Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
PER RENDERE ESECUTIVA LA PROPOSTA DELLA COMMISSIONE È NECESSARIO CHE ALMENO 15 STATI MEMBRI RAPPRESENTANTI IL 65% DELLA POPOLAZIONE DIANO IL VIA LIBERA… CON IL 13,4% DELLA POPOLAZIONE UE, L’ITALIA PUÒ SPOSTARE GLI EQUILIBRI
La trattativa con Bruxelles per scongiurare il taglio dei fondi è già partita ed entrerà nel vivo nelle prossime 6-8 settimane, ma Viktor Orban è consapevole che potrebbe non andare a buon fine.
Per questo sa che la vera partita potrebbe giocarsi tra la metà di novembre e quella di dicembre: per vincerla avrà bisogno del sostegno di alcuni governi amici e il posizionamento del prossimo esecutivo italiano rischia di rivelarsi determinante.
Roma potrebbe aiutarlo a costruire quella minoranza di blocco necessaria per respingere il tentativo della Commissione di chiudere il rubinetto dei fondi di coesione. E i segnali ricevuti giovedì con il voto degli eurodeputati di Lega e Fratelli d’Italia vanno proprio nella direzione auspicata dal premier ungherese. L’ultima mossa di Bruxelles preoccupa seriamente Orban.
Soltanto tre giorni fa aveva definito «una noiosa barzelletta» il report del Parlamento europeo, che lo accusa di aver trasformato l’Ungheria in una «autocrazia elettorale».
Si tratta di una critica durissima, perché secondo la maggioranza degli eurodeputati l’Ungheria non può più essere definita una democrazia. In realtà questa contrapposizione è pane per i denti del leader che siede da più tempo al tavolo del Consiglio europeo e che si è sempre nutrito dello scontro con le istituzioni Ue.
Ieri, però, la reazione del suo governo è stata decisamente diversa. Il taglio dei fondi proposto dalla Commissione non è un affondo ideologico, ma una misura concreta dagli effetti tangibili. Vale 7,5 miliardi, che corrispondono al 5% del Pil annuale ungherese: un colpo capace di mettere in ginocchio l’economia del Paese.
Per questo Orban è convinto che il provvedimento vada fermato a tutti i costi: cercando un compromesso con Bruxelles oppure, qualora questo non bastasse, aggrappandosi ai governi pronti a sostenerlo.
Per cercare di dirimere le controversie sullo Stato di diritto con Polonia e Ungheria, l’Unione europea aveva sin qui utilizzato l’arma dell’articolo 7.
Una procedura che può portare persino alla perdita del diritto di voto in Consiglio, ma che si è rivelata inefficace.
Per far scattare la maxi-sanzione è necessario un via libera all’unanimità e i due Paesi si sono sempre coperti a vicenda, disinnescando ogni possibile provvedimento nei loro confronti. Ma con il nuovo meccanismo di condizionalità le cose sono cambiate: per approvare il taglio dei finanziamenti del bilancio Ue non è necessario raggiungere l’unanimità in Consiglio, basta la maggioranza qualificata.
Per far diventare immediatamente esecutiva la proposta della Commissione è sufficiente che almeno 15 Stati membri rappresentanti il 65% della popolazione diano il via libera. Per Orban diventa dunque fondamentale costruire una cosiddetta minoranza di blocco, che si forma riunendo almeno quattro Stati che rappresentino più del 35% della popolazione europea.
Nonostante la rottura dei rapporti dovuta alle diverse posizioni sulla crisi ucraina, Polonia e Ungheria restano alleate nella battaglia contro “le ingerenze” di Bruxelles sullo Stato di diritto in una logica “simul stabunt, simul cadent”. Oggi a te, domani a me.
Per lo stesso motivo, anche altri Paesi che ricevono molti soldi dal bilancio Ue e che hanno qualche problema con lo Stato di diritto potrebbero essere tentati dal difendere Orban: Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca e Slovacchia, in passato, si erano già schierate in questo senso.
Ma il loro voto contrario non basta, Orban ha bisogno di altri alleati. Si guarda al nuovo governo svedese, certo, ma soprattutto a quello italiano che uscirà dalle urne di domenica.
Con il 13,4% della popolazione Ue, l’Italia può spostare gli equilibri al tavolo del Consiglio. «La destra starà con chi rispetta lo Stato di diritto o con Orban?» si è chiesto il sottosegretario agli Affari Ue, Enzo Amendola, che oggi rappresenta il governo italiano al Consiglio Affari Generali, l’organismo che dovrà prendere la decisione.
(da la Stampa)
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Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
C’E’ CHI LO ACCUSA: “GLI HO TELEFONATO ALLE 3 DI NOTTE E MI HA DETTO CHE ERA A CASA”
L’assessore marchigiano alla Protezione Civile Stefano Aguzzi è
andato a un dibattito elettorale mentre l’alluvione delle Marche cominciava a Cantiano nella provincia di Pesaro e Urbino.
E secondo un consigliere regionale si trovava a casa sua a Fano invece che nella sala operativa della Protezione Civile ad Ancona quando il nubifragio ha colpito il capoluogo.
Ma lui smentisce oggi in un’intervista rilasciata a Repubblica: «A Senigallia avevo parlato col sindaco che era in contatto con quello di Cagli. Ad Enel Green Power avevo fatto aprire la diga del Furlo per far svuotare un po’ il fiume sulla Cagli-Cantiano. Dopo sono passato lì al cinema Gabbiano».
Dove, secondo lui, è rimasto solo un quarto d’ora. Ma gli organizzatori hanno interrotto il dibattito dopo mezz’ora. Avvertendo gli astanti della piena che stava colpendo la zona di Senigallia.
«Guardi, scriva quello che vuole. Ero consapevole che la situazione non era buona a Cagli-Cantiano, ma quella non è la vallata del Misa. Quando a Senigallia il sindaco mi ha detto di essere preoccupato perché pioveva in montagna, sono andato nella Sala operativa di Ancona dove sono rimasto tutta la notte».
L’autore dell’intervista Fabio Tonacci sostiene che a un consigliere regionale che lo ha chiamato alle 3 di notte Aguzzi ha risposto di trovarsi a casa sua a Fano. «Non è vero, sono andato a dormire nel pomeriggio del giorno dopo», replica Aguzzi.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
IGNORATE LE PAROLE DEL FREELANCE SULLA MINA RUSSA CHE GLI HA CAUSATO LE FERITE
Il giornalista freelance Mattia Sorbi è tornato in Italia e, dopo diversi giorni di silenzio, si torna a parlare della sua storia.
Ferito da una mina, Mattia era stato inizialmente soccorso dai soldati russi e poi trasportato da questi in un ospedale ucraino nei territori occupati.
Le prime immagini di Mattia sono state diffuse dai canali della propaganda del Cremlino, condividendo un video montato con l’obiettivo di addossare le colpe a Kiev.
Dopo le prime interviste rilasciate in Italia, prima alla RAI e poi a Repubblica e Radio24, la propaganda del Cremlino si è rimessa in moto attraverso l’ambasciata russa in Italia, ignorando scientemente le parole di Mattia.
Il tweet dell’ambasciata
«Il giornalista italiano ferito è stato soccorso da soldati russi, portato a Cherson controllato dai russi, operato, fatto rientrare in Italia con la partecipazione diretta della Croce Rossa russa… Forse i russi non sono così terribili come sono ritratti in Occidente?» scrive in un tweet l’ambasciata russa in Italia condividendo uno screenshot tagliato dell’intervista rilasciata da Mattia Sorbi a Repubblica.
Il canale istituzionale del Cremlino, di fatto, ha omesso intenzionalmente le parole del giornalista freelance che mettono in cattiva luca gli invasori.
Nell’intervista rilasciata a Repubblica Mattia riconosce l’operato dei russi nei suoi confronti, nessuno nega che sia stato soccorso e portato in ospedale. L’ambasciata, di fatto, omette la domanda sulla presunta “trappola ucraina” e la risposta del giornalista freelance: «Assolutamente no: il check point non mi conosceva, impossibile, e l’idea del viaggio è mia. Al massimo sono stati superficiali».
La narrazione russa
Mattia commenta, infine, la narrazione degli invasori russi: «Ero in ospedale, gli ufficiali russi mi hanno chiesto la dinamica e ho detto della mina, poi hanno detto la loro teoria, e io sono stato zitto ad ascoltare».
A Radio24, Mattia contesta la propaganda russa: «È stato orchestrato questo rimpallo di responsabilità sicuramente dall’intelligence russa che poi ha utilizzato la stampa. Questo è giusto sottolinearlo, che è la solita propaganda russa».
Nell’intervista a Repubblica non sono mancate le critiche anche per la parte ucraina che lo definisce una “spia russa”: È la posizione di un sito in cui sono in buona compagnia, c’è anche Kissinger.
La posizione ufficiale dello Stato è di apertura nei miei confronti, da giornalista accreditato. La destra di Pravi Sektor si diverte a schedare chi ha fatto il mio lavoro nel Donbass; ma io a Donetsk nel 2014 lavoravo per la tv ucraina News24 e per i russi di Tvzvezda: l’importante era essere pagato per il mio lavoro, e le radio italiane pagavano poco ai tempi».
Chi ha piazzato la mina?
C’è un altro elemento che non convalida la narrazione della propaganda russa, omesso anche questo dell’ambasciata: l’autista, durante il tragitto, si era «perso completamente». Una situazione che li aveva portati nelle zone di pericolo: «Siamo finiti oltre la linea rossa e non ce ne siamo accorti». A Radio24, Mattia sostiene che la mina sia stata piazzata dai russi, non dagli ucraini: «I russi avevano messo quelle mine perché controllavano due casolari che io avevo visto».
(da Open)
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Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
SUL PALCO GLI STUDENTI CON LA DIVISA UFFICIALE DELL’ISTITUTO
È salita sul palco delle Ciminiere di Catania per “celebrare” la
presenza elettorale di Matteo Salvini nella città etnea. Ha parlato anche lei, in quanto candidata della Lega in vista delle elezioni del prossimo 25 settembre.
Lei è Brigida Morsellino che, attualmente, ricopre il ruolo di dirigente scolastica dell’Istituto statale nautico Duca Degli Abruzzi di Catania.
In platea, per seguire l’orazione della preside, c’erano anche i suoi studenti che si sono presentati lì indossando la divisa ufficiale della loro scuola. E, alla fine dell’evento, alcuni di loro sono anche saliti sul palco per scattarsi una foto ricordo con il segretario del Carroccio e la presidente candidata.
Ovviamente tutto ciò ha provocato polemiche, ma Brigida Morsellino – che, tra l’altro, ha anche condiviso questa foto ricordo sui suoi canali social – si è difesa e ha parlato di scelta “libera” da parte degli studenti e spiegando che alcuni studenti hanno deciso di non partecipare non condividendo le sue idee politiche.
“La presenza dei ragazzi è stata una scelta libera perché vogliono sostenere la loro preside, c’è però anche chi mi ha detto di non condividere la mia scelta politica e non è venuto”
Insomma, a sostenerla e a partecipare a quello scatto finale c’erano solo gli studenti e le studentesse dell’Istituto statale nautico Duca Degli Abruzzi di Catania che hanno apprezzato la sua decisione di scendere in campo – politicamente parlando – con la Lega di Matteo Salvini.
Su quanto fosse opportuna questa sceneggiata da chi avrebbe il dovere di dirigere un istituto scolastico nessuna parola.
Per non parlare del condizionamento psicologico subito dagli studenti.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
MA PRIMA DELLE LEZIONI CI SARA’ ANCHE L’ALZABANDIERA’ ?
È di nuovo bufera politica nelle Marche per le parole del direttore dell’ufficio scolastico regionale, Marco Ugo Filisetti, accusato di aver utilizzato nel consueto messaggio agli studenti per l’apertura dell’anno scolastico toni “militareschi”, “nostalgici” e “degni del ventennio”. Filisetti nella lettera inviata agli studenti, come già accaduto in passato, ha utilizzato parole che hanno sollevato polemiche.
Il direttore ricorda agli studenti “l’importanza di fondare il vostro impegno sull’adempimento del dovere con fede, onore e disciplina”, facendo ciò che deve essere fatto e “agire semplicemente perché è giusto senza che sia decisiva la prospettiva del buon esito o dell’insuccesso”.
E ancora, rivolgendosi agli studenti marchigiani, dice loro che “potranno capitare momenti in cui tutto attorno sembra rovinare, tutto sembra buio” ma li esorta a non mollare perché “in quei momenti c’è su tutto un dovere da esercitare: quello di non arrendersi, non spegnere la luce di cui ciascuno è portatore, se non altro perché nel tempo a venire i vostri bisnipoti sappiano almeno che ci fu chi non alzò le braccia ma continuò a battersi”.
Immediate le reazioni del centrosinistra locale e nazionale. Per Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana, Filisetti “è riuscito ad usare parole e toni assolutamente non adeguati alla scuole del nostro tempo e più consone ad una caserma del ventennio” imputando al ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, la responsabilità “di non aver mai rimosso il direttore scolastico delle Marche, ex dirigente leghista, che da tempo doveva essere allontanato da quella sede”.
Mentre la candidata marchigiana Irene Manzi (Pd) sostiene che “le parole di Filisetti continuano, ancora una volta, a lasciarci basiti”, sottolineando infine come “la scuola della nostra regione meriterebbe affermazioni ben diverse”.
Giordano Masini (+Europa), candidato nel collegio plurinominale alla camera di Pesaro e Urbino, “le esortazioni al sacrificio, all’adempimento del dovere con fede, all’onore e alla disciplina non sono soltanto frasi grottesche e fuori dal tempo, ma anche sbagliate nel merito e non contengono nessun messaggio positivo dal punto di vista educativo”.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2022 Riccardo Fucile
LA REGIONE CHE HA RICEVUTO PIU’ AIUTI NEL 2021 È STATA LA LOMBARDIA, SEGUITA DA LAZIO, VENETO, CAMPANIA, EMILIA ROMAGNA E TOSCANA
Due anni di pandemia: quasi 25 miliardi di ristori a fondo perduto.
Due anni terribili per l’economia. Chiusure prolungate di bar e ristoranti, alberghi e sale scommesse, piscine e palestre. Coprifuoco notturno a partire dalle 18 per oltre sette mesi a cavallo tra il 2020 e il 2021 che hanno buttato giù il fatturato di migliaia di partite Iva.
Misure di distanziamento, non più di quattro a pranzo allo stesso tavolo, assembramenti vietati, mascherina di ordinanza.
Eppure lo Stato sociale ha tenuto, aumentando il debito pubblico che ha superato il 150% in rapporto al Pil.
Migliaia di esercenti, piccole e medie imprese, attività turistiche attinto ai diversi fondi messi in campo dal governo
I dati appena pubblicati dall’Agenzia delle Entrate restituiscono una diapositiva fedele di cosa abbiamo vissuto. Oltre 2,45 milioni di beneficiari dei vari aiuti erogati dall’Agenzia, guidata da Ernesto Maria Ruffini, nel 2020, circa 2,25 milioni nel 2021. Oltre 9,38 miliardi dispensati nel primo anno di pandemia, 15,34 miliardi nel secondo. Totale: 24,7 miliardi.
Quasi la metà delle risorse messe in campo dall’esecutivo nei primi due decreti Aiuti contro il caro energia. Poco meno del doppio dell’intervento appena varato, l’Aiuti ter, che movimenta circa 14 miliardi.
Tredici i provvedimenti, nei due anni in questione, che hanno dato mandato all’Agenzia delle Entrate di effettuare i pagamenti sui conti correnti dei destinatari a seguito di triangolazione con la Banca d’Italia. Ristori nella gran parte dei casi arrivati in una decina di giorni dalle richieste. Dal primo decreto Rilancio, aprile 2020, ai due Ristori 1 e bis fino ai due Sostegni 1 e bis del 2021, per citare i più rappresentativi.
Procedure in tempi record grazie alla piattaforma informatica dell’Agenzia, gestita in collaborazione con Sogei, la società hi-tech del ministero del Tesoro, che aveva già a disposizione sui suoi cervelloni miliardi di dati degli italiani derivanti dall’anagrafe tributaria, tra dichiarazione dei redditi e fatturazione elettronica.
La regione destinataria della maggiore quota di contributi nel 2021 è stata la Lombardia (3.171.267.365), a seguire Lazio (1.617.317.622), Veneto (1.483.497.511), Campania (1.259.045.717), Emilia Romagna (1.258.814.413) e Toscana (1.245.521.274). Non a caso le più rilevanti in termini di popolazione e di presenza di attività economico-ricettive.
Interessante annotare che il numero dei beneficiari nel 2020 è stato superiore a quello dell’anno dopo ma l’ammontare delle risorse è invertito, con un aggravio sui conti pubblici di circa 6 miliardi nel secondo anno di Covid.
(da Corriere della Sera)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
“HA COMPIUTO ERRORI IMPERDONABILI, A PARTIRE DALL’AVER FATTO CADERE IL GOVERNO GIALLOVERDE”… “CHI DOPO MATTEO? ZAIA HA UN CARISMA FORTE ED È QUELLO CHE PREFERISCO. MA ANCHE FONTANA, GIORGETTI E FEDRIGA ANDREBBERO BENISSIMO”
«Se andrò a Pontida? Non penso, ma deciderò domani, magari un giro in bici lo farò». Un bel tragitto da 20 chilometri da Lecco al pratone sacro della fu Lega Nord, un corpo agonizzante, scatola piena di debiti, da quando Matteo Salvini ha fondato nel 2017 il nuovo partito, Lega Salvini premier.
Roberto Castelli ha tuttavia uno spiccato senso dell’umorismo. È fuori dalla dirigenza della Lega da quando non ha più la parola nord nel simbolo, continua però ad avere le tessere dei due partiti: «Sa, c’era sempre la speranza di fare un congresso prima o poi, così non è stato».
Castelli è stato parlamentare, viceministro, due volte ministro della Giustizia nel governo di Silvio Berlusconi. Uno dei padri di quel partito radicato sul territorio e strenuo difensore dell’autonomia. Fedelissimo di Umberto Bossi, il fondatore. Castelli adesso fa parte dell’associazione Autonomia e libertà, che conta centinaia di iscritti. Ed è tra i più critici della linea Salvini.
Critica alla luce del sole, senza nascondersi. «Per Salvini sarà decisivo il voto del 25, se va sotto una certa soglia, si cambia. Ecco chi sarebbero i leader di un nuovo corso fedele alle origini», dice a Domani.
Con questa Pontida si chiuderà un ciclo, la stagione di Salvini?
Questa parabola di Matteo Salvini si inserisce in un periodo storico in cui l’elettore si disinnamora in fretta dei leader. È un elettore che manda alle stelle e in brevissimo tempo divora i suoi idoli. Lo abbiamo visto con Renzi, con i Cinque stelle, lo stiamo vedendo con Salvini. Non si vota più per i partiti ma per i leader, a parte il Pd, l’unico rimasto con una struttura, gli altri hanno tutti il nome del leader nel simbolo.
Ecco, mi pare che Salvini stia soffrendo anche lui di questa sindrome, viene sparato a livelli stratosferici, ma non è la Lega a prendere il 40 per cento, è lui. Altrettanto rapidamente li sta perdendo. Il suo destino non è legato tanto a Pontida, a qualche protesta che potrebbe starci, ma è legato al risultato elettorale.
C’è una soglia critica?
Se si attesta attorno al 15 per cento nessuno lo metterà in discussione, se non supera il 10-12 per cento probabilmente qualcosa succederà, un cambiamento sarà avvertito come necessario.
Quindi questa 34esima edizione di Pontida che significato assume?
Pontida 2022 si innesta in un tentativo tardivo di andare a recuperare quel popolo del nord, della Lega nord di cui faccio parte anche io. Ma è un tentativo che verrà percepito come strumentale o sincero? E questo il dilemma vero della Lega del futuro. Se è strumentale il popolo del nord lo percepisce e non ci casca. Se è sincero vuol dire tornare a una lega a trazione settentrionale, perdendo il consenso in meridione. È un dilemma che va affrontato. Salvini si è trasformato in un leader che difende gli interessi di tutta l’Italia, però questo ha creato fortissimi malumori.
Questo malumore della base e di parte della dirigenza avrà conseguenze alle elezioni?
Se sono veri i sondaggi è dura, non c’è un collegio al nord in cui noi sopravanziamo Fratelli d’Italia e, con tutto il rispetto per Meloni, vedere un popolo che ha lottato per anni per l’autonomia essere superato da un partito centralista, capisce che è dura per i leghisti storici. La questione settentrionale è lì, esiste ancora. E non verrà rappresentata da nessuno neanche questo prossimo giro in parlamento.
Chi può essere la leadership alternativa? Esiste chi si prende la responsabilità di ereditare la guida di Salvini e riportarla ai principi del federalismo?
Posso dire che Luca Zaia ha un carisma forte ed è quello che preferisco. Ma anche Attilio Fontana, Giancarlo Giorgetti e Massimiliano Fedriga andrebbero benissimo. Tutti e quattro potrebbero assumere la leadership della Lega, dichiarando fallito il partito egemone di Salvini, anche perché il nome del partito non ha più senso senza Salvini: diventerebbe Lega premier di che cosa?
E quindi con il cambio di leader quale potrebbe essere lo scenario futuro?
Ci sarebbe un completo ripensamento del movimento, certo avremmo perso un giro e per 5 anni abbiamo perso la partita. Con Fontana, Giorgetti, Fedriga o Zaia, tutti con le doti per essere leader, inizierebbe tutta un’altra partita, sicuramente sono le persone adatte a ricucire lo strappo con il ceto produttivo settentrionale.
Secondo lei l’errore macroscopico di Salvini?
Non ha saputo capitalizzare e ha sprecato questo grande capitale. È dura mantenere i piedi per terra, pensi che sei l’uomo del destino, e commette l’errore del Papeete. Fa cadere un governo della Lega, errore imperdonabile. Una caduta di stile che non è perdonabile. Da lì inizia una serie di errori politici. Inizia così la parabola discendente. Il popolo quando si disinnamora del leader va da un’altra parte.
Democrazia interna azzerata, cerchio magico, gestione personale. Che ne pensa? Nella Lega nord c’erano congressi e pochi commissariamenti?
Le assicuro che nella Lega con il leader maximo Umberto Bossi non c’è mai stato un commissariamento dall’alto, ma ci sono state sempre elezioni con voto segreto. Quando andavamo a lamentarci da Bossi di qualcosa, la sua risposta era: “Siete dirigenti del partito e venite a chiedere a me cosa fare? Se non siete capaci non lo meritate quel ruolo”. È chiaro che se non è più il partito che è forte ma solo il leader a essere forte, questo non ha più bisogno del partito, perché dal partito arrivano richieste, lamentele, dibattiti, discussioni.
E allora ti circondi del tuo cerchio magico e nessuno ti rompe più, questo è un vantaggio quando va tutto bene, ma quando le cose si mettono male è uno svantaggio. Perché se hai il nocciolo duro delle sezioni, che sono dalla tua parte e si sentono coinvolte, resisti anche nei momenti di crisi. Ecco perché il Pd resiste. Se manca tutto questo, e il partito lo smantelli e resta solo il cerchio magico alla prima crisi sei finito. Salvini ha fatto questa scelta qui, comando io, commissario tutto, scelta legittima per carità, ma ora pagherà le conseguenze.
Lei crede a un ritorno della Lega nord come partito?
Io ho fatto il movimento Autonomia e libertà, perché vogliamo combattere per l’applicazione del federalismo vero, è uno scandalo che una previsione costituzionale votata da più di 5 milioni cittadini non abbia avuto ancora esito legislativo, poi criticano Orban e la mancanza di democrazia. Guardiamo in casa nostra prima. Abbiamo centinaia di soci e ci stiamo allargando, guardiamo ovviamente a tutti questi movimenti di ritorno alle origini della Lega. Ma non capisco il progetto di riprendersi la Lega nord, perché chi lo prende eredità il debito con lo stato da 49 milioni. Se fossimo costretti a rifondare un partito autonomista e federalista del nord non è tanto il simbolo che conta ma sono le persone, le idee, i principi.
Il ceto produttivo, gli imprenditori veneti e lombardi, le ci parla con quel mondo li, cosa dicono?
Ci parlo e ci lavoro, è venuta meno la fiducia in Salvini. È visto come meno affidabile del passato, Meloni è considerata più affidabile. Provo a spiegare che Meloni è centralista, ma non cambiano idea. Pensano ora alle bollette, il federalismo è passato in secondo piano, anche perché Salvini l’ha cancellata dalle priorità.
(da editorialedomani.it)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
ORBAN (PER NON PERDERE 7,5 MILIARDI) AMMETTE: “IN EFFETTI SONO NECESSARIE MISURE ANTI-CORRUZIONE E UNA RIFORMA DEGLI APPALTI DA CONCORDARE CON L’EUROPA”
“Non non sono d’accordo con ciò che l’UE sta facendo con
l’Ungheria. Noi siamo in mezzo a una guerra, fatta contro l’occidente, noi non abbiamo interesse a spaccare l’Europa ma a compattare l’Europa contro gli avversari. All’Onu l’Ungheria non ha votato con la Russia ma con l’Europa”
A dirlo, intervistata da Lucia Annunziata a Mezz’ora in più, su Rai tre, la leader di Fratelli D’Italia, Giorgia Meloni: parole pronunciate proprio mentre il governo ungherese di Viktor Orban ammetteva implicitamente di aver commesso degli errori dichiarando di voler chiudere entro novembre la vertenza politica con l’UE che rischia di costarle un taglio ai fondi europei pari a 7,5 miliardi di euro.
Mentre Meloni si schierava con l’Ungheria e contro Bruxelles, infatti, proprio la stessa Ungheria affermava di voler fare alcune “concessioni”, un pacchetto di leggi “concordato” che comprendesse l’istituzione di un’autorità indipendente anti-corruzione, una riforma degli appalti e altre misure in chiave della lotta alla corruzione.
(da Fanpage)
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Settembre 18th, 2022 Riccardo Fucile
SE CI SONO DUE MINISTERI IN CUI IL SOSPETTO DI INTELLIGENZA CON I RUSSI È UN PROBLEMA, QUELLI SONO ESTERI E DIFESA. SCARTATO IL VIMINALE, RESTEREBBE A QUEL PUNTO LA PRESIDENZA DEL SENATO. MA LÌ C’È DA BATTERE LA CONCORRENZA DI SILVIO BERLUSCONI
«E Salvini, dove lo metto?». Se domenica sera Giorgia Meloni brinderà alla vittoria, sarà questo il suo primo problema politico. Il leader della Lega ha avuto una legislatura difficile, dal Papeete al viaggio prepagato a Mosca, perdendo per strada buona parte dei consensi conquistati nell’anno al Viminale. Non è un mistero che una parte del gruppo dirigente storico lo aspetti al varco del risultato elettorale. Ma il suo controllo sul partito è forte, anche nello Statuto, e i nuovi gruppi parlamentari sono stati scelti a immagine e somiglianza.
Salvo sfaceli, dunque, Salvini sarà il junior partner della coalizione e reclamerà perciò un ministero di prima fascia, come è sempre accaduto dai tempi di Fini con Berlusconi, Alfano con Renzi, lui stesso con il primo Conte.
Sì, ma quale ministero? Esteri e Difesa sono quasi inaccessibili, per le ovvie ragioni. Le frasi di Mario Draghi sui «pupazzi prezzolati», piccola ma estrema conferma della «cattiveria» politica del premier, non aiutano. Ma anche senza quelle…
Insomma, se ci sono due ministeri in cui il sospetto di intelligenza con i russi è un problema, quelli sono Esteri e Difesa. Sappiamo inoltre, dal rifiuto che oppose alla nomina di Paolo Savona all’Economia, che il presidente Mattarella usa in pieno la sua prerogativa costituzionale di nomina dei ministri, e interpreta come un dovere la vigilanza sul rispetto dei Trattati internazionali.
Resterebbero dunque solo gli Interni che, come dice il nome, sono più un affare interno. Ma anche un ministero delicatissimo. Al punto che quando Salvini ne uscì, le polemiche politiche da lui suscitate consigliarono di affidare il Viminale alle mani più tecniche e impersonali di un prefetto, Luciana Lamorgese.
Una Meloni premier potrebbe anche pensare che le convenga continuare con un prefetto, magari stavolta di centrodestra (ce n’è uno di peso, Giuseppe Pecoraro, candidato in Fratelli d’Italia).
Naturalmente molto dipenderà da quanti voti prenderà Salvini. C’è una soglia (il 10%) sotto la quale la sua aspirazione ministeriale s’indebolirebbe di molto. Resterebbe a quel punto la presidenza del Senato.
Ma lì c’è da battere la concorrenza di Silvio Berlusconi. Auguri.
(da il Corriere della Sera)
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