Destra di Popolo.net

COMICHE VERONESI UNO: IL MELONIANO SBOARINA RIFIUTA L’APPARENTAMENTO CON IL FORZISTA TOSI AL BALLOTTAGGIO

Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile

MOTIVAZIONE UMORISTICA: “NO AD ACCORDI DI PALAZZO”… MOTIVAZIONE REALE: IN CASO DI VITTORIA SBOARINA DOVREBBE CEDERE 8 CONSIGLIERI E 4 ASSESSORATI A TOSI

Federico Sboarina rifiuta l’apparentamento con Flavio Tosi al ballottaggio per le amministrative a Verona.
Lo ha annunciato poco fa in una conferenza stampa. Sboarina, in svantaggio di 7 punti (40% contro 33%) rispetto al candidato del centrosinistra, Damiano Tommasi, tenterà in sostanza il recupero contando sulla coalizione, con dentro Lega, Fdi e lista Brugnaro, che l’ha sostenuto al primo turno.
“Il cuore del centrodestra batte unito – ha detto Sboarina – Si’ al contratto con i veronesi. No agli accordi di Palazzo”.
Ringraziamo Tosi e Forza Italia per l’apertura ufficiale all’apparentamento, così come il presidente Silvio Berlusconi, ma la nostra è una scelta di coerenza, senz’altro coraggiosa, però rispettosa dell’elettorato, e per noi quest’aspetto viene prima di ogni altra cosa. Per queste ragioni riteniamo che anziché un apparentamento tecnico al ribasso sia più importante impegnarci per un grande accordo programmatico che definisca insieme la miglior squadra possibile al servizio di Verona”.
Sboarina in pratica non intende (o non può) rinunciare a nessuno dei 22 consiglieri comunali che la maggioranza si spartirà, in caso di vittoria. Con l’apparentamento formale con Tosi (che ha preso la tessera di Forza Italia), avrebbe dovuto rinunciare a 8 seggi, accontentandosi di 14 seggiole, da spartire tra Fratelli d’Italia, Lega e Verona Domani. Inoltre, avrebbe probabilmente dovuto concedere a Tosi 4 dei 10 assessori che saranno nominati.
(da agenzie)

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LA STORIA DI NICCOLO DAVIDDI, ALLONTANATO DALLA COOPERATIVA DOPO AVER DENUNCIATO IN TV LO SFRUTTAMENTO DEGLI ARCHEOLOGI

Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile

IL GIOVANE AVEVA PARLATO DELLA PAGA RIDOTTA DI 6 EURO L’ORA

Aveva raccontato in televisione lo sfruttamento dei giovani archeologi e la paga oraria di gran lunga al di sotto di quell’idea di portare il salario minimo a 12 euro come previsto da quanto approvato solo ieri in Europa. E per averlo fatto – senza mai citare la cooperativa presso la quale prestava servizio come “partita IVA” – Niccolò Daviddi ha perso il suo lavoro. Essendo un libero professionista, non si può parlare propriamente di “licenziamento”, ma l’effetto è ovviamente quello.
Il 32enne lavorava – a partita IVA – per una cooperativa che si occupa dei cantieri di Roma. La Sovrintendenza dei Beni Culturali, infatti, prevede la presenza di almeno un archeologo (quotidianamente) su ogni sito aperto. E lui, ogni giorno, riceveva sulla chat Whatsapp della cooperativa un messaggio con la suddivisione dei lavori tra lui e i suoi colleghi. Il tutto a paga ridotta, ridottissima. Ad Agorà, infatti, aveva parlato non della “azienda” con la quale aveva questo contratto da libero professionista, ma del sistema generale che porta a stipendi miseri per i giovani archeologi. Ma il video della sua intervista è finito in un gruppo social – molto frequentato – e alla fine è arrivata l’amara sorpresa.
“Volevo dirvi che sono stato licenziato – ha scritto a una pagina Twitter che da sempre si occupa di problemi relativi a questo settore -. Cioè, naturalmente non licenziato in senso tecnico: dato che lavoro a partita Iva, neppure quell’onore posso permettermi. Ma ieri sera, poche ore dopo che il video del servizio era stato condiviso in un grosso gruppo Facebook di archeologi, sono stato rimosso (senza alcuna comunicazione) dalla chat Whatsapp in cui la cooperativa assegnava le commissioni per i vari cantieri. Quindi, ho perso il lavoro. Mi sembra giusto raccontarlo, perché è segno di dove siamo adesso: siamo ricattabili e ricattati. Non avevo raccontato nulla su quella cooperativa, avevo parlato di un sistema che non va: compensi orari medi intorno ai 6€/h, obbligo di aprire la partita IVA per lavorare. Lavoro “da libero professionista” che in realtà si configura come lavoro para-dipendente senza diritti. Una cosa che qualsiasi archeologo romano, ma vorrei dire italiano, sa. A quanto pare però si può sapere, si può fare, ma non si può dire”.
Niccolò Daviddi era stato “costretto” ad aprire la partita IVA per lavorare, perché la tipologia di contratto offerta lo prevedeva. Per questo non si può parlare di “licenziamento” nel senso più profondo del termine. Ma gli effetti per lui sono esattamente gli stessi. Perché ha perso il lavoro e quello stipendio da 6 euro l’ora che, seppur contestato, gli consentiva di respirare.
(da NextQuotidiano)

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NUOVE RIVELAZIONI SULL’ASSALTO A CAPITOL HILL: IL GIORNO PRIMA DELL’ATTACCO, IL DEPUTATO REPUBBLICANO DELLA GEORGIA, BARRY LOUDERMILK, GUIDÒ UN GRUPPO DI PERSONE IN UN TOUR NON UFFICIALE NEGLI EDIFICI DELLA CAMERA

Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile

E C’ERA UN UOMO CHE SCATTÒ FOTO DELLE ENTRATE DEI TUNNEL, DEI CORRIDOI, DELLE SCALE E DEI CHECKPOINT, CHE IL GIORNO DOPO SI UNI’ AI SUPPORTER DI TRUMP CHE ATTACCARONO IL CAMPIDOGLIO

Nuove rivelazioni inquietanti alla vigilia della terza udienza pubblica della commissione parlamentare d’inchiesta sul 6 gennaio: il giorno prima dell’assalto al Congresso americano, il deputato repubblicano della Georgia, Barry Loudermilk, guidò un gruppo di persone in un tour non ufficiale negli edifici della Camera passando attraverso i checkpoint di sicurezza all’ingresso dei tunnel che portano al Capitol.
Il tour comprendeva un uomo che scattò foto delle entrate dei tunnel, dei corridoi, delle scale e dei checkpoint, unendosi poi il giorno dopo alla folla di supporter di Trump che attaccarono il Campidoglio, minacciando vari leader dem.
I movimenti di questa persona sono stati catturati dalle videocamere di sorveglianza e consegnate alla commissione del 6 gennaio, che ha reso pubbliche le immagini e chiesto la testimonianza di Loudermilk. La mossa fa salire la tensione per l’udienza di oggi, volta a dimostrare le pressioni di Donald Trump sul suo vice Mike Pence perchè non certificasse la vittoria di Joe Biden e ribaltasse a suo favore l’esito del “voto rubato”.
(da agenzie)

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FLAVIO TOSI, APPENA PASSATO A FORZA ITALIA: “SE TOMMASI RIESCE A RIPORTARE AL VOTO CHI LO HA VOTATO DOMENICA NON C’È PARTITA. HA NETTAMENTE PIÙ DEL 50% DELLE POSSIBILITA’ DI VINCERE”

Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile

“NON ABBIAMO OTTENUTO RISPOSTA DA SBOARINA. FARE CAMPAGNA ELETTORALE PER LUI? ASPETTO CHE DA PARTE DI FRATELLI D’ITALIA CI SIA UNA RISPOSTA” (TRADOTTO: COSA OFFRE IN CAMBIO?)

Sindaco di Verona per dieci anni, Flavio Tosi ieri ha aderito a Forza Italia. «Meloni? No, il leader del centrodestra è ancora Berlusconi», dice. E per il ballottaggio nella sua città, spiega, scommetterebbe «nettamente» sulla vittoria di Damiano Tommasi.
Perché ha scelto Forza Italia?
«È un percorso avviato da anni, la conclusione naturale per ideali e valori: Fi è l’unico partito che rappresenta ancora un modello pragmatico e liberale».
Cosa le ha detto al telefono Berlusconi?
«Che sta costruendo questo percorso di allargamento di Forza Italia alle liste civiche e territoriali e gli avrebbe fatto piacere se avessi aderito al progetto. Gli ho detto subito di sì».
Forza Italia non è in declino?
«Forza Italia è il perno del centrodestra, il partito più territoriale che è rimasto, l’unico. La Lega si è trasformata in un partito nazionale, Fdi è un partito romano».
Come ha trovato Berlusconi?
«Tonico, lineare, sobrio».
E Salvini cosa le ha scritto?
«Mi ha mandato un messaggio nel primo pomeriggio di martedì, si complimentava per il mio risultato a Verona. Gli ho risposto che mi faceva molto piacere, perché con la Lega ho mantenuto un rapporto di affetto. Non credo sapesse del mio passaggio a Fi».
Quant’ è che non vi sentivate?
«Ci eravamo scritti qualche mese fa. Speravo che questo avvicinamento portasse a un’alleanza che invece non c’è stata».
Perché?
«Salvini ha lasciato che si facesse un accordo su più città: Alessandria, Padova, dove hanno perso. Sacrificare Verona per Padova non è stata una scelta brillante».
Salvini le ha mai chiesto scusa per averla cacciata dalla Lega sette anni fa?
«No e non lo farà mai. Ma sono passati sette anni, il rapporto si è rasserenato».
Si aspettava il risultato di Tommasi?
«No. È stato superiore a qualsiasi risultato della sinistra unita a Verona».
Come finisce al ballottaggio?
«Cinque anni fa al primo turno ha votato il 60% e il 40 al secondo, con date sostanzialmente identiche. Se Tommasi riesce a riportare al voto chi lo ha votato domenica non c’è partita».
Scommetta: quante possibilità ha Tommasi di vincere?
«Nettamente più del 50%. Parte da un ampio margine di vantaggio, se al ballottaggio c’è un forte calo dell’affluenza è tutto a suo favore».
Lei chi voterà?
«L’avevamo già detto durante il primo turno: queste sono le primarie, chi resta fuori appoggia l’altro. Non abbiamo ottenuto risposta da Sboarina. Abbiamo ribadito la nostra disponibilità lunedì alle 18, quando il risultato era chiaro. Da Sboarina non c’è stato alcun cenno».
Farà campagna elettorale per Sboarina?
«Aspetto che da parte di Fdi ci sia una risposta. Non andiamo col cappello in mano, non è il nostro stile».
Se da FdI non telefona nessuno?
«Visto che ho aderito a Fi parlerò con loro sul da farsi».
Per Verona sarebbe meglio Tommasi o Sboarina?
«Tommasi ha due limiti: l’inesperienza e l’estrema sinistra in coalizione. Sboarina ha bisogno di correttivi, non è diventato bravo all’improvviso, perché con lui la macchina pubblica amministrativa è diventata tremendamente lenta».
Chi è oggi il leader del centrodestra?
«I requisiti li ha solo Berlusconi».
Ovvero?
«Statura internazionale, autorevolezza in Europa, atlantismo».
Giorgia Meloni no?
«È come Marine Le Pen: ha i numeri ma perde le elezioni».
Sicuro?
«Da un punto di vista tattico è stata perfetta, coerente e lineare. Per diventare il capo del centrodestra, però, ci sono questioni sovranazionali di cui tener conto. Quel vestito lì ce l’ha solo Berlusconi».
E Salvini?
«Ha fatto il primo errore col Papeete, poi tanti altri, una serie di mosse scomposte. A me dispiace per la Lega».
(da la Stampa)

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LETTA PRENDE TEMPO SULLE ALLEANZE E RIMANDA LA DISCUSSIONE A DOPO I BALLOTTAGGI

Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile

IL SUO OBIETTIVO E’ UNA LEGGE ELETTORALE PROPORZIONALE CHE LO AIUTI A SGANCIARSI DALL’ABBRACCIO MORTALE CON CONTE… BOCCIA INVECE SPINGE PER RINSALDARE L’ASSE CON IL M5S

Il nodo alleanze nel Pd? Se ne riparlerà «dopo i ballottaggi». Parola di Enrico Letta, che nel corso di un vertice lampo della segreteria convocata a Largo del Nazareno (obiettivo: impostare l’ultimo miglio di campagna elettorale in vista del secondo turno nelle città, il 26 giugno) prova a mettere fine a una discussione cominciata tra i dem ancor prima che lunedì sera si finissero di contare le schede.
Proseguire sulla via del «campo largo» con Giuseppe Conte, nonostante il magro bottino raggranellato pure al Sud dall’ex premier?
O mollare l’avvocato del popolo al suo destino, virando con decisione verso il centro (leggi: Carlo Calenda e Matteo Renzi)?
Magari – è il ragionamento che si fa dentro Base Riformista, la corrente di deputati e senatori più vicini al leader di Italia Viva – portandosi dietro un pezzo di M5S, quel Luigi Di Maio che diventa più draghiano ogni giorno che passa.
Una diatriba in cui il segretario dem ha ripetuto fino allo sfinimento di non voler neanche mettere piede: «Si vince tenendo insieme i progressisti, non imponendo veti», la linea di Letta. Eppure le sue parole di ieri per la prima volta sono suonate come un’apertura. Un forse, lanciato come un amo in direzione del terzo polo, che di sedersi a un tavolo con i grillini (e con Conte in particolare) proprio non vuol saperne.
«Tutte le discussioni su alleanze, futuro e campo largo – ha detto Letta – le rimandiamo al dopo ballottaggio». Non un no, insomma, ma un dopo. Almeno così la legge un pezzo del partito, soprattutto chi – e non sono pochi – è convinto che a prescindere dalle intenzioni del Pd saranno presto i pentastellati a cambiare strada. «Il divorzio è già nei fatti, i Cinquestelle un altro anno così non lo reggono. Resta da vedere chi manderà per primo la lettera dell’avvocato», ragionava ieri col Messaggero un influente deputato.
Ma dall’inner circle del segretario si affrettano a smentire: nessun cambio di rotta, nessun ripensamento dovuto al pressing di una parte del partito.
«Letta intendeva dire che questo è un momento in cui bisogna correre, e molto, per vincere ai ballottaggi. Non possiamo perdere tempo in discussioni sulle coalizioni. Quelle le faremo dopo», spiega Susanna Cenni, deputata ed esponente della segreteria Pd.
Lo stesso sostiene Francesco Boccia, responsabile Enti locali dem e regista di molte alleanze andate in scena alle urne domenica. «Il segretario ha solo chiesto a tutti di lavorare pancia a terra per i ballottaggi. Trovo lunare aprire un dibattito sulle alchimie quando abbiamo 62 città ancora al voto. Semmai bisogna cercare di unire il fronte il più possibile, incrementando il numero dei sindaci progressisti che portammo a casa nel 2017».
Tenendo dentro anche Renzi e Calenda? «È naturale – risponde l’esponente dem -. Anzi, questo è il momento della verità: i centristi devono scegliere se sostengono i sindaci di centrosinistra oppure quelli di destra. Il pallino è in mano loro, ma mi pare evidente che o si sta di qua o si sta di là».
Sul perché il campo largo non abbia premiato i Cinquestelle, Boccia non si sbilancia: «È una discussione interna al loro partito. Ma sono convinto che alle politiche andranno meglio rispetto alle amministrative, come avviene per tutti: alle comunali ci sono le liste civiche che sottraggono milioni di voti». La mission del Pd non cambia: «Unire tutte le forze progressiste e riformiste insiste Boccia Anche Calenda». Purché tutti abbiano ben chiaro che «i finanziamenti del Pnrr li abbiamo ottenuti noi con il governo giallo-rosso, non la destra»
Pancia a terra, dunque. E stop alle critiche di chi continua a mettere in dubbio la rotta tracciata. Almeno fino a domenica 26. Poi, è la concessione implicita contenuta nelle parole del segretario, si aprirà la discussione. Un compromesso, insomma, offerto a quell’ala di deputati e senatori che avrebbero voluto tagliare i ponti con Conte già lunedì sera, alla vista dei risultati delle urne.
Un ramoscello d’ulivo che ieri è stato colto anche da Tommaso Nannicini, tra i democrat più critici del rapporto quasi esclusivo con Conte. «Basta dissanguarci in una discussione infinita su come tenere insieme tutto il possibile, basta congresso permanente», le parole di Nannicini. «Propongo una moratoria: fino a Natale, quando saremo tutti più buoni, smettiamola di parlare di alleanze, campi larghi e fronti riformisti». Decidere di non decidere, è la linea. E intanto, possibilmente, vincere nelle città.
(da il Messaggero)

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SE NEL M5S NON CREDE PIU’ NEANCHE BEPPE GRILLO, PERCHE’ DOVREBBERO FARLO GLI ELETTORI?

Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile

BEPPE NON È ANDATO A VOTARE ALLE ULTIME ELEZIONI COMUNALI A GENOVA… NONOSTANTE L’ACCORDO DA 300 MILA EURO L’ANNO CON MOVIMENTO PER VEICOLARE ATTRAVERSO IL SUO SITO MATERIALI POLITICI E DI PROPAGANDA, BEPPE E’ ORMAI LONTANO DAL M5S E DA CONTE

La domanda a questo punto sorge spontanea: se non ci crede più neanche il creatore, fondatore e garante, perché dovrebbero farlo gli elettori? Sì, perché Beppe Grillo domenica scorsa non è andato a votare il Movimento 5 Stelle alle elezioni comunali.
Nel seggio 617 di Genova, quello dove si recano i residenti della bella collina a ridosso del mare di Sant’ Ilario, tra gli otto voti ai 5 Stelle (ovvero il 2,5 per cento delle preferenze in quella sezione) non c’era il suo. Il comico da giorni è fuori città e a confermarlo, più o meno direttamente, sono gli stessi portavoce locali del M5S.
Cinque anni fa Grillo si presentò fuori dall’istituto di agraria non molto distante dalla sua villa in scooter, assieme alla moglie Parvin Tadjk; plateale come sempre, entrò nella cabina elettorale col casco in testa. «Invito tutti ad andare a votare: è importante!», scrisse quel giorno sui social.
Nel 2017 il comico fece un comizio davanti a Palazzo Ducale, ma soprattutto intervenì direttamente sulla competizione genovese quando d’imperio decise di annullare il voto online delle comunarie perché aveva vinto una candidata sindaca non di suo gradimento, Marika Cassimatis.
Un protagonismo anche eccessivo, con quel colpo di spugna che in un tratto solo cancellò tutte le ripromesse sulla democrazia diretta della rete. Ma comunque, nel frattempo è cambiato qualcosa, anzi parecchio.
Come detto se sono accorti gli stessi attivisti locali del Movimento: Grillo in campagna elettorale non s’ è mai fatto vedere, neanche quando Giuseppe Conte e il presidente della Camera Roberto Fico, nella sua prima e vera uscita pubblica non istituzionale di questi mesi, sono venuti a Genova per tirare la volata alla lista.
Oggi il candidato scelto nel 2017 al posto della candidata sindaca nominata dalla base sul blog e destituita da Grillo, cioè Luca Pirondini, è rimasto l’unico reduce in Consiglio comunale, l’ultimo nella città del (fu) “elevato”: «Beppe non ha votato?
Il problema è un altro – taglia corto sul tema, senza smentire la notizia sul voto mancato del garante – Mai come ora ci serve con urgenza questa benedetta riorganizzazione sul territorio del Movimento, sennò saremo condannati a dire per sempre che le amministrative non sono il nostro terreno elettorale più adatto, e commentare sconfitte».
In alleanza con il Pd, nella tornata appena conclusa i 5 Stelle sostenevano la corsa di Ariel Dello Strologo, il candidato sindaco scelto in accordo con i dem per allargare e testare il fronte anche in vista delle Politiche del prossimo anno.
È andata parecchio male: il sindaco uscente del centrodestra Marco Bucci ha vinto al primo turno, e il M5S ha racimolato il 4,4 per cento, sorpassato anche da Europa verde- Linea condivisa di Ferruccio Sansa (5,2 per cento).
Certamente almeno al momento del voto l'”uno vale uno” per davvero e quindi la preferenza di Grillo avrebbe cambiato di niente l’esito finale, ma in fondo Genova non è più la città culla del Movimento ormai da tempo.
A raccontarlo, in questi anni, è stata anche la diaspora continua dei parlamentari di casa, passati – tra espulsioni e fuoriuscite, le ultime dopo la nascita del governo Draghi – da otto a tre. Come dimenticare l’addio di una delle preferite di Grillo, la ormai ex plenipotenziaria Alice Salvatore che fu candidata alla presidenza della Liguria nel 2015? Oppure quello di Paolo Putti, exploit alle Comunali del 2012, poi transitato nella sinistra radicale?
Così oggi la valenza della diserzione del fondatore, proprio in una tornata che certifica l’affossamento elettorale delle cinque stelle nelle varie salse, è tutta politico-simbolica. Nonostante l’accordo da 300 mila euro l’anno con il suo (?) M5S per veicolare attraverso beppegrillo. it materiali politici e di propaganda proprio del M5S, il fondatore pare freddo rispetto al cosiddetto nuovo corso. “Corea del Sud: sempre più aziende sostituiscono i lavoratori con i robot”, è l’ultimo articolo pubblicato sul blog. Prima ancora, altri post su pannelli solari, fertilizzanti e «il controllo di dispositivi tramite segnali elettrici del cervello».
(da La Repubblica)

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“FINO A POCO TEMPO FA IL NEMICO ERA SALVINI, NEUTRALIZZATO LUI, ADESSO TOCCA A GIORGIA MELONI”: UN PATETICO GUIDO CROSETTO EVOCA UN COMPLOTTO DEL “SISTEMA” (COME SE LUI FOSSE UN MARTIRE RIVOLUZIONARIO)

Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile

“PRIMA SI PARTE CON LE ACCUSE DI FASCISMO E O DI CONFLITTO DI INTERESSE. E POI PARTE LA MAGISTRATURA… “IL COMIZIO IN SPAGNA? CONOSCO I RAGIONAMENTI CHE FA GIORGIA. QUANDO URLA TROPPO DISTRUGGE QUALUNQUE COSA STIA DICENDO”

Guido Crosetto ritiene di essere titolato nel difendere Giorgia Meloni, perché pur essendo uno dei fondatori di Fratelli d’Italia non viene dal Msi (ma dalla Dc)
Fdi ha un problema con il passato?
«Da adesso fino alle elezioni del prossimo anno vedremo questo mantra. Fino a qualche giorno fa il nemico era Salvini, neutralizzato lui, adesso tocca al prossimo. D’altronde lo abbiamo già visto in passato con Berlusconi, Renzi e appunto Salvini. C’è un metodo, con il quale si fa politica e si vincono le elezioni».
In cosa consiste, secondo lei, questo metodo?
«Prima si parte con le accuse di fascismo e o di conflitto di interesse. E poi parte la magistratura».
Succederà anche a Fdi?
«È un anno che lo dico a Giorgia, così come lo dissi a Renzi. Esiste un problema di democrazia, ma non per colpa di Fdi».
Ha funzionato il metodo?
«Sempre. È drammatico perché non consente il confronto sulle idee. È un metodo che costringe la politica a non migliorarsi: io vinco perché distruggo l’avversario».
Per affrontare il pericolo che lei denuncia, si potrebbero dire parole chiare sul fascismo e sul 25 aprile.
«Fini lo fece, dicendo, “ditemi cosa dovrò rinnegare e lo faccio”, ma non è servito».
Lei ha ascoltato il comizio di Meloni alla manifestazione di Vox, il partito dell’estrema destra spagnola?
«Sì. Tutti i 19 minuti e non solo i pochi secondi di cui si parla».
Cosa ne pensa?
«Conosco i ragionamenti che fa Giorgia. La cosa che le ho detto è che quando urla troppo distrugge qualunque cosa stia dicendo».
E nel merito?
«La famiglia naturale è presente nella Costituzione».
E la lobby gay?
«Ha detto lobby Lgtb, che è un’altra cosa. Anche all’interno della comunità omosessuale e delle femministe questi sono temi di discussione. Chi parla di omofobia, non vuole confrontarsi. Lo dico in maniera un
Si può arrivare così a Palazzo Chigi?
«Non stiamo parlando di arrivare a Palazzo Chigi, ma di poter giudicare una persona senza che le si scarichino addosso insulti».
Meloni sta affrontando l’eredità fascista in Fdi?
«Quelli che sono nel partito sono passati da An e poi nel Pdl di Berlusconi. Giorgia è stata ministra, La Russa e Urso anche. Di che parliamo?».
Però a volte spuntano esponenti di Fdi facendo saluti romani o inneggiando al Duce. È un caso?
«Chi si alza con il braccio teso è come il mafioso che ti trovi nelle liste. Magari hai fatto di tutto, ma te lo ritrovi».
Meloni ha fatto di tutto per non averli?
«Ma certo».
Punisce i nostalgici?
«Non vengono puniti, ma cacciati. Questi soggetti danneggiano più Letta o Meloni? Ovviamente Meloni».
L’alleanza con un partito come Vox non stride con questo percorso?
«Vox è una scissione del Partito popolare spagnolo. La Meloni è la presidente dei Conservatori europei e in quanto tale dialoga con chi fa parte di quel gruppo. Dialogare non vuol dire sposare le idee».
Il Pd accusa: Meloni usa un doppio linguaggio, relativamente moderato in Italia ed estremista in Spagna.
«Quando vai a parlare a un congresso, ti accordi sugli argomenti da trattare».
Ma quello che si dice a Marbella si ascolta anche in Italia.
«Ma lei non è che dica cose diverse. Ripeto: è il tono che ha scatenato tutto questo casino».
Fratelli d’Italia ha vinto le amministrative?
«È l’unico partito che ha continuato praticamente ovunque il suo trend di crescita».
Fdi punta a Palazzo Chigi oppure a un’opposizione perenne?
«Si sta attrezzando ad avere una classe dirigente all’altezza, sia all’interno che all’esterno per un compito importante con gli altri partiti. Di essere presidente, però, Giorgia non fa la ragione della sua esistenza».
(da agenzie)

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L’EX CAPITANO DELLA RUSSIA IGOR DENISOV CONTRO PUTIN: “LA GUERRA ALL’UCRAINA? UN DISASTRO, UN COMPLETO ORRORE”

Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile

“FORSE VERRÒ UCCISO O ARRESTATO PER QUESTE PAROLE” – UN RISCHIO REALE DATO CHE IL PARLAMENTO RUSSO HA APPROVATO UNA LEGGE CHE IMPONE PENE DETENTIVE FINO A 15 ANNI A CHI DISSENTE

Igor Denisov, capitano della Russia dal 2012 al 2016, ha apertamente criticato l’azione di Putin e l’invasione del suo Paese in Ucraina.
L’ex centrocampista di Zenit San Pietroburgo, Anzhi, Dinamo Mosca e Lokomotiv Mosca, ha usato parole forti durante l’intervista al canale Nobel su Youtube: “Questi eventi sono un disastro. Un completo orrore”.
Denisov è cosciente del rischio corso nel pronunciare queste frasi, e a tal proposito commenta: “Non lo so, forse verrò arrestato o ucciso dopo queste parole, ma sto parlando delle cose come stanno”. Un rischio reale dato che il parlamento russo ha approvato una legge che impone pene detentive fino a 15 anni per chiunque diffonda “fake news” o intraprenda qualsiasi azione pubblica che screditi l’azione militare russa. Denisov infine ammette anche di aver scritto direttamente al presidente Putin chiedendogli di fermare la guerra.
(da agenzie)

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VOLETE UN ALTRO INDIZIO SUL SILURAMENTO FUTURO DI SALVINI? C’È GIÀ IL NOME DELL’EREDE DI ZAIA

Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile

SI AFFINA LA STRATEGIA PER ACCERCHIARLO: FEDRIGA COME NUOVO SEGRETARIO DI TRANSIZIONE, PER LASCIARE SPAZIO NEL 2025 A LUCA ZAIA… LO SCETTRO DI GOVERNATORE DEL VENETO SAREBBE PRESO DA MARIO CONTE, SINDACO DI TREVISO

“Nella Lega il problema numero è diventato Matteo Salvini. Non solo la gente ai gazebi, ormai anche i nostri stessi militanti lo dicono apertamente. Lo schema della rinascita potrebbe essere Massimo Fedriga nuovo segretario di transizione, per lasciare spazio nel 2025 a Luca Zaia. Ma, si sa, in politica gli schemi si possono fare fino a un certo punto”.
A parlare così è un esponente del Carroccio ben inserito nell’apparato del partito, che naturalmente vuole restare anonimo. Dopo le batoste collezionate alle amministrative di domenica 12 giugno (Padova persa al primo turno, Verona in bilico, percentuali fra il 4 e il 6% a Genova, Palermo, Parma), per non parlare del disastro annunciato dei referendum sulla giustizia, l’atmosfera tra i leghisti è incandescente.
Al di là degli specifici contesti locali dove la Lega, in particolare nei capoluoghi, storicamente non brilla, è la linea obliqua, né carne né pesce del leader che critica il governo Draghi e al tempo stesso lo appoggia, a finire nel mirino.
Così si fa strada l’ipotesi di un cambio di guida con passaggio di mano al presidente del Friuli-Venezia Giulia, Fedriga, volto moderato ma leghista doc, con il pensiero che va però a Zaia, il governatòr regionale più amato d’Italia. E qui, secondo indiscrezioni, circolerebbe già il nome del successore per il Veneto fra tre anni: il sindaco di Treviso, Mario Conte.
La situazione attuale dentro il più longevo partito risalente alla Prima Repubblica è la seguente. Salvini in questi anni ha tenuto in pugno la filiera decisionale commissariando a tutto spiano e insediando uomini di sua fiducia nelle segreterie territoriali.
In Veneto, da sempre “fratello minore” insofferente della posizione subalterna alla Lombardia, qualche voce di dissenso si è udita, tanto che nei mesi scorsi era scattato il cartellino giallo per figure storiche come l’ex presidente del consiglio provinciale trevigiano, Fulvio Pettenà (prontamente difeso da Zaia: “Gliela scrivo io in bella la risposta”).
Adesso l’aspra rivalità con gli arrembanti alleati di Fratelli d’Italia rischia di scippare alla Lega il ruolo trainante nel centrodestra. Con gli scarsi risultati concreti all’attivo e l’elettorato provato da due anni di sacrifici pandemici e dal caro-bollette, la corda è stata troppo tirata e il malcontento straripa.
Tanto che un peso massimo come Roberto “Bulldog” Marcato, assessore veneto portabandiera dell’antico leghismo tutto autonomia&territorio, all’indomani delle comunali se n’è uscito con la richiesta di una “riflessione profondissima e violenta” che arrivi fino “al nazionale”.
Cioè a Salvini. Se si aggiunge che il rappresentante permanente in casa Lega dell’establishment che conta, Massimo Giorgetti, più volte ha manifestato stizza e biasimo per le posizioni populiste del Capitano, il quadro per quest’ultimo è tutto tranne che lineare.
Vero è che da sempre, in un partito leninista e centralizzato com’è il Carroccio, le divisioni interne raramente deflagrano, men che meno in pubblico. Ma se Salvini sul Corriere della Sera deve mostrare di far sue le rimostranze (“È mio dovere prendere atto di queste riflessioni e lavorarci”, 15 giugno), significa che queste ci sono e danno adito a supposizioni che si fanno ogni giorno più insistenti.
Marcato, il più esplicito, onde evitare congressi pilotati chiede un’assemblea nazionale, dove magari far nascere l’alternativa Fedriga. Zaia, prudente all’estremo, è improbabile che lasci la dorata e blindatissima postazione in Veneto.
Ma fra due anni sarà difficile avvalersi di una seconda proroga e dovrà scegliere cosa fare da grande. Non è affatto detto che opti per il rischiosissimo posto di leader nazionale, ma è certo che in parecchi guardano alla sua rassicurante fisionomia da amministratore senza spigoli per la nuova era. Il problema è che Salvini non è tipo da mollare la presa. Il futuro, insomma, è tutto da scrivere, e si preannuncia turbolento.
Nel frattempo il toto-successione già impazza in Veneto per il dopo-Zaia. Marcato, burbero padovano dai toni schietti e finto-rudi, ha già spesso ripetuto di essere disponibile per prendere in mano il partito.
Ma come erede alla presidenza della Regione, radio-scarpa leghista si concentra su un nome che per molti aspetti sembra un fac-simile di Zaia: Mario Conte, classe 1979, figlioccio dello storico sindaco-sceriffo di Treviso Giancarlo Gentilini (poi ripudiato).
Carattere misurato, mood conciliante, mai una parola fuori posto, dal 2019 è il primo leghista a presiedere in Veneto l’Anci (Associazione Comuni Italiani). Primo cittadino del capoluogo trevigiano con quasi il 55% di consensi, come Zaia giura di non pensare ad altro che a finire il mandato e di voler ripeterlo una seconda volta l’anno venturo.
Ma è noto che i secondi mandati non prevedono il tris, e perciò se il quartier generale nel 2025 lo chiamasse per la staffetta con Zaia, da buon soldato qual è Conte non potrebbe sottrarsi.
C’è soltanto da capire che ennesima torsione avrà la Lega di qui a un anno. Dal no euro a Draghi, dal federalismo al sovranismo, dal gialloverde con il M5S al tuttifrutti di oggi, le traiettorie del misirizzi Salvini sono state sempre imprevedibili.
A meno che la prossima non sia la notoriamente non troppo gaia traiettoria dell’uccello padulo.
(da agenzie)

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