stampa di Italia viva nelle ultime ore cercano affannosamente di circoscrivere e smentire, con dei veri e propri capolavori dialettici, non la notizia del volo in Arabia Saudita (che ormai è indubbia e non contestata da nessuno) ma il dettaglio sull’entità  del compenso percepito (50mila euro) riportata dal giornale diretto da Stefano Feltri.
Il quotidiano invece rilancia, spiegando che Renzi è un membro consultivo dello FII Institute, un organismo controllato dalla famiglia reale: “Per sedere nel board — scrive il Domani precisando il dettaglio — viene pagato fino a 80mila dollari l’anno”.
La fonte del Domani non è qualche malelingua, ma — come spiega Fittipaldi — lo stesso leader di Italia viva.
Ed ecco quindi la nota integrale dell’ufficio stampa, scritta, come si può notare, in punta di penna: “A differenza di ciò che scrive il quotidiano ‘Domani’, Matteo Renzi non era a Riad ‘per una conferenza da 50 mila euro’, ma per un evento internazionale cui partecipano da anni molti esponenti del mondo della finanza, dell’innovazione, della politica mondiale, organizzato dal Fondo Pif”.
Era a Riad, non per una conferenza, dice l’ufficio stampa: ma per un “convegno internazionale” organizzato dall’istituto con cui collabora.
Di fatto, facendo attenzione alle formule, si tratta una rettifica formale. Che forse è ancora più incredibile: Renzi era a Riad per un rapporto più duraturo che supera il singolo evento, dunque, un impegno annuale — legato a più eventi — che deriva dalla sua partecipazione al board che è diretta emanazione della famiglia saudita.
Ma intanto si conferma che ci fosse.
Si capisce l’imbarazzo, anche se questo dettaglio è del tutto irrilevante, dal momento che Renzi ha dichiarato di aver guadagnato un milione di euro nello scorso anno — ha l’obbligo di rendicontare il suo reddito al Senato — ed è evidente che questi guadagni gli arrivano dalla sua attività  di conferenziere retribuito.
Tuttavia, prima ancora di entrare nel tema degli emolumenti, il punto più grave secondo me è questo: mentre il Parlamento avrebbe dovuto discutere del decreto ristori, proprio per effetto delle scelte politiche di Renzi veniva inchiodato a discutere della crisi.
E mentre discuteva della crisi, e non dei ristori, per effetto delle scelte politiche di Renzi, l’interessato non c’era perchè era ad una conferenza a Riad.
Convocato per le consultazioni, il leader di Italia viva era costretto a rientrare precipitosamente con un volo, come uno che viene sottratto ad un impegno importante. Ma Matteo Renzi è un senatore della Repubblica pagato dallo Stato italiano per sedere in un emiciclo e rappresentare il suo territorio, non un conferenziere che incidentalmente ha un ruolo onorifico in una delle due Camere dello Stato.
Matteo Renzi inchioda il Parlamento per la crisi, ma lui non c’è. Infine una considerazione politica necessaria — trattandosi di un politico — sul ruolo dell’Arabia Saudita. Un regime sanguinario, misogino, feroce con gli oppositori e confessionale, in cui nessun diritto umano viene rispettato.
Lo sanno bene due leader di statura internazionale, attenti ai temi civili, che hanno rifiutato prebende e proposte di collaborazione da parte dall’Arabia Saudita e delle sue istituzioni: questi personaggi, attenti ai diritti umani, si chiamano Lionel Messi e Cristiano Ronaldo.
Poi ce n’è un altro, di statura diversa, che — evidentemente meno preoccupato del tema dei diritti — ha accettato

(da TPI)

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SONDAGGIO SWG: L’80% DEGLI ITALIANI E’ CONTRARIO ALLE ELEZIONI E CONTE NON PERDE POPOLARITA’

Gennaio 27th, 2021 Riccardo Fucile

ESILARANTE: ANCHE GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA PREOCCUPATI SE A GESTIRE RECOVERY E PANDEMIA FOSSE LA CORTE DEI MIRACOLI SOVRANISTA

Gli italiani, almeno 4 su 5, sono contrari ad andare subito alle urne, al di là  delle loro preferenze politiche, per i timori legati alla campagna di vaccinazione contro il coronavirus e al Recovery plan, il piano europeo di sostegno economico al Paese.
Quanto al premier dimissionario Giuseppe Conte, l’apertura della crisi di governo non scalfisce al momento la sua popolarità , anche perchè non viene imputata a lui la colpa del precipitare degli eventi politici.
E anche chi non si mostra entusiasta del suo operato, preferisce che resti comunque alla guida del Paese. È questo in sintesi il quadro che illustra all’AdnKronos il sondaggista Maurizio Pessato, vicepresidente di Swg
“Sicuramente, nell’opinione pubblica prevale di gran lunga la richiesta di stabilità  politica, anche se ovviamente non tutti amano il governo Conte. Ma l’80% degli italiani si mostra contrario alle elezioni anticipate – riferisce Pessato – un po’ per le preoccupazioni riguardo al coronavirus e ai possibili intoppi nell’organizzazione della distribuzione dei vaccini; un pò per i timori legati alle proprie attività  nel caso di chi lavora in proprio, specie nei settori dell’impresa, del commercio, della ristorazione, del turismo, temendo un danno economico ancora più forte da una crisi che metterebbe in discussione persino il Recovery Plan e dunque i fondi europei in aiuto al Paese”.
Conte non perde popolarità 
Inoltre, “in maggioranza, gli italiani giudicano comunque buona la prova di Conte, che non perde quote di popolarità  dopo l’apertura della crisi di governo, in quanto la colpa non viene addossata a lui e alla sua azione bensì alle mosse politiche decise da Matteo Renzi. Il premier dimissionario al momento arriva ‘intonso’ alla crisi di governo”.
Questo, tiene a precisare Pessato, “non vuol dire ovviamente che tutti coloro che chiedono stabilità  voterebbero poi per Conte o per il centrosinistra alle elezioni; in tanti sono pronti a votare per il centrodestra, ma non ora”.
Ora, “gli italiani chiedono che si vada avanti, senza elezioni anticipate, per affrontare le emergenze sanitarie ed economiche. Anche se in pochi sono convinti che un nuovo equilibrio politico possa durare per due anni, fino al termine naturale della legislatura”.

(da agenzie)

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LA PAZIENZA DI FLORIS CHE DEVE SPIEGARE A SALVINI CHE NON E’ VERO CHE L’EUROPA HA BOCCIATO IL RECOVERY PLAN

Gennaio 27th, 2021 Riccardo Fucile

IL BALLISTA SERIALE CONTINUA A PROPAGARE BUFALE

In principio fu «Posso abbassarmi la mascherina mentre parlo con una signora? Ah no?». Ieri sera, durante la puntata di Di Martedì, Giovanni Floris ha dovuto nuovamente controbattere, colpo su colpo, a Matteo Salvini che aveva affermato che l’Europa aveva già  bocciato il Recovery Plan.
«Lei chiami qualunque corrispondente a Bruxelles o a Berlino — ha detto Salvini sul Recovery Plan — e le dirà  che quello che ha mandato Conte è un piano ridicolo».
Giovanni Floris controbatte: «Ma non è vero che il recovery plan è stato bocciato. È stato già  approvato. Il presidente del Parlamento Europeo ha detto di stare attaccati a questo piano».
E allora Matteo Salvini prova a buttarla in caciara affermando che «il presidente del Parlamento europeo è del PD».
Facciamo una rapida analisi di Fact checking. Chi dei due ha ragione?
Innanzitutto, il piano dell’Italia sui 209 miliardi del Recovery Plan è stato approvato in consiglio dei ministri. È stato uno degli ultimi del Conte-bis, andato avanti con l’astensione delle ministre di Italia Viva, poco prima delle loro dimissioni.
La bozza del piano è stata inviata a Bruxelles che non ha avuto particolari osservazioni sul piano italiano, anche perchè si tratta ancora di una fase abbastanza preliminare.
Il Recovery Plan (o, meglio, il Piano nazionale di ripresa e resilienza — presentato così dal governo italiano) ora deve passare in parlamento, attraverso le commissioni. Queste ultime, in base alle loro relazioni, daranno alcune indicazioni al governo su come approntare il documento definitivo da inviare a Bruxelles che solo allora farà  partire un esame formale (ha a disposizione tre mesi di tempo) del piano italiano.
Cosa ha detto finora la Commissione Europea sul recovery italiano
Al momento, si sono avuti soltanto pareri ufficiosi da parte della commissione europea, con il commissario italiano Paolo Gentiloni che ha esposto sia gli aspetti positivi, sia quelli negativi del recovery italiano.
Soprattutto, tra gli aspetti meno forti, aveva sottolineato l’esigenza di legare la bozza italiana a progetti di riforme da realizzare con il denaro in arrivo dall’Europa. Ma aveva esplicitamente dichiarato che il Piano nazionale di ripresa e resilienza era «una buona base da rafforzare» (18 gennaio 2021). Anche di Gentiloni Salvini dirà  che «tanto è del PD?».
In ogni caso, affermare che il Recovery Plan sia già  stato bocciato è una bufala.

(da Giornalettismo)

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VENTI MILIARDI DI SOLDI PUBBLICI E MONOPOLIO SUI VACCINI: COSI’ PFIZER E BIG PHARMA FANNO PROFITTI IN BARBA A RITARDI E MULTE

Gennaio 27th, 2021 Riccardo Fucile

LA UE HA FINANZIATO A FONDO PERDUTO I VACCINI, HA ACQUISTATO LE DOSI MA NON HA PROIBITO LA PRIVATIZZAZIONE DEL BREVETTO

Non fare profitto sulla pandemia. Era questo lo scopo dichiarato nel 2020 dall’Organizzazione mondiale della sanità , dall’Unione europea e da qualche casa farmaceutica (AstraZeneca su tutte) che stava lavorando alle cure e ai vaccini anti Covid. C’è voluto poco tempo per capire che le cose sarebbero andate diversamente.
L’esempio di Pfizer, che protegge i suoi ritardi dietro uno scudo contrattuale di ferro e continua a guadagnare dalle vendite, è eloquente da molti punti di vista.
Il problema dei profitti delle case farmaceutiche non è da poco, perchè il guadagno esclusivo delle aziende coinvolte impatta sull’efficacia della distribuzione. Non estendendo la produzione ad altre aziende (per un’azienda farmaceutica, guadagnare significa in primis avere l’esclusiva sui brevetti), la loro capacità  di soddisfare la domanda resta limitata. Sui ritardi e sui comportamenti da azienda profit che sta avendo Pfizer, ora i governi stanno minacciando di intervenire per vie legali. Ma oltre alle difficoltà  legate ai contratti — che non prevedono multe automatiche e stabiliscono la deresponsabilizzazione sulle cause avverse — una sanzione pesa molto poco sulle tasche delle multinazionali.
Come sottolinea Vittorio Agnoletto, medico e professore di “Globalizzazione e politiche della salute” alla Statale di Milano — nonchè ex parlamentare europeo e parte del comitato dell’Iniziativa dei cittadini europei “Nessun profitto sulla pandemia” -, «Big pharma si fa beffe delle multe». Le loro prospettive di guadagno sono «stratosferiche», e le sanzioni estemporanee non le spaventano. Tra il 2016 e 2017, ad esempio, erano state imposte multe da quasi 3 miliardi (2,9) legate a 38 casi di violazioni: solo nel 2017, però, stando ai bilanci delle aziende, le multinazionali avevano incassato in tutto oltre 151 miliardi.
Dati secretati e stime sui profitti
L’Unione europea, dunque, ha stilato contratti con le aziende che prevedevano ingenti finanziamenti pubblici e quasi totale carta bianca sulla distribuzione. Parte degli accordi è ancora secretata — su tutti il punto relativo all’ammontare dei soldi pubblici investiti — ma gli indizi parlano di grandi guadagni per le case farmaceutiche già  da ora. Secondo Bloomberg, solo tra il 2020 e il 2021, e solo per il vaccino contro il Covid, le aziende di Big pharma si divideranno tra loro 20 miliardi di soldi pubblici (non è chiaro in quali percentuali).
Spese che, viste anche le esperienze pregresse, non sembrano andare a coprire unicamente i costi di produzione. Come ricorda il professor Agnoletto, quando Pfizer produsse il fluconazolo, il farmaco impiegato in patologie correlate all’Hiv, la casa farmaceutica ci aveva messo appena un anno a rientrare di tutte le spese di ricerca e produzione. E al tempo non erano entrati in gioco nemmeno tutti i finanziamenti a fondo perduto stanziati questa volta.
Agnoletto — che dal 2004 al 2009 si è occupato di sanità  al Parlamento europeo — ricorda inoltre che tutte le grandi aziende farmaceutiche spendono solitamente la maggior parte dei loro soldi in pubblicità  e propaganda. Come emerge dai loro bilanci, le spese in questi settori sono maggiori rispetto a quelle destinate allo sviluppo e alla ricerca: «Big pharma è tra i maggiori finanziatori di tutti i candidati presidente negli Stati Uniti e sono tra i maggiori lobbisti presenti nell’Unione europea». Dettaglio che rende poco credibile l’idea che i finanziamenti e le vendite servano appena a coprire i costi di realizzazione e logistica.
Nonostante i ritardi, dunque, le grandi aziende non hanno perso nulla. La loro ricerca è già  stata finanziata e grandi quantità  di dosi sono già  state vendute (solo all’Ue ne sono state accordate 300 milioni +200 in una seconda tranche, e ci si è già  accordati per un eventuale +100). Ogni singola dose costa all’Europa oltre 15 dollari, pagamenti che vanno ad aggiungersi ai fondi già  stanziati nel contratto.
Quante siano nel mondo le dosi vendute è difficile da dire, perchè oltre a quelli collettivi esistono anche diversi accordi diretti con ogni singolo Stato. «Quello che sappiamo per certo è che noi abbiamo messo dei soldi per finanziare una ricerca che è stata privatizzata — dice Agnoletto -. Che dobbiamo acquistarli quando li abbiamo già  finanziati. E che siamo nelle loro mani per quanto riguarda la scelta di chi privilegiare, in che modo e in quali tempi».
Il problema dei brevetti e gli errori dell’Ue
L’iniziativa “Nessun profitto sulla pandemia” si concentra su un punto fondamentale: le condizioni di esclusività  sui brevetti. «La Commissione ha messo soldi al buio puntando su tutti i cavalli in corsa e ha lasciato che il prodotto venisse totalmente privatizzato», spiega Agnoletto. Alla battaglia per il vaccino come bene comune partecipano in Italia diverse associazioni e personalità  di spicco — come Gino Strada ed Emergency — oltre a tutti i sindacati di base e confederali.
Il fatto che Pfizer abbia avuto problemi con la produzione non era niente di imprevisto: non avendo esteso la possibilità  di produrre il vaccino anche ai singoli Paesi in autonomia, era chiaro che il ritmo sarebbe rallentato presto. Stando all’accordoTRIPs sulla proprietà  intellettuale, entrato in vigore nel 1995 e promosso dalla Organizzazione mondiale del commercio (Wto), qualunque azienda farmaceutica che mette sul mercato farmaco o vaccino, ne ha possesso esclusivo per 20 anni. Un totale monopolio che affida nelle mani di poche società  la filiera produttiva.
Ma c’è un modo perfettamente legale per aggirare i problemi che ne derivano: nel 2001, grazie anche alle proteste di Nelson Mandela in Sudafrica, viene approvata una dichiarazione nell’ambito degli accordi TRIPs nella quale si dice che, se una nazione è in una condizione di povertà  economica e deve far fronte a una pandemia, le è possibile ricorrere a una clausola di salvaguardia chiamata licenza obbligatoria. «Quello che chiediamo con questa iniziativa è che ogni Paese ricorra alla licenza obbligatoria e che la Commissione europea, da sempre contraria, non lo impedisca. E che approvino le richieste di India e Sudafrica in questo senso».

(da Open)

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