Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile
NEL SUO STUDIO DOMICILIATA LA LISTA “PER SALVINI PREMIER”… DIVENTEREBBE TESTIMONE NEL PROCESSO CONTRO I COMMERCIALISTI MANZONI E DI RUBBA
Dopo il prestanome Luca Sostegni (patteggiato a 4 anni e 10 mesi) un mese fa, anche altri due protagonisti dell’affaire Lombardia Film Commission hanno chiesto di patteggiare. Per il commercialista Michele Scillieri, nel cui studio è stata domiciliata la lista “Per Salvini premier”, la richiesta fatta al gip è di tre anni e otto mesi con 85 mila euro di risarcimento. Per il cognato di Scillieri, Fabio Barbarossa, di due anni e due mesi con trentamila euro di risarcimento.
Ora le istanze saranno valutate dal giudice per le indagini preliminari. L’eventuale accoglimento delle richieste di pena, concordata con la procura farebbe uscire i due soggetti – accusati di peculato ed evasione fiscale – dall’inchiesta, ma permetterebbe ai magistrati titolari dell’indagine (il procuratore aggiunto Eugenio Fusco e il pm Stefano Civardi) di utilizzare le loro testimonianze – con l’obbligo di dire la verità – nel processo contro gli altri tre indagati, i due revisori contabili della Lega Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni e l’imprenditore Francesco Barachetti. Per loro, tutti ancora ai domiciliari, la procura si appresta a chiedere il giudizio immediato.
Secondo l’accusa, Manzoni e Di Rubba, insieme a Scillieri, sarebbero gli architetti dell’operazione sull’immobile di Cormano, a nord di Milano, individuato come nuova sede della Lombardia Film Commission, di cui Di Rubba era presidente. L’immobile venne acquistato da una società sull’orlo del fallimento, Paloschi srl, intestata a Sostegni ma gestita di fatto da Scillieri, senza effettuare alcun pagamento. Il denaro incassato dalla Regione Lombardia per l’acquisto – circa 800 mila euro – venne invece dirottato nelle tasche dei tre soggetti privati. “Una distrazione di denaro pubblico”, aveva scritto il gip Giulio Fanales disponendo i domiciliari per i tre, lo scorso settembre.
Secondo le indagini del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza, gli 800 euro tornarono ai due revisori contabili leghisti anche attraverso pagamenti all’imprenditore Francesco Barachetti, per lavori mai realizzati. Barachetti, che da semplice idraulico è diventato in pochi anni un colosso dell’impiantistica, è considerato “personaggio legato a Di Rubba e Manzoni e più in generale al mondo della Lega”. E molte Sos (segnalazione di operazioni sospette) dell’Antiriciclaggio di Banca d’Italia, lo indicano come l’imprenditore a cui arrivano i fondi distratti dalla Lega e poi dirottati da lui a società e altri soggetti vicini al Carroccio.
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile
DI BATTISTA LASCIA IL M5S: “LA MIA COSCIENZA POLITICA NON CE LA FA”… E’ IL PREZZO CHE SI PAGA QUANDO SI PREFERISCONO LE POLTRONE AI VALORI FONDANTI
Vince il sì a Mario Draghi. Il 59,3 per cento degli iscritti del M5s ha espresso la propria preferenza a
favore della formazione del nuovo governo guidato dall’ex presidente della Bce sulla piattaforma Rousseau.
La votazione sul web, iniziata alle 10, si è conclusa alle 18 ma i risultati, come annunciato sul Blog delle Stelle, sono stati pubblicati dopo le 19.
Dei 74.537 grillini che hanno votato sul nuovo esecutivo, il 59,3% si è espresso favorevolmente, pari a 44.177 voti, i no sono stati 30.360 (pari al 40.7 per cento). n
Il segnale comunque è pesante: il 40,7% dei militanti rimasti (altri se ne sono già andati da tempo) ha votano No nonostante gli appelli di Grillo, Conte, Di Maio e la stragrande maggioranza dei parlamentari che vogliono conservare lo stipendio per altri due anni. E’ una sconfessione della propria classe dirigente, l’ennesima, che ha portato il Movimento dal 34% al 15%, percentuale di cui è accreditato nei sondaggi.
Poco fa l’addio di Di Battista: “La mia coscienza politica non ce la fa più d’ora in poi non parlerò più come Movimento 5S”. “Ho grandissimo rispetto per la decisione degli iscritti – ha aggiunto – reputo gli attivisti e coloro che votano persone raziocinanti, persone perbene che non si lasciano influenzare. Il sì ha vinto col 60%, quindi zero polemiche. Allo stesso tempo però dico che le decisioni si devono rispettare quando si possono accettare. Anche in questo caso io le accetto ma non riesco a digerirle. La mia coscienza politica non ce la fa”.
Ora si prevedono altri addii di qualche parlamentare, ma il problema non è tanto questo ma il riverbero sui territori e sulle future elezioni amministrative.
Il rischio è un ulteriore calo di voti e la marginalizzazione dalla vita politica.
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile
PIOGGIA DI CRITICHE SU COME VIENE POSTO IL QUESITO E SULL’ALLEANZA CON BERLUSCONI E RENZI
In attesa di conoscere l’esito della votazione sulla piattaforma Rousseau, in merito all’appoggio della base M5S al governo Draghi, arrivano i primi segnali dalla Rete. Dopo gli annunci pubblici di Luigi Di Maio, Beppe Grillo e altri big , l’hashtag #iovotosì ha scalato la classifica delle tendenze italiane su Twitter.
Sono quasi 1.600 gli utenti che hanno utilizzato la parola chiave, conquistando il terzo gradino del ‘podio’ virtuale, alle ore 12.
Le operazioni di voto su Rousseau sono partite da circa due ore ma non accenna a mitigarsi la rabbia della base Cinque Stelle nei confronti della possibilità che il M5s sostenga il governo Draghi.
E a giudicare dai commenti nella pagina facebook del Movimento non sono serviti a svelenire il clima nè i numerosi appelli per il sì dei maggiorenti (da Conte a Di Maio a Fico), nè il modo in cui è stato scritto il quesito.
Anzi, proprio il modo in cui è stata rivolta la domanda, viene quasi unanimemente giudicato fazioso e alla fine controproducente, un boomerang.
Secondo Marco La Scala “il modo in cui è stato composto il quesito è chiaramente di parte. Questo voto è soltanto una farsa. Tanto valeva non farlo a questo punto. Il sì sarà ovvio a prescindere… Che tristezza. Io voterò no, e voterò no perchè l’unica notizia vera e certa che abbiamo al momento della votazione è che avremo un governo con Berlusconi, Salvini e Renzi. Solo a pensare i loro nomi rabbrividisco”.
Anche Alessio Sammartino rimprovera l’organizzazione M5S di “indirizzare palesemente il voto verso il sì.. Fate ridere”, conclude con amarezza mentre Maria Pia Vitale spiega che aveva “deciso di votare sì da prima” ma “il tono mellifluo del quesito fa passare la voglia… Se fosse una favola sembrerebbe il lupo che invoglia il bambino ad entrare nella tana millantando divertimenti e leccornie. Se si continua a dare la sensazione che prendete gli elettori in giro, ci ritroveremo presto con percentuali di gradimento ad una sola cifra!”.
Per Luigi Recchia il quesito poteva essere reso ancora “più semplice: Sei d’accordo che il movimento sostenga un governo tecnico-politico altrimenti Gesù piange?”.
I più delusi sono quelli che ci hanno messo la faccia: come Luigi Pilloni “che vergogna! Cinque anni di Consiglio comunale difendendo la trasparenza e i nostri principi! Questo quesito secondo voi è trasparente? Chi sono gli altri partiti che Draghi indicherà ? Forse quelli pieni di mafiosi e di ladri? Quali sono i programmi? Anche no!”.
Valerio Pezzuto si ‘complimenta’ per il quesito “scritto coi piedi (a pensar male direi in modo manipolatorio): potevate prevedere la terza opzione di astensione: avrebbe avuto molto senso. Invece no. Sono quindi stato obbligato a votare sì… al governo Draghi, con gran felicità ”.
Molti degli intervenuti sono convinti che vincerà il sì. Perchè il risultato è deciso in partenza. Così Max Razza: “In nome delle poltrone… Vincerà il sì al 189%… Perchè il capo lo ha già deciso”, dice. Mentre Davide Interrante la prende con ironia: “Forza, tafazzzzatevi! Grillo, finalmente, otterrà la tessera pd che gli rifiutarono nel 2009”.
Marco Vallino confessa di aver “votato sì, ma con una pinza sul naso….”, mentre Samuele Megna si sfila: “Io ad un tavolo pieno di bari non voglio sedermi”.
Max Ferrigno prova a ragionare. “Si può controllare e mantenere il punto anche all’opposizione… In questa ammucchiata avreste al massimo un paio di ministeri, quindi non gestirete nulla e assolutamente non incisivi, ci vuole anche onestà intellettuale. Allora perchè sedersi in maggioranza al fianco di Renzi, Berlusconi, Salvini and company?”, per Luigi Punzo il “no è la scelta più coerente! coerente con i valori fin adesso decantati dai 5s, no perchè questa non è la volontà popolare espressa con il voto, no a protezione delle conquiste fatte dal m5s, no per non scomparire…”.
Prevalgono nettamente gli interventi di chi è contrario al governo, ma non mancano i “sì”. Il rapporto è di uno ogni tre. Marcello Bertani ad esempio spiega che votare no oggi è “un suicidio e dimostra che tutte le volte che si è fatto appello al senso di responsabilità durante il governo conte erano sciocchezze. L’ha capito Salvini: chi si asterrà da questo governo del presidente ne uscirà massacrato alle prossime elezioni”. Ma il ‘no’ prende il sopravvento, in una catena di endorsement pubblicati nero su bianco nella pagina facebook del Movimento. E testimoniati anche da foto che irridono la votazione.
Una di queste riprende le “evoluzioni Cinque Stelle” nelle figure disegnate da un tuffatore: ‘mai col pd’, poi “sì col pd con Conte’, poi ‘mai con Draghi’ e subito dopo “sì con Draghi con Conte.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DI ROUSSEAU PRENDE LE DISTANZE… IL QUESITO E’ CHIARAMENTE MANIPOLATORIO
Si è aperto alle ore 10 di oggi, 11 febbraio, il voto sulla piattaforma Rousseau sul sostegno del
Movimento 5 stelle al governo Draghi.
Il voto, inizialmente sospeso, è stato annunciato ieri sera e durerà fino alle 18 di oggi. I risultati sono attesi dopo le 19, si legge sul Blog delle stelle. Il quesito che viene posto agli iscritti del Movimento — e che è stato definito «manipolatorio» da 13 parlamentari pentastellati — è il seguente:
«Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?»
Alla luce delle polemiche sorte, il presidente dall’associazione Rousseau Davide Casaleggio ha precisato che «È stato Vito Crimi, in qualità di capo politico, a decidere in merito al quesito da porre» sulla piattaforma sul governo nascente. «Qualora dovesse vincere il “no” — prosegue Casaleggio — sì dovrà stabilire se il voto sarà negativo o di astensione».
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile
LA LEGA PUNTA A FONDERSI CON ALTENATIVA POPOLARE DELLA LORENZIN PER FORMARE UN GRUPPO UNICO
Il piano per trasmigrare nel Partito popolare europeo è ormai pronto, passa per Alternativa popolare, brand politico fondato da Beatrice Lorenzin utile a dare un tocco centrista alla nuova Lega di governo.
Ci lavora ormai a tempo pieno Giancarlo Giorgetti, aiutato dietro le quinte dall’ex presidente del Senato Marcello Pero. Con Matteo Salvini che al momento lascia fare, senza sbilanciarsi anche se, confidano diverse fonti leghiste, con l’ingresso nel gabinetto di Mario Draghi la svolta dovrebbe essere inevitabile anche agli occhi del “Capitano”.
Tanto che lo stato maggiore leghista ha ripreso a lavorare alla tournèe di Salvini nelle principali cancellerie europee, a partire da quelle di Francia e Germania, per accreditare la rinascita centrista del Carroccio.
La partita resta comunque ad alto coefficiente di difficoltà . Non solo perchè il segretario non ha ancora dato formalmente il suo via libera al piano, ma anche perchè all’interno dello stesso Partito popolare europeo molti partiti sono contrari al matrimonio con Salvini, l’alleato di Le Pen e Alternative Fuer Deutschland, il ministro dei porti chiusi e il teorico del sovranismo anti-euro.
Diversi membri di spicco del Ppe raccontano infatti che al momento quella stessa maggioranza interna al gruppo all’Europarlamento — il più folto a Bruxelles – favorevole all’espulsione di Viktor Orbà n, è anche contraria all’ingresso della truppa leghista.
Con una differenza: per cacciare l’ungherese serve il quorum di due terzi del gruppo di Bruxelles, al momento soglia non raggiungibile, mentre per dire “no” a Salvini è più che sufficiente la maggioranza semplice.
Non solo, fonti europee spiegano che la Cdu di Angela Merkel, prima forza politica del Ppe, non intende lasciar avvicinare la Lega prima delle elezioni in Germania del prossimo 26 settembre, visto che gli elettori non capirebbero l’aspra lotta in patria contro i sovranisti di Afd, e la partnership a Bruxelles con Salvini, oggi loro alleato all’Eurocamera. Infine la stessa Cdu al momento appare riluttante a far entrare un secondo partito italiano nel Ppe che sommando i suoi 29 eletti agli 8 di Forza Italia regalerebbero l’egemonia all’interno del gruppo alla delegazione italiana, scalzando proprio i tedeschi.
Insomma, la cautela è tale che al momento i big del Ppe cercano anche di evitare un dibattito pubblico sulla Lega. Eppure il Carroccio ha bisogno di muoversi, come ha dimostrato il voto di ieri sera del Parlamento europeo sul lancio del Recovery Fund, che ha decretato la spaccatura all’interno del gruppo sovranista di estrema destra guidato dalla Lega (Identità e democrazia): mentre i padani dopo la svolta europeista pro Draghi per la prima volta si sono espressi a favore, i francesi di Marine Le Pen si sono astenuti e i tedeschi di Afd hanno votato contro. Una frattura destinata a riproporsi su ogni voto sensibile a Bruxelles.
La Lega si attrezza a gestire questa “separazione in casa” almeno per un anno, visto che se dovesse uscire dal gruppo guidato proprio dal padano Marco Zanni in attesa del (non certo) approdo nel Ppe dovrebbe passare al misto, perdendo soldi, cariche e visibilità politica.
Scenario che il leader vuole evitare. Intanto tra Roma e Bruxelles il corteggiamento dei popolari procede a pieno ritmo.
Come visto, un apparentamento immediato al Ppe non sembra possibile, ma è evidente che in vista delle europee del 2024 se l’emorragia di voti di Forza Italia dovesse proseguire, i popolari avrebbero un problema di rappresentanza (e di seggi) in Italia.
Ecco su cosa punta la Lega, garantire un ampio numero di eletti alle prossime europee per contribuire a far restare il Ppe primo partito dell’Assemblea Ue. Però accelerando i tempi rispetto a un ingresso a ridosso del voto continentale.
Il cavallo di Troia individuato dalla Lega porta il nome di Gianluca Rospi, deputato a Montecitorio eletto nei 5Stelle ma passato al gruppo misto ma soprattutto detentore del simbolo di Alternativa popolare, partito fondato dall’ex ministro Lorenzin associato al Ppe. L’idea è di fondere la Lega ad Alternativa popolare: sarebbe il passepartout per agevolare in qualche modo l’ingresso nei popolari evitando la forca caudina del voto del Congresso e del gruppo. Intanto è stato affidato a Paolo Alli, altro deputato di Alternativa popolare, di preparare l’organizzazione sul territorio della svolta centrista della Lega.
L’idea di Giancarlo Giorgetti è di completare l’operazione prima delle elezioni politiche in Italia e subito dopo dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
Dunque un orizzonte temporale di circa un anno, ben prima delle europee del 2024. Per sostenere politicamente l’operazione, è tornata in auge l’idea di quel tour nelle cancellerie europee per accreditare la svolta europeista di Salvini, con lo stato maggiore del Carroccio che punta forte su Merkel e Macron.
In parallelo il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha ricevuto mandato a lavorare a un incontro, una sorta di bilaterale, con Markus Soeder, potente presidente della Baviera, presidente della Csu, partito gemello della Cdu di Merkel, e possibile candidato cancelliere a settembre. A quel vertice intende partecipare Matteo Salvini. Insomma, un intenso lavoro diplomatico al quale sottotraccia contribuisce anche Marcello Pera, ex presidente del Senato teorico della svolta centrista della Lega che non a caso nelle ultime settimane è tornato ad apparire in tv.
Il piano è pronto, le incognite restano, con Salvini che al momento lascia andare avanti l’anima centrista della Lega. Ma su questa partita si gioca la leadership e il suo futuro politico.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile
SOLO UNO STRUMENTO PER AUMENTARE CONSENSI SALENDO SUL CARRO DEL VINCITORE
Matteo Salvini è diventato europeista. Il leader della Lega, con una serie di giravolte che gli hanno
permesso di atterrare direttamente sul governo di Mario Draghi ancor prima che questo si formi, ha cambiato idea su un paio di questioni negli ultimi giorni. Temi a cui il Carroccio deve anche la propria fortuna politica, dalle posizioni sovraniste nei confronti dell’Europa, allo scetticismo verso l’euro, fino al cavallo di battaglia del contrasto all’immigrazione.
Ora Salvini, in un’opera di trasformazione camaleontica, sembrerebbe però deciso a smussare alcune delle sue posizioni in modo da riuscire a incastrarsi in un esecutivo guidato dall’ex governatore della Bce. Governo che, come hanno detto tutti i partiti al termine delle consultazione, vedrà il proprio primo pilastro in una cornice fortemente europeista.
Fino a qualche mese fa sarebbe parso impossibile pensare a un governo di matrice europeista sostenuto da Salvini. Che lo scorso aprile, nel pieno della pandemia di coronavirus, descriveva l’Europa parlando di “fame, morte e sacrificio”, dicendo di essere anche pronto a “salutare, se serve, senza nemmeno ringraziare”. Del resto, in Europa la Lega detiene la presidenza del gruppo Identità e democrazia, formato da un miscuglio di nazionalismo, sovranismo ed euroscetticisimo.
L’operazione di chirurgia estetica fatta dalla Lega nelle ultime ore, però, non può nascondere totalmente l’opportunismo di questa decisione.
Cambiare casacca e unirsi ai sostenitori di Mario Draghi è l’unico modo che ha Salvini in questo momento per mettere mano ai 209 miliardi del Recovery Plan e (soprattutto) per non trovarsi alla prossima tornata elettorale ad affrontare un asse giallorosso rafforzato dall’esperienza di governo con l’uomo su cui gran parte dell’elettorato, compreso quello di Forza Italia, sembra convergere.
Ci sono una serie di indizi che mostrano le ultime dichiarazioni di Salvini sull’Europa per quello che sono: uno strumento politico di chi coglie l’opportunità di aumentare i propri consensi e balzare sul carro del vincitore.
Partiamo dall’affermazione sull’Europa. Al termine del secondo giro di consultazioni, Salvini, giustificando l’inaspettata svolta europeista, ha detto:”A me interessa sì stare in Europa, ma per difendere gli interessi italiani. Come i tedeschi difendono il loro interesse, noi vogliamo stare in governo che non svende i nostri interessi in Europa. Non per sovranismo, ma per buonsenso”.
Difficile però pensare di appartenere a una comunità , perchè questo è l’Unione europea, solamente per fare i propri interessi personali. Se è questa l’idea di europeismo di Salvini, è chiaro che è legata alle circostanze politiche di questo preciso momento, ma nulla di più. La Lega è e rimane un partito sovranista.
L’altro grande tema su cui Salvini ha cambiato retorica è quello dell’immigrazione. Le politiche messe in campo dal leader della Lega quando era ministro dell’Interno chiaramente non potrebbero mai esistere in seno a una maggioranza dove siedono il Partito democratico (che nel programma presentato alle consultazioni chiede la cancellazione della Bossi-Fini e l’introduzione dello ius culturae) e dagli altri partiti di sinistra.
Allora Salvini si è affrettato a rassicurare: “Sull’immigrazione noi chiediamo che ci sia una gestione di tipo europeo, con un modello di buona gestione e contrasto al traffico di esseri umani”.
Peccato però che in Europa la Lega spesso e volentieri si sia rifiutata di sedersi ai tavoli in cui si discuteva del Regolamento di Dublino (assenza sulla quale Salvini si è rifiutato di commentare in passato) e che nessuna norma europea comprenda stalli in mare e respingimenti.
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile
QUANDO FEDERICO CAFFE’, MAESTRO DI DRAGHI, DICEVA: “PENSATE AI POVERI”
Colpisce una frase pronunciata da Caffè a proposito di un libro che elogiava Stuart Mill sullo stato stazionario, ossia una situazione senza crescita economica. “Come si fa — disse — a dimenticare l’esistenza dei poveri?”. E raccontò che quella mattina aveva dovuto soccorrere una signora crollata per terra appena scesa dall’autobus perchè digiuna da giorni.
In queste ore di fervida attesa, i giornali dedicano ampio spazio al totoministri, al ritorno di Berlusconi e al migliore amico dell’ex presidente Bce, il suo bracco ungherese.
Certo, ci si occupa anche dei “nodi del programma”, con approfondimenti su fisco, migranti, giustizia e previdenza.
Sulla povertà , invece, solo qualche cenno sparso malgrado l’emergenza assoluta se si tiene conto che, secondo l’Istat, nel 2019, 1,7milioni di famiglie vivevano in povertà assoluta. Ovvero: 4,6 milioni di persone equivalenti al 7,7% della popolazione.
Un disastro diventato una catastrofe visto che durante e dopo il lockdown la Caritas da sola ha soccorso 450mila persone in condizioni di indigenza assoluta. Quel piatto di minestra che la rete del volontariato, la nostra eccellenza umanitaria, ha cercato di non far mancare alla moltitudine di famiglie che la pandemia ha gettato letteralmente sul lastrico.
Leggiamo anche che se la situazione non è andata del tutto fuori controllo si deve a quel Reddito di cittadinanza, fortemente voluto dal M5S e fortemente contestato da quelli che se ne stanno con il culo al calduccio.
Ecco, quando dopo il colloquio con il presidente incaricato, Beppe Grillo dice “sembra uno di noi” vorremmo tanto non fosse solo una battuta. Ma, al contrario, il segno di una sintonia tra persone e mondi apparentemente lontani ma concordi sul sostegno indispensabile, e sulle risorse economiche da distribuire a favore degli ultimi.
Su questo impegno di governo, sul rilancio del Reddito e su tutte le misure necessarie a risollevare la condizione di quei milioni di cittadini dimenticati vorremmo che la base 5stelle soprattutto si pronunciasse. Affinchè, come avrebbe detto il professor Caffè, non esistano più donne e uomini che crollano a terra per la fame. E sotto i nostri occhi.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA, POI CANCELLATA, A UN CITTADINO CHE CONTESTAVA IL COLLEGAMENTO BATTISTINI-CASALOTTI
A volte l’impulsività è una cattiva consigliera. Soprattutto quando mancano pochi mesi alle elezioni e
l’istinto è quello di voler mettere tutti d’accordo.
Lo ha imparato ieri la sindaca Virginia Raggi che prima ha pubblicato una risposta su Facebook a un commento critico e poi l’ha cancellata, rendendosi conto che la pezza messa di corsa per coprire il buco ne avrebbe aperto uno ben più grande.
Il tema è l’approvazione in giunta del piano di fattibilità della funivia Casalotti-Battistini, un cavallo di battaglia della precedente campagna elettorale della Raggi che è stato tenuto chiuso in stalla per cinque anni per rispuntare ieri, appunto a pochi mesi dalle prossime elezioni amministrative.
Di fronte a un cittadino che commentava criticamente l’annuncio glorioso della sindaca su Facebook ricordando che il prolungamento della linea A è bloccato da anni, la Raggi ha candidamente risposto: “La funivia, qualora non dovesse più servire, si smonta e si può rimontare da un’altra parte mentre il prolungamento della metro richiede finanziamenti in molto maggiori rispetto a quelli della funivia uno studio molto più complesso una progettazione non banale e quindi la funivia può benissimo essere un mezzo di transizione in attesa della futura metropolitana ma ci sono degli studi che stiamo facendo per valutare il carico trasportistico della metro a che è già molto affollata e quindi cercare di capire se sia preferibile attestare il nuovo Capolinea a Casalotti o piuttosto nella zona di Monte Mario”.
A parte l’italiano zoppicante e l’uso non proprio rigoroso della punteggiatura, il commento politico riguarda soprattutto il contenuto del post: in sostanza, la sindaca annuncia un’opera assicurando però che può essere presto smontata e spostata altrove. L’anomalia non è passata inosservata al cittadino che l’aveva sollecitata sul tema e che ha risposto: “Ma quale mezzo di transizione e ipotesi di smontaggio…. Ma si rende conto?”.
In effetti, l’assurdità di quella risposta cerchiobottista deve essere saltata all’occhio anche alla prima cittadina, o a chi per lei ogni giorno riempie il suo profilo di annunci e buoni propositi, tanto che il post è stato prontamente cancellato.
Non prima però che qualche attento osservatore lo avesse fotografato a futura memoria, per inserirlo nell’album di una certa politica, quella dove tutto è possibile, soprattutto quando affidato alle parole.
(da agenzie)
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Febbraio 11th, 2021 Riccardo Fucile
LA LEGA E’ DIVENTATA EUROPEISTA, PER ITALIA VIVA IL MES NON HA PIU’ IMPORTANZA, IL M5S VOTERA’ LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA INSIEME A BERLUSCONI, PER IL PD DRAGHI PUO’ FARE QUELLO VUOLE
E così, nel breve volgere di una settimana abbondante abbiamo scoperto che per Matteo Renzi non era così necessario ricorrere al Meccanismo Europeo di Stabilità per finanziare il nostro sistema sanitario.
Non inganni lo spread tra i Btp e i Bund che è crollato da quando Mario Draghi è stato incaricato di formare un nuovo governo. Ieri, mentre i partiti sfilavano dal podio all’esterno della Sala della Regina della Camera dei Deputati il rendimento del Btp decennale era pari allo 0,5%, identico ai giorni della crisi del governo Conte bis.
E non ci pare proprio che Matteo Renzi e la sua delegazioni abbiano pronunciato la frase “O Mes o morte”, o anche solo la parola Mes, che invece era una specie di intercalare fino a sette giorni fa. Anche perchè, al pari del suo predecessore, Mario Draghi non sembra per nulla intenzionato ad accedervi.
Amen. “Quando cambiano i fatti, io cambio opinione” amava ripetere l’economista John Maynard Keynes, e caso vuole che Mario Draghi abbia ricordato questo aforisma nel suo intervento al Meeting di Comunione e Liberazione della scorsa estate, in quello che ormai viene mandato a memoria come il discorso della montagna del nuovo messia della politica italiana.
Dunque, nello spazio di qualche tramonto devono essere cambiati un bel po’ di fatti, se improvvisamente anche Matteo Salvini e la Lega decidono di votare a favore del Recovery Fund al Parlamento Europeo, che fino a ieri era una “truffa”
O che il Capitano citi l’Europa e i suoi figli che si sentono europei come nemmeno il “cuore immacolato di Maria” quand’era ministro degli interni.
O che ancora si genufletta di fronte a quello stesso Draghi traditore della patria al pari del suo predecessore e maestro Carlo Azeglio Ciampi, cui Salvini non concesse l’onore delle armi nemmeno nel giorno della sua morte.
E ancora, spostandoci dall’altra parte dell’emiciclo parlamentare, che i maggiorenti di Liberi e Uguali non pongano alcun veto o quasi alla presenza di Salvini stesso nella maggioranza di governo.
O che, allo stesso modo, i Cinque Stelle — ad eccezione della fronda guidata da Alessandro Di Battista e Barbara Lezzi, cui va comunque riconosciuto se non altro un brandello di coerenza — si siedano di buon grado nella stessa maggioranza assieme all’innominabile Matteo Renzi e soprattutto al Caimano-in-persona Silvio Berlusconi, con cui addirittura condivideranno una riforma della giustizia necessaria alla concessione dei 209 miliardi del Recovery Plan.
Lo stesso, del resto, si può dire di Silvio Berlusconi, che per una volta nella vita si siederà dalla stessa parte di Beppe Grillo — “Mario Draghi è uno dei nostri”, ha detto ieri, e nessuno ha capito se scherzasse o ci credesse davvero — e Marco Travaglio senza pulire la sedia con un fazzoletto.
Rimane il Pd, infine. Quello che, stando alle parole del suo vicesegretario Andrea Orlando non sarebbe mai stato in maggioranza con la Lega “nemmeno se gliel’avesse chiesto Superman”, e che a proposito di coerenza stava preparandosi a impalmare a leader del centrosinistra il premier che passerà alla Storia per aver messo la firma sui decreti sicurezza e su Quota 100.
Nicola Zingaretti si è particolarmente distinto, nel suo intervento dopo aver incontrato Draghi, per non aver chiesto nulla al premier. Non mezzo provvedimento, non una poltrona, come del resto si sono premurate di ricordare tutte le forze politiche che si sono avvicendate al podio.
Delle due, una. O Mario Draghi è davvero un Rettiliano con particolari poteri di controllo delle deboli menti umane, come sospettano i complottisti che la sanno lunghissima. Oppure, i 209 miliardi del Recovery Fund e la possibilità di incidere anche solo in minima parte sulla loro destinazione valgono più di qualunque principio e di qualunque veto. Modestamente — non ne abbiano a male i Rettiliani — propendiamo per la seconda ipotesi.
(da Fanpage)
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