Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
MA I COGNATI D’ITALIA NON ERANO PER LA LIBERA IMPRESA?… CI SONO TANTI ITALIANI CHE POTREBBERO PENSARE LA STESSA COSA DI LA RUSSA
Un appello affinché il prossimo 25 settembre tutti i cittadini si rechino nelle rispettive sezioni indicate sulle tessere elettorali ed esprimano la loro scelta.
Poche parole, pubblicando racconti scritti da altri affinché questo voto sia consapevole e in linea con gli ideali di libertà e diritti.
È bastato questo per scatenare la risposta velenosa del senatore di Fratelli d’Italia Ignazio Benito Maria La Russa contro Chiara Ferragni.
E, come spesso gli capita, il co-fondatore del partito di Giorgia Meloni riesce a realizzare un miscellaneo dialettico che parte della politica, passa per una “scommessa” e poi si conclude con un’accusa sui guadagni.
L’imprenditrice digitale (e influencer) ha condiviso su Instagram un post di “Aprite il Cervello” in cui si richiede ai cittadini un voto consapevole, portando all’attenzione del pubblico (soprattutto quello alle prese con l’apatia, la delusione e la disillusione) che per il momento ha deciso di astenersi dal voto, di non lasciare – attraverso questa decisione – il portone spalancato ai sovranisti.
E la condivisione di questo pensiero ha fatto andare su tutte le furie Ignazio Benito Maria La Russa: “Nel ‘vecchio governo corrotto’ di sicuro Fratelli d’Italia non c’era, mentre da 10 anni nei governi ci sono sempre stati, senza aver mai vinto, tutti gli amici politici della Ferragni. Sfido la Ferragni a tre mesi di silenzio social se perdono quelli che lei sponsorizza. Accetta la scommessa o sa che perderebbe una montagna di soldi guadagnati senza merito?”
Insomma, se dovesse vincere la destra Chiara Ferragni – secondo il La Russa pensiero – dovrebbe abbandonare i social per almeno tre mesi. Perché? Perché lo ha deciso lui.
Poi l’affondo sui soldi guadagnati senza merito che sono la chicca conclusiva a un attacco smodato. Fuori luogo. Fuori contesto.
(da NextQuotidiano)
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Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
È INTERESSANTE IL NOME DEL FUNZIONARIO DELL’AMBASCIATA CHE HA RITIRATO I CONTANTI PER LA DELEGAZIONE RUSSA: OLEG KOSTYUKOV. LO STESSO CHE IN QUESTI MESI HA CURATO LE RELAZIONI CON MATTEO SALVINI E IL SUO CONSULENTE IMPROVVISATO, ANTONIO CAPUANO
Alle tre e mezza del pomeriggio del 13 settembre il quotidiano
americano Washington Post pubblica la notizia destinata a provocare molte ore più tardi un terremoto nella politica italiana. Titolo: «La Russia ha speso milioni per finanziare partiti e politici stranieri in tutto il mondo». La fonte della notizia è un documento desecretato dall’amministrazione Biden e ormai solo classificato come “sensibile”.
I milioni di cui si parla sono circa 300. Un numero che ritorna in un report del 2020, letto da Domani, sui finanziamenti coperti messi sul piatto da Russia, Cina e paesi arabi, destinati all’Europa e al resto del mondo. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha inviato a oltre cento paesi il dossier, che sarebbe approdato anche presso alcuni governi europei. Quali? Non è dato saperlo. Chi sono i leader coinvolti? La risposta è la stessa, nessun nome, nessun riferimento concreto.
Almeno pubblicamente, perché un elenco esiste ma è stato consegnato ai paesi interessati. L’Italia per ora non è compresa, questo dicono da palazzo Chigi, salvo poi specificare: «Le segnalazioni da parte degli Stati Uniti non è detto che siano concluse e che sia escluso che possano arrivare entro venerdì poiché il lavoro dell’intelligence americana è ancora in corso e le segnalazioni per vie diplomatiche vengono fatte solo quando si ritiene certa l’azione russa».
Sulla stessa linea il Copasir, il comitato di sorveglianza parlamentare sull’attività dei nostri servizi segreti. «Nessuna notizia che riguarda l’Italia, ma le cose possono cambiare», ha dichiarato il presidente dell’organismo di controllo, Adolfo Urso. Il Copasir ha comunque convocato una riunione sul tema venerdì 16 settembre. Alla notizia sono seguite le reazioni dei leader nostrani, alcune scomposte non sono mancate a destra, dove si trovano i principali sospettati di vicinanza a Putin.
La Lega in particolare, che ha gridato al complotto. Matteo Salvini ha definito «fake news» la faccenda e ha promesso querele contro chi osa accostare il nome Lega a finanziamenti occulti del Cremlino. Curiosa reazione, nel documento finora non è citato né lui né il suo partito.
Il leader leghista ha messo le mani avanti, perché sa bene che la storia recente dei suoi rapporti con Mosca non svanisce così all’improvviso. È certo che il suo partito sarà il primo sospettato. Sospetti, legittimati dai fatti accaduti in questi ultimi anni, che ricadono sul suo partito prima di altri per motivazioni concrete, per eventi documentati quando lui era da poco al governo con i Cinque stelle.
Come i suoi fedelissimi beccati con le mani nella ciotola russa dei soldi destinati ai sovranisti europei. Fatti, appunto, per i quali Salvini non ha mai neppure denunciato i giornalisti autori dello scoop sul caso Metropol, l’hotel di Mosca dove il 18 ottobre si è tenuta la trattativa tra l’ex portavoce di Salvini, Gianluca Savoini, e una banda di tre russi (tutti legati a oligarchi e politici vicini a Putin) durante la quale hanno negoziato un finanziamento alla Lega per sostenere la campagna elettorale delle europee 2019.
Finanziamento milionario mascherato con un’operazione di compravendita di milioni di tonnellate di gasolio. Schema che viene citato anche dall’intelligence americana come usuale nei metodi usati dalle truppe di Putin per elargire soldi agli amici politici della Russia in giro per il mondo.
Questo schema del sostegno elettorale camuffato da scambio commerciale, emerso per la prima volta pubblicamente con il negoziato del Metropol, prevede l’utilizzo di società estere fittizie attraverso le quali far transitare la somma ufficiale e quella destinata allo scopo politico dell’operazione.
Quel 18 ottobre con Savoini si è parlato anche di questo aspetto. Un caso scuola potremmo definirlo, seppure la transazione non sia avvenuta. L’esperta di intelligence Julia Friedlander, in una recente intervista, cita le «shelf company» per un quali strumento per veicolare soldi russi verso gruppi politici dell’Unione.
Si tratta di società cartiere, di comodo o dormienti, create in uno stato estero rispetto all’obiettivo da finanziare. Friedlander, alto funzionario di stato con Donald Trump, è stata analista della Cia, consigliere per l’Europa nell’Office of Terrorism and Financial Intelligence del dipartimento al Tesoro, e dal 2017 al 2019 direttrice per l’Europa al consiglio per la sicurezza nazionale. Friedlander nel dialogo con La Repubblica ha parlato espressamente di Lega e Salvini, il quale sulla Russia «penso abbia un interesse politico personale… Ci sono connessioni ideologiche, ma anche obiettivi economici», ha detto.
Otto giorni dopo l’intervista, ecco la notizia sui milioni distribuiti dalla Russia a partiti e leader di tutto il mondo pubblicata dal Washington Post. E che in Italia ha avuto più eco rispetto ad altri paesi proprio perché tra una settimana si terrà il voto che deciderà il prossimo governo, con la destra unita data in netto vantaggio dai sondaggi. In questa coalizione c’è la Lega, la principale indiziata non da oggi ma dall’inizio dell’era Salvini (2013) di avere stretto con Mosca un rapporto che va oltre la condivisione di ideali comuni.
Il manifesto del Metropol
Per capire il motivo di tanta attenzione internazionale sulle ingerenze russe in Italia è necessario partire ancora una volta dal Metropol e da Savoini seduto al tavolo con gli uomini vicini al presidente Putin. L’ex portavoce di Salvini è chiamato in Russia il consigliere di Matteo pur non ricoprendo già all’epoca ruoli ufficiali nel partito.
Savoini prima di entrare nel clou dei dettagli tecnici della trattativa ha pronunciato parole che diventano una sorta di manifesto politico dell’incontro segreto, fanno da cornice ideale allo scambio commerciale dietro il quale si celava un finanziamento reale: «La nuova Europa deve essere vicina alla Russia. Non dobbiamo più dipendere dalle decisioni di illuminati a Bruxelles o in Usa. Vogliamo cambiare l’Europa insieme ai nostri alleati come Heinz-Christian Strache in Austria, Alternative für Deutschland in Germania, la signora Le Pen in Francia, Orbán in Ungheria, Sverigedemokraterna in Svezia».
Attenzione alle sigle dei partiti nominati: sono quasi tutti stati coinvolti in scandali con alla base fondi russi. Va ricordato, inoltre, che un anno prima (2017) La Lega aveva siglato un patto politico con il partito di Putin, Russia Unita. Accordo di collaborazione ancora in vigore. Nel discorso introduttivo, in pratica, l’uomo di Salvini garantisce ai russi che solo i sovranisti, di cui la Lega è in quel momento forza trainante in Europa, possono cambiare gli equilibri.
In altre parole destabilizzare l’Unione, secondo i desideri e le strategie del presidente Putin. Dopo aver presentato il manifesto sovranista-leghista, Savoini ha lasciato la parola ai tecnici italiani e russi seduti al tavolo del Metropol. Iniziava così la trattativa vera e propria, fatta di cifre e luoghi, sconti sul carburante e società estere tramite le quali far passare i soldi.
Tre anni prima del Metropol, invece, è accaduto un fatto curioso. Come raccontato da Domani nei mesi scorsi, c’è stato uno strano giro di contanti, segnalato dall’antiriciclaggio italiano, che ha riguardato un alto funzionario dell’ambasciata russa nei giorni in cui Putin era in visita a Milano e ha incontrato il leader della Lega, accompagnato da Savoini.
Si trattava di un prelievo in banca di 125mila euro, giustificato dal diplomatico russo con la necessità di soddisfare le esigenze della delegazione in arrivo da Mosca per il vertice nel capoluogo lombardo il 17 ottobre 2014. Quel giorno Salvini ha incontrato Vladimir Putin. Un saluto rapido, un caffè al volo dopo un importante convention sull’Eurasia.
Forse il primo incontro tra il capo della Lega e il presidente della federazione russa. È interessante il nome del funzionario dell’ambasciata che ha ritirato i contanti per la delegazione russa: Oleg Kostyukov. Lo stesso che in questi mesi ha curato le relazioni con Matteo Salvini e il suo consulente improvvisato, Antonio Capuano, l’avvocato di Frattaminore (Napoli), che ha accompagnato il capo leghista durante gli incontri segreti con l’ambasciatore di Putin a Roma per parlare del piano di pace in salsa sovranista.
È interessante da analizzare il periodo in cui i russi sostengono, o tentano di farlo, i sovranisti europei. Savoini organizza decine di incontri prima del Metropol a partire dal maggio precedente con un oligarca di nome Konstantin Malofeev, rappresentato da un suo emissario al tavolo dell’hotel moscovita e artefice di alleanze tra Cremlino e destre europee. In quel periodo la Lega aveva fatto il pieno di voti, aveva il vento in poppa, si apprestava ad andare al governo dell’Italia.
Era di fatto il primo partito dichiaratamente sovranista al governo di un paese fondatore dell’Unione Europea. Il più importante e forte nel 2018. Quattro anni prima lo scenario era decisamente diverso. La Lega era una forza residuale, Salvini era diventato segretario da un anno e la metamorfosi sovranista era appena cominciata. All’epoca all’apice dell’ascesa c’era Marine Le Pen con il Front national, che stava riorganizzandosi in vista delle elezioni del 2017 con sondaggi molto favorevoli sopra il 30 per cento.
Perciò al tempo se il Cremlino doveva sostenere un partito anti europeista con buone possibilità di vittoria, questo era sicuramente il Front national. A fine novembre 2014 la testata francese Mediapart pubblica lo scoop sul prestito da 9 milioni di euro dato al Front national dalla First Czech Russian Bank. Le Pen si era giustificata seguendo il protocollo caro ai sovranisti, il vittimismo: «Nessuna banca francese ce lo avrebbe concesso».
Aggiungendo che il denaro non ha influenzato le sue posizioni politiche. Di certo in Europa Le Pen, insieme a Salvini, la più strenua paladina della Russia e di Putin. La banca aveva accordato il finanziamento dopo l’inizio delle ostilità in Ucraina e nello stesso periodo Le Pen aveva annunciato di riconoscere il referendum sull’annessione russa della Crimea.
Anche in questo caso, come per l’affare Metropol, non si trattava di spedire borse zeppe di contanti o portare fuori dalle ambasciate buste farcite di rubli. Il sostegno è mascherato da un’operazione finanziaria con tutti i crismi della legalità. A fornire indizi di opacità però è il nome stesso della banca: di proprietà di una società di costruzioni russa, a sua volta controllata da società riconducibile a Gennady Timchenko, amico stretto di Putin e da tempo sotto sanzioni per la guerra in Ucraina.
«Questa banca è un noto ufficio di riciclaggio di denaro di Putin» aveva scritto Aleksej Navalny, l’oppositore più noto del presidente. La banca ha chiuso i battenti nel 2016 ed è stata rilevata da una società di ex militari russi, pure questa colpita da sanzioni. L’accordo per la restituzione del debito aveva fissato il 2019 come data ultima. Alla fine si sono accordati per il 2028 con una ristrutturazione rivelata dal Wall street journal ad aprile 2022, nei giorni caldi delle ultime presidenziali francesi.
Non vanno dimenticati, poi, i 2 milioni di euro ricevuti nel 2014 dall’associazione di raccolta fondi di Jean Marie Le Pen (padre di Marine) sostenitrice del Front national. Il denaro era partito da una società di Cipro connessa a un banca del Cremlino. A favorire l’operazione sarebbe stato l’oligarca Malofeev, ancora lui, l’amico di Savoini e della Lega. Germania russa In Germania Putin ha puntato tutto sui sovranisti di Alternative für Deutschland (Afd).
Negli anni ci sono state tracce di relazioni politiche e finanziarie tra gli uomini del Cremlino e il gruppi di estrema destra tedesco. I casi più eclatanti sono certamente due: nel 2017 a tre leader di Afd è stato pagato un volo per Mosca su un jet privato da un donatore russo; nel 2019, invece, la Bbc ha pubblicato alcuni documenti in cui emergeva il sostegno del Cremlino a Markus Frohnmaier, membro del parlamento tedesco di Afd, «avremo il nostro parlamentare assolutamente controllato nel Bundestag».
Una frase contenuta in uno scambio di mail tra un ex ufficiale del controspionaggio navale ed ex membro della camera alta del parlamento russo, e un alto funzionario dell’amministrazione del presidente Putin.
Il trappolone di Ibiza
Di tutt’ altra fattura è il caso Ibizagate che ha coinvolto Heinz Christian Strache, l’ex leader della Fpoe, la destra radicale e sovranista austriaca.
Anche loro citati da Savoini nel discorso del Metropol. Lo scandalo austriaco ha provocato la caduta del governo, è considerato tuttavia una trappola tesa a Strache, ripreso in un video sull’isola spagnola mentre prometteva appalti a una donna, che recitava la parte di figlia di oligarca, in cambio di soldi per sostenere la campagna elettorale. I video sono stati pubblicati da Der Spiegel e Suddeutsche Zeitung.
E seppure l’incontro sia stato costruito ad arte, il caso Strache evidenzia la sensibilità sovranista alle sirene russe. Il report del 2020 Il report non più segreto rivelato dal dipartimento di stato americano ricorda in molti passaggi un dossier dettagliato pubblicato nell’agosto 2020 dal think tank americano “The Alliance for Securing Democracy”.
Nel consiglio consultivo troviamo pezzi grossi un tempo ai vertici dell’intelligence statunitense: Da Rick Ledgett, già vice direttore della National Security Agency, a Michael Morell, ex direttore ad interim della Cia tra il 2011 e il 2013. Il report rilasciato due anni fa si intitola Covert foreign money ed è un viaggio nelle ingerenze russe, cinesi e arabe che hanno come obiettivi l’Europa e il resto del mondo. I casi citati sono numerosissimi: da Le Pen al Metropol della Lega fino al caso tedesco.
Ma c’è molto altro: si parla dell’estrema destra svedese, citando casi concreti, della Polonia, della Nuova Zelanda, dell’Australia. Gli analisti spiegano i vari metodi per celare i finanziamenti. E sono quelli scoperti con i casi Le Pen e Metropol. Oppure l’utilizzo di associazioni, fondazioni, onlus. «Oltre a strumenti più ampiamente studiati come attacchi informatici e disinformazione, regimi autoritari come Russia e Cina hanno speso più di 300 milioni di dollari per interferire nei processi democratici più di 100 volte in 33 paesi nel scorso decennio», è l’incipit del report 2020, che prosegue: «Chiamiamo questo strumento di interferenza straniera “finanza maligna”, definita come il finanziamento di partiti politici stranieri, candidati, campagne elettorali, élite ben collegate o gruppi politicamente influenti». La cifra e i meccanismi citati da “The Alliance for Securing Democracy” sono identici a quelli emersi in questi giorni dopo la pubblicazione del documento desecretato dal dipartimento di stato sulle interferenze russe nel mondo. L’ennesima conferma, se mai dovesse servire.
(da Domani)
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Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
QUANTO AI PROBLEMI ECONOMICI DA RIMUOVERE COME POSSIBILE CAUSA, OVVERO PRECARIETA’ E STIPENDI BASSISSIMI DA CHE PARTE SI E’ SEMPRE SCHIERATO IL CENTRODESTRA? CHI E’ CONTRO IL SALARIO MINIMO CHE E’ LEGGE IN TUTTA EUROPA? … FATEVI UN ESAME DI COSCIENZA PRIMA DI PARLARE
C’è un presupposto che ha portato il Parlamento italiano, nel lontano 1978, ad approvare e far entrare in vigore la famosa legge 194, quella sul diritto all’aborto: permettere a tutte le donne che vivono sul territorio italiano di procedere all’interruzione di gravidanza in base ai presupposti previsti dalla normativa.
Insomma, un’iniziativa legislativa per andare a colmare un vuoto giuridico che impediva di andare in quella direzione.
Oggi, nel 2022, i politici continuano a fare propaganda su questo tema. Non potendo, essendo un tema molto caro a buona parte dell’opinione pubblica, sostenere l’ipotesi di una cancellazione di quel diritto acquisito, si lanciano battaglie del tutto inesistenti. Come quella di Giorgia Meloni che continua a ripetere che, una volta al governo, vorrà garantire alle donne il diritto a non abortire. Come se questa possibilità già non esistesse.
Nel corso della sua intervista (la stessa in cui ha acuito uno strappo con Matteo Salvini sullo scostamento di bilancio) con il Tg di La7, in collegamento con Enrico Mentana ha risposto a una domanda sulla legge 194. E dopo un incipit piuttosto polemico è tornata a cavalcare il tema del diritto di non abortire.
“Io non voglio abolire la legge 194 sull’aborto, non voglio modificarla. Io voglio applicarla interamente, che significa anche tutta la parte che riguarda la parte della prevenzione che significa aggiungere diritti e non toglierli. Se esiste una donna che sceglie di abortire perché ritiene di non avere un’alternativa, ma vorrebbe avere un’alternativa, per esempio chi abortisce per ragioni economiche ma vorrebbe avere un’alternativa, vorrei darle quell’alternativa. Questo è togliere diritti o dare diritti? Perché io continuo a leggere tutte queste presunte femministe, molte in realtà la pensano in maniera diversa, che dicono di non votare per me perché toglierà i diritti alle donne… Esattamente quali sono i diritti che vorrei togliere? Il diritto a cosa? Il diritto all’aborto no, quello al divorzio no, quello a lavorare non credo proprio, a mettersi lo smalto?”.
Il problema alla base di tutto questo discorso è il tema principale: parlare di diritto a non abortire.
Non c’è nessuna legge in Italia che impedisca a una donna di portare a termine una gravidanza. Non vi sono ostacoli in questo senso (nella direzione opposta, invece, ve ne sono molti come i medici obiettori di coscienza).
Ma Giorgia Meloni fa leva sull’aspetto economico che, ovviamente, è un argomento a latere dell’intera questione. Perché se è vero che alcune donne decidono di abortire anche per problemi legati all’economia personale, occorre sottolineare come lo Stato debba intervenire capillarmente su tutto quel substrato che provoca questa situazione: precarietà lavorativa, contratti che non permettono di avere diritti (come maternità e congedi parentali) e stipendi bassissimi.
E su questo ultimo tema, per esempio, il centrodestra non ha la minima intenzione di recepire la direttiva europea sul salario minimo.
Insomma, fattori economici esistenti ma che vengono utilizzati per parlare di “diritto a non abortire”. E in questa direzione va anche un pensiero di Francesca Schianchi su La Stampa: “Aiutare una donna che eventualmente volesse tenere il figlio e fosse frenata solo da problemi economici è certamente un impegno giusto e doveroso: ma che fare di tutte le altre, di quelle che consapevolmente, per mille e una ragione che non si risolvono con un assegno, decidono una strada diversa? Siamo un Paese in cui, a 44 anni dall’approvazione di una legge benedetta anche dal mitico “popolo”, che bocciò al referendum l’abrogazione, troppe ancora denunciano un percorso lastricato di giudizi brutali e mortificazioni. La percentuale bulgara di medici obiettori rende in alcuni ospedali difficilissimo esercitare un diritto, le linee guida sull’uso della pillola abortiva Ru486 non sono state seguite ovunque. Forse, in un Paese così, «applicare integralmente» la legge dovrebbe voler dire anche e soprattutto rimuovere quegli ostacoli. Per consentire a ogni donna di fare la propria scelta in modo libero e consapevole”.
Perché la legge sull’aborto fornisce un diritto che spesso si trova di fronte a ostacoli insormontabili. Quella sul diritto a non abortire esiste già. Senza obiettori.
(da NextQuotidiano)
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Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
NEL DOCUMENTO SI PARLA DI UN CAMBIO DI STRATEGIA DEL CREMLINO: PRIMA DEL 2014 COSTRUIVA LEGAMI CON I CAPI DI GOVERNO, POI HA INIZIATO “A PROMUOVERE IN MODO AGGRESSIVO POLITICI E PARTITI NON TRADIZIONALI” … LE TRE CATEGORIE DI CONTRIBUTI: BENEFICI TANGIBILI, SERVIZI MEDIATICI E INFORMAZIONI PREZIOSE
C’è un documento che sembra la fotocopia del “cable” del segretario
di Stato Blinken sulla corruzione russa, e include l’Italia. È il rapporto “Covert Foreign Money”, scritto dall’Alliance for Securing Democracy del German Marshall Fund of the United States nell’agosto del 2020, quindi alla fine dell’amministrazione Trump.
L’autore principale è Josh Rudolph, Fellow for Malign Finance , che nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale si era occupato di coordinare il lavoro delle agenzie federali sulle sanzioni contro la Russia. La Lega e il caso Metropol occupano un ampio spazio in questo studio di oltre cento pagine, dove compare anche il Movimento 5 Stelle.
Ancora una volta quindi è la Casa Bianca repubblicana a mettere sotto la lente il partito guidato dall’alleato ideologico Matteo Salvini, attraverso questa analisi realizzata da un suo ex alto funzionario.
Il testo comincia così: «Oltre a strumenti più ampiamente studiati come attacchi informatici e disinformazione, i regimi autoritari tipo Russia e Cina hanno speso oltre 300 milioni di dollari per interferire nei processi democratici più di 100 volte in 33 paesi nello scorso decennio. La frequenza degli attacchi finanziari è aumentata in modo aggressivo, da due o tre all’anno prima del 2014, fino a 15 o 30 ogni anno dal 2016 in poi».
Sembra di leggere i rapporti di intelligence che hanno ispirato Blinken, a conferma di quanto bipartisan sia l’emergenza, con la differenza che qui si scende nei dettagli: 11 milioni di dollari a Marine Le Pen; 16 milioni stanziati dall’oligarca Oleg Deripaska per sovvenzionare il blocco europeo anti Nato, scoperti dai procuratori del Montenegro.
«Noi chiamiamo questo strumento di interferenza straniera “finanza maligna”, definita come “il finanziamento di partiti politici stranieri, candidati, campagne, élite ben collegate o politicamente influenti, gruppi, spesso attraverso strutture non trasparenti progettate per offuscare i legami con uno stato nazione o i suoi delegati».
Quindi l’ex consigliere di Trump aggiunge: «Un 17% particolarmente aggressivo dei casi di finanza maligna non opera principalmente attraverso scappatoie legali. Gli esempi includono i profitti petroliferi russi destinati a finanziare la Lega in Italia».
Il rapporto rivela che il Cremlino pretende dagli oligarchi di «destinare parte delle loro ricchezze ad attività “patriottiche all’estero». Salvini ha sempre ripetuto di non aver mai ricevuto un rublo da Mosca, ma secondo il documento originato nei corridoi della Casa Bianca repubblicana il punto non è questo, perché ci sono «tre diverse sottocategorie di contributi stranieri a campagne, candidati e funzionari eletti: benefici tangibili, come prestiti finanziari o regali; servizi mediatici, come la manipolazione dei social media su misura; e informazioni preziose, come le ricerche sull’opposizione».
Il rapporto si concentra sul “Commodity enrichment”, ossia «concedere ai donatori privilegiati lucrose posizioni nei mercati corrotti, oscuri e bizantini per le materie prime».
Ciò «può essere visto con tre esempi in Europa: il presunto contrabbando di diamanti dall’Africa, esportazioni scontate di petrolio in Italia, e transito di gas attraverso l’Ucraina».
Un altro strumento sono «le organizzazioni non profit, spesso segretamente sfruttate da poteri autoritari per trasferire finanziamenti agli attori politici; sovvenzionare i partiti che la pensano allo stesso modo; raggiungere specifici risultati politici o catturare le élite».
L’inchiesta inquadra la vicenda del Metropol in un mutamento strategico del Cremlino: «Prima del 2014, Putin aveva costruito legami politici con l’Europa occidentale attraverso capi di stato amichevoli come Schröder, Berlusconi e, in misura minore, Sarkozy». Ma «la sua convinzione che la Russia abbia “interessi privilegiati” per violare la sovranità nazionale delle sue precedenti conquiste imperiali si è rivelata fondamentalmente in contrasto con l’ordine del dopoguerra».
Perciò, deluso, «Putin ha iniziato a promuovere in modo aggressivo politici e partiti non tradizionali. Ciò era fatto in parte per sviluppare alleati alternativi, fungendo da organizzazioni di facciata che sostengono l’accettazione da parte occidentale delle politiche russe aggressive. Tuttavia, tali alleati possono anche essere visti come combattenti in una forma di guerra politica: beni umani acquistati e pagati, destinati a servire, consapevolmente o meno, come misure attive per destabilizzare il consenso liberaldemocratico».
Con questa logica si arriva al Metropol, che l’ex consigliere di Trump viviseziona nei dettagli: «Sembra che l’accordo sia stato scoperto dai giornalisti prima che fosse chiuso.
Se fosse stato completato, probabilmente sarebbe stato illegale, in quanto lo sconto sul prezzo di circa 130 milioni di dollari superava il limite di 100.000 euro per i contributi politici in Italia al momento».
Descrivendo il ruolo di Savoini da intermediario di Salvini, come Aleksandr Babakov, Vladimir Kornilov e Manuel Ochsen avevano fatto per Marine Le Pen, Thierry Baudet e Markus Frohnmaier, il rapporto nota che «ciò mostra come le relazioni del governo russo con l’estrema destra dell’Europa occidentale non siano più centralizzate all’interno del Kgb, come durante la Guerra Fredda, ma invece gestite da individui che sperano di impressionare il Cremlino».
Savoini è «lo sherpa di Salvini a Mosca. È presidente dell’Associazione Culturale Lombardia-Russia, domiciliata dal febbraio 2014 nella sede della Lega, che spinge costantemente la propaganda pro-Cremlino e ha legami con gruppi dell’estrema destra in Russia e in Europa. Il suo presidente onorario è Alexey Komov, rappresentante russo del Congresso mondiale delle famiglie, che funge da collegamento con Konstantin Malofeev». Il rapporto ricorda gli incontri di Savoini con Alexander Dugin, definito «l’ideologo fascista di Putin».
Così si arriva al 17 ottobre 2018, quando Salvini va a Mosca, partecipa ad una conferenza, «e poi secondo quanto riferito esce da una porta laterale per vedere segretamente il vice primo ministro russo Dmitry Kozak, uomo del circolo ristretto che sovrintende al settore energetico. L’incontro tra i due avrebbe avuto luogo nell’ufficio di Vladimir Pligin, potente membro del Partito Russia Unita di Putin con stretti legami con Kozak».
Savoini la mattina dopo partecipa all’incontro al Metropol con Ilya Andreevich Yakunin, che rappresenta Pligin, Andrey Yuryevich Kharchenko, che lavora per Dugin, e un terzo uomo identificato come Yuri. La delegazione italiana comprende Gianluca Meranda, che rappresenta la banca d’investimenti Euro-IB e dovrebbe fare da intermediario tra Rosneft ed Eni, che ha negato qualsiasi ruolo.
Poi c’è «Francesco Vannucci, che sembra essere il responsabile dei meccanismi per incanalare lo sconto concordato del 4% sul prezzo alla Lega tramite gli intermediari ». Il resto lo raccontano le registrazioni dell’incontro, dove si parla di fornire diesel e kerosene russo a prezzi di favore. Il rapporto dice che i negoziati erano continuati fino a febbraio, e non erano andati a buon fine solo perché i media li avevano rivelati. Quindi cita anche i documenti del giornale spagnolo ABC sui presunti 3,5 milioni di euro regalati nel 2010 dal Venezuela a M5S.
Il consigliere di Trump però non chiude qui la sua analisi, passando alla legge “Spazzacorrotti”: «L’incontro a Mosca si è svolto il 18 ottobre 2018. All’epoca, l’unico limite ai finanziamenti esteri delle elezioni italiane era di 100.000 euro. Tuttavia il partner della coalizione della Lega (M5S ndr) stava spingendo una nuova legge anticorruzione che vietava completamente il finanziamento estero di partiti e candidati italiani. Nelle settimane successive all’incontro di Mosca, nove deputati della Lega hanno proposto un emendamento che avrebbe rimosso il divieto. Il testo è stato infine ritirato e la legge anticorruzione contenente il divieto di finanziamento estero è stata approvata nel dicembre 2018.
La Lega però è riuscita alla fine ad indebolire le restrizioni nell’aprile 2019. In quell’occasione ha aggiunto una disposizione in un disegno di legge economico non correlato, che ha modificato la legge in modo da escludere “fondazioni, associazioni e comitati” dal suo campo di applicazione », come rivelato da Repubblica. Ora però gli analisti americani si chiedono: l’obiettivo era consentire agli italiani emigrati di fare donazioni politiche, oppure riaprire la porta alle ingerenze appena denunciate da Blinken?
(da la Repubblica)
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Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
LE OMBRE RUSSE IN ITALIA HANNO SPESSO RIGUARDATO PRESUNTI FINANZIAMENTI A DIPARTIMENTI UNIVERSITARI. O ALLA LINK UNIVERSITY CARA AI 5 STELLE E A PEZZI DEI SERVIZI. O A RIVISTE DI GEOPOLITICA PIÙ O MENO GIALLOVERDI E ANTI-ATLANTICHE”
È difficile stabilire un punto d’inizio delle storie più oscure delle operazioni di interferenza russa in Italia, siamo pur sempre il Paese che ha avuto il partito comunista più grande d’Occidente, vent’anni di governo di Silvio Berlusconi – un amico personale di Putin che il Dipartimento di Stato sospettava di «affari personali» con il presidente russo, attorno a Gazprom e usando suoi presunti prestanome – e in anni recenti la più grande esplosione di partiti populisti-sovranisti in Europa, il M5S e la Lega.
Ma forse è il 2014, l’anno di annessione illegale della Crimea alla Russia, il punto di svolta. E gli uomini vicini all’oligarca ortodosso Konstantin Malofeev e a Alexander Babakov (menzionato anche nell’ultimo cablo Usa) giocano un ruolo decisivo.
È una storia che si può far partire da Torino. La Lega nel 2013 deve eleggere il nuovo segretario, che sarà Matteo Salvini. Arrivano in Piemonte Aleksey Komov, collaboratore dell’oligarca ortodosso ultranazionalista russo Konstantin Malofeyev, e il deputato di “Russia Unita” Viktor Zubarev. Entrambi legati anche a Babakov, oligarca nel settore dell’energia.
Nel 2015 un convegno di Lombardia-Russia a Milano sarà pagato con i soldi di Malofeev, secondo il racconto di uno dei collaboratori del Carroccio. Babakov sarà intermediario dei nove milioni “prestati” dai russi a Marine Le Pen.
Nei primi mesi del 2014 era nata l’associazione Lombardia-Russia, di Gianluca Savoini e Claudio D’Amico. Nella primavera 2014 Lombardia-Russia si lega alla “Gioventù Russa Italiana”, un’organizzazione fondata nel 2011 da Irina Osipova, figlia di Oleg Osipov, capo del potente ufficio italiano di Rossotrudnichestvo, che nel 2016, si candida persino con Fratelli d’Italia al Comune di Roma.
Partono andirivieni trasversali con Mosca. Nell’ottobre 2014 un gruppo di leghisti vola prima in Crimea, a sostenere i russi. Ci vanno anche due volte delegazioni parlamentari M5S, la star è Alessandro Di Battista. Grillo diventa special guest di RT, oggi bannata in Europa, come Assange e come Michael Flynn, il primo consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump. Sappiamo che Flynn riceve compensi da RT. RT paga anche per quelle interviste grilline?
Dopo la Crimea i leghisti vanno a Mosca, dove incontrano anche Sergey Naryshkin, oggi capo del Svr, i servizi segreti esteri. L’operazione d’influenza, per i russi, si lega fin dall’inizio allo spionaggio. I leghisti lo sanno? Anni dopo, a Roma, a parlare con gli emissari leghisti per un «viaggio di pace» di Salvini a Mosca sarà Oleg Kostyukov (figlio del capo del Gru), vicario dell’ambasciata russa a Roma, che arriva a domandare ai leghisti, il 27 maggio 2022, se sono «orientati a ritirare i leghisti dal governo Draghi». Mosca ha tramato per abbattere Draghi?
Secondo Newslinemag, che ha ottenuto delle mail del gruppo “Tsaargrad” – del filosofo Alexander Dugin e di Malofeev – il 17 ottobre 2018 Salvini ha un appuntamento con Malofeev, così scrive per mail il braccio destro dell’oligarca. Il giorno dopo, all’hotel Metropol a Mosca, Savoini discute un accordo: il colosso petrolifero Rosneft, guidato da Igor Sechin (in tutti questi anni portato in palmo di mano in Italia dal capo di Banca Intesa Russia, Antonio Fallico), avrebbe venduto gasolio all’Eni con uno sconto del 4%, 65 milioni, destinato alla Lega. Esce l’audio. È ancora aperta a Milano un’inchiesta, ma i soldi non sono mai stati trovati.
Nell’ultimo cablo Usa – dove non si fanno nomi specifici – si legge che spesso «il finanziamento politico russo è stato eseguito da organismi come il Fsb». E con un meccanismo di «società di comodo, think tank, università». Le ombre russe in Italia hanno spesso riguardato presunti finanziamenti a dipartimenti universitari. O alla Link University, l’università cara ai 5 Stelle e a pezzi dei servizi. O a riviste di geopolitica più o meno gialloverdi e anti-atlantiche.
Il ministro degli esteri Luigi Di Maio ha detto «io me ne sono andato dal M5S perché Conte stava flirtando con Putin». Conte ieri ha assicurato: «Io posso parlare del M5S, non c’è nessuna possibilità che possa essere coinvolto e subire interferenze». Da anni i 5S, soprattutto con Vito Petrocelli, poi espulso, hanno flirtato con uomini di Putin, per esempio Konstantin Kosachev, o Leonid Slutsky, o Serghey Zeleznyak.
Nel marzo 2020 l’allora premier grillino concesse a Putin una sfilata di mezzi militari e intelligence e generali russi in Italia, dai russi rivenduta come «missione di aiuti».
Fu quello, o una missione di propaganda, con uomini dello spionaggio militare su suolo Nato, seguita da pressioni per far adottare il vaccino Sputnik in Italia? Un alto dirigente dello Spallanzani rivelò a La Stampa che due funzionari di stato russi gli proposero 250 mila euro per spingere lo Sputnik, lui rifiutò e informò carabinieri e Servizi. Cosa ruotò attorno a quella grigia storia? I russi ottennero in cadeaux la coltura virale del coronavirus dal potenziale valore commerciale miliardario?
Le domande sulle zone oscure del caso italiano si moltiplicano. Le spie russe in Italia proliferano, arrivando quasi a un centinaio. Lunedì scorso una nota del Dipartimento di Stato inviata alle ambasciate Usa in più di 100 Paesi – compresa Roma – ha suggerito le misure per reagire: sanzioni, divieti di viaggio e l’espulsione di presunte spie russe coinvolte in finanziamento. Chissà se dopo Draghi ne vedremo più qualcuna.
(da La Stampa)
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Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
BLINKEN SEMBRA LANCIARE DUE AVVISI AI NAVIGANTI. UNO DESTINATO AI RUSSI. UN ALTRO AI MOVIMENTI SOVRANISTI FILO PUTIN EUROPEI, CHE GLI AMERICANI CONSIDERANO UN GRANDE PERICOLO IN VISTA DELL’INVERNO CHE STA ARRIVANDO
La notizia della desecretazione, decisa dagli Stati Uniti, di
informazioni d’intelligence su finanziamenti segreti della Russia a partiti politici e candidati di paesi stranieri ha terremotato le cancellerie di mezza Europa. Il dipartimento di stato guidato da Joe Blinken ha parlato di 300 milioni di dollari inviati dagli uomini di Vladimir Putin a politici di oltre 24 paesi nel tentativo di influenzare la politica interna ed estera a vantaggio di Mosca.
Decifrare cosa c’è dietro la mossa diplomatica degli americani non è facile. Anche perché, ad ora, nessun dettaglio fattuale è stato dato in merito a chi, dove e quando avrebbe incassato di nascosto i rubli.
Le accuse “monche” di Blinken hanno così avuto come primo effetto quello di ingenerare ovunque sospetti e veleni incrociati sui media e sulla scena politica occidentale. Tossine ingigantite dall’attuale guerra in corso tra Russia e Ucraina e dalla connessa crisi energetica.
Scombussolamento massimo si è registrato, ovviamente, in Italia. Sia perché è l’unico dei grandi paesi europei e della Nato a essere a pochi giorni da elezioni politiche decisive (improbabile che gli americani non abbiano calcolato gli effetti dirompenti dell’annuncio a Roma). Sia perché da anni i giornali nazionali (dall’Espresso a Domani, da Repubblica alla Stampa) hanno già evidenziato gli stretti rapporti politici e finanziari tra Mosca e vertici della Lega di Matteo Salvini.
Il timing e le modalità anomale delle accuse Usa hanno lasciato perplessi sia i capi della nostra intelligence sia il governo Draghi, che nulla sapeva – dicono fonti autorevoli di palazzo Chigi a Domani – della decisione di Blinken di eliminare i vincoli di segretezza del lavoro delle loro agenzie d’intelligence.
A memoria, inoltre, nessuno ricorda precedenti simili: secondo l’Associated Press a rivelare per primo la notizia è stato infatti un alto funzionario americano (anonimo) durante una conference call. Mentre il dipartimento di stato rendeva noto che Blinken aveva mandato una nota non classificata a varie ambasciate americane sparse in mezzo mondo sulle supposte ingerenze russe.
Risulta a Domani che nessun altro paese europeo di rilievo (nemmeno Francia e Germania) abbia potuto finora leggere il rapporto completo. Dunque, per avere contezza della presenza o meno di partiti italiani nel fascicolo, l’altro sieri sera Franco Gabrielli e i vertici delle nostre agenzie di sicurezza hanno dovuto chiamare in fretta e furia il capocentro della Cia e l’ambasciata americana guidata dall’incaricato d’affari Shawn Crowley, domandando lumi sulla faccenda. Entrambi i canali, quello d’intelligence e quello diplomatico, hanno dato lo stesso esito informale: non ci sarebbe traccia di file sull’Italia nel rapporto del dipartimento di stato. Qualcuno sostiene però che non è detto che gli americani di stanza a Roma conoscano bene i dettagli del rapporto (è possibile che abbia partecipato alla stesura infatti non solo la Cia, ma anche altre agenzie come Fbi, Nsa e Tesoro), ma sembra assai improbabile che i vertici diplomatici di Joe Biden nella Capitale abbiano dato informazioni a Gabrielli che potrebbero in futuro risultare false o parziali.
«È probabile che prima di rispondere a un governo alleato sia siano sentiti con Washington, in caso contrario sarebbero irresponsabili», spiega una fonte dell’intelligence. Colpita però di come in serata il presidente del Copasir Adolfo Urso abbia detto che «per ora l’Italia non c’è, ma le cose possono sempre cambiare», che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio – non è chiaro su che basi – sia intervenuto ipotizzando l’esistenza di più rapporti.
Prese dunque per buone le informazioni arrivate da via Veneto, come decrittare il senso politico e strategico della notizia? Al netto del timing per noi cruciale, leggere lo spin americano dal buco dell’ombelico sarebbe errato, anche perché il report conterebbe informazioni sensibili su paesi europei, africani e asiatici in un momento chiave della guerra russo-ucraina. Mentre alle elezioni di mid-term mancano meno di due mesi.
Al netto della propaganda antirussa, infine, Blinken sembra lanciare due avvisi ai naviganti. Uno destinato ai russi, ai quali spiega che gli spotlight dell’intelligence Usa non li mollano mai.
Un altro – dicono i maligni che contestano la mancanza di trasparenza – destinato invece ai movimenti populisti e sovranisti filo Putin europei, che gli americani considerano un grande pericolo in vista dell’inverno che sta arrivando.
Il caro bollette è già arrivato, il razionamento di gas ed elettricità una possibilità più che reale, e non è detto che tutti in Europa siano disposti a rimanere compatti sul fronte delle sanzioni contro Mosca quando le cose si faranno davvero difficili. Ecco: se gli Usa hanno davvero informazioni sensibili per colpire i partiti vicino a Putin che rischiano di minare l’unità atlantica, in molti scommettono che non si faranno scrupoli a usare come munizioni le informazioni contenute in quel rapporto. Di cui sentiremo ancora parlare ancora nelle prossime settimane.
(da Domani)
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Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
ROMA E’ CITATA NEL DOSSIER, IL SOSPETTO DI UN WARNING PER IL DOPO ELEZIONI
Un “avvertimento” per il nuovo governo? Il presidente del Copasir Adolfo Urso dice che «al momento» l’Italia non risulta tra i paesi coinvolti nel dossier sui 300 milioni di dollari veicolati dalla Russia ai partiti stranieri «ma le cose possono sempre cambiare».
E chiede all’amministrazione degli Stati Uniti di fornire «immediate ed esaurienti informazioni al governo italiano».
Ma i retroscena dei giornali raccontano un’altra storia. Che parte dai rapporti con Mosca costruiti da partiti come Lega e Movimento 5 Stelle negli ultimi anni. E arriva al sospetto che il rapporto costituisca un «warning» per il nuovo governo in arrivo. Mentre la diplomazia di Washington fa sapere che il dossier non sarà consegnato agli esecutivi degli altri paesi in quanto «classificato».
I «dati sensibili» sull’Italia nel report Usa
La Repubblica scrive oggi che una «fonte autorevole» che ne ha discusso con i vertici del Dipartimento di Stato Usa conferma che l’Italia è citata nel dossier. Anche se è possibile che gli Usa non abbiano ancora informato il governo italiano e l’intelligence. Il rapporto è stato redatto dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale della Casa Bianca. Ed è composto da informazioni di intelligence e fonti aperte. Ossia già disponibili pubblicamente.
Washington ha lanciato il sasso per lo stesso motivo che ha portato a declassificare le informazioni sulla guerra in Ucraina e sulle mosse russe al confine con Kiev. Ovvero per rivelare le intenzioni di Putin con lo scopo di fungere da deterrente. Ma anche per lanciare un avvertimento: gli Usa sanno.
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ieri ha avvertito che il dossier potrebbe non essere uno solo. Per Di Maio «se ci sono dei partiti che hanno preso soldi da Putin probabilmente sono quei partiti che ci hanno reso dipendenti dal gas di Putin. Quello che so è che dobbiamo fare una commissione d’inchiesta, dobbiamo vedere se c’è qualcuno che ci ha venduto a Putin». Ma nel dettaglio dei singoli paesi coinvolti l’intelligence americana lavorerà «con discrezione». Anche se al Dipartimento di Stato «non è dispiaciuta» l’attenzione nei confronti del dossier alla vigilia delle elezioni del 25 settembre.
Il warning
Gli analisti, spiega invece Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, ritengono che la bomba sganciata a due settimane dall’apertura delle urne possa essere un avviso, un warning al nuovo governo sull’atteggiamento da tenere nei confronti di Washington. La data da tenere a mente è l’anno 2014. Fu l’epoca dell’invasione della Crimea e di parte del Donbass da parte di Mosca. Ovvero l’inizio della crisi tra la Russia e Ucraina poi diventata guerra aperta a partire dal 24 febbraio 2022.
Il giallo Volker
Intanto c’è un giallo sull’intervista rilasciata ieri a Repubblica dall’ex ambasciatore Usa presso la Nato Kurt Volker. La presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha annunciato una querela. Ma proprio Urso ha rivelato di aver parlato con Volker, il quale gli ha assicurato di non aver detto quanto riportato dal quotidiano su Fdi e Lega. «Mi ha consegnato un biglietto in cui mi autorizza a smentire ufficialmente che lui abbia mai pensato che Fdi potesse avere qualche forma di collegamento con la Russia». Ma se un ambasciatore deve smentire un’intervista secondo voi lo fa consegnando un biglietto al primo che passa o fa una smentita ufficiale?
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2022 Riccardo Fucile
“REPUBBLICA” HA OTTENUTO LA CONFERMA DA UNA FONTE AUTOREVOLE: “NON È UN SEGRETO, DEL RESTO, CHE FORZE COME LEGA O M5S FRENANO APERTAMENTE SULLE SANZIONI ALLA RUSSIA E LE ARMI ALL’UCRAINA. QUESTO ALIMENTA I DUBBI SULLE POLITICHE DELL’EVENTUALE FUTURO GOVERNO ITALIANO”
L’Italia c’è, nel dossier americano sulla corruzione russa nel mondo. E
non poteva essere altrimenti, considerando i rapporti con Mosca costruiti negli ultimi decenni da diversi partiti rilevanti.
Non è un segreto, del resto, che forze come Lega o M5S frenano apertamente sulle sanzioni alla Russia e le armi all’Ucraina. Questo non implica un loro coinvolgimento diretto, ma alimenta i dubbi sulle politiche dell’eventuale futuro governo italiano.
Lo conferma a Repubblica una fonte molto autorevole, con diretta conoscenza dei fatti, che ne ha discusso con i vertici del dipartimento di Stato.
È possibile che il nostro governo e i servizi di intelligence non siano ancora stati informati dei dettagli, perché dopo l’annuncio di martedì Washington ha deciso di procedere per passi, in base a necessità e circostanze.
La ragione per cui Washington ha deciso di procedere con la denuncia è simile a quella che ha portato alla progressiva declassificazione e pubblicazione delle manovre militari russe, alla vigilia e dopo l’invasione dell’Ucraina.
In quella occasione si arrivò alla conclusione che la strategia migliore era rivelare al mondo le intenzioni di Putin, se non per fermarlo, quanto meno per costruire il vasto consenso globale che ora sta aiutando gli ucraini a respingere le sue truppe.
Allo stesso modo, i servizi americani hanno raccolto negli anni una grande quantità di informazioni sulla corruzione condotta dal Cremlino, ma tenendole segrete non hanno raggiunto l’obiettivo di fermarle. Ora quindi le pubblicano, e soprattutto le condividono con i paesi alleati più colpiti, allo scopo di metterli in condizione di reagire e imbarazzare Mosca per le sue «attività finanziarie maligne ».
Quanto alla pubblicazione di nomi e cognomi, «non abbiamo ulteriori informazioni da discutere sui paesi specifici, in merito a questo argomento ». E «si tratta di una decisione deliberata», ha spiegato Price, perché ora era importante denunciare la minaccia di Mosca a livello globale, ma nel dettaglio dei singoli paesi coinvolti l’intelligence lavorerà con discrezione. Al dipartimento di Stato non è sfuggita l’attenzione ricevuta in Italia alla vigilia delle elezioni e non è dispiaciuta affatto. Il punto non è l’avversione ad un partito o all’altro, ma far conoscere ai cittadini il pericolo di affidare il paese a leader ricattabili da Putin.
(da agenzie)
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Settembre 14th, 2022 Riccardo Fucile
SECONDO LE FONTI DI DAGOREPORT. OLTRE AI PUTINIANI RISAPUTI COME MARINE LE PEN E ORBAN, IN MEZZO C’È L’ITALIA, STARRING LA LEGA… A PARTIRE DA GIANLUCA SAVOINI, DOMINUS DELL’OPERAZIONE PETROLIFERA DEL METROPOL DI MOSCA
E’ chiaro che non sia stato un caso il rapporto dell’intelligence statunitense che rivela i 300 milioni di finanziamenti russi a forze politiche in due dozzine di paesi, allo scopo di influenzare e interferire nei loro processi politici. Una bomba, per i nostri Salvini, a undici giorni dalle elezioni.
In attesa che il segretario di Stato Antony Blinken, gran frequentatore dei salotti parigini (ha studiato in Francia) scodelli la lista, la caccia ai nomi beneficiati da Mosca, è cominciata.
Oltre ai putiniani risaputi come Marine Le Pen e Orban, da fonti autorevoli Dagospia apprende che il primo nome della lista è quello di Jimmie Akesson, leader dei Democratici Svedesi, nati dalle ceneri dei neonazisti, con una solida alleanza con Fratelli d’Italia all’Europarlamento.
In mezzo c’è l’Italia, starring la Lega. A partire da Gianluca Savoini, l’ex portavoce di Matteo Salvini, dominus dell’operazione petrolifera del Metropol di Mosca, accusato di aver fatto da tramite per far arrivare alla Lega un finanziamento illecito da 65 milioni di euro dalla Russia di Vladimir Putin. A proposito, che fine hanno fatto le indagini del tribunale di Genova su Savoini?
Sottolineano Giuliano Foschini e Tommaso Ciriaco oggi su “la Repubblica”: “Il nodo dei rapporti tra i russi e Matteo Salvini era stato sollevato pochi giorni fa su Repubblica da un’ex analista della Cia, Julia Friedlander, ai tempi di Trump consigliere per l’Europa nell’Office of Terrorism and Financial Intelligence del dipartimento al Tesoro e dal 2017 al 2019 Director for European Union, Southern Europen and Economic Affairs al Consiglio per la Sicurezza Nazionale”.
“Penso che Matteo Salvini abbia un interesse politico personale nel suo rapporto con la Russia. Assolutamente”, afferma la Friedlander.
E aggiunge: “Il problema è che non è facile tracciare questi collegamenti economici. Usano le shell company, compagnie inattive che offrono donazioni alle campagne politiche, o lobbisti informali che spingono certi contratti, che riflettono gli interessi russi. Quindi è difficile provare che il Cremlino abbia staccato un assegno per Marine Le Pen, ma è interessante studiare connessioni e intermediari”.
(da Dagoreport)
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