Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile
AUMENTO DELL’11% RISPETTO AL 2011: MILANO E ROMA LE PIU’ CARE, FINO A 620 EURO AL MESE
Si avvicina settembre e moltissimi giovani sono alla ricerca di una stanza in affitto per andare a studiare fuori dalla propria residenze.
Quest’anno, però, i cosiddetti fuorisede si sono trovati di fronte a prezzi più alti del solito. In genere sono già molto elevati, considerato lo status di uno studente che necessita di supporto economico dei genitori o delle borse di studio, soprattutto in alcune città d’Italia.
Quest’anno si registra un rincaro dell’11% – rispetto allo scorso anno – dell’affitto di una stanza singola.
Secondo i dati di Immobiliare.it Insights, un giovane deve considerare di spendere in Italia in media 439 euro al mese. Nonostante il Covid, l’inflazione alle stelle e la crisi economica e sociale in corso, aumentano però gli studenti che vogliono studiare fuori casa: +45% in media nazionale. Ma l’offerta delle stanze fatica a tenere il passo. Domenico Amico, coordinatore Udu a Padova, denuncia a Repubblica che ci sono solo «1.252 posti letto da parte dell’Ente al diritto allo studio, a fronte di 70 mila iscritti».
Le città (sempre) più care
Rilevante il boom che sa riguardando Venezia, ambita per le università di Ca’ Foscari e Iuav, in cui la richiesta di stanze singole è quadruplicata (+373%). E l’offerta segue in parte il trend: i prezzi sono saliti del 10%. Milano e Roma rimangono tra le più care.
Milano al primo posto con una media di prezzo per una singola è di 620 euro al mese: aumentando così del 20% rispetto al 2021. Dato che si porta con sé 8 punti percentuali in più rispetto ai prezzi pre-Covid.
A Roma la media si attesta a 465 euro (+9,3%). A Padova a 458 (+42%), e anche Firenze e Bologna arrivano a circa il 20% in più. Gli esperti prevedono che l’aumento della domanda non si arresti, così come quello dei prezzi, ma l’offerta sarà sempre più esigua.
Non vale lo stesso, però, per le camere doppie, che registrano una riduzione dei prezzi del 9%: in media nazionale si attestano a 234 euro al mese. La politica può intervenire, ma al momento sono solo pochi gli accenni al problema nei programmi elettorali dei partiti. Il rischio è che studiare fuorisede diventi prerogativa di pochi, più di quanto non lo sia già.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEGLI ESTERI CHIEDE UNA COMMISSIONE DI INCHIESTA SUI LEGAMI TRA LA RUSSIA E I PARTITI POLITICI ITALIANI: “LA CRISI DI GOVERNO UN FAVORE A PUTIN”
«Ho lasciato il Movimento 5 stelle per i complimenti della Russia a
Conte e per le posizioni sull’Ucrania». Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio è stato il primo a reagire ieri, 18 agosto, alle parole dell’ex presidente russo Dmitry Medvedev, entrato a gamba tesa in campagna elettorale invitando gli europei a «punire» alle urne i loro «governi idioti».
Oggi, in un’intervista a La Stampa, il fondatore di Impegno civico torna sul tema delle possibili ingerenze di Mosca nella politica italiana, soprattutto attraverso i rapporti che il Cremlino ha con «Conte, Salvini e Berlusconi».
«Medvedev è il numero due di Vladimir Putin al Consiglio di sicurezza russo», dice. «Niente di quello che dice va preso alla leggera. Quello che ha pronunciato è un ricatto inaccettabile», continua Di Maio riferendosi alle forniture di gas, che Mosca usa come arma politica contro l’Europa. «E ad essere spaventoso è il silenzio di molti leader italiani», dice riferendosi, oltre ai capi di partito già citati, anche a Meloni.
«La crisi? Un favore alla Russia»
Di Maio ha già proposto per la prossima legislatura la creazione di una commissione di inchiesta sui rapporti tra partiti e Mosca. «Io non ho certezze – dice a La Stampa – ma credo sia necessario indagare i rapporti tra i leader dei partiti italiani e alcuni mondi politici e finanziari russi. Perché sono successe delle cose assurde: L’ambasciatore Razov ha fatto un endorsement alla risoluzione di Conte sull’Ucraina. Per non parlare di Salvini che stava per farsi pagare il volo in rubli da Mosca. E di Berlusconi, i suoi buoni rapporti con Putin sono noti a tutti». Sulla crisi italiana che ha portato alla caduta del governo Draghi, ha detto: «Un favore alla Russia che è la chiusura di un cerchio»
(da La Stampa)
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Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile
TRAVAGLIO VINCE LA CAUSA CONTRO RENZI CHE LO AVEVA QUERELATO PER AVERLO DEFINITO “MITOMANE”
Matteo Renzi aveva chiesto un risarcimento da 500mila euro nei confronti di Marco Travaglio, ma i giudici hanno deciso che la definizione data dal giornalista al leader di Italia Viva rientrasse nell’ambito della legittima critica (a livello personale) politica, come forma di sarcasmo, e senza gli estremi della diffamazione.
E così il primo round (perché ci sono anche altre querele mosse dal l’ex Presidente del Consiglio) va al direttore de Il Fatto Quotidiano che, di fatto, è stato prosciolto da ogni accusa.
La querela era stata depositata nel novembre del 2021 e faceva riferimento a quanto scritto (e ribadito lo stesso giorno, durante il suo intervento a “Otto e Mezzo”, su La7) da Marco Travaglio nell’edizione de Il Fatto Quotidiano del 20 febbraio del 2020. In quell’occasione, infatti, il giornalista aveva definito – nel suo editoriale – Matteo Renzi un “mitomane”. Poi, ospite di Lilli Gruber, aveva rincarato la dose: “La sua è una forma di mitomania molesta che, probabilmente, risale a fattori pre-politici che andrebbero studiati da specialisti clinici. Probabilmente vuole farci pagare colpe ataviche, non so se lo prendevano in giro da bambino, non so se vuole farci pagare il fatto che gli italiani non lo hanno capito e lo hanno bocciato più volte, che il mondo non comprende il suo genio”.
Polemiche proseguite a distanza, fino alla querela per diffamazione del novembre scorso.
Ma i giudici hanno respinto l’impianto accusatorio del leader di Italia Viva con queste motivazioni: “Tra le espressioni più forti ed incisive non si riscontrano ingiurie, contumelie od epiteti scurrili né affermazioni che aggrediscano in termini universalmente oltraggiosi il patrimonio morale. Si tratta di un attacco politico non personale e che quindi va ricondotto nell’alveo della critica politica. Nell’economia dell’intero discorso la “mitomania” è la causa e, quindi, la spiegazione della condotta politica di Renzi: in chiave sarcastica, è presentata come l’unica spiegazione possibile delle condotte descritte”.
Dunque, la prima querelle giudiziaria Renzi-Travaglio non porterà a nessuna sanzione o pagamento di 500mila euro, come richiesto dal leader di Italia Viva.
(da NextQuotidiano)
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Agosto 19th, 2022 Riccardo Fucile
PER VINCERE OCCORRE SFRUTTARE AL MEGLIO LA LEGGE ELETTORALE
Una nuova elettorale richiede e mette in opera processi di
apprendimento e di adattamento. L’attuale legge elettorale è appena alla sua seconda utilizzazione ed è pertanto un infante.
Non meraviglia perciò che non sia stata ancora ben compresa dagli elettori e quel che è più grave dai leader e dai dirigenti politici al fine di essere sfruttata al meglio. Le caratteristiche salienti della legge elettorale sono la sua natura mista maggioritaria-proporzionale e l’inscindibilità che esiste nel doppio voto.
I tre quinti dei seggi vengono assegnati nel collegio uninominale, ovvero la parte maggioritaria, al candidato che prende anche un solo voto in più rispetto agli avversari.
I cinque ottavi sono assegnati in collegi plurinominali in modo proporzionale.
Il vincolo tra le due parti che abbiamo indicato è certamente la parte più caratteristica della legge ai fini di una riflessione di carattere generale sulle candidature.
Pone un dilemma non da poco all’elettore, ovvero come approcciarsi alla scheda: guardando al collegio uninominale oppure al listino bloccato di partito della parte proporzionale? È un dilemma strettamente personale che ognuno scioglie a proprio modo facendo prevalere una valutazione o l’altra (è importante aggiungere: spesso potenzialmente contraddittorie), ma una volta decisa la priorità ne deriva fatalmente – pena nullità del voto – la necessità di esprimere un voto coerente con il primo.
Si tratta di una virtualità che può scompaginare anche appartenenze consolidate e facili convinzioni.
Da questa premessa derivano tre considerazioni.
La prima è che manca ancora un’esperienza consolidata su come si orientino gli elettori, a differenza di esempio che in Germania dove pure esiste un sistema misto (e, sia detto per inciso, gli elettori interpretano in modo sistematicamente erroneo il reale funzionamento del sistema, a riprova di quanto siano complicati i processi di apprendimento e quanto contino i bias cognitivi). In altre parole, i risultati elettorali sono sottoposti a una grande alea che poco c’entra con i sondaggi che leggiamo.
Ciò porta la seconda considerazione. Le rilevazioni note sono formulate sulle preferenze di partito e dunque sulla sola parte proporzionale. Forse solo in questi giorni vi sono (pochi) studi sui collegi con candidati potenziali. Ebbene, come si è detto non vi è affatto certezza che l’elettore si approccerà alla scheda dando rilievo preminente alla parte proporzionale.
Certamente ciò è avvenuto nel 2018, quando però un enorme voto di protesta rese del tutto irrilevanti i nomi dei candidati nei collegi uninominali, facendo prevalere sconosciuti e perfino candidato che non fecero campagna elettorale. Ma oggi? Esiste davvero la polarizzazione com quattro poli? E quanto peserà?
Con ciò si viene alla terza considerazione. Chi vuole sfruttare al meglio l’attuale sistema elettorale deve avere grande cura delle personalità che presenta nei collegi, proprio perché c’è una grandissima alea sul modo in cui l’elettore si approccerà alla scheda, ed in particolare non è noto quanto l’attrattività dei candidati possa pesare nella sua scelta di voto.
Va da sé che nella parte proporzionale i partiti debbano mettere cura nei programmi e nell’identità dell’offerta politica. Ma tale identità e la credibilità dei programmi passa anche attraverso la forza dei candidati impegnati nel collegio uninominale, i quali anzi sono per definizione un valore aggiunto (potenziale): offrono all’elettore una indicazione in più, possono spostare voto che altrimenti sarebbero espresso in altro modo.
Se così fosse, per concludere, i sondaggi attuali potrebbero uscire letteralmente stravolti a vantaggio della migliore offerta politica nell’uninominale. Ma in ogni caso i partiti dovrebbero comportarsi modo molto diverso da come stanno facendo nella composizione delle liste.
I grandi partiti, che hanno molti uscenti o ampi gruppi dirigenti, si stanno orientando nel senso della non ripetizione dei nomi tra la parte proporzionale e parte maggioritaria. Ma si tratta di un grave errore, che può costare molto seggi.
Questo sistema elettorale richiede che i partiti scelgano la classe dirigente che si intende eleggere piuttosto che dare un contentino a tutti peggiorando il risultato finale. Come? Nei collegi uninominali andrebbero candidate persone molto attrattive per i territori o comunque note e stimate dall’opinione pubblica.
Se poi ci fosse la volontà da parte del partito di una loro elezione il nome andrebbe riproposto anche nella parte proporzionale in una posiziobe tale da garantirne ragionevolmente in ogni caso l’elezione. Tra l’altro se queste personalità vincessero il collegio entrerebbero, per previsione di legge con questo canale in parlamento, e non con la proporzionale, dove si realizzerebbe uno scorrimento al nome successivo.
Da qui il doppio vantaggio di fare accurate scelte per i collegi. Pertanto meno nomi, altamente credibili (nei collegi) e un miglior coordinamento tra parte proporzionale e maggioritaria sembra il miglior modo per sfruttare le virtualità dell’attuale legge elettorale.
Ecco perché il dibattito sulle candidature “di servizio” che impazza sui social e sui giornali è, almeno per qualche aspetto, fuori fuoco. Per non dire delle esercitazioni con cui i sondaggisti hanno ribaltato i “sentiment” attuali della parte proporzionale sui collegi senza conoscere i nomi in competizione
(da Huffingtonpost)
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