Maggio 27th, 2021 Riccardo Fucile
IL PARLAMENTARE LI QUERELA, MA IL PROBLEMA E’ UN ALTRO: IN UN PAESE NORMALE NON SI PUO’ CONSENTIRE CHE QUALCUNO DIFFONDI VOLUTAMENTE NOTIZIE FALSE ALLO SCOPO DI TURBARE L’ORDINE PUBBLICO
Ancora fake news sul ddl Zan. Gli oppositori del disegno di legge contro l’omotransfobia,
la misoginia e l’abilismo stanno sfruttando tutte le frecce nella loro faretra per portare avanti la propria propaganda.
E per farlo utilizzano due strumenti che, messi insieme, danno vita a un mix esplosivo che – però – si basa sul nulla: i social network e le bufale.
Protagonisti di questo ennesimo capitolo di questo libro nero sono tre personaggi: Silvia Pini, Umberto Morazzoni e Zain, già grandi protagonisti sui social per “trasmissioni” complottiste, anche sulla pandemia.
I pochi istanti immortalati nel video sono la sintesi di tre tra le più grandi fake news sul ddl Zan:
“Un adulto di 60 anni potrà avere rapporti con un neonato”.
“Questa è gente che violenta anche i neonati”.
“Se a te piace un bambino di 3 mesi non sei perseguibile”.
Ovviamente nulla di questo è vero e basta leggere il testo (i tre personaggi in questione fanno finta di leggerlo, mistificando le interpretazioni) dando vita a queste fake news che si uniscono a tutte le altre bufale messe in giro nel corso degli ultimi mesi.
“Queste sono solo tre frasi agghiaccianti riferite al ddl Zan dette da questi tre signori in una diretta Facebook durata quasi due ore e vista da oltre 75mila persone – ha scritto su Facebook il deputato del Pd, primo firmatario del disegno di legge in attesa di approvazione al Senato dopo il parere positivo della Camera -. È sconcertante il livello di gravità di fake news che stanno circolando sulla legge contro i crimini d’odio, menzogne che stanno degenerando nell’attacco personale verso chi lotta per questo traguardo di civiltà. È ora di porre fine a questo delirio. Cara Silvia Pini, caro Umberto Morazzoni, caro Zainz: sarà un piacere trascinarvi in tribunale”.
(da NextQuotidiano)
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Maggio 27th, 2021 Riccardo Fucile
“UNA SFILATA DI ESTREMISTI”… LA LEGA, CASO STRANO, ATTACCA ANCHE LA LEGGE MANCINO CHE PREVEDE PENE CONTRO I RAZZISTI
“Dispiace che ancora una volta, con il loro comportamento, partiti come la Lega e Fratelli d’Italia siano complici dell’omotransfobia, della misoginia, e dell’abilismo che in questo Paese sono una vera e propria emergenza. Dispiace perché questa è una legge che non deve avere una bandiera ideologica perché contrasta le discriminazioni e le violenze e dunque tutela, sostiene e protegge le persone più vulnerabili”.
Lo ribadisce ai microfoni di Radio Radicale il deputato del Pd, Alessandro Zan, a proposito delle 170 audizioni stabilite dal presidente della Commissione Giustizia del Senato, il leghista Andrea Ostellari, al fine di approfondire i due ddl sull’omofobia, incardinati in Commissione: il ddl Zan e quello del centrodestra, a firma Ronzulli.
Zan fa un breve riepilogo dell’iter travagliato suo ddl al Senato: “È passato molto tempo da quando abbiamo approvato alla Camera, con larga maggioranza, questa legge. Era il 4 novembre 2020. Poi il 5 novembre è andata al Senato e lì si è fermata. Ma si sarebbe fermata comunque perché il presidente della Commissione Giustizia, il leghista Andrea Ostellari, ha dimostrato di non essere super partes ma al servizio di Salvini. Questo è molto triste. Prima ha cercato di tenere la bozza in cassetto, poi la maggioranza della Commissione, che vuole la legge, ha votato la calendarizzazione – continua – ma da lì ci si aspettava un atteggiamento di responsabilità da parte del presidente della Commissione Giustizia, che peraltro si è pure nominato auto-relatore. Ieri abbiamo saputo che ha fissato 170 audizioni. Questo numero enorme di audizioni non è stato presentato nemmeno per cambiare la Costituzione. Centosettanta audizioni per una legge di iniziativa parlamentare sono una enormità, perché, fissando un’audizione alla settimana, si va avanti per mesi se non anni. Dunque, è evidente che la Lega e Fratelli d’Italia non vogliano questa legge e che queste 170 audizioni servano solo per allungare il bordo“.
E sugli auditori scelti dalla Lega, osserva: “Ricordo che in Commissione Giustizia alla Camera abbiamo presentato tante audizioni. Potevano utilizzare quelle. E invece convocheranno tante persone che vanno da Platinette agli integralisti cattolici fino al figlio del leader di Forza Nuova. C’è anche un perito agrario. Manca solo il mago Otelma, che peraltro è una persona molto simpatica e forse sosterrebbe questa legge. Fedez? Non l’hanno ovviamente chiamato, perché non è interesse della Lega ascoltarlo – spiega – Vogliono chiamare tutti gli estremisti che sono contro la legge. Ma il Paese non è fatto di estremisti, bensì di persone di buonsenso che, nella stragrande maggioranza, come si evince dai sondaggi, vogliono questa legge. Dunque, è importante farla uscire subito dalle pastoie della Commissione Giustizia, portarla in Aula al Senato per poi capire quali saranno le forze politiche che la vogliono sostenere e quali invece la vogliono affossare”.
Zan conclude: “È un fatto di democrazia: sottrarre la discussione al Senato è una forzatura democratica. La legge è stata fatta tenendo conto di sensibilità diverse. Ora basta, le mediazioni sono state fatte, bisogna andare in Aula e votarla. Il testo alternativo presentato dalla Lega? Mi chiedo perché Salvini si sia svegliato solo adesso. Perché non l’ha presentato alla Camera quando si discuteva e si faceva una sintesi dei testi? Lo presenta solo adesso perché l’onda montata nel Paese su questa legge lo ha costretto a non dire più che non gliene frega nulla. In più, il testo che ha presentato attacca la legge Mancino, costringendoci a passi indietro rispetto all’odio razziale e religioso – chiosa – Di fronte a questo, io dico francamente: anche no. Quello di Salvini è un testo tardivo e molto pericoloso. Dunque, si parta dalla legge votata alla Camera e il Senato valuti se approvarla immediatamente. Tornare invece alla Camera significherebbe probabilmente far morire questa legge. Le senatrici e i senatori devono decidere se vogliono una legge contro i crimini d’odio dopo 6 tentativi falliti in Parlamento oppure continuiamo con un Paese che discrimina, bullizza e fa oggetto di violenza le persone con un Parlamento che sta a guardare“.
(da Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 27th, 2021 Riccardo Fucile
LA TELEFONATA DOPO L’INCIDENTE
Gabriele Tadini, caposervizio della Ferrovie del Mottarone, società che gestisce l’impianto
della funivia che corre a pochi passi dal Lago Maggiore “ha ammesso” le proprie responsabilità rispetto ad alcune contestazioni, in particolare rispetto alla decisione di aggirare le norme relative al sistema frenante di sicurezza che domenica scorsa non è entrato in funzione portando alla morte di 14 persone.
“Li avevamo tolti per evitare che la cabina si bloccasse di continuo”, ha spiegato ai Carabinieri della stazione di Stresa
Una scelta, a dire della procura di Verbania, “consapevole e concordata” con il proprietario della struttura Luigi Nerini ed Enrico Perocchio, consulente esterno per la funivia e dipendente della Leitner che nell’impianto di Stresa ha in carico la manutenzione straordinaria e ordinaria.
Una volontà dettata dai tre – fermati per omicidio colposo plurimo e lesioni plurime – dalla necessità di fronte a delle “anomalie” senza ricorrere alla chiusura della funivia che avrebbe comportato danni economici.
Tadini, ascoltato in caserma a Stresa, avrebbe risposto alle domande del procuratore capo Olimpia Bossi e del pm Laura Carrera, i difensori degli altri due fermati invece precisano che la scorsa notte non sono mai stati sentiti dalla magistratura. Secondo il racconto di Tadini, riportato sul Fatto i superiori erano a conoscenza dell’inserimento dei forchettoni, il secondo è stato ritrovato ieri:
Chiama in causa i suoi superiori che, racconta, erano stati informati del problema, che “andava avanti dalla riapertura”, e cioè dal 26 aprile del 2021. Queste dichiarazioni, fra le 3 e le 4 del mattino di mercoledì, fanno scattare i fermi per altre due persone, anch’es -se convocate come testimoni: Luigi Nerini, 56 anni, amministratore e proprietario della società Funivie del Mottarone srl, ed Enrico Perocchio, 51 anni, ingegnere dipendente della Leitner, che in questo caso risponde per il ruolo di responsabile tecnico Precipita una cabina della funivia Stresa – Mottarone
Luigi Nerini, Enrico Perocchio e Gabriele Tadini, i tre fermati accusati dalla procura di Verbania di omicidi colposo plurimo per la tragedia sulla funivia del Mottarone, in concorso tra loro, “omettevano di rimuovere i forchettoni rossi aventi la funzione di bloccare il freno” della cabinovia quindi “destinato a prevenire i disastri”, così “cagionando il disastro da cui derivava la morte delle persone”, secondo quanto si legge nel capo di imputazione della procura di Verbania nei confronti del gestore della funivia, del consulente esterno e del capo servizio dell’impianto in cui domenica scorsa hanno perso la vita 14 persone.
Il Fatto racconta che Tadini subito dopo l’incidente aveva telefonato a Perocchio spiegandogli che “la fune aveva i ceppi”, ovvero i forchettoni che bloccano l’azione dei freni:
“Enrico, ho una fune a terra. La fune è giù dalla scarpata. La vettura aveva i ceppi”. La chiamata si interrompe subito e a Perocchio, ingegnere con 25 anni di esperienza alle spalle nel settore, si gela il sangue nelle vene. È nella sua casa nel biellese, in quel momento. Si mette immediatamente in macchina. E alle 12.20, mentre è già in auto verso Stresa, il cellulare suona una seconda volta. È ancora Tadini. È agitatissimo e gli ripete la stessa cosa: “La vettura aveva i ceppi”.
I freni erano stati disattivati da fine aprile, per evitare che la cabina 3, quella precipitata nel vuoto, si fermasse di continuo. Anche la cabina 4, spiega Olimpia Bossi, la Procuratrice di Verbania che ha disposto i fermi, presentava in parte le stesse anomalie.
Perocchio però, per voce del suo avvocato Andrea Da Prato nega di essere stato a conoscenza della procedura per escludere i freni: “Portare persone con i forchettoni è una pratica suicida, una circostanza che il mio cliente respinge nel modo più assoluto. Non ne aveva idea”.
Proprio lui prima di essere indagato avrebbe mandato una mail alla Procura di Verbania per spiegare che aveva appreso informazioni da un dipendente riguardo “l ’utilizzo improprio del sistema frenante”.
(da NextQuotidiano)
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Maggio 27th, 2021 Riccardo Fucile
LA PROCURATRICE: “PROVIAMO DOLORE E SCONCERTO, HANNO MESSO A REPENTAGLIO LA VITA DI ESSERI UMANI PER IL PROFITTO”
“In questa vicenda la parola soddisfazione non potrà mai esserci. Piuttosto abbiamo provato altro dolore e un amarissimo sconcerto quando ci siamo resi conto che il mancato funzionamento del sistema frenante era esito di una scelta. Qua non c’entra la negligenza, il pressappochismo, quell’errore umano che non rende immuni da responsabilità ma almeno genera una certa comprensione. Ci troviamo davanti a chi, a fronte di un proprio interesse, ha preferito mettere a repentaglio la vita degli altri”. Così, in un’intervista a La Stampa, Olimpia Bossi, procuratrice della Repubblica di Verbania che indaga sul disastro della funivia del Mottarone, costato la vita a 14 persone.
“L’intuito dei carabinieri – afferma Bossi – ha portato subito a un approfondimento e martedì pomeriggio abbiamo convocato i dipendenti di Ferrovie del Mottarone per capire da loro di cosa esattamente si trattava. Lo hanno spiegato ed è emerso in modo inequivocabile: tutti sapevano che il freno restava aperto anche se non doveva”.
Il caposervizio Gabriele Tadini ha ammesso questa consapevolezza?
“Sì, ha risposto alle domande e ha dichiarato che si era fatta quella scelta perché si era sicuri che mai il cavo traente si sarebbe spezzato. Le anomalie erano state riscontrate al sistema frenante della cabina 3, quella schizzata nel vuoto, e in parte nella 4, che fortunatamente domenica si è fermata senza schiantarsi. Da quello che abbiano desunto la 3 viaggiava col freno disattivato da fine aprile, quando è ripreso il trasporto dei passeggeri. Tadini in azienda ha una posizione subordinata al titolare e al direttore dell’esercizio. Noi sosteniamo quindi che anche Nerini e Perocchio sapevano e volevano che si procedesse così per non fermare l’impianto per un controllo approfondito. Quando l’altra notte sono emersi gravi indizi di colpevolezza, abbiamo convocato anche loro due e ho assunto la decisione di procedere con il fermo. Al momento gli altri dipendenti non sono indagati”.
(da agenzie)
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Maggio 27th, 2021 Riccardo Fucile
E’ STATA LA PIU’ GRANDE BALLERINA DEL MONDO: LE ORIGINI POPOLARI, LO STUDIO TENACE, I SUCCESSI NEI PIU’ GRANDI TEATRI DEL MONDO
È vissuta volando ma di sé diceva orgogliosa: “Sono cresciuta tra i contadini, nelle
campagne vicino Cremona, libera, tra molti affetti e necessità concrete. E proprio lì, ben piantate nella terra, ci sono le mie radici”.
E così, leggiadra e solida, dolce e tenace, se n’è andata un “monumento nazionale”, un mito del balletto, una delle più grandi artiste della danza internazionale.
Carla Fracci è morta a Milano a 84 anni per un tumore che l’aveva colpita già da tempo e che aveva vissuto con coraggio e strettissimo riserbo. “Eterna fanciulla danzante”, la definiì il poeta Eugenio Montale. “You are wonderul” le confessò commosso Charlie Chaplin dopo averla vista.
Carla Fracci è stata davvero una artista unica, un misto di concretezza meneghina e leggerezza della poesia, una protagonista sia dell’esclusivo mondo del balletto classico che di quello pop della televisione e dei rotocalchi: un viaggio longevo e trionfale, il suo, delicatissima e struggente Giselle, toccante Giulietta, aerea Sylphide nei più grandi teatri del mondo, dalla Scala al Royal Ballet, lo Stuttgart Ballet, il Royal Swedish Ballet, e dal 1967 artista ospite dell’American Ballet Theatre, con i più eccelsi partner come Erik Bruhn, Rudolf Nureyev, Mikhail Baryshnikov, Gheorghe Iancu, Vladimir Vasiliev, Henning Kronstam, gli italiani Amedeo Amodio, Paolo Bortoluzzi, e coreografi come Cranko, Dell’Ara, Rodrigues, Nureyev, Butler, Béjart, Tetley e molti altri.
Carla Fracci era nata il 20 agosto del 1936 a Milano. Amici di famiglia convincono i genitori a iscriverla alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala dopo averla vista muoversi nel salone del dopolavoro del papà tranviere.
Carla ha 10 anni, è magra, esile, “all’inizio non capivo il senso degli esercizi ripetuti, del sacrificio, dell’impegno mentale e fisico. Io, poi, sognavo di fare la parrucchiera. Fu pesantissimo”, raccontava in una intervista sui suoi inizi.
Ma il visino dolce, la leggerezza dei movimenti colpiscono le insegnanti, Vera Valkova, Edda Martignoni, Paolina Giussani e a 12 anni è una comparsa in La bella addormentata con Margot Fonteyn. L’incontro ravvicinato con la grande ballerina le fa capire che i sacrifici, lo studio, la disciplina possono produrre poesia. Si diploma nel 1954, nel 1955 debutta nella Cenerentola alla Scala; nel 1958, a 22 anni, viene promossa prima ballerina.
Sapienza tecnica, leggerezza, una spiccata capacità interpretativa le aprono i teatri del mondo e i maggiori ruoli (ne ballerà circa centocinquanta): oltre ai popolarissimi Lago dei cigni, Lo schiaccianoci, diventano suoi i ruoli romantici, Giulietta, la Swanilda di Coppelia, Francesca da Rimini, soprattutto Giselle, il “suo” personaggio: nei panni della giovane contadinella innamorata, coi capelli sciolti e un leggerissimo tutù, entrerà per sempre nella storia del balletto.
Dopo la prima del ’59 a Londra al Royal Festival Hall, la Fracci sarà Giselle in tantissime edizioni e tra le più belle si ricordano quella con Erik Bruhn al Met, e l’altra con Nureyev.
L’incontro con Rudy risale al 1963 e sarà un sodalizio artistico che incanterà mezzo mondo per oltre un ventennio. “Ballare con Rudolf era una sfida. Carattere difficile. Eccentrico e competitivo. Ma di grandissima generosità. Era inammissibile per lui che nel lavoro non ci si impegnasse. E per guadagnarsi la sua stima, bisognava essere più forti e uscirne vittoriosi”, ricorderà lei che proprio nei primi anni Sessanta, aveva lasciato la Scala (con una polemica per un balletto cancellato) e da ballerina indipendente, era diventa l’étoile italiana più famosa nel mondo, “la prima ballerina assoluta” scriverà il New York Times.
“In tanti mi hanno chiesto come ci si sente a essere un mito. Ma i miei che erano dei lavoratori, padre tranviere, madre operaia mi hanno insegnato che il successo si deve guadagnare. E io ho lavorato, lavorato, lavorato… “.
Continua a farlo anche dopo il matrimonio con Beppe Menegatti, aiuto regista di Visconti, nel ’64, e dopo che è diventata mamma nel ’68. Con Menegatti realizzerà molti spettacoli e personaggi (Medea, Pantea, Titania, Ariel, Luna, Ofelia, Turandot), coinvolgendo compagnie non sempre all’altezza del suo nome. “L’importante è che la gente veda la danza” diceva, e lei lo ha fatto vedere con sorprendente longevità anche fuori dal repertorio classico – e tra Medea, Concerto barocco, Les demoiselles de la nuit, Il gabbiano, La bambola di Kokoschka, svetta la Gelsomina de La strada di Nino Rota creata apposta per lei dal coreografo Mario Pistoni – e anche fino a 80 anni quando, fisico ancora asciutto, elastico, fece un cameo in La musa della danza al San Carlo di Napoli.
Ben prima di Roberto Bolle, Carla Fracci ha contribuito a portare la danza in contesti pop, a cominciare dalla televisione: nel’67 con Scarpette rosa, di Vito Molinari, in molti show del sabato sera e ancora in quella che resta una autentica e notevole prova di attrice, nello sceneggiato tv su Giuseppe Verdi, come indimenticata Giuseppina Strepponi, la soprano e seconda moglie del compositore (ma attrice lo è stata anche al cinema in Storia vera della signora delle Camelie di Bolognini con Isabelle Huppert e Gian Maria Volonté, Nijinskij di Herbert Ross con Jeremy Irons), fino alle civetteria di ridere con autoironia della bella imitazione di Virginia Raffaele al Festival di Sanremo
Per la diffusione del balletto, d’altra parte, Carla Fracci si è spesa nei contesti più diversi, anche politici.
Da sempre mpegnata a sinistra (nel 2009 diventa assessore alla Cultura della Provincia di Firenze) si è battuta contro lo smantellamento dei Corpi di Ballo dalle fondazioni liriche, anche con un appello nel 2012 all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Il ballo classico ha dato prestigio al nostro Paese ed è triste che oggi sia considerato residuale. Un’arte nobile come questa non può essere trattata come una Cenerentola”.
Lei stessa si era impegnata in prima persona a tenerli vivi: alla fine degli anni Ottanta quando dirige il Corpo di Ballo del Teatro San Carlo di Napoli, poi nel ’96 quello dell’Arena di Verona, e dal 2000 per dieci anni alla testa della compagnia di danza all’Opera di Roma, tuttavia sempre nel rimpianto, carico di rancori, della mancata direzione del balletto alla Scala dove proprio per questi dissapori non ballerà più dal ’99.
A gennaio di questo 2021 è il nuovo direttore del Ballo, Manuel Legris, a invitarla a tenere due masterclass su Giselle, ricucendo così quella rottura, e di cui resta una testimonianza nella docufiction Corpo di ballo su RaiPlay.
“Mi ha toccata l’accoglienza di tutto il teatro, il lungo applauso. Ho sentito rispetto e gratitudine. Spero che ci saranno altre di queste masterclass. Ai giovani voglio spiegare che la tecnica c’è ma non va esibita”.
Leggendaria la sua frase “la danza non è piedi e gambe. È testa”, che racchiude tutta la sua poetica.
La sua storia, invece, l’ha raccolta nell’autobiografia Passo dopo passo (Mondadori, 2013), che ora diventerà una fiction tv con Alessandra Mastronardi: non solo ha dato la sua consulenza insieme al marito e alla storica collaboratrice Luisa Graziadei, ma ha regalato un cameo nei panni della sua insegnante alla scuola della Scala. Come a chiudere il cerchio. “Mi lamento spesso e sono una polemica” ha confessato in una delle ultime apparizioni tv, vestita di bianco, come sempre, suo unico vezzo, “ma la mia è stata una gran bella vita”.
(da La Repubblica)
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Maggio 26th, 2021 Riccardo Fucile
“NON VOGLIO LE CONDOGLIANZE DEI POLITICI, LA RESPONSABILITA’ DI QUESTE TRAGEDIE E’ LA LORO”
Oltre il dolore, la rabbia per una promessa disattesa.
Corrado Guzzetti, ristoratore di Vedano Olona, in provincia di Varese, ha denunciato quanto accaduto ai familiari delle vittime della funivia Stresa-Mottarone: “Ci hanno detto che si sarebbero fatti i funerali di Stato e che avrebbero pensato a tutto loro – si è sfogato con l’Ansa – poi si sono rimangiati tutto, negandosi al telefono”.
Guzzetti, che sta seguendo da vicino quanto successo sulla montagna tra Lago Maggiore e Lago d’Orta, è l’ex cognato di Vittorio Zurloni, il 55enne morto insieme ad Elisabetta Personini, 37 anni, con la quale si era sposato un mese fa, e al loro bambino di cinque anni, Mattia.
“Sono amareggiato per me e per i miei nipoti e voglio smascherare a nome di tutte le vittime queste promesse da marinaio fatte dalla politica”.
Ieri Guzzetti aveva dichiarato che “le condoglianze della politica mi fanno solamente più rabbia, perché la responsabilità di queste tragedie è la loro”. Il sindaco di Varese ha proclamato proprio per domani, giovedì 27 maggio, il lutto cittadino, nel giorno dei funerali della giovane coppia Alessandro Merlo e Silvia Malnati.
(da agenzie)
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Maggio 26th, 2021 Riccardo Fucile
MICHETTI A OTTOBRE AVEVA DEFINITO LA PANDEMIA “UNA INFLUENZA”
Dopo mesi di ricerca, il centrodestra potrebbe aver trovato il candidato per la
corsa verso il Campidoglio. Il nome di Enrico Michetti, avvocato ed esperto di diritto amministrativo, direttore di Gazzetta Amministrativa e opinionista di Radio Radio, è arrivato da Fratelli d’Italia, il partito guidato da Giorgia Meloni
Ma dagli altri partiti della coalizione restano dubbi perché non è ritenuto molto conosciuto.
Michetti, 55 anni, è stato definito da alcuni “Tribuno della Radio“.
Proprio durante alcuni dei suoi interventi radiofonici, in cui spazia sui temi più vari, Michetti si è lasciato andare a qualche dichiarazione “ambigua” a proposito del Covid e dei vaccini. Ad esempio, nel mese di aprile, come ricorda Tommaso Labate sul Corriere della Sera, ha lanciato un parallelismo tra vaccini e doping: “Ecco perché si calpesta la libertà! Ecco perché si calpestano tutti i presupposti per porre il cittadino al centro del Paese!”, ha detto.
“Il lavoratore deve essere al centro della vita politica, istituzionale ed economica. Non un subalterno, non un suddito! Non una persona da prendere e vaccinare come una vacca coattivamente contro la sua volontà o somministrargli qualsiasi altra cosa come facevano con le atlete del mondo dell’ Est”
E un attimo dopo, rendendosi conto del paragone avventato, ha aggiunto: “ben vengano le cure”.
Enrico Michetti, nei suoi interventi radio, è stato molto critico anche verso il coprifuoco, che ha definito “una misura estrema” che “non è stata neanche mai praticata durante il ventennio fascista”, mentre il 13 ottobre scorso, in uno dei suoi sfoghi, ha definito il Covid “un’influenza“.
“È diventato ridicolo”, ha detto, “si parla soltanto di questa influenza, particolarmente grave, per carità di Dio, in casi acuti – ma che di questo virus si faccia un programma di governo che altrimenti non avrebbe ragione di esistere è paradossale”.
(da agenzie)
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Maggio 26th, 2021 Riccardo Fucile
IL POST OMOFOBO: “AI MASCHI BASTERA’ AUTOPERCEPIRSI COME FEMMINE PER ISCRIVERSI CON LO SCONTO”… LA REPLICA DEL RETTORE DI BARI: “NORMA EUROPEA, AUGURO A PILLON LA CAPACITA’ DI INTERPRETARE IL MONDO”
“Le femmine? Hanno maggiore propensione per le materie legate all’accudimento”. Il commento sessita è contenuto nell’ennesimo discutibile post del senatore della Lega, Simone Pillon, da sempre in prima linea in contro la legge sull’omofobia e strenuo sostenitore delle politiche anti-abortiste e del Family Day.
Questa volte l’esponente del Carroccio attacca un’iniziativa dell’università di Bari che ha deciso di ridurre le tasse in alcuni corsi per incentivare l’iscrizione delle studentesse.
Ma, sostiene Pillon, “è naturale che i maschi siano più appassionati di discipline tecniche, tipo ingegneria mineraria, per esempio, mentre le femmine abbiano una maggiore propensione per le materie come ostetricia”, Perché? Viene da chiedersi.
Ma il leghista insiste nel suo post sessista.
“Per i cultori del gender – scrive su Facebook -ci devono essere il 50% di donne nelle miniere e il 50% di donne nella puericultura. Ma è naturale che le ragazze siano portate verso alcune professioni e i ragazzi verso altre”.
Insomma, per Pillon “imporre ai ragazzi di pagare più delle femmine per orientare la libera scelta di un percorso universitario è un modo di fare ideologico, finalizzato a manipolare le persone e la società”.
Immancabile, infine, il solito attacco alla legge contro l’omofobia, al momento all’esame delle commissioni in Senato. “La cosa divertente – ironizza l’esponente del partito di Salvini – è che proprio sulla base della stessa ideologia gender, orgogliosamente propagata dal ddl Zan, agli studenti maschi basterà autopercepirsi come femmine per i pochi minuti necessari all’atto dell’iscrizione per beneficiare dello sconto”.
La risposta del rettore dell’università di Bari
Il rettore dell’Università di Bari Stefano Bronzini risponde al leghista Pillon: “Posso dire che ovviamente la libertà d’espressione, sancita dalla Costituzione, permette a tutti di dire quello che si pensa, ma mi meraviglio che un componente del Senato non si ricordi che abbiamo soltanto fatto una cosa in linea con le normative europee e le linee date dal Ministero per le questioni di genere – spiega il rettore a Repubblica – Non credo che il consiglio d’amministrazione abbia preso provvedimenti che vadano al di fuori del nostro ambito decisionale e ritengo che sia una manovra civile. Gli auguro ogni buona fortuna, soprattutto nella capacità di lettura e interpretazione del mondo“.
(da agenzie)
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Maggio 26th, 2021 Riccardo Fucile
APPELLO DI 6.000 MEDICI E SONDAGGI ESPLICITI: L’83% DEI GIAPPONESI CHIEDONO AL GOVERNO DI FERMARE I GIOCHI, MA GLI INTERESSI IN BALLO SONO ENORMI
I giapponesi sono molto diversi da noi italiani, non ultimo perché, loro, i giornali li
comprano, e li leggono.
L’Asahi Shimbun – che non è nemmeno il primo, bensì il secondo quotidiano del Paese del Sol levante – vende quasi 6 milioni di copie, e anche solo per questo motivo, quello che scrive non passa certo inosservato.
Quindi, quando stamattina l’edizione si è aperta con un editoriale che, rivolgendosi direttamente al primo ministro Suga, chiedeva, motivandolo, lo stop ai prossimi Giochi Olimpici di Tokyo – già rinviati lo scorso anno e in programma quest’estate dal 23 luglio al 7 agosto – tutti in Giappone hanno cominciato a porsi seriamente il problema.
In un accorato appello, l’autorevole quotidiano nipponico – considerato vicino ai liberali di sinistra e spesso critico nei confronti del Governo del partito liberal democratico di Yoshihide Suga – ha scritto testualmente: “Chiediamo al primo ministro di esaminare in modo calmo e oggettivo le circostanze e poi annullare i Giochi olimpici questa estate”.
Più chiaro di così…
La presa di posizione radicale contro i Giochi, assunta dalla testata, è ancor più significativa in quanto l’Asahi Shimbun è anche uno dei partner ufficiali dei prossimi Giochi olimpici di Tokyo. Troppo rischioso, scrive il quotidiano, pensare di dar il via a una kermesse che attirerebbe in Giappone migliaia e migliaia di stranieri, tra atleti, team tecnici e visitatori, in una situazione sanitaria che l’editoriale definisce “incompatibile con l’attuale quadro epidemico”.
Per la verità, l’appello del giornale arriva dopo una lunga serie di interventi, prese di posizione e iniziative popolari contrarie allo svolgimento dei giochi. Una settimana fa, circa seimila medici della capitale hanno firmato un appello pubblico contro lo svolgimento dell’olimpiade, ritenendo “impossibile” organizzare l’evento, considerato che la nazione è attraversata dalla quarta ondata del virus”.
Anche lo stesso sindacato nazionale dei medici giapponesi aveva, poco prima, esplicitato le stesse richieste, sostenendo che “la cancellazione di un evento che ha tutte le potenzialità per aumentare in modo esponenziale i contagi da Covid e le vittime della malattia, è la cosa più giusta da fare”, mentre di recente una petizione popolare che chiedeva la cancellazione dei Giochi Olimpici di Tokyo 2020 aveva raccolto più di 200.000 firme in due giorni.
E gli ultimi sondaggi dell’agenzia Kyodo, che risalgono a due settimane fa, evidenziano come circa il 60% degli intervistati sia nettamente contrario allo svolgimento dell’evento sportivo, pronunciandosi, senza appello, per la cancellazione. Una percentuale che, oggi, sarebbe salita addirittura all’83 per cento: compreso il parere di Masayoshi Son, il presidente e CEO di SoftBank, una delle holding finanziarie più grandi e importanti al mondo, che si è schierato anch’egli contro le olimpiadi.
I più preoccupati, in vista di una possibile cancellazione dell’evento olimpico, sono però i giganti del settore assicurativo internazionale, che sono esposti per cifre astronomiche.
Il gigante della riassicurazione Swiss Re, ha un’esposizione su una possibile cancellazione delle Olimpiadi di 250 milioni di dollari, mentre quella di Munich Re sarebbe pari a ben 500 milioni di dollari.
Nel complesso, gli analisti di Jefferies stimano che le Olimpiadi di Tokyo siano attualmente assicurate per circa 2 miliardi, con ulteriori 600 milioni di dollari a coprire l’ospitalità. Il CIO – Comitato Olimpico Internazionale – sul punto cerca di tranquillizzare i giganti assicurativi, precisando di avere già messo in atto una politica di copertura dei danni derivanti dalla cancellazione degli eventi del valore di circa 800 milioni di dollari, che copre la maggior parte dell’investimento di 1 miliardo previsto in ogni città che ospiterà i giochi. Inoltre, il comitato organizzatore locale di Tokyo avrà una propria polizza che si stima in circa 650 milioni di dollari.
Malgrado nessun atleta di spicco si sia opposto finora pubblicamente ai Giochi che si terranno quest’estate, la star del tennis giapponese Naomi Osaka . numero 2 del mondo – ha detto in un’intervista che è giunto il momento di discutere l’opportunità di tenere l’evento nel mezzo di una pandemia. “Ovviamente voglio che le Olimpiadi si facciano”, ha detto il campione, “ma penso che stiano succedendo così tante cose importanti, e soprattutto impreviste, che sento che si stanno mettendo a rischio le persone … in fondo stiamo parlando soltanto di una competizione sportiva, e c’è un’intera pandemia in corso, là fuori….”
Così il Sol levante si dibatte nell’indecisione, tra il partito dei “prudenzialisti”, e quelli che preferiscono mettere sul piatto della bilancia il peso delle conseguenze economiche di una cancellazione. Che non sarebbero cosa da poco.
Secondo il Nomura Research Institute, infatti, la cancellazione avrebbe un costo pari a circa 1.810 miliardi di yen, l’equivalente di 13,8 miliardi di euro, quantificando in 147 miliardi di yen il valore dei benefici economici dall’organizzazione dei Giochi senza l’afflusso degli spettatori stranieri, rispetto ai 1.660 miliardi di yen nel caso si fossero svolti con regolarità, con la presenza del pubblico dall’estero. Una montagna di soldi, considerando anche che il Giappone, pur disponendo di una economia solida e molto ben strutturata, ha già sofferto – e continua a soffrire – gravissime conseguenze dalla pandemia.
Sempre secondo i calcoli degli analisti del Nomura, infatti, il primo stato di emergenza entrato in vigore nella primavera del 2020 ha provocato un deficit economico di 6.400 miliardi di yen, e il secondo – tra gennaio e marzo di quest’anno – un’ulteriore perdita di 6.300 miliardi. Quello attuale, introdotto il 25 aprile, toglierà all’economia nipponica altri 1.900 miliardi di yen, con una stima al rialzo, nel caso di un’estensione di altre tre settimane.
Il Giappone sta affrontando – ormai da fine marzo – come si è detto, la quarta ondata di contagi, mentre due settimane fa il governo aveva deciso di estendere lo stato di emergenza in molte province del paese e nella stessa capitale, dove si dovrebbero tenere i Giochi.
La situazione epidemica è piuttosto critica soprattutto in quanto il Paese è molto indietro nella campagna di vaccinazione contro il coronavirus, avendo iniziato le somministrazioni agli ultra 65enni soltanto a metà aprile. Ad oggi, meno del 5 per cento della popolazione giapponese ha ricevuto almeno una dose di vaccino.
Un ospedale di Tachikawa, nella parte occidentale di Tokyo, mostrava all’ingresso uno striscione che avvertiva che la capacità medica aveva ormai raggiunto il limite. “Dateci una pausa! Le Olimpiadi sono impossibili! ” si leggeva.
Nella prefettura di Osaka, che ha visto di recente un aumento esponenziale dei casi, con più di 13.000 persone con diagnosi di Covid-19, le autorità hanno chiesto ai cittadini di rimanere a casa, perché gli ospedali sono al collasso.
Da parte sua, l’uomo che ha il potere decisionale nella vicenda, il primo ministro giapponese Yoshihide Suga, ha detto che il CIO avrebbe avuto l’ultima parola, insistendo sul fatto che il suo governo non aveva mai dato la priorità ai Giochi a scapito della salute pubblica.
A una domanda precisa, nel corso di una riunione della commissione parlamentare, Suga ha risposto: “Non ho mai messo le Olimpiadi al primo posto”. Ed ha aggiunto: “La mia priorità è sempre stata proteggere la vita e la salute della popolazione giapponese. Dobbiamo prima prevenire la diffusione del virus”. Esternazioni che sembrano più che altro frutto di propaganda elettorale, tenuto conto che, finora, il portavoce del governo giapponese e quello del comitato olimpico hanno sempre dichiarato che i Giochi si terranno come da programma.
(da agenzie)
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