Destra di Popolo.net

LE MINACCE ALL’UNIVERSITA’ SAPIENZA PER IL CORSO “GENDER STUDIES”

Agosto 9th, 2022 Riccardo Fucile

PROVENGONO DAGLI STESSI GRUPPI NO VAX CHE HANNO ORGANIZZATO MANIFESTAZIONI DI PIAZZA CONTRO IL VACCINO… L’ASSE CRIMINALE CON AMBIENTI OMOFOBI E NEONAZISTI

La matrice è sempre la stessa: quel gruppo Telegram che per mesi ha fatto propaganda, basandosi su notizie false, contro le restrizioni anti-Covid, contro il Green Pass e contro la campagna vaccinale.
E proprio da lì sono arrivate le minacce rivolte al principale Ateneo di Roma, per “colpa” di un corso di Laurea magistrale che ha fatto il suo esordio quest’anno.
“Colpa” di un corso di “Gender studies” organizzato dall’Università La Sapienza. Insulti e mistificazioni della realtà tipiche dell’universo nato alimentando il mondo no vax e che poi si è esteso a molti altri aspetti della vita sociale, economica e politica del nostro Paese.
Gli organizzatori e i gestori del gruppo Telegram hanno pubblicato sui canali i dettagli, con tanto di numeri di telefono e indirizzi mail, dell’Università La Sapienza di Roma. E lo hanno fatto invitando i 5mila iscritti a inviare messaggi di insulti e minacce nei confronti dell’ateneo capitolino.
“Non restiamo a guardare mentre il cancro femminista distrugge la nostra società” è il messaggio più oxfordiano pubblicato su Telegram.
E l’ateneo ha ricevuto e sta ricevendo numerose mail e telefonate minatorie. Ma, ovviamente, non ci sarà alcun passo indietro e il corso gender la Sapienza andrà avanti. Senza paura.
Ma di quali sono gli argomenti trattati all’interno di questo corso di Laurea Magistrale? I dettagli sono spiegati sul sito ufficiale de La Sapienza:
“Il Corso di Laurea Magistrale in ‘Gender studies, culture e politiche per i media e la comunicazione’ ha il suo focus culturale e formativo negli studi di genere applicati all’analisi della comunicazione e dei media e alla produzione di contenuti a carattere informativo, culturale, di intrattenimento, di comunicazione istituzionale, politica e dei brand capaci di integrare una prospettiva gender sensitive volta a promuovere, a livello culturale, un racconto e una rappresentazione delle identità di genere inclusivi e non discriminatori”.
E le materie sono proprio in linea con questi principi: educare le generazioni future a un linguaggio (con tutte le sue conseguenze) inclusivo, maggiormente rispettoso e non discriminatorio. Eppure a quelli che nacquero no vax questo non piace. Questione di matrici.
(da NextQuotidiano)

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“UNITI FACCIAMO IL BOTTO”: ALLEANZA TRA MEGALOMANI PER IL “BOTTO” ANTICIPATO DI CAPODANNO

Agosto 9th, 2022 Riccardo Fucile

RENZI OFFRE INTESA A CALENDA (CHE NON SI FIDA, ESSENDO NOTORIAMENTE UNO, A SUA VOLTA, CHE MANTIENE LA PAROLA)

L’offerta di Matteo Renzi a Carlo Calenda è di quelle che è difficile rifiutare. Ma il leader di Azione non sembra fidarsi molto. E intanto prepara la raccolta di firme per andare da solo.
Una decisione finale sul Terzo Polo è attesa per venerdì 12 agosto. Mentre i due hanno in programma un incontro tra oggi e domani. E Calenda fa sapere di volere un accordo con liste in coalizione. Che però ha uno sbarramento del 10% ed è possibile soltanto con la raccolta firme. O con l’esenzione. A cui il partito è convinto di avere diritto
Se così fosse Azione potrebbe anche tentare la corsa in solitaria.
Renzi parla oggi in un’intervista a Il Messaggero dell’alleanza con Azione. E sembra entusiasta: «Io e Carlo insieme possiamo fare il botto». Per l’ex premier «se facciamo una lista unica ci sarà un solo front-runner. Se ne facciamo due, ce ne saranno due. E io sono pronto a dare una mano con generosità».
Il ragionamento di Renzi parte da una questione tecnica che riguarda la legge elettorale: per la parte proporzionale del Rosatellum i seggi si ripartiscono tra le liste che ottengono almeno il 3%. Questo significa che ogni lista infatti ha uno sbarramento nazionale del 3%. Invece le coalizioni hanno una soglia al 10%.
E il voto funziona così: i partiti in coalizione che prendono tra l’1 e il 3% riversano i loro voti, proporzionalmente, alle altre liste della stessa coalizione che hanno superato il 3%. Mentre i voti delle liste che rimangono sotto l’1% vanno completamente persi.
Da qui si capisce che la lista unica metterebbe al ripario Italia Viva dal rischio di andare sotto il 3%. E di finire per essere soltanto la portatrice di voti per Calenda. In questo senso va compresa l’offerta di dare la leadership proprio all’ex ministro dello Sviluppo. Che costituirebbe così un polo d’attrazione anche per i candidati di Iv.
La trattativa e il nodo delle firme
Sulla trattativa influirà in maniera decisiva il nodo delle firme. «Nelle prossime ore potrebbe arrivare la certezza sulla nostra interpretazione», fanno sapere al Corriere della Sera dal quartier generale di Azione. L’idea è che l’elezione di Calenda all’europarlamento con la lista collegata a quella del Pd dia l’esenzione dalla raccolta delle firme. Ma questa interpretazione è stata contestata nei giorni scorsi da molti costituzionalisti. Se però alla fine dovesse arrivare davvero l’ok, a quel punto Calenda avrebbe una carta in mano nella trattativa con Renzi. Potrebbe infatti agitare la minaccia della corsa in solitaria.
Una situazione che di certo non contribuirebbe ad aumentare i voti di Iv. «Con Renzi ci sono rapporti deteriorati nel tempo, ci unisce una consonanza programmatica e ci dividono alcune scelte. Non avrei mai fatto un accordo di governo con i 5S», dice oggi Calenda a Repubblica. Nella quale non a caso conferma di preferire l’ipotesi delle liste in coalizione a quella della lista unica.
Un retroscena de La Stampa invece dice che Calenda non si fida di Renzi. Perché è difficile che l’ex premier lasci a qualcun altro le scelte su collegi e strategia di una campagna elettorale. E per i precedenti: «Con Renzi sono stato al governo e ho litigato sempre. È l’unica modalità in cui puoi ottenere da lui qualcosa, altrimenti ti si mangia a colazione». Insomma, i rapporti tra i due – e gli ego confliggenti – potrebbero spingere il leader di Azione al passo indietro e alla corsa solitaria. Ma questo solo se davvero avrà l’esenzione per la raccolta delle firme. Altrimenti quello con Renzi sarà un percorso obbligato.
La sondaggista Alessandra Ghisleri di Euromedia Research valuta l’alleanza tra i due tra il 6 e l’8%. (da agenzie)
(da agenzie)

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COSA RISCHIA TRUMP DOPO LA PERQUISIZIONE DELL’FBI: LA GALERA PER AVER TRAFUGATO DOCUMENTI COPERTI DA SEGRETO DI STATO

Agosto 9th, 2022 Riccardo Fucile

MA, IN BASE ALLA LEGGE AMERICANA, POTREBBE UGUALMENTE CANDIDARSI ALLE ELEZIONI: DALLA CASA DI PENA ALLA CASABIANCA

Anche se finisse in carcere per aver trafugato documenti dalla Casa Bianca coperti da segreto di Stato, Donald Trump potrebbe comunque candidarsi e alle prossime elezioni e diventare presidente nel 2024 se dovesse vincerle.
Non è ancora stato reso noto se Trump abbia portato documenti ufficiali del governo degli Stati Uniti nella sua villa a Mar-a-Lago, in Florida, dove l’Fbi la scorsa notte ha fatto irruzione.
E nemmeno se il blitz sia legato alle indagini per l’assalto a Capito Hill. Che l’ex presidente potrebbe aver facilitato per ribaltare i risultati delle elezioni del 2020.
Tuttavia, se si scoprisse che Trump ha effettivamente rimosso documenti ufficiali da Washington, che potrebbero essere contenuti nelle 15 casse con cui i federali hanno lasciato la residenza in Florida, gli potrebbe essere contestato un reato che potrebbe portarlo al carcere. Ciononostante, secondo diversi esperti legali consultati dal New York Times e da Insider, l’essere in cella non impedirebbe – costituzionalmente parlando – al tycoon di diventare presidente nel 2024 dovesse vincere le prossime elezioni.
Cosa dice la Costituzione e i precedenti
Secondo la legge statunitense, coloro che «scientemente e illegalmente nascondono, rimuovono, mutilano, cancellano, falsificano o distruggono» documenti governativi rischiano il carcere fino a tre anni. Si potrebbe pensare che questo sia sufficiente a impedire a un candidato di diventare presidente, ma secondo esperti legali, pare non sia così. Nella costituzione degli Usa, gli unici requisiti richiesti ai candidati sono l’essere un cittadino statunitense non naturalizzato di almeno 35 anni e l’aver vissuto nel Paese per almeno 14 anni.
E Trump, intenzionato a correre di nuovo nel 2023, li rispetta. Se dovesse essere in carcere al momento delle prossime elezioni, questo non gli impedirebbe di correre per la presidenza, ha spiegato a Insider Michael Gerhardt, professore di legge costituzionale dell’Università della Carolina del Nord.
Ci sono anche dei precedenti. Eugene Debs nel 1920 e Lyndon LaRouche nel 1992 si candidarono e ottennero milioni di voti – anche se non abbastanza per vincere – pur trovandosi in cella.
Difficoltà e sfide dalla cella
Chiaramente, nel surreale caso in cui Trump dovesse diventare presidente dal carcere, ci sarebbero delle difficoltà di comunicazione. Dato che i prigionieri non hanno lo stesso grado di libertà in questo campo di cui godono i liberi cittadini. Nulla gli impedirebbe, ad esempio, di prestare giuramento, porre veti e emanare ordini esecutivi. Inoltre, il tycoon potrebbe usare i suoi poteri per rendere più confortevole la sua permanenza in cella. Come ad esempio farsi trasferire in un carcere dove lui sarebbe l’unico prigioniero. Uno scenario, quello di Trump presidente in carcere, che il noto avvocato Marc Elias ha definito «un blockbuster della politica americana».
I documenti nel water
Le indagini faranno chiarezza sull’entità delle carte sequestrate in Florida. Nel frattempo, però, un libro in uscita rivela, con tanto di materiale fotografico, che Trump ha da anni l’abitudine di disfarsi dei documenti gettandoli nel wc. Le accuse sono raccolte nel libro Confidence Man, della reporter del New York Times Maggie Haberman che l’ex presidente aveva definito «un verme». Dal testo si apprende che l’abitudine è diventata nota quando gli idraulici della Casa Bianca hanno dovuto sturare i gabinetti intasati di documenti. Se tra questi c’erano anche quelli che potrebbero essere stati trafugati dalla Casa Bianca, si tratterebbe di un passo in avanti. Verso uno scenario surreale, ma tutt’altro che impossibile.
(da agenzie)

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SOVRANISTI POSSONO CONQUISTARE IL 90% DEI COLLEGI UNINOMINALI

Agosto 9th, 2022 Riccardo Fucile

MA SECONDO L’ISTITUTO CATTANEO DIFFICILE CHE RIESCANO A OTTENERE LA MAGGIORANZA DEI DUE TERZI IN PARLAMENTO PER CAMBIARE LA COSTITUZIONE

Alle elezioni del 25 settembre il centrodestra è favoritissimo nei collegi uninominali del Rosatellum. Anche se il traguardo dei due terzi dei seggi, con i quali si può riformare la Costituzione senza passare per il referendum abrogativo, è ancora molto lontano.
Con il 45% dei voti e il centrosinistra sotto il 30% dopo la rottura con Calenda il vantaggio appare incolmabile. E il Partito Democratico potrebbe arrivare a conquistare soltanto 15 collegi sicuri nelle sue roccaforti.
Rado Fonda, head of research di Swg, spiega oggi al Corriere della Sera che il centrodestra può conquistare il 90% dei collegi uninominali. Ovvero 132 alla Camera e 66 al Senato.
Non solo. Per il centrosinistra potrebbe esserci anche il problema dell’astensione: «Gli elettori di centrodestra sono più motivati di quelli di centrosinistra».
Mentre il fenomeno dell’erosione di voti dagli altri partiti della coalizione verso Fratelli d’Italia appare in esaurimento: «Sarebbe eclatante vedere la Lega sotto il 12%, mentre Forza Italia non sembra aver subito contraccolpi dalla caduta del governo Draghi e dagli addii, tanto da consolidarsi all’8%».
Salvatore Vassallo dell’Istituto Cattaneo esclude a priori che il centrodestra possa conquistare i due terzi dei seggi.
«È molto semplice», ragiona. «Il centrodestra vale circa il 46% dei consensi, che nel sistema proporzionale del Rosatellum si traduce in circa 120-121 seggi alla Camera. Per avere i due terzi dei 400 seggi il centrodestra deve conquistarne 268; e quindi vincere in tutti i 147 collegi, cosa che difficilmente può accadere: il centrosinistra dovrebbe perdere in tutte le sue roccaforti. È uno scenario surreale», conclude.
(da agenzie)

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TRAVAGLIO RISCRIVE LA STORIA: “ARMANDO DIAZ SI DIMISE DOPO LA DISFATTA DI CAPORETTO”

Agosto 9th, 2022 Riccardo Fucile

UNA CITAZIONE STORICA COMPLETAMENTE SBAGLIATA NELL’EDITORIALE

Lo ha chiamato “sogno di mezza estate”, ma l’effetto finale è quello di un vaneggiamento condito da gaffe storiche sulla storia dell’Italia.
Marco Travaglio, nel suo editoriale di oggi su Il Fatto Quotidiano, prova a ironizzare – ma neanche troppo – sulla decisione che dovrebbe prendere Enrico Letta (e altri esponenti del Partito Democratico) dopo il tira e molla e la rottura con Carlo Calenda.
E per farlo, prova a utilizzare un paragone storico: dovrebbero dimettersi come fece Armando Diaz dopo la disfatta di Caporetto durante la prima guerra mondiale. Sì, Armando Diaz: colui il quale venne promosso dopo la disastrosa campagna militare guidata da Luigi Cadorna (che venne destituito).
Una gaffe che racconta di un falso storico utilizzato malamente per cercare di ironizzare e criticare il comportamento di Letta e degli altri esponenti del Partito Democratico.
“E ora la fantapolitica. Letta e i vicedisastri Franceschini, Guerini&C., come Diaz dopo Caporetto, si dimettono. E nominano reggente del Pd l’unico leader che ancora scaldi il cuore del fu elettorato di sinistra: Bersani”.
I dettagli del seguito di questa storia di fantapolitica sono le scuse di Bersani (a nome del Partito Democratico) a Conte e la creazione di un tavolo per scrivere un programma condiviso tra PD e M5S. Questo il sogno di mezza estate di Travaglio. Ma a fare rumore è la clamorosa gaffe storica.
Perché la storica disfatta di Caporetto, durante la prima guerra mondiale (era l’autunno del 1917), non vedeva un fronte italiano guidato da Armando Diaz. Al vertice dell’operazione militare c’era l’allora generale Luigi Cadorna che dopo la sconfitta venne destituito. Insomma, non si dimise per propria volontà, ma fu invitato a farlo. Cadorna e non Armando Diaz. Perché quest’ultimo fu proprio promosso, al posto di Cadorna, dopo che quest’ultimo si rese protagonista della più grande sconfitta italiana durante il primo conflitto mondiale. E, sotto la sua guida, l’esercito italiano risollevò le sue sorti. E, leggendo l’editoriale di Travaglio sotto questa corretta chiave storica, sembra quasi un buon auspicio a Enrico Letta.
(da NextQuotidiano)

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DI BATTISTA: “NON MI CANDIDO, IO SOTTO GRILLO NON CI STO”

Agosto 9th, 2022 Riccardo Fucile

“NON CI SONO LE CONDIZIONI PER UNA MIA CANDIDATURA”

“Non ritengo ci siano le condizioni per una mia candidatura alle prossime elezioni politiche”. Ad annunciarlo è Alessandro Di Battista, ufficializzando la sua mancata candidatura.
“In questi giorni – spiega l’ex deputato M5s – in molti si sono espressi su una mia eventuale candidatura. Ho letto i vostri commenti e vi ringrazio per i suggerimenti e per la vostra stima. In questi giorni ho fatto tutti i passaggi che consideravo necessari per prendere una decisione approfondita. Come potete immaginare non è stato facile”.
In un video in cui spiega le ragioni della sua mancata candidatura, Di Battista afferma: “Ho parlato con Conte e ho compreso che ci sono molte componenti nell’attuale M5S che non mi vogliono. Da Beppe Grillo passando per Roberto Fico: non mi vogliono, per una serie di ragioni”, e aggiunge: “Forse temono che io sia poco imbrigliabile, perché forse temono giustamente che io possa ricordare degli errori politici che sono stati commessi negli ultimi due anni da vari esponenti: Grillo, Di Maio che poi se n’è andato, Fico. Coloro che in un certo senso sono stati i principali promotori dell’entrata del Movimento nel governo Draghi”.
Su Grillo dice: “Non mi fido di Beppe Grillo, che fa ancora, in parte, da padre padrone. E io sotto Beppe Grillo non ci sto”.
Mentre su Giuseppe Conte aggiunge: “Per me è un galantuomo, non mi ha mai mancato di rispetto e mi ha sempre detto la verità. Si è sempre comportato bene. Credo che abbia veramente a cuore l’interesse del paese”.
“Su alcune posizioni abbiamo idee molto diverse, io non sono un atlantista e non credo minimamente all’efficacia delle sanzioni (alla Russia, ndr), mai e poi mai avrei votato per l’invio di armi all’Ucraina. Per me atlantismo ed europeismo oggi non sono la stessa cosa”.
E non mancano accenni sul suo futuro politico: “Creerò un’associazione civica per fare cittadinanza attiva, politica da fuori del Parlamento, dal basso. Poi vedremo in futuro”.
(da agenzie)

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LO STRAPPO DI CALENDA, 3 MILIONI DI TWEET: 84% DI REAZIONI NEGATIVE PER IL LEADER DI AZIONE

Agosto 9th, 2022 Riccardo Fucile

L’ANALISI DI IZI LAB: LA RABBIA DEI COMMENTI DIMOSTRA QUELLO CHE AVEVAMO SEMPRE SOSTENUTO: LA MAGGIORANZA DELLA SUA BASE ERA PER L’ACCORDO CON IL PD

Un mare di tweet sul divorzio Calenda-Letta: 3.141.375 cinguetti social in 3 giorni per lo strappo con il Pd.
Il sentiment negativo verso la decisione di Calenda ha toccato l’84,5%. Il leader di Azione ha ottenuto appena il 13,4% di sentiment positivo.
É quanto emerge da una ricerca di Izi Lab, che ha analizzato le reazioni degli utenti alle mosse dell’ex ministro.
“La discussione – si legge nel report – ha infiammato i social con un sentiment negativo verso Calenda per aver rotto il patto ma anche con la conferma del consenso della sua stessa audience, o meglio dire bolla”. Carlo Calenda, spiegano gli analisti, “è un politico che i social li ha presi alla lettera: interagire, rispondere ad ogni utente, non lasciare mai il posto al silenzio. Si spiega anche così l’ondata di tweet, oltre 3 milioni, che hanno raccontato la crisi e poi lo strappo del patto con il Pd da parte del leader di Azione”.
In tre giorni quasi 30.000 italiani hanno twittato sui due leader, Letta e Calenda, per esprimere disappunto o soddisfazione per la rottura del patto. Tra rabbia, tristezza, risentimento ma anche gioia, con una bolla a favore di Calenda, costituita da elettori, fan ma anche commentatori che hanno perdonato e apprezzato il passo indietro.
Dei 3.141.375 tweet, come detto, il sentiment negativo verso la decisione di Calenda ha toccato l’84,5% con un 13,4% di sentiment positivo per il leader di Azione.
Il sentiment complessivo resta fortemente negativo: la rabbia rappresenta oltre i due terzi dei post (67,5%). A seguire la gioia, con il 19,18% complessivo, in cui rientra anche il tweet della ministra, ex Forza Italia, Maria Stella Gelmini la quale plaude alla rottura.
L’hashtag maggiormente utilizzato è appunto #calenda (2288), a seguire #pd (1180), #terzopolo (871), #letta arriva dopo il terzo polo (539) e prima di #renzi, #iovotom5sconconte, #draghi, #fratoianni. E gli utenti ora fiutano la liason tra Calenda e Matteo Renzi.
(da La Repubblica)

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SONDAGGIO YOUTREND-SKY: DOPO LA STRAPPO AZIONE CROLLA AL 2%, SALE IL CENTRODESTRA, RENZI SCENDE AL 2,2%

Agosto 9th, 2022 Riccardo Fucile

MISSIONE COMPIUTA: CALENDA E RENZI HANNO CONSEGNATO L’ITALIA AI PUTINIANI, SARANNO RICORDATI COME I TRADITORI DELL’EUROPA

Dopo lo strappo con il Pd, Azione di Carlo Calenda crolla al 2%.
Lo rivela un sondaggio realizzato dall’istituto di ricerca Quorum/YouTrend per Sky TG24, diffuso oggi.
La coalizione di centrodestra, rispetto alla scorsa rilevazione, cresce grazie all’avanzamento della Lega e di Forza Italia mentre arretra il centrosinistra, prevalentemente a causa dell’uscita di Azione. Quest’ultimo partito e +Europa sono stati sondati separatamente nell’ottica di una scissione imminente e sommati perdono 1 punto percentuale mentre cresce il M5S.
Nel dettaglio, FdI resta stabile al 24,2%, il PD scende al 22,3% (-1,1%). La Lega registra un 14% (+0,5%) mentre il M5S ottiene il 10,6% (+0,7%).
FI raggiunge l’8,9% (+0,9%); Sinistra italiana/Europa Verde si attesta al 3,9% (-0,1%); ItalExit al 3,2% (+0,6%); Azione al 2% (la scorse settimana era stata rilevata con +Europa), Italia Viva al 2,2% (-0,4%); Impegno Civico all’1,5% (- 0,3%); +Europa all’1,6% (la scorse settimana era stata rilevata con Azione); Noi con l’Italia – L’Italia è al Centro allo 0,8%; Unione Popolare allo 0,7%; Udc – Coraggio Italia allo 0,3%.
La quota di indecisi e astenuti è pari al 38,7%. Complessivamente, la coalizione di centrodestra è attestata al 48%.
(da agenzie)

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TRA 60 E 80 MILIARDI: IL PREZZO DELLA TELEVENDITA DI SALVINI SULLA FLAT TAX CHE PAGHEREMO NOI

Agosto 9th, 2022 Riccardo Fucile

IL GIOCO AL RIBASSO TRA BERLUSCONI E IL LEGHISTA COSTERA’ LACRIME E SANGUE AL POPOLO DEGLI ONESTI… I RICCHI PAGHERANNO POCO E NULLA, I POVERI PAGHERANNO PER LORO

Il ritornello è sempre lo stesso: fare promesse elettorali senza mai indicare il come e il dove saranno presi i fondi per finanziare queste riforme.
Era capitato, nel recente passato, con la promessa di Silvio Berlusconi (quella di alzare le pensioni minime, anche per chi non ha mai versato contribuiti, a mille euro) e ora si ripete con l’atavico tormentone estivo della flat tax sciorinata in due versioni: quella del leader di Forza Italia al 23% (che non porterebbe alcun guadagno ai redditi inferiori ai 15mila euro, visto che sarebbe un mantenimento dello status quo per quella porzione di popolazione) e quella di Matteo Salvini al 15%.
Ma il leader della Lega è conscio del costo di un’operazione simile per le casse dello Stato?
Flat tax di Salvini al 15%, ecco quanto costerebbe allo Stato italiano
Da una parte c’è l’aliquota al 23% per le famiglie e per le imprese, vecchio e nuovo tormentone di Silvio Berlusconi. Dall’altra, sempre per rimanere nell’eterogeneo ecosistema del centrodestra, c’è la tassa piatta al 15% diventata (come lo fu già nel 2018, senza che questa ipotesi si concretizzasse nonostante un anno al governo con il M5S e l’anno e mezzo abbondante a sostegno dell’esecutivo guidato da Mario Draghi) un vero e proprio cavallo di battaglia che sgorga, senza soluzione di continuità, dalla bocca di Matteo Salvini.
Il leader della Lega, secondo questa sua promessa elettorale (che dovrà essere discussa, ancor prima che nell’eventuale Palazzo Chigi a trazione destrorsa, nelle segreta stanze del programma del centrodestra), ritiene che l’aliquota debba essere ridotta al 15% anche per i lavoratori dipendenti. Insomma, un sistema simile a quello già vigente per le partite iva.
Una bella promessa che, però, è difficile da rendere reale. Perché quando Salvini ripetete, come un tormentone estivo, questa ipotesi non spiega mai i costi per le casse dello Stato. E stiamo parlando di decine di miliardi.
Come spiega il quotidiano La Stampa, questi due modelli di flat tax hanno un costo di decine di miliardi. Tito Boeri, per esempio, parla di circa 80 miliardi di euro.
“Bisognerebbe rifare i calcoli, ma in base alle vecchie stime siamo attorno agli 80 miliardi, e quella di Forza Italia costa addirittura ancora di più. E quindi, se Lega e Forza Italia devono seguire il consiglio del loro candidato premier Giorgia Meloni, che ha detto di avanzare solo proposte che fattibili, è meglio che la ritirino immediatamente. Perché è una presa in giro. Voglio capire dove trovano 80 miliardi per una operazione di questo tipo”.
Una quantità di denaro difficile da reperire. Ma non solo, perché questo tipo di tassa piatta è destinata a dare vita a una vera e propria sperequazione, producendo maggiori benefici (a livello economico) per chi ha redditi alti e minori per chi li ha più bassi.
Un altro problema, oltre a questa disomogeneità provocata da una flat tax venduta agli elettori come la soluzione per rendere la situazione economica degli italiani più omogenea, è rappresentato dai fondi. Boeri ha parlato di 80 miliardi, e Carlo Cottarelli sottolinea proprio questo aspetto.
Insomma, la propaganda è propaganda. La realtà racconta un’altra storia fatta di fondi da reperire. Come? Con tasse o tagli della spesa. Insomma, togli la tassa, metti la tassa.
I due modelli, quello di Forza Italia e quella della Lega, hanno dinamiche diverse. Ma i costi sono comunque elevatissimi.
Il calcolo offerto dal quotidiano La Repubblica è differente da quello de La Stampa, ma per via di modalità di calcolo differenti.
“Salvini sostiene che nella prima fase di due anni, con l’equiparazione dei lavoratori dipendenti alle partite Iva che già pagano una flat tax del 15% sui redditi fino a 65 mila euro (2 milioni i cittadini interessati), “basterebbero” 15 miliardi. Altri studi arrivano a quantificare in 50-60 miliardi il costo per una misura generalizzata”
Il calcolo è differente solamente per un fattore: la cifra di 50-60 miliardi è figlia delle analisi effettuate prevedendo un taglio degli sconti fiscali. Restano comunque tantissimi soldi. Una quantità difficile da reperire. Perché anche cancellando il demonizzato Reddito di Cittadinanza, il risparmio per le casse dello Stato (facendo riferimento al 2021) sarebbe di “soli” 9 miliardi di euro.
E le altre decine di miliardi? Forse si perderanno tra un taglio delle accise sui carburanti e un aumento del prezzo del latte in favore dei pastori sardi. Insomma, fantasie elettorali che non ha mai trovato compimento.
(da agenzie)

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