Maggio 15th, 2021 Riccardo Fucile
ERA LA SEDE DELL’ASSOCIATED PRESS E DI AL-JAZEERA, I GIORNALISTI: “INORRIDITI, LAVORIAMO DALL’OSPEDALE”… CASABIANCA: “LA SICUREZZA DEI MEDIA VA GARANTITA”
Abbattuto il grattacielo di al-Jala, sede di diversi media. La giustificazione di Israele:
“Hamas usa edifici elevati a Gaza per fini militari”. L’emittente: “Atto chiaro per impedire ai giornalisti di svolgere il loro sacro dovere di informare”
Il numero uno di Ap: “Ora il mondo sarà meno informato su quel che accade a Gaza”. In mattinata l’esercito di Tel Aviv ha colpito un campo profughi: tra le vittime ci sono almeno 8 bambini.
Il bombardamento ha fatto crollare uno sull’altro tutti i 12 piani del grattacielo di al-Jala, nel pieno centro di Gaza, che si è dissolto dentro un’indefinita massa di polvere. Un luogo di importanza cruciale per i media internazionali, visto che agli ultimi piani ospitava le sedi di al-Jazeera e di agenzie di informazione, tra le quali l’Associated Press, mentre gli altri piani sono occupati da uffici commerciali.
E’ stato annunciato con un’ora di anticipo: Jawad Mehdi, proprietario dell’edificio, ha ricevuto l’ordine di evacuazione dall’intelligence israeliana e la sua richiesta di concedere un tempo maggiore, anche solo pochi minuti, è stata respinta.
L’ultimatum stringente ha quindi impedito ai reporter di mettere in salvo materiale e attrezzature. Mentre l’esercito israeliano, che prosegue senza sosta l’offensiva nella Striscia, ha giustificato la sua azione, “diretta a un palazzo che Hamas – dicono i militari – usava come nascondiglio”.
Da Washington la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki fa sapere che gli Usa hanno “comunicato agli israeliani che garantire la sicurezza e l’incolumità dei giornalisti e dei media indipendenti è una responsabilità fondamentale“. Oggi il presidente Joe Biden ha avuto due colloqui telefonici con il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu e con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen.
Associated Press: “Siamo inorriditi”. La reporter di Al Jazeera: “Lavoriamo dall’ospedale”
La giornalista di Al Jazeera Youmna al-Sayed ha riferito dal sito dell’emittente che attualmente l’ospedale Al Shifa di Gaza City è “l’unico posto” dal quale la testata è in grado di lavorare. “È il posto più sicuro che conosciamo – ha spiegato -. Shifa è stato preso di mira in passato, ma ovviamente è un ospedale, quindi potrebbe essere il posto più sicuro ora a Gaza da dove trasmetteremo”.
Durissima la presa di posizione dell’emittente del Qatar: “Al Jazeera condanna con la massima fermezza il bombardamento e la distruzione dei suoi uffici da parte delle forze armate israeliane a Gaza e vede questo come un atto chiaro per impedire ai giornalisti di svolgere il loro sacro dovere di informare il mondo e riferire gli eventi sul campo. Chiediamo a tutti i media e alle istituzioni per i diritti umani di denunciare questo crimine atroce”
“Siamo sconvolti e inorriditi”, scrive in una nota l’Associated Press rispetto alla distruzione di al-Jala, che era anche sede di un ufficio dell’agenzia di stampa americana. “Questo episodio rappresenta uno sviluppo incredibilmente inquietante della situazione”, afferma il numero uno dell’Ap, Gary Pruitt. “Abbiamo evitato per un soffio la perdita di vite umane“, aggiunge, sottolineando come ora “il mondo sarà meno informato su quello che accade a Gaza“.
Gli attacchi e le vittime
Nella notte tra venerdì e sabato è proseguita con una costante e inarrestabile escalation di violenze: finora ci sono 144 vittime, quasi tutte palestinesi, e tra loro ci sono anche 37 minori e 22 donne. Sono invece oltre 950 le persone rimaste ferite.
E la pioggia di bombe ha centrato anche un campo profughi di Al-Shati, nel nord della Striscia, in cui hanno perso la vita almeno 10 persone, tra cui 2 donne e 8 bambini.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2021 Riccardo Fucile
TUTTE LE BALLE CONTENUTE NEL LIBRO
Primavera del 2001, le famiglie italiane ricevono in dono un prezioso volumetto illustrato stile fotoromanzo. È Una storia italiana, il libro che promette di raccontare chi è davvero Silvio Berlusconi.
Maggio 2016, viene pubblicato Secondo Matteo, la (quasi) autobiografia di Matteo Salvini.
Maggio 2021, Giorgia Meloni esce in libreria con Io sono Giorgia, l’autobiografia con la quale si prepara a vincere le prossime elezioni. Sembra quasi che se si ambisce a guidare il centrodestra italiano ci sia un modo solo per farlo, non primarie, non congressi: autobiografie.
Va da sé che queste pubblicazioni vadano oltre l’autodichiarato compito di raccontarsi e diventano invece un manualetto per militanti, candidati e sostenitori. Un prontuario con tutti gli alternative facts per rispondere alle obiezioni della controparte.
Curiosamente il libro della leader di Fratelli d’Italia e quello di Salvini condividono l’incipit. Salvini che nel 2013 sale sul palco del congresso che lo investirà leader della Lega “mentre il pubblico intona il coro ‘Matteo Salvini, là là là là là là, Matteo Salvini!’”.
Giorgia Meloni parte invece da quello di Piazza San Giovanni del 2019, quello dal quale lancerà il tormentone io sono Giorgia, sono una madre, sono una donna, sono italiana.
Non sono le uniche somiglianze: come Salvini anche lei ha una certa nostalgia per i vecchi Nokia e si parla pochissimo di mafia o ‘ndrangheta.
Nel libro della Meloni c’è tutto: l’infanzia difficile, i traumi, il bullismo, la militanza nel Fronte della Gioventù. Ragazzi descritti come dei sognatori e dei rivoluzionari . Dei tanti ex compagni del Fronte la Meloni dimentica di citare il vicepresidente di CasaPound Simone Di Stefano, che pure raccontò di averle fisicamente aperto la porta della sezione MSI della Garbatella.
Selvaggia Lucarelli ha fatto notare su TPI come il dettaglio di Giorgia Meloni che ha rischiato di essere abortita sia un po’ strano. Non solo perché l’aborto fosse illegale nel 1976 (la Meloni è nata a gennaio del 1977) quanto perché all’epoca era piuttosto raro fare gli esami clinici prima dell’interruzione di gravidanza.
Il problema è quando la biografia cede il passo alla mistificazione della realtà. Perché un conto è raccontare la storia di Giorgia che a quattro anni dà fuoco alla casa (per errore), rinasce dalle sue ceneri e si mette a cavallo del drago della Destra italiana.
Un altro è raccontare ad esempio che Alberto Angela abbia fatto nel 2017 in RAI un elogio dei muri, quelli che dividono e separano. Quando in realtà aveva precisato che “Non è il muro il nostro nemico, ma l’uso che se ne fa”, precisazione convenientemente omessa.
Il senso di Giorgia per la vita
Oppure, tornando al tema dell’aborto, quando si scaglia contro le “multinazionali dell’aborto” descrivendo l’orrore di quello che chiama “aborto a nascita parziale”.
Un termine che non esiste in ambito medico, che riguarda una pratica chirurgica (Intact dilation and extraction) che non viene utilizzata in Italia (ed era poco diffusa anche negli USA) dove si ricorre all’isterosuzione e al raschiamento. Nessuno in Italia ha mai chiesto di adoperare quella tecnica che la Meloni descrive. Ma soprattutto nessuno ne fa uso nel nostro Paese. Però è più comodo confondere le acque.
E non è l’unico caso. Nel 2018 ad Atreju arrivarono i genitori di Alfie Evans, un bambino britannico affetto da una rara malattia neurodegenerativa associata ad una grave forma di epilessia oggetto di un contenzioso legale tra i genitori e i medici che chiesero (e ottennero) dal giudice la sospensione dei trattamenti terapeutici che lo tenevano in vita. Con l’incredibile delicatezza che le deriva dall’essere mamma la Meloni scrive: “se ci hanno detto che il papà di Eluana Englaro doveva essere libero di poter staccare la spina della macchina che la teneva in vita, dato che ‘nessuno sa meglio di un genitore cosa sia bene per i suoi figli’, lo stesso diritto non è valso per i genitori di Charlie Gard e Alfie Evans, bambini ai quali i medici hanno voluto staccare la spina rivolgendosi addirittura ai giudici perché fosse imposta per legge quella decisione alle famiglie?”.
Questa però è una mistificazione. La battaglia legale che vide protagonista il padre di Eluana Englaro non riguardava la richiesta da parte di Beppino Englaro che fosse sancito che lui sapeva cosa fosse meglio per la figlia. Fu invece un processo per stabilire e ricostruire (attraverso diverse testimonianze) se davvero Eluana avesse espresso – prima del suo incidente avvenuto 17 anni prima – il desiderio di non continuare a vivere attaccata ad una macchina qualora si fosse trovata in quella situazione.
Fermo restando che Italia e Regno Unito hanno leggi differenti quindi il paragone è pretestuoso, non fu Beppino Englaro a decidere cosa era meglio per la figlia, esattamente come accadde per Charlie Gard e Alfie Evans.
Ma in questo modo la Meloni strumentalizza una vicenda drammatica che insieme ad altri casi bio-grafici simili contribuì ad avviare il lungo percorso che portò il nostro Paese a dotarsi nel 2017 della legge sulle Dichiarazioni Anticipate di Trattamento.
Sempre sul tema della famiglia Giorgia Meloni scrive che “in Italia non è consentita l’adozione ai single”. Ma non è vero, perché in casi particolari la legge consente l’adozione anche ai single.
L’affido ai single invece è consentito, come sa bene il capogruppo di Fratelli d’Italia al comune di Ferrara che nel 2019 presentò una curiosa interrogazione per sapere “quanti bambini ad oggi siano stati affidati a persone single (e, tra queste, quante si dichiarino omosessuali) e quanti bambini a coppie omosessuali nel nostro comune”.
Per Giorgia Meloni i radical chic hanno ucciso Willy Monteiro Duarte
Nel capitolo Il razzismo del progresso Giorgia Meloni se la prende con i buonisti che vorrebbero farla passare per razzista o peggio ancora per fascista quando in realtà i veri razzisti sono loro.
Non manca la stoccata al politicamente corretto ai figli di papà che distruggono “statue che ricordano eroi di guerra, memorie di nazioni” e che si scagliano “contro i grandi del passato, in nome di una riscrittura puritana della storia e della società” quando in realtà si abbattono statue di schiavisti o di re genocidi (Leopoldo del Belgio) e si chiede semplicemente di tenere in considerazione altre prospettive storiche.
Deve essere ben difficile per la Meloni coniugare la critica al colonialismo francese in Africa e far finta di non vedere come le potenze coloniali abbiamo scritto e insegnato una storia a senso unico.
Caso da manuale dell’ideologia buonista secondo la leader di Fratelli d’Italia è la vicenda dell’omicidio di Willy Monteiro Duarte a Colleferro il 6 settembre 2020.
A processo ci sono Marco e Gabriele Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia, accusati di omicidio volontario. Come ha scritto Valerio Renzi su Fanpage non si può negare che dal momento che Willy era di origine capoverdiana una certa componente di odio razziale possa aver avuto un peso ma gli imputati sarebbero imbevuti di una cultura machista (mascolinità tossica, direbbero i buonisti) che vede in certi modelli criminali un esempio e che non si limita al razzismo o a presunte simpatie neofasciste.
Giorgia Meloni fa di meglio. Scrive testualmente che i quattro “sono invece figli di tutt’altra ‘cultura’: quella di chi ha propagandato tra i giovani modelli come Gomorra per farci sopra i milioni» e di «di quei modelli cari a certi artisti ‘progressisti’, o ‘comunisti col Rolex’ che dir si voglia, per i quali il successo si misura con la cilindrata delle macchine, il costo delle borse, il numero di partner che si riescono ad avere e quello delle droghe che si riescono ad assumere”.
Insomma, nemmeno troppo velatamente dice che la colpa è dei vari Saviano (l’autore di Gomorra) e di tutti quelli che hanno scritto romanzi o serie televisive su temi simili (che ne so, Breaking Bad conta?). Non solo: è colpa anche degli artisti di sinistra, naturalmente drogati, promiscui e pieni di soldi (Mick Jagger e Keith Richards?).
Io sono Giorgia
I fatti alternativi proseguono come quando la Meloni scrive “il consigliere comunale a Roma lo faccio gratis, e dato che sono più presente del sindaco Raggi in assemblea capitolina, direi che è un bene che faccia il mio lavoro a Roma senza costare nulla alla collettività”.
Ora, a parte che il Sindaco non è un consigliere comunale mentre la Meloni sì i dati sulle presenze – incontestabili, si diceva un tempo – dicono un’altra cosa.
E cioè che su un totale di 108 giornate di seduta nel 2020 (ma negli anni precedenti la musica non cambia) la Meloni è risultata presente 43 volte.
Peggio di lei Alfio Marchini (11) e Virginia Raggi (16).
Ma se invece guardiamo le presenze effettive dei consiglieri in Assemblea Capitolina, commissioni capitoline, Capigruppo e Ufficio di Presidenza la Meloni è penultima con 45 presenze (nel 2020 perché gli anni precedenti erano poco più di una decina) mentre la media del consiglio è attorno alle 200 presenze.
La storia insomma la si può scrivere e riscrivere come si vuole. Ad esempio quando parla della nascita del Governo Monti nel 2011 con toni epici:
“Dissi a Berlusconi, con chiarezza, che il Popolo della Libertà non avrebbe dovuto assolutamente dare appoggio al governo Monti. Era intollerabile consegnare l’Italia agli emissari di quelle consorterie europee che avevano manovrato contro la nostra democrazia; era come dire che avevano ragione i nostri avversari, e non l’avevano”.
Ma dimenticandosi purtroppo di dire esplicitamente che poi lei la fiducia a Monti la votò. Così come votò il Salva Italia (che conteneva la Legge Fornero) e l’abbassamento del limite del contante a mille euro che oggi contesta. Eppure la Meloni del 2021 dice: “Nel 2011 l’asse franco-tedesco ha dato un segnale inequivocabile all’Italia: ‘La sovranità ve la potete scordare’”.
Ammesso e non concesso che le cose siano andate così, se è successo è anche perché qualcuno i voti a Monti li ha dati.
E quando spende parole di elogio per Guido Crosetto ricordando che “si era alzato in aula a Montecitorio per annunciare il suo voto contrario al Fiscal Compact” dimentica di dire che poi Crosetto aveva già votato a favore alla legge costituzionale che introduceva il Pareggio di Bilancio in Costituzione che è proprio uno dei punti del Trattato Europeo sul Fiscal Compact (curiosamente la Meloni era assente a tutte e due le votazioni finali).
(da TPI)
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Maggio 15th, 2021 Riccardo Fucile
FDI 18,2%, M5S 17,7%, FORZA ITALIA 7,6%, SINISTRA+ LEU 4,3%, AZIONE 2,6%, + EUROPA 2,1%, ITALIA VIVA 2%…. SALE IL GRADIMENTO PER DRAGHI
I sondaggi politici di Demos illustrati oggi da Ilvo Diamanti su Repubblica dicono
che la Lega è ancora in calo ed è tallonata dal Partito Democratico.
L’attuale inquilino di Palazzo Chigi convince. Più di 3 italiani su 4 lo valutano positivamente (con un voto da 6 a 10), mentre il 70% considera in modo favorevole il suo governo.
Se consideriamo gli ultimi 5 anni, solo il governo guidato da Giuseppe Conte nel marzo 2020 aveva ottenuto un giudizio (appena) migliore. Di un solo punto: 71%. Le stime di voto invece vedono i primi 4 partiti affiancati, a pochi punti di distanza.
Davanti a tutti è ancora la Lega di Salvini, con il 21,3%, ma in discesa di un punto rispetto allo scorso marzo, ma di 13 rispetto alle Europee del 2019.
Insegue il Partito Democratico con il 20,1%. Cresciuto di quasi 3 punti dopo le dimissioni improvvise di Zingaretti. La nomina a segretario di Enrico Letta ha risollevato il consenso al partito.
Inseguono Fratelli d’Italia e MoVimento 5 Stelle, a loro volta distaccati di mezzo punto percentuale. Ma con destini diversi: il M5s perde voti (-1,1%), FdI li guadagna (18,2%).
Gli altri si posizionano molto più in basso. Sotto il 10%. Anzitutto FI, stimata al 7,6%. A seguire, i partiti a sinistra del Pd, al 4,5%. In fondo alla graduatoria, addensati intorno al 2%, vi sono Azione, +Europa, Italia Viva e, ancora più in basso, altre liste. Si delinea, così, un quadro incerto e instabile.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2021 Riccardo Fucile
REPORT SPARA LA BOMBA SUL CAPITONE… SALVINI: “NON RICORDO”
Non solo Renzi. Anche Matteo Salvini avrebbe avuto più incontri riservati con lo 007 Marco Mancini, già coinvolto nel caso Abu Omar, e anche lui avrebbe incontrato il dirigente dei servizi segreti pure in autogrill.
A sostenerlo è sempre Report, con un’anticipazione del servizio che andrà in onda lunedì prossimo. Occorrerà ora vedere cosa farà il Copasir, presieduto dal leghista Raffaele Volpi, dopo aver annunciato di voler chiedere al premier Mario Draghi l’autorizzazione per aprire un’indagine da affidare al Dis sul faccia a faccia tra l’esponente dell’intelligence e il leader di Italia Viva in un’area di servizio a Fiano Romano, nel dicembre scorso, in piena crisi di governo.
Il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, ha preannunciato che il segretario della Lega ha ammesso di aver incontrato varie volte l’agente segreto.
“Durante lo svolgimento dell’inchiesta – sostiene Ranucci – i nostri inviati avevano raccolto informazioni, poi confermate da una fonte qualificata, che Salvini avrebbe incontrato più volte Marco Mancini, non solo in sedi istituzionali, ma anche in autogrill, circostanza che il leader della Lega non conferma né smentisce. Sempre secondo una delle fonti incontrate da Report, la frequentazione tra il politico e l’uomo dei servizi sarebbe di vecchia data, i due si sarebbero incontrati anche a Cervia, in occasioni delle visite di Salvini al Papeete, il locale venuto alla ribalta nei giorni della crisi del primo governo Conte”.
Il conduttore di Report ha poi sottolineato che Salvini aveva affermato che era normale incontrare agenti segreti e aveva preso le difese di Matteo Renzi dopo la pubblicazione da parte della sua trasmissione del video dell’incontro riservato dell’ex premier con lo 007.
“Ho incontrato Marco Mancini da ministro più volte, in ufficio, al ministero, non in un autogrill. A mia memoria non l’ho incontrato in autogrill. Lo visitai per la prima volta in carcere a San Vittore, quando fu arrestato ed ero consigliere comunale”, ha detto il numero uno del Carroccio intervistato da Report.
Per tutta risposta la Lega ha sostenuto che Report, nella “foga di dover attaccare a tutti i costi la Regione Lombardia”, si è affidata a un falso medico, specificando che il sindaco di Robbio, Roberto Francese, per somministrare tamponi rapidi, molecolari e per fare persino prelievi di sangue a pagamento ai suoi concittadini, si sarebbe affidato al falso camice bianco.
lImmediata la replica di Ranucci.
Il conduttore ha affermato che Report non si è mai affidata a un falso medico e che le accuse della Lega sono false, “come è facile verificare dalle trascrizioni presenti sul sito”, aggiungendo di non aver mai né menzionato né intervistato Adessi, oggetto di indagini della Procura di Vercelli per abuso di professione, “che ha potuto esercitare indisturbato senza controllo delle autorità regionali”.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2021 Riccardo Fucile
“INFORMAZIONI FALLACI NELLA TRASMISSIONE ANNI VENTI”
«Sappiamo che è difficile comunicare le dinamiche politiche europee per la
complessità istituzionale, ma preoccupa gravemente l’analfabetismo europeo del servizio pubblico e la mancanza di controllo sulle informazioni date al pubblico. La fallacia di gran parte delle informazioni contenute nel servizio in questione potevano facilmente e rapidamente essere controllate. E lo dovevano».
È quanto hanno scritto i rappresentanti Ue in Italia – il capo ufficio Pe Carlo Corazza e il capo della rappresentanza della Commissione Antonio Parenti – al direttore Rai, di Meo, per «esprimere rammarico per il contrappunto» di ‘Anni Venti’ su Rai2.
«Le deduzioni tratte nel servizio si basano su elementi falsi, tendenziosi, o totalmente travisati”, hanno scritto Corazza e Parenti, chiedendo un «tempestivo intervento soprattutto per evitare futuri scivoloni di questa portata, dovuti a carenza di precisione, che danneggiano prima di tutto i cittadini italiani. Sia ben chiaro che le istituzioni europee e le sue politiche possono e debbono essere criticate, e noi ci battiamo costantemente per assicurare la libertà di espressione dei giornalisti. Ma le critiche per essere utili, devono essere basate su fatti corretti. E’ di particolare importanza che questi elementi siano guida del servizio pubblico sempre, e in special modo quest’anno quando chiediamo ai cittadini di partecipare attivamente alla Conferenza sul futuro dell’Europa. Abbiamo bisogno di un loro contributo e crediamo che il ruolo della Rai sia fondamentale per assicurare che i cittadini siano correttamente informati», hanno scritto Corazza e Parenti nella missiva.
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2021 Riccardo Fucile
DIPINTI SPARITI NEL NULLA NELLA SEDE DI VIA MAZZINI E SOSTITUITI CON COPIE
Un dipinto a olio di Felice Casorati intitolato “Il deputato di Bombignac”. E poi “Architettura” di Ottone Rosai e “La domenica della buona gente” di Renato Guttuso. Ma anche “vita nei campi” di Giorgio De Chirico.
Con una strana storia dietro: è stato rubato e sostituito con una copia a sua volta trafugata.
Repubblica racconta oggi che dalla sede Rai di viale Mazzini a Roma sono spariti numerosi dipinti di pregio. Alcuni sono stati sostituiti da copie. Altri si sono semplicemente volatilizzati.
Sulla vicenda indaga la procura di Roma mentre la Rai, per tutelare un patrimonio che vale circa 100 milioni di euro, ha nominato un comitato tecnico scientifico con l’obiettivo di catalogare le opere.
Non sono solo dipinti, ma anche litografie, arazzi, sculture. Che Vittorio Sgarbi insieme ad Achille Bonito Oliva, Oliviero Toscani, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, Sylvain Bellenger la direttrice del Museo e Real Bosco di Capodimonte e molti altri dovranno concorrere a difendere.
«Con un lavoro certosino — dice Nicola Sinisi, il direttore dei Beni artistici della Rai — abbiamo iniziato a mettere al riparo il grande patrimonio» della tv di Stato. Peccato per i quadri spariti però:
L’allarme (indaga la procura di Roma) è scattato nel marzo scorso, quando proprio in viale Mazzini era caduto in terra quello che avrebbe dovuto essere “Architettura” di Ottone Rosai, un autore fiorentino del Novecento: qualcuno si è accorto che si trattava di una copia.
L’originale era stato rubato negli anni ’70 e venduto per 25 milioni di lire da un dipendente ormai in pensione, non più imputabile. È sparito anche “La domenica della buona gente” di Renato Guttuso. E “Vita nei campi” di Giorgio De Chirico, trafugato e sostituito con un falso, rubato a sua volta: il furto del furto.
Chissà come la prenderà la procura.
(da La Notizia)
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Maggio 15th, 2021 Riccardo Fucile
IL PREZZO CARISSIMO PER L’ITALIA CHE NON HA VACCINATO SUBITO GLI ANZIANI, ALTRO CHE CARENZA DI DOSI
A oggi l’Italia ha immunizzato più di 8 milioni di persone. Sono invece 18 milioni e
400mila quelle che hanno ricevuto almeno una dose.
Nelle ultime settimane il ritmo delle vaccinazioni è aumentato, ma la strategia italiana usata nei primi mesi potrebbe essere costata molte vite.
«Dall’inizio della campagna vaccinale in Italia abbiamo evitato la morte per COVID19 di 10.600 persone», osserva su Twitter l’analista dell’Ispi, Matteo Villa. «Se avessimo vaccinato nella maniera più corretta possibile (pur vaccinando tutto il personale sanitario) avremmo salvato 18.300 vite. Il 72% in più».
L’Italia ha ricevuto lo stesso numero di dosi pro capite degli altri Paesi europei, ma a marzo eravamo ancora tra gli ultimi in termini di vaccinazioni.
La strategia italiana, che ha privilegiato le vaccinazioni del personale sanitario, non è riuscita a portare avanti parallelamente anche le somministrazioni alla popolazione più fragile ed esposta: ovvero gli over 80. Una scelta, o una difficoltà della macchina vaccinale, che a partire da marzo, proprio mentre tornavamo in zona gialla, ha portato a centinaia e centinaia di morti che potevano essere evitate.
(da Open)
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Maggio 15th, 2021 Riccardo Fucile
L’OSTACOLO A UNA REPRESSIONE DELL’EVASIONE NON E’ TECNICO, MA POLITICO: CI SONO PARTITI CHE DIFENDONO GLI EVASORI E SFORNANO CONDONI
Il fenomeno dell’evasione fiscale è di vecchia data e presente, con intensità notevolmente diversa, in tutti i paesi membri dell’Ue.
Con riferimento all’anno 2014 Konrad Raczkowski (Università di Scienze sociali, Varsavia), aveva pubblicato un stima dell’evasione fiscale (in percentuale del Pil) nei diversi paesi membri nella quale l’Italia figurava detenere il poco invidiabile primato, con una stima di evasione pari al 13,8%, la Spagna presentava il 10,8%, Francia e Germania rispettivamente il 6,6 e il 6,3% e il Regno Unto il 3,3% e il Lussemburgo soltanto l’1,6%, la più bassa stima di evasione in tutta l’Ue.
Per l’anno 2015 sono oggi disponibili stime, paragonabili alle precedenti, elaborate da Richard Murphy (City University London) per conto del Parlamento europeo .
Ecco i dati che si confrontano a quelli indicati con riferimento al 2014: Italia 11,6% (pari a 190,9 miliardi di euro), Spagna 5,6% (60 miliardi), Francia e Germania rispettivamente 5,4% e 4,1% (117,9 e 125,1 miliardi), Regno Unito 3,4% (87,5 miliardi) e Lussemburgo 3,1% (1,6 miliardi).
L’Italia conserva la posizione di primo evasore d’Europa, sebbene la misura dell’evasione appaia diminuita di 2,2 punti percentuali.
Per l’anno 2015, nella ricerca effettuata per conto del Parlamento europeo, Murphy ha prodotto anche stime dell’evasione limitate alla sola IVA (imposta sul valore aggiunto); con riferimento ai paesi membri già considerati, abbiamo le seguenti stime percentuali di evasione rispetto al dovuto: Italia 25,78 %, Spagna 3,52%, Francia 11,71%, Germania 9,56%, Regno Unito 10,88%, Lussemburgo 5,56%.
Si tratta evidentemente di stime non confrontabili con le precedenti, in quanto riferite a due diversi indicatori dell’evasione fiscale, stime però sufficienti a confermare la rilevanza generale del fenomeno e la sua particolare gravità nel caso dell’Italia.
Per quanto riguarda l’Italia, tra le due stime considerate di elaborazione non italiana, soltanto quella di Murphy per l’anno 2015 ci permette di conoscere una somma in valore anziché in percentuale del Pil – precisamente 190 miliardi di euro – senza rischiare di mescolare dati non omogenei riguardo alla fonte.
Con riferimento all’anno 2014, la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva (anno 2018) del nostro Ministero dell’economia e delle finanze stima un’evasione complessiva (entrate tributarie e contributive) di 113 miliardi, decisamente più contenta di quella di Murphy per il 2015.
Con riferimento al più recente biennio 2017-2018 la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva (Commissione Giovannini) segnala una significativa riduzione dell’evasione sull’IVA, rispettivamente 36,8 e 33.3 miliardi di euro. Con riferimento a questa imposta, una efficace attività di contenimento dell’evasione è dunque in atto.
La necessità di procedere con decisione in tutte le direzioni del contrasto all’evasione fiscale, comprese quelle più difficili da percorrere rimane comunque molto chiara, con l’obiettivo di consentire al bilancio pubblico di svolgere un ruolo molto più efficace di quanto sia stato nel primo ventennio di questo secolo.
Da una recente audizione al Senato del Direttore dell’Agenzia delle entrate Avv. Ernesto Maria Ruffini , apprendiamo che attualmente l’Agenzia delle entrate, attraverso un paziente e poco noto lavoro di programmazione organizzativa, ha da tempo intrapreso un percorso di aggiornamento e potenziamento della propria capacità operativa.
Dall’audizione si evince che l’Agenzia può già accedere in modo autonomo al Catasto della proprietà immobiliare, alla situazione dei conti correnti bancari, alla conoscenza delle diverse forme di ricchezza finanziaria in titoli quotati, all’informazione relativa ai debiti verso istituzioni finanziarie contratti per l’acquisto di immobili, ai dati relativi alla proprietà degli autoveicoli, ai dati del grande deposito della fatturazione elettronica.
Rimangono sempre i problemi connessi alla “schermatura” di proprietà registrate sotto nomi di copertura, rimangono aperti alcuni problemi relativi alla proprietà di valori mobiliari e immobiliari detenuti all’estero (nei casi di proprietà all’estero, l’individuazione delle coperture è evidentemente difficoltosa), ma una grande parte delle informazioni necessarie a conoscere l’entità patrimoniale dei contribuenti italiani sono già disponibili all’Agenzia delle entrate che ha il compito di reprimere l’evasione fiscale.
Quale è dunque l’ostacolo che ancora si frappone a una drastica repressione dell’evasione?
Il contrasto all’evasione fiscale, come è noto, avviene anche attraverso la limitazione all’uso del contante. Il ricorso alle carte e agli strumenti elettronici ovviamente permette la tracciabilità dei pagamenti ed è avversato dalle categorie che maggiormente praticano la non fatturazione o la riduzione del suo importo.
Le norme intese a ridurre l’uso del contante vengono spesso contrastate con argomenti speciosi, non esclusa l’asserita convinzione, in alcuni settori della società, che “non si debba infierire sulle categorie produttive più deboli”.
(Presentato all’Accademia Nazionale dei Lincei il 14 maggio 2021)
(da agenzie)
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Maggio 15th, 2021 Riccardo Fucile
ORA PER PERDERE NON RESTA CHE MAURIZIO LUPI
Gabriele Albertini non ci ripensa e ribadisce il no alla corsa per riconquistare Palazzo
Marino. “In questo giorno a me caro, che coincide con la data in cui nel 1997 ho giurato da Sindaco per la prima volta, mi rivolgo ai concittadini milanesi, agli amici e sostenitori, ai leader del centrodestra: Matteo Salvini, Giorgia Meloni, e Silvio Berlusconi, al quale rivolgo con affetto un augurio di pronta guarigione” – scrive Albertini sul suo sito.
“Vi devo una risposta dopo settimane in cui ho sentito l’affetto e il sostegno di voi tutti. Alcuni sondaggi m’avevano indicato come possibile candidato vincente nella imminente consultazione elettorale per la scelta del Sindaco di Milano. Purtroppo devo comunicare che per un insieme di ragioni personali non posso accettare questa generosa opportunità offertami”.
L’ex presidente di Federmeccanica ed ex sindaco dal 1997 al 2006 aggiunge: “Non voglio mantenere questa incertezza che potrebbe danneggiare il corso della campagna. Desidero però ribadire tre elementi già espressi. In primis la mia disponibilità nel corso della futura campagna ad accompagnare il candidato sindaco, sia nei contenuti, sia nella definizione e nella partecipazione ad una lista civica, fattore, secondo me, fondamentale per la vittoria elettorale”. E ancora: “In secondo luogo ritengo che, per le sfide che aspettano Milano, il candidato o la candidata debba essere giovane (il 15 maggio 1997 avevo 46 anni), rappresentare le categorie produttive in vista della imminente ripresa, e conoscere tutte le realtà di questa multiforme ed articolata città, anche quelle rese più fragili dalla pandemia. Anche la squadra dovrà essere attentamente scelta, ma anche competente, laboriosa, adeguatamente bilanciata tra i generi. Infine intendo ribadire un concetto a mio modo di riflettere fondamentale: il Governo guidato da Mario Draghi si appresta a varare una serie di misure che assicureranno all’Italia risorse europee per 209 miliardi per la ripresa dopo l’emergenza sanitaria. In virtù di questo anche Milano riceverà una disponibilità ingente di risorse (circa 18 miliardi di euro). Ebbene, ritengo che queste risorse eccezionali debbano essere gestite da una amministrazione eccezionale, ovvero una vasta coalizione di forze politiche e produttive, responsabili e volenterose”.
Questo nuovo no di Albertini arriva come una doccia fredda per il centrodestra. Il leader della Lega Matteo Salvini infatti ci aveva sperato fino all’ultimo come di riuscire a schierare Guido Bertolaso a Roma. “Sono ottimi candidati, ma non posso costringerli – aveva detto ieri – Io sono contento che il centrodestra sia unito. Ora dipende da loro: ho portato a loro, in dote, l’unità del centrodestra, ora decidano”. Aggiungendo, “se saranno loro i candidati sono contento, altrimenti sceglieremo altri uomini all’altezza”. Nelle ultime ore si era mossa anche la numero uno di Fratelli d’Italia che ancora ieri aveva chiarito: “Albertini e Bertolaso sono ottime candidature. Li sto sentendo in queste ore”.
Una settimana fa infatti Albertini aveva già motivato il suo no adducendo motivi familiari. E nei giorni scorsi per spiegare agli amici la sua situazione aveva ancora una volta utilizzato come metafora la vicenda di Lucio Quinzio Cincinnato per paragonarla al suo stato d’animo. Quando aveva confidato: “Ora, i senatori sono tutti concordi nel chiedergli di accettare la seconda Dittatura….ma lui deve mettersi d’accordo con sé stesso, sua moglie, che è anche la sua famiglia” e sotto questo aspetto “non è cambiato nulla, solo le condizioni esterne”.
Concludendo le sue riflessioni con la citazione di una frase dal Giulio Cesare di William Shakespeare che riletta alla luce della decisione di oggi assume un valore profetico. “Oh se fosse dato di conoscer la fine di questo giorno che incombe! Ma basta aspettare la sera e la fine è nota”.
Ora il centrodestra non vorrebbe ripartire da zero. Il piano B prevedeva infatti la discesa in campo in primo luogo di Maurizio Lupi e più defilati del leghista Roberto Rasia dal Polo e del manager Riccardo Ruggiero, che da tempo hanno offerto la loro disponibilità. Oltre ad un nome femminile che il leader della Lega avrebbe sondato negli scorsi giorni, che in ogni caso potrebbe formare un ticket con il candidato prescelto.
(da agenzie)
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