Destra di Popolo.net

POLVERINI HA RICEVUTO MINACCE DI MORTE E INSULTI SUL WEB: PRESENTA DENUNCIA ALLA POLIZIA POSTALE PER IDENTIFICAZIONE RESPONSABILI

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

CHI SI SMARCA DAI SOVRANISTI DIVENTA BERSAGLIO DELL’ODIO

Vittima di pesanti insulti sui social Renata Polverini ha detto basta. E ha deciso di sporgere denuncia.
Lo annuncia lei stessa sul suo profilo Facebook : “Stamattina dopo la mia corsa mattutina e preso il caffè vi auguro una buona giornata. Vorrei anche comunicarvi che, dopo una settimana in cui ho letto solo alcuni degli insulti che ho ricevuto, ho deciso di recarmi presso il posto di polizia della Camera dei deputati per sporgere denuncia rispetto ai contenuti che nulla hanno a che fare con la critica politica. Tra i commenti oltre a minacce di morte o percosse fisiche sono stata appellata con parole inaccettabili come Puttana, Troia, Zoccola, Prostituta, Ladra ecc… E chi più ne ha più ne metta”.
“Molti- continua – li ho cancellati perchè erano talmente violenti che ho ritenuto di non farli leggere alle persone che accedevano ai miei profili. Come avete avuto modo di verificare, i miei profili sono tutti aperti mentre ho constatato che molti di coloro che infangano o non hanno la foto e quindi si nascondono o hanno i profili privati e quindi non si può accedere. Ma del resto che cosa ti puoi aspettare?”, conclude la deputata.
Polverini la scorsa settimana a Montecitorio ha votato a sorpresa la fiducia al governo Conte. Per questo è stata espulsa da Forza Italia e proprio ieri ha formalizzato il suo passaggio a Centro democratico, la formazione di Bruno Tabacci.

(da agenzie)

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OLTRE 1,6 MILIONI DI FAMIGLIE ITALIANE HANNO RINUNCIATO A CURARSI PER MOTIVI ECONOMICI

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

I SISTEMI SANITARI PIU’ SANI: EMILIA-ROMAGNA, VENETO, UMBRIA

Oltre 1,6 milioni di famiglie italiane hanno rinunciato a curarsi per motivi economici. È quanto comunica l’Istituto Demoskopika, gruppo italiano per le ricerche di opinione e di mercato.
Nel 2019 sono stati 314mila i “viaggi della speranza” dal Sud che hanno generato bilanci in rosso per oltre 1,2 miliardi di euro. Il record spetta a Calabria e Sicilia. I sistemi sanitari più “in salute” del paese sono invece quelli di Emilia-Romagna e Trentino-Alto Adige.
Questi dati emergono dall’IPS 2020, l’Indice di Performance Sanitaria realizzato, per il quarto anno consecutivo, dall’Istituto Demoskopika sulla base di otto indicatori: soddisfazione sui servizi sanitari, mobilità  attiva, mobilità  passiva, risultato d’esercizio, disagio economico delle famiglie, spese legali per liti da contenzioso e da sentenze sfavorevoli, democrazia sanitaria e speranza di vita (qui il rapporto completo)
La classifica di “IPS 2020”
La gara per le posizioni migliori quali sistemi sanitari più “sani” d’Italia si gioca anche quest’anno, come per le tre edizioni precedenti, interamente nel Centro-nord.
A guidare la classifica dell’Indice di performance sanitaria dell’Istituto Demoskopika per il 2020, in particolare, l’Emilia-Romagna che, con un punteggio pari a 107,7 conquista la vetta spodestando il Trentino-Alto Adige (107,6 punti).
Segue il Veneto (105,6 punti) che mantiene la stessa posizione del 2019 nel medagliere dei sistemi più performanti del paese. Subito dopo, tra i migliori sistemi sanitari locali, Umbria (105,5 punti), Lombardia (104,9 punti) e Marche (104,8 punti).
Altri 9 sistemi sanitari rientrano nella categoria delle regioni “influenzate”: Toscana (104,2 punti), Friuli-Venezia Giulia (104,0 punti), Lazio (103,7 punti), Piemonte (102,8 punti), Valle d’Aosta (100,8), Liguria (100,0), Sardegna (99,4), Abruzzo (98,1 punti) e, infine, Basilicata (97,9 punti).
Tutte del Sud, infine, le rimanenti regioni che contraddistinguono i sistemi etichettati come “malati” nella classifica di Demoskopika: Puglia (97,4 punti), Molise (97,1 punti), Sicilia (93,0 punti), Calabria (90,9 punti) e, fanalino di coda, il sistema sanitario della Campania con 88,6 punti.
“Regioni e Governo approfittino delle ingenti risorse finanziarie del dispositivo Next Generation EU della maggiore flessibilità  della programmazione 2021-2027 per ridurre il disequilibrio dell’offerta sanitaria italiana”, è l’invito del presidente di Demoskopika, Raffaele Rio.
Il disagio economico
Nel 2019 oltre 1,6 milioni di famiglie italiane hanno dichiarato di non avere i soldi, in alcuni periodi dell’anno, per poter affrontare le spese necessarie per curarsi con un incremento dell’area del disagio pari al 2,3 per cento (oltre 36mila nuclei familiari in più) rispetto all’anno precedente.
A consolidare le prime posizioni del ranking di Demoskopika tutte le realtà  del Mezzogiorno con oltre 923mila famiglie in condizioni di disagio a causa della mancata disponibilità  economica per fronteggiare la cura di malattie, pari al 56,9 per cento del valore complessivo italiano.
A denunciare il fenomeno sono soprattutto le famiglie in Sicilia, con una quota del 13,5 per cento, quantificabile in oltre 271 mila nuclei familiari. Seguono la Calabria con una quota del 12,1 per cento pari a 98 mila famiglie, la Puglia (11,3 per cento, pari a 182mila nuclei familiari) e la Campania (11,2 per cento, 245mila famiglie.
All’estremo opposto della classifica ci sono Emilia-Romagna (1,9 per cento), Trentino-Alto Adige (2,2 per cento) e Friuli-Venezia Giulia (2,4 per cento), che ottengono il ranking migliore in questa graduatoria parziale dell’Indice di Performance Sanitaria di Demoskopika, con una quota media percentuale, per queste realtà , di poco più del 2 per cento di nuclei familiari in condizioni di disagio economico che ha coinvolto complessivamente oltre 61 mila nuclei familiari.

(da agenzie)

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RECOVERY, I PALETTI DI BRUXELLES SU PENSIONI, GIUSTIZIA E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: “L’ITALIA FACCIA LE RIFORME”

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

LE LINEE GUIDA DELLA COMMISSIONE NON PERMETTONO DI FARE QUELLO CHE SI VUOLE… I TIMORI DI MOODY

La Commissione europea aggiorna le linee guida per accedere ai fondi del Recovery e per l’Italia la strada verso i 209 miliardi Ue diventa ancora più ripida. Le nuove indicazioni valgono per tutti i paesi, ma in Europa a nessuno sfugge che sono perfettamente ritagliate sul “caso Italia”.
Non per niente Bruxelles insiste sulla necessità  di indicare le riforme che accompagneranno gli investimenti finanziati dall’Unione.
Per Roma si tratta di ammodernamento della Pubblica amministrazione e della giustizia, ma anche di provvedimenti sulle pensioni e di misure per aumentare la competitività  del Paese. Che intanto vive una giornata difficile sui mercati, con lo spread in salita e Moodys che lancia nuovi avvertimenti sul debito.
Dopo avere osservato in silenzio le difficoltà  con le quali Roma ha lavorato al piano per accedere ai fondi del Next Generation Eu (209 miliardi su 750 complessivi), negli ultimi giorni la Commissione ha iniziato a farsi sentire, sottolineando che il Recovery italiano va “rafforzato” (Gentiloni) e che l’instabilità  politica non deve distrarre dal suo completamento (Dombrovskis). Sale la tensione, visto che manca un mese all’appuntamento con la notifica formale del nostro piano.
Ecco perchè la Commissione mette per iscritto che i programmi nazionali “dovrebbero guardare alle raccomandazioni Ue 2019 e 2020”, ovvero alle riforme che l’Europa ci chiede da anni.
Il legame tra soldi e riforme è noto da luglio, ma ora Bruxelles lo ribadisce con chiarezza: i Paesi devono “fornire spiegazioni dettagliate su come verranno affrontate le misure proposte, in che modo le criticità  verranno risolte”. Insomma, l’Unione non si accontenta della vaghezza dei documenti inviati da Roma.
Inoltre chi, come l’Italia, registra squilibri eccessivi, è invitato “a spiegare come i piani contribuiranno ad affrontarli”. Per Roma si tratta del debito pubblico: per Bruxelles deve essere affrontato aumentando la crescita attraverso un aumento della produttività  e della competitività  con le riforme, tra cui taglio della burocrazia, processi più rapidi, eliminazione di quota 100 e un miglior ambiente per le imprese.
La preoccupazione Ue si giustifica anche con il fatto che nelle prime bozze del piano italiano le riforme venivano riassunte, ora sono scomparse: assenti quelle che richiamano interventi sulla spesa pensionistica e lo spostamento delle tasse verso la rendita con l’aggiornamento dei valori catastali. Restano richiami solo su giustizia, concorrenza e mercato del lavoro.
Intanto il governo tenta una “riscrittura” del Recovery: ieri Conte ha visto i sindacati e ha garantito “tavoli” con i ministri ottenendo reazioni positive da Cgil-Cisl-Uil. Lunedì vedrà  Confindustria.
Passaggi legittimi, che però stanno snervando istituzioni e partner Ue visto che l’Italia a luglio aveva promesso di attivarsi subito sul piano e dal 15 ottobre conosce i dettagli richiesti da Bruxelles. Non solo, se l’Italia non taglierà  la burocrazia, è il timore della Ue, rischierà  di non investire in tempo i 209 miliardi, perdendoli.
Ieri la differenza di rendimento tra Bund tedesco e Btp italiano, termometro della fiducia dei mercati, è salita di 8 punti. Lo spread ha raggiunto quota 124 nel pomeriggio, ai massimi da due mesi. Detonatore delle tensioni proprio i timori di Bruxelles e la sortita di giovedì della presidente Bce, Christine Lagarde, che ha chiesto ai partner Ue, Italia in testa, di non sprecare il Recovery.
Anche Moody’s, una delle maggiori agenzie di rating, scende in campo: in un report avverte che il governo “indebolito” e più “fragile” dopo la crisi, si troverà  ad affrontare “sfide impressionanti” sul piano di politica economica e della pandemia. E aggiunge che “l’incapacità  dell’Italia di trarre vantaggio dalle risorse del Next Generation Eu eserciterebbe con tutta probabilità  pressioni al ribasso sul profilo di credito”.
Una velata minaccia di declassamento: rischiosa perchè Moody’s come Fitch (S&P è appena un po’ più in alto) sono ad un gradino dal livello “spazzatura”. Così l’Italia torna sotto osservazione per via di Recovery, debito e crisi politica. Un mix pericoloso.

(da agenzie)

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IL PARADOSSO: ALLA RICERCA DI “RESPONSABILI” NEL PAESE DELL’IRRESPONSABILITA’

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

LA SOGLIA MASSIMA DI IRRESPONSABILITA’ IN ITALIA L’ABBIAMO ABBONDANTEMENTE SUPERATA

Una delle parole più usate, e ovviamente abusate, in questi giorni, è “responsabilità ”. Tutti, o quasi, giudicano “irresponsabile” la mossa di Renzi, che invece si è definito addirittura un “patriota”. E “responsabili” sono detti coloro che dovrebbero far convergere sulla maggioranza i loro voti e non far cadere il governo.
L’impressione è che si parli tanto di responsabilità  perchè mai come in questo periodo ci sono tanti “irresponsabili” in giro.
Cosa è successo agli italiani? È definitivamente crollato il tessuto morale della nazione? Dovremmo “rieducarli”? Queste domande penso che un po’ tutti noi “riflessivi” ce le stiamo ponendo. Forse però c’è un errore nel fondo dei nostri ragionamenti, che è quello di legare, con qualche buona ragione ammetto, la responsabilità  in senso stretto all’individuo.
D’altronde, l’etimologia della parola sta a indicare un “prendersi carico”, o “cura”, da parte di ognuno dell’altro e del “bene comune”. Quindi è un movimento individuale. Tanto che poi, in ambito giuridico, si parla di “imputabilità ”, che è appunto l’assegnare o togliere la responsabilità  di un reato a un determinato individuo.
E, più in generale, si dice che si è responsabili se si riesce a “dar conto” delle proprie azioni (in inglese si usa il termine accountability), cioè giustificarle con argomenti (che sensatamente non dovrebbero essere meramente utilitaristici, come quelli di molti dei “responsabili” di questi giorni, nè astrusi)
Eppure, se tutto questo è vero, c’è un altro lato della questione che va considerato. Chi decostruisce esplicitamente il concetto di responsabilità , slegandolo sia da quello di individuo sia da quello di libertà  a cui solitamente è legato, è stranamente proprio un filosofo di ispirazione liberale, e cioè Benedetto Croce.
Lo fa in uno dei suoi Frammenti di etica, quello appunto dedicato alla Responsabilità  (il numero XXVIII), fra l’altro pubblicato proprio nel periodo in cui egli teorizzò il liberalismo. Ecco le parole di Croce: “non si è responsabili, ma si è fatti responsabili, e chi ci fa responsabili è la società ”.
Ovviamente questo non è affatto un “aprire le righe”, come il filosofo napoletano spiega compiutamente oltre. Nè, potremmo aggiungere noi, un deresponsabilizzante “è colpa della società ”, come argomentavano di fronte a certe cattivi comportamenti i sessantottini (Margareth Thatcher, da parte sua, arrivò a dire che la “società  non esiste”).
Significa, più banalmente, tener conto del tessuto di relazioni entro cui ci muoviamo e che, se è “malato”, rende difficili anche le buone azioni. Facendo degli “eroi” persone che in altri contesti agirebbero per abitudine in un modo “corretto”, o che comunque sarebbero sanzionati moralmente e da tutti “esclusi” se non lo facessero.
Quanti italiani indisciplinati sono diventati più disciplinati degli indigeni quando sin son trasferiti all’estero, nei cosiddetti “paesi civili” (come si diceva e forse erano un tempo gli altri europei)?
E, viceversa, quanti stranieri, giunti sul suolo patrio, si sentono autorizzati a commettere ogni sorta di nefandezza, ad esempio vandalizzare le nostre opere d’arte, atti che mai compirebbero a casa loro?
È il “contesto ambientale”, che a volte fa la differenza. E quello che in certi Paesi e momenti sembra un atto disdicevole, in altri passa nell’indifferenza o nella rassegnazione del “così fan tutti”.
La soglia massima di irresponsabilità , a me sembra, in Italia l’abbiamo già  abbondantemente superata.
Tanto che le parole non hanno più significato, e noi ormai, senza timor del ridicolo, chiamiamo responsabile anche chi palesemente sta seguendo solo il proprio personale tornaconto. Non sarebbe ora di lavorare un po’ sul contesto, e anche sulle parole?

(da “Huffingtonpost”)

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AMADEUS: “SANREMO A MARZO OPPURE NEL 2022, SE POSTICIPI A MAGGIO DIVENTA IL FESTIVALBAR”

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

“IL FESTIVAL BLINDATO NON SERVE A NULLA”… OTTIMA IDEA, SI FACCIA TRA UN ANNO, GLI ITALIANI HANNO ALTRO A CUI PENSARE

Non vuole spostare Sanremo in avanti, ad aprile o maggio. Piuttosto meglio non farlo: è questa l’opinione di Amadeus che in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera dice la sua sul festival più complicato di sempre. “O tutti uniti per marzo o nel 2022”, afferma il conduttore aggiungendo che “sarà  un Sanremo in sicurezza, con figuranti e distanziamenti. Sul palco ci sarà  anche Matilda De Angelis”.
L’idea è quella di avere un pubblico di figuranti.
“Pensiamo a figure contrattualizzate che sono parte integrante dello spettacolo nel rispetto del Dpcm. Con le giuste distanze possiamo arrivare a 380 persone in platea, mentre la galleria sarà  ovviamente chiusa. Dobbiamo offrire al pubblico a casa e agli artisti che sono sul palco la possibilità  di avere uno spettacolo vero”.
Amadeus dice di essere sempre stato chiaro: “O Sanremo si fa in sicurezza – perchè la salute viene al primo posto – oppure non si fa”. Ma posticiparlo è fuori discussione.
“Se lo posticipi a maggio non è Sanremo, ma il Festivalbar. E poi chi ci dice che a maggio avremo lasciato le mascherine e potremo abbracciarci tranquillamente? Se così fosse firmerei subito, ma a maggio probabilmente saremo più o meno nella stessa situazione. Quindi spostarlo per trovarsi con gli stessi problemi non avrebbe senso. Chiarisco una cosa: non vorrei che sembrasse che mi sono intestardito a fare Sanremo a tutti i costi. Lo deve volere la Rai, la discografia e la città  di Sanremo. Lo dobbiamo volere tutti: o siamo compatti e lavoriamo per farlo al meglio oppure ci rivediamo nel 2022”.
“Tante persone che mi chiedono di fare un grande Festival perchè la musica è in fin di vita. Il Festival blindato non serve a niente, non è uno spettacolo televisivo, passerebbe alla storia per il Sanremo del Covid, per il Sanremo della desolazione. Intorno al Festival da 70anni a oggi è sempre stato costruito uno spettacolo. Se in una partita di calcio mi togli il pubblico, mi levi le porte, riduci a 8 i giocatori e il pallone sì ma sgonfio, forse è meglio rimandare la partita”.

(da agenzie)

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TRUMP HA TENTATO DI USARE IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA PER TRUFFARE LE ELEZIONI

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

HA CERCATO DI SOSTITUIRE IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA NEL TENTATIVO DI COSTRINGERE LE AUTORITA’ DELLA GEORGIA A RIBALTARE IL VOTO POPOLARE

Ha gridato ai più svariati scandali quando ha cercato lui per primo di organizzare il più grosso. Negli ultimi giorni della sua Presidenza, Donald Trump avrebbe tentato di sostituire il ministro della Giustizia ad interim Jeffrey A. Rosen (subentrato dopo le dimissioni di William Barr) per poter manovrare liberamente il ministero nel tentativo di costringere le autorità  della Georgia a ribaltare a suo favore il risultato elettorale.
La lunga ricostruzione che si basa sulle testimonianze di quattro ex funzionari dell’Amministrazione Trump.
Nel suo piano, il presidente Usa uscente poteva contare sull’aiuto di un funzionario del dipartimento, Jeffrey Clark, che si era schierato al fianco di Trump nel sostenere le accuse di brogli elettorali lanciate dal presidente, al contrario di quanto fatto da Rosen.
Il piano di Trump, secondo la ricostruzione del Nyt, consisteva proprio nel sostituire Rosen con Clark. Il piano sarebbe fallito di fronte alla minaccia di dimissioni di massa dei vertici del ministero.
Le pressioni esercitate senza successo da Trump su Rosen, riporta il Nyt, avrebbero riguardato anche la nomina di una serie di procuratori speciali per indagare sui presunti brogli elettorali.

(da Globalist)

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SONDAGGIO IPSOS: QUATTRO ITALIANI SU CINQUE NON VOGLIONO LE ELEZIONI

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

QUELLI CHE CI HANNO CAPITO QUALCOSA DI QUESTA CRISI SONO MENO DELLA SETTIMANA PRECEDENTE

In questi giorni vi abbiamo raccontato come i sondaggi delle ultime ore non abbiano premiato chi ha scatenato la crisi di governo. L’averla innescata non ha certo fatto bene al partito di Matteo Renzi, che nell’ultima settimana ha perso lo 0,6 per cento, secondo i sondaggi Index Research presentati a Piazzapulita.
Oggi Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera illustra un altro aspetto emblematico. Gli italiani che hanno capito perchè è nata la crisi sono ancora meno della settimana scorsa. Ma soprattutto solo uno su cinque vorrebbe andare ad elezioni in questo momento. Sempre di più comunque di quelli che preferirebbero che l’esecutivo di Conte fosse sostituito da un governo di centrodestra:
Dopo il voto di fiducia è opinione diffusa (53%) che il governo si sia indebolito, perchè oggi può contare su una maggioranza risicata, mentre il 20% ritiene che si sia rafforzato perchè con l’uscita di Iv potrà  avere maggiore coesione e più libertà  d’azione.
In proposito dem e5Stelle la pensano diversamente: i primi sono maggiormente convinti che l’esecutivo si sia indebolito (62%), mentre i secondi sono più del parere che si sia rafforzato (50%).
Quanto alle previsioni sulla durata del governo, si registra molta incertezza: per il 9% avrà  una vita breve, di poche settimane, per un terzo continuerà  per qualche mese, per un altro terzo arriverà  alla fine della legislatura e il 27% non è in grado di fare previsioni.
Riguardo allo scenario politico preferito, il 40% ritiene opportuno che l’attuale esecutivo continui fino alla fine della legislatura mentre il 40% si augura un’alternativa – prevalentemente nuove elezioni (21%) seguite da un governo di unità  nazionale (8%), quindi un cambio della maggioranza (7%) o del premier (4%)–e un italiano su cinque non esprime preferenze.
Il ricorso al voto viene auspicato dalla maggioranza assoluta degli elettori della Lega e di FdI, nonchè da un terzo di quelli di FI.

(da agenzie)

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“LA ZONA ROSSA CI E’ COSTATA 600 MILIONI DI EURO”: COMMERCIANTI E SINDACI VOGLIONO LA CLASS ACTION CONTRO FONTANA DOPO IL PASTICCIO DELLA REGIONE SUI DATI

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

CONFCOMMERCIO LOMBARDIA: “SIAMO SENZA PAROLE, INAMMISSIBILE UN ERRORE DEL GENERE”

Commercianti, associazioni di categoria e anche i sindaci si preparano a presentare il conto al Pirellone.
Il pasticcio della Lombardia sui dati comunicati all’Istituto Superiore di Sanità  che hanno costretto negozianti e cittadini lombardi a una settimana di zona rossa rischia di trasformarsi in una class action contro i vertici della Regione.
Nonostante il presidente Attilio Fontana continui ad addossare la colpa ai calcoli effettuati a Roma, i verbali della cabina di regia parlano chiaro riguardo alla richiesta di “rettifica” arrivati dai tecnici lombardi.
E così in Lombardia monta la rabbia per la serrata totale alla quale sono state costretti 10 milioni di abitanti. Una contestazione trasversale, che coinvolge anche i sindaci di centrosinistra di Bergamo e Varese.
Il fuoco di fila è stato aperto da Confcommercio Lombardia: “Noi siamo veramente senza parole”, ha detto il presidente Gianni Rebecchi. Tanto che l’associazione, per il danno subito dai commercianti questa settimana, sta meditando di avviare una class action: “Per tutta la regione, anche in considerazione del periodo di saldi, stimiamo circa 600 milioni di volume d’affari perso dai negozi”, spiega all’Adnkronos.
“E adesso, dopo undici mesi di sacrifici, arriviamo a scoprire che ci sono stati errori di calcolo. Questo danno chi lo paga?”, si chiede Rebecchi.
Visto che il sacrificio economico lo stanno pagando solo alcune categorie, le vie legali non sono da escludere: “Stiamo aspettando tutta la documentazione per fare chiarezza, ma questo è un caso dove ci sono tutti i presupposti per far partire una class action contro i soggetti che hanno provocato un danno di questo tipo”.
La situazione economica, argomenta, “è ormai drammatica, più della metà  dell’occupazione persa nel 2021 lo sarà  nel settore che rappresentiamo”.
l ricorso alla causa civile viene caldeggiato anche dai sindaci di Bergamo e Varese, Giorgio Gori e Davide Galimberti, alla guida di due giunte di centrosinistra. “Credo che le categorie penalizzare potrebbero avviare una class action per il risarcimento del danno”, sottolinea Gori. “Questa notte non sono riuscito a dormire, sono sincero. E penso che come me tanti commercianti, genitori, imprenditori”, rimarca sui social il sindaco di Varese.
“Le imbarazzanti notizie che si susseguono da ieri sul tema dei conteggi dei positivi nella nostra Regione — dice ancora Galimberti — sono un colpo durissimo, perchè denotano principalmente una confusione che dopo un anno di pandemia non è più accettabile”.
Galimberti ritiene quindi che “una prima azione concreta possa essere una class action per tutelare e risarcire aziende, commercianti, famiglie e studenti che hanno subito ulteriori danni da questa confusione tra zona rossa che invece doveva essere arancione”. Una iniziativa “contro i responsabili di questo errore che come Comune di Varese sosterremo in prima linea dopo averne parlato con tutte le associazioni di categoria e dei consumatori”.
Gli avvocati Francesco Borasi e Angelo Leone hanno già  raccolto le adesioni per la maxi-causa di tre associazioni e una ventina di commercianti: “Ci siamo attivati per chiedere i documenti alla Regione — spiega Borasi — ai fini della richiesta di risarcimento” dovuto al presunto errore di calcolo dell’indice Rt. La chiusura della Regione in zona rossa ha “creato danni” che “si sono aggiunti ad una situazione già  disastrosa, decretando in molti casi la chiusura di tante attività  con gravissime conseguenza per lavoratori e famiglie”.
Da quanto si è saputo i due legali, oltre ad aver già  mosso i primi passi raccogliere, per la legge sulla trasparenza, dal Pirellone i documenti inviati a Roma all’Istituto Superiore di Sanità , in base ai quali la Lombardia è stata inserita erroneamente in zona rossa da domenica scorsa, hanno scritto anche alla Procura di Milano, all’aggiunto Maurizio Romanelli, per informarlo della class action: al momento sul caso non risulta aperto alcun fascicolo quanto meno ‘esplorativo’.
I commercianti e gli imprenditori, in gran parte milanesi, che stanno aderendo alla class action stanno invece conteggiando i danni che ritengono di aver subito, per poi presentare in ‘conto’, nella maxi-causa civile che verrà  avviata davanti al Tribunale del capoluogo lombardo.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PERCHE’ SALVINI NON CHIEDE LE DIMISSIONI DI FONTANA?

Gennaio 23rd, 2021 Riccardo Fucile

“CHI HA SBAGLIATO SUI DATI RT DEVE PAGARE”: SE VALEVA PER IL GOVERNO, ORA CHE E’ APPURATA LA RESPONSABILITA’ DELLA REGIONE LOMBARDIA E’ FONTANA CHE DEVE PAGARE

Prima o poi doveva accadere: il boomerang lanciato contro il governo, l’Istituto Superiore di Sanità  e il Ministero della Salute è tornato indietro e ha colpito in pieno il leader della Lega che ora, per coerenza, dovrebbe proseguire nella sua richiesta di dimissioni nei confronti di Attilio Fontana.
Dopo un lungo tira e molla, infatti, la verità  sui dati sbagliati dell’indice RT Lombardia è venuta a galla.
L’errore, come confermato da documenti ufficiali, è partito dagli uffici tecnici della stessa Regione che poi, in data 20 gennaio, ha inviato una rettifica con numeri più veritieri. Insomma, la Lombardia è stata zona rossa per una settimana (con annesse chiusure e problematiche economiche) a causa di un errore del Pirellone.
A confermare questa tesi è stato l’Istituto Superiore di Sanità . Il tutto è contenuto all’interno di una comunicazione anticipata in esclusiva da TPI. Nel documento, datato venerdì 22 gennaio 2021, infatti, si fa riferimento alla rettifica inviata dai tecnici della Regione in data 20 gennaio (quindi mentre già  si era in zona rossa), con annessa modifica dei dati dell’indice RT Lombardia.ù
L’errore è stato, come si può notare dalla tabella, nel conteggio dei sintomatici e asintomatici (uno dei parametri-base per la classificazione di una Regione all’interno dei tre colori).
Nel primo rilevamento inviato, quello che ha fatto scattare la zona rossa da domenica 17 gennaio), il numero di asintomatici presenti sul territorio regionale risultava essere di 419.362.
Nel documento con la rettifica, inviato il 20 gennaio (e che porterà  la Lombardia in zona arancione a partire da domenica 24 gennaio), risultano inferiori per quasi 5mila unità . Un dato che ha condizionato anche tutti gli altri valori.
Ma torniamo al leader della Lega che, nel pomeriggio di ieri, ha twittato polemicamente su questa vicenda.
Viste le evidenze, ora, ci aspettiamo che Matteo Salvini prosegua nella sua battaglia: chi ha sbagliato paghi, chiesa scusa e ripari al danno causato. Ma è lui ad avere il numero di telefono di Attilio Fontana, quindi immaginiamo (perchè siamo certi della sua coerenza confermata in più occasioni) che gli avrà  già  scritto per chiedergli di dimettersi.

(da agenzie)

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